Migliori album 2016. Le classifiche di SENTIREASCOLTARE

Tutti a guardare Black Mirror per trovare il filo di Arianna di una contemporaneità stritolata dai social media e dall’Hi-Tech, del peggio che ci potrà (quasi sicuramente) accadere, che poi va a finire che la migliore lettura di quest’ultima l’hanno servita quest’anno gli autori di South Park su un bel piatto di d’argento, anzi di memberberries. Le memberberries della serie animata non sono altro che mirtilli che si parlottano addosso, in continuazione (Ti ricordi di Osama? Ti ricordi dei Goonies?). Consumarli è come farsi dell’oppio di marxiana memoria, con la differenza che oggi, in un Occidente con il solo Dio denaro a disposizione, il più efficace sedativo è l’abbraccio fraterno di un mitico passato che, a pensarci bene, potrebbe essere l’ultimo vero antagonista al Capitale. Un grande passato, dunque, con tutti i suoi eroi ma anche con il suo portato di epopee, storie che più che storie sono diventate odissee (vedi Bowie IS a Bologna) paragonate a quelle piccole narrazioni che produciamo oggi (poco importa se con impegno o in fretta e furia) e che continueranno anche domani, superando malattie e limiti di età dei loro stessi protagonisti, come abbiamo avuto modo di assistere in questo 2016 che non sarà certo un caso isolato, considerando che non sono pochi i protagonisti del ‘900 ancora in piena attività.

Una volta entrate in circolo, le memberberries trasformano ciò che c’era prima (e che oggi non potrà più essere) in qualcosa di infinitamente migliore di un presente cinico e sovraccaricato di informazioni, con i cattivi al potere e i soldi concentrati nelle loro e in altre (poche) mani, le risorse in progressivo esaurimento, e dove nulla può più essere nascosto (a lungo). Le memberberries sono una delle risultanti principali di anni di Retromania, iniziata idealmente con Napster e dove a nulla o quasi sono servite le battaglie di rockstar (‘member Metallica?) e della stessa industria musicale (‘member la caccia alle streghe che ha portato ignare madri di famiglia a dover pagare multe stellari?) contro la pirateria. L’emorragia di capitali è continuata, sono entrati nuovi player, e il nuovo ordine mondiale ha visto lo streaming legalizzato come panacea al paradosso creatosi negli anni precedenti, tanto che anche i Radiohead e altri scettici (sui guadagni) si sono poi ricreduti (soprattutto anche grazie ai soldoni di Apple). Quest’anno YouTube, che tuttora non può dire di aver risolto il problema degli upload illegali (e non lo risolverà mai), ha dichiarato con un certo orgoglio di aver pagato miliardi all’industria musicale, prevedendo per essa un futuro roseo quando tutto (carta e soprattutto radio) sarà finalmente su internet. Nel frattempo, musicisti e discografici quest’anno non hanno fatto altro che inviare lettere congiunte per chiedere, anche al neopresidente americano, di fare qualcosa affinché i profitti della musica finiscano nelle tasche di qualcuno che ci abbia almeno a che fare.

Nel frattempo, consumare memberberries è diventato un vizio di massa: l’ultimo Star Wars non è così male, nonostante qualcuno abbia avuto da ridire, anche su queste colonne. Il miglior telefilm dell’anno è stato Stranger Things dei Duffer Brothers, con la colonna sonora radical analog dei Survive, che non è proprio quell’abilissimo Random Access Memories di film degli 80s, come qualcun altro, sempre da queste parti, ha borbottato. C’è gente che tenta invano di rovinare le uova di un paniere che alla fine è troppo buono e troppo condivisibile per non essere vero e convincente. Del resto, se neppure troppo tempo fa un’orda di fan di Eminem s’è incazzata a morte contro gli Arcade Fire puntando il dito sulla loro presunta fama, qualche dubbio sulla popolarità post-Napster delle rockstar che crediamo già patrimonio dell’umanità avrebbe dovuto venirci.

Quest’anno, dopo aver stipato ancora di più librerie già piene di ristampe, aver assistito alla commercializzazione di cofanetti sempre più inconcepibili (per prezzo e quantità di CD) e aver pagato fior fior di quattrini – anche “grazie” ai canali di secondary ticketing – per vedere gli ultimi lampi di un greatest hits rock ormai morto e sepolto, ci siamo ritrovati completamente shockati. Qualcuno è riuscito a far passare politicamente lo slogan «Make America o England [o quello che volete metterci] great again» e a portare la comunicazione su un piano di post-verità, con dichiarazioni xenofobe e misogine, disprezzo per l’ambiente e via dicendo a rendere più piena la vittoria. Risultato: Donald Trump al potere. Brexit e il Regno Unito fuori dall’Europa, il panico, e poi le memberberries a correre in aiuto, perché c’è sempre bisogno di ricongiungimento e di poter continuare a sperare. Dopo il terremoto e i terremoti arriva il momento dell’unità, ci si vorrebbe stringere attorno al senso più profondo delle cose, ma si finisce per mitizzare la memoria di un passato che non c’è più, ma che è tutto ciò che rimane. Atomizzati nei nostri ricordi siamo più facilmente controllabili, come, del resto, ogni catastrofe nasconde inaspettate opportunità e speculazioni: se uno che ha fatto una campagna elettorale come quella di Trump diventa Presidente, perché nel #2024 non potremmo vedere alla Casa Bianca altri outsider della politica? Gente differente, rapper magari, tipo un equilibrato Kanye West.

Abbiamo già avuto un presidente nero negli Stati Uniti, ma non è andato proprio tutto liscio. Ha fatto incavolare molti afroamericani (che hanno votato poi Trump sperando in un posto di lavoro e meno tasse) e non solo loro. Anohni è stata durissima nei suoi confronti nell’ottimo disco pubblicato quest’anno, Hopelessness. Ma dove l’impensabile accade, non è altrettanto vero che tutto possa succedere. Se c’è un dato certo – almeno quanto il radicamento a destra del nostro, di Paese – è che abbiamo statisticamente avuto un becero elettorato statunitense che si è fatto i conti in tasca («Dopo un presidente nero una donna al Governo? Giammai») e ha pensato che votare per un fantomatico cambiamento fosse giusto, anche quando questo si traduceva in un sacco di baggianate, molte delle quali subito rivelatesi tali. Dietro ad ogni tag come “populismo” ci sono persone in carne ed ossa, e se queste assomigliano o vorrebbero assomigliare a ciò che Trump (e prima Berlusconi) è o rappresenta, non conta chi è stato eletto oggi (e che prima o poi se ne andrà) ma la struttura della società, i suoi rapporti di forza interni, le multinazionali, le lobby. E questo vale più di ogni teoria giusta o sbagliata riguardo ad un Evil Empire russo (o la stessa Evil Corp di Mr Robot) dietro l’hacking delle mail della Clinton.

Viviamo un clima di surriscaldamento non solo di nervi, ma anche a livello di temperature, come abbiamo avuto modo di vedere nel bel documentario di Di Caprio, Before The Flood, ma ci sono vecchie ferite che in America non si sono mai rimarginate, anzi sanguinano più che mai. Molte delle classifiche di fine anno hanno portato sul palmo di una mano gli album delle sorelle Knowles: Beyoncé ha pubblicato Lemonade mentre Solange il più che valido A Seat At The Table, e sono entrambi lavori che hanno interpretato il pop su un piano di consapevolezza prima personale e poi politica, di Black Lives Matter, di «Stop Killing Us», quando forse il problema dei problemi è che «They Will Kill Us All». Sempre citando film, docufilm e telefilm, squarci efficaci su quest’America ancora profondamente razzista, anzi minacciata nel suo bisogno di supremazia, ce li hanno dati recentemente una puntata speciale di Black(ish) intitolata The Word, Straight Outta Compton, ovvero la storia dei N.W.A., e The Hateful Eight di Quentin Tarantino. Con quest’ultimo a fare da prequel ai primi due. Quel che questi registi, autori e sceneggiatori hanno cercato di dirci è che con Obama alla Presidenza, dai 90s della nascita del gansta rap ad oggi, la Brute-alità di certa polizia americana non è stata cancellata a botte di social network, anzi si è inasprita, e inoltre, all’interno del più ampio paradigma «dell’avere sempre un po’ di più di quello che hanno avuto i nostri padri», ci siamo trovati a dover fare i conti con una grande crisi finanziaria dalla quale, soprattutto in Italia, fatichiamo a riprenderci. Di fronte a un futuro negato (per l’ennesima volta), abbiamo avuto nuove risposte: alt-right e grillini da una parte e un bisogno tutto millennial di portare ogni cosa al collasso a colpi di synthwave ed estetica vaporwave (‘member accelerationism?) dall’altra.

Paradossalmente, all’interno di questo funereo quadro politico, economico e sociale, parlare di musica in senso anche escapista, ha ancora e avrà sempre senso, anche quando musicisti come Lawrence English e prima Kode9 sembrano più interessati allo studio del suono come arma sonica e alle implicazioni di un mondo completamente automatizzato, a zero work. È salutare come lo erano le capatine dei bandleader degli storici gruppi punk nei reggae party, perché ogni escapismo e (momentanea) sparizione dalla società, proprio come ci insegna Billy Gillespie dei Primal Scream ricordando l’epoca d’oro dei rave illegali, è anch’esso atto politico. Poi c’è modo e modo di fare politica in musica: c’è chi, intelligentemente, come Nicolas Jaar, ha affogato il tema Ya dijimos no pero el si esta en todo in un fatalismo tutto latino dalle molteplici e vive implicazioni dove, inevitabile, “nulla cambia davvero”, ma dove quel “nulla” – in Sirens – porta con sé una profonda liberazione umana ed artistica. E c’è chi a forza di studiare teorie post-marxiste e post-strutturaliste finisce per fare dischi pretenziosi che non camminano con le proprie gambe. Meglio, sul fronte della musica/politica intesa come resistenza e superamento di barriere, tutto il discorso post-coloniale affrontato quest’anno in Uproot, bel libro di Dj Rupture, e portato avanti da gente come Elysia Crampton e da tutta una compagine di musicisti che ha trasposto sonicamente un radicale abbattimento di barriere che non conosce distinzioni tra il piano sessuale e quello etnico, sociale, culturale ed economico, fino ad arrivare al superamento dell’uomo stesso come punto di riferimento dell’opera musicale. Brodi “primordiali” come quelli di Demon City e dei suoi satelliti/producer coinvolti è quanto di più eccitante abbiamo ascoltato in ambito elettronico (e non solo), senza contare che gli Autechre, nell’anno di androidi assolutamente umani/awake in lotta per i loro diritti civili (Westworld, Humans) o AI alle prese con la creazione di brani simil-Beatles, possono dire di aver prodotto la loro opera più aliena e oltreumana (una colonna sonora sul loro funzionamento?).

Non snobbiamo, all’interno di un anno dominato dalle cosiddette analisi sul campo di stampo Hi-Tech, ambientali (Yearning Kru) come distopiche (Brood Ma, Amnesia Scanner), il lavoro di chi sul ricordo ha composto opere di alto livello. Il discorso sulla fragilità della memoria umana all’interno di una società che prima o poi la identificherà con i social network, è molto interessante. Affascinante, in questo senso, il DNA concettuale di Everywhere at the End of Time di Caretaker, primo tassello di sei episodi che hanno l’obiettivo di esplorare la patologia della demenza a suon di gracchianti vinili anni ’30 tra big band, swing, british dance band, jazz (niente di nuovo, ok, ma è interessante osservare un lavoro così in un anno in cui, per dire, Black Mirror fa una puntata su degli 80s Ad infinitum no?), ma anche il solito bravo Tim Hecker, sempre più indietro nei secoli. Il 2016 è stato inoltre l’anno dello sdoganamento della trap in Italia, ma soprattutto di una dancehall mutante e mulatta che ha interessato tanto il mainstream (One Dance di Drake e Work di Rihanna) quanto l’underground della citata Crampton e molti altri producer latini (e non) orbitanti attorno al circuito britannico, da Florentino a Kamixlo (Bala Club), fino ai nuovi acquisti di casa Hyperdub (EndgamE), che hanno ampliato la ragnatela dei rimandi fino all’interessante scena portoghese. Purtroppo, come sottolinea FACT, soltanto i giamaicani Equiknoxx – con l’ottimo Bird Sound Power – sono riusciti a cavalcare quest’onda a livello internazionale (grazie al patrocinio dei Demdike Stare), ma non è detto che nel 2017 altri musicisti autoctoni non riescano ad emergere, anche fuori dell’orbita del solito Sean Paul.

Il 2016 ha inoltre visto interessanti movimenti anche all’interno delle musiche legate al territorio e al ghetto, più che alla rete. Rispettando i pronostici (ma senza rivoluzioni), il grime degli MC è tornato a splendere come ai bei tempi di Dizzee Rascal, con Skepta a vincere il Mercury Prize e a convincere una platea non più solo britannica con Konnichiwa, anche se, come hanno notato i più attenti, il ricambio generazionale della scena deve ancora venire (vedi Grime 2016) e gente come Gaika è già oltre. All’altro capo del mondo, in Sud Africa (via Crudo Volta e Nan Kolè), il genere Gqom ha goduto di buoni riflettori grazie a un mixtape (Gqom Oh! X Crudo Volta) e a un buon documentario on the road, Woza Taxi, che è servito da approfondito sguardo sulla fresca scena elettronica di Durban e dintorni; chissà che questo gruppo di musicisti del ghetto non riesca a conquistarsi una nicchia internazionale, come è successo per gli eroi della footwork in questi anni (a proposito, segnaliamo Open Your Eyes di Dj Earl). Anche il songwriting sopravvive nel 2016: tra i nomi da citare, Angel Olsen, Cass McCombs, Nick Cave, The Veils e molti altri, tra cui anche i nostri Motta e Alessandro Fiori. Ma ora è giunto il momento di fermarsi.

Di seguito, trovate una lunga lista di album del 2016 (senza nessun ordine particolare) che vi servirà soprattutto per scoprire o riscoprire dischi che non avete avuto modo o tempo di ascoltare. In calce alla pagina, le consuete due classifiche di SA: quella della redazione e dello staff. Andando – via desktop – nella pagina dedicata, potete recuperare anche le liste complete di tutto ciò che è stato votato – e pertanto ha concorso – per le classifiche dell’anno.

Gli album dell’anno (senza particolare ordine)

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Roy MontgomeryR M H Q: Headquarters

Uscito il 21 ottobre, R M H Q – HEADQUARTERS è il quadruplo album di Roy Montgomery che segna il ritorno del songwriter psych a oltre dieci anni di distanza dall’ultima prova in solo (Silver Wheel Of Prayer), se si escludono le collaborazioni (Russell/Montgomery, Grapefruit, 2012, Roy Montgomery / Grouper, 2010), gli estemporanei progetti in band (Torlesse Super Group, 2011) e una sonorizzazione per un film immaginario (Music From The Film Hey Badfinger).

«C’è un’intera geografia in 30 canzoni, sono disseminate ovunque tracce di vita del musicista neozelandese, tanto che, a un certo punto, l’ascolto si snoda su più livelli narrativi, dove la chitarra è un narratore a parte che diffonde suoni eterei, disturbanti, fiabeschi e scarni» (Maria Eleonora C.Mollard)

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Grime 2016

Pubblicata alla fine di un anno cruciale per il grime, Grime 2016, l’annuale compilation curata da Elijah & Skilliam sulla loro rispettata label Butterz, è la piazza ideale per tastare il polso a una scena mai così esposta a livello internazionale da almeno un decennio a questa parte. Non sono in pochi, tra addetti ai lavori e jet set fan (uno su tutti Drake), ad aver auspicato per il genere una ripartenza in grande soprattutto al di fuori dei patri confini, e in particolare una penetrazione canadese e statunitense: l’eroe di cui si è parlato di più quest’anno è stato naturalmente Skepta …ma c’è molto di più. (Edoardo Bridda)

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Demdike StareWonderland

«Tra vita nelle fabbriche e rastafarianesimo, alienazione e liberazione, rave e continuum elettronici britannici, Whittaker e Canty se ne escono con una tracklist che elabora passioni di lungo corso per jungle e dancehall su un piano di neutralità fatto di dense spigolosità che non risultano né banalmente riconducibili alle oscurità del passato, né ad una nuova e colorata tavolozza dance» (Edoardo Bridda)

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Pop XLesbianitj

«Davide Panizza è un Vasco Brondi che ha perso il lavoro e sta a casa in mutande a sfondarsi di canne e di seghe, è un Tommaso Paradiso che si è stancato di fare il retromaniaco innamoratissimo e allora sceglie di essere un paraculo in modo molto più cinico… …Lesbianitj è un inno al fisting romantico, al satanismo melanconico, è la pippa mentale di un Lebowski hypsterico e fintamente robotico, un concentrato sintetico di plasticosa anarchia pop. Proprio il pop, appunto, su tutto: le melodie, improvvise e cristalline, sono davvero quanto di più azzeccato ci sia arrivato tra le mani quest’anno» (Luca Roncoroni)

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Tiger & WoodsOn the green again

«Il disco continua lungo le coordinate della disco boogie extravaganza dell’esordio con filtri e tocchi french touch ben innestati e, al solito, un abile gioco di cut up a conferire alle 10 tracce (+ tre bonus rounds con quasi una trentina di minuti di musica addizionale) un fascino transalpino e fuori dal tempo» (Edoardo Bridda)

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MOTTALa fine dei vent’anni

«A fare da nume tutelare e da produttore del disco è Riccardo Sinigallia, con il quale sembra essere nato un forte connubio che ha portato i due a condividere la scrittura di diversi brani in scaletta. Non inganni il titolo: La fine dei vent’anni è sì una lunga, laterale riflessione sull’avvicendarsi dell’età adulta, ma si tiene ben lontano da certi mancati ritratti generazionali, un po’ nostalgici e un po’ depressi. Supportato dal produttore romano, MOTTA esprime il suo punto di vista in maniera obliqua, descrivendo più che uno stato d’animo, un mondo che pian piano si sta allargando, diventando qualcosa di altro, di più complesso» (Gianluca Lambiase)

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Soviet SovietEndless

«Pochi dubbi: i Soviet Soviet hanno qualcosa da dire e lo sanno esprimere molto bene, sia dal punto di vista testuale che musicale. Non è solo post-punk, ma anche rabbia, frammenti di esistenza e oscura voglia di vivere» (Fernando Rennis)

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DM StithPigeonheart

«Una summa personalissima, un frullato saporito dei tanti ingredienti che si raccolgono soprattutto nella sua Brooklyn e dintorni, ma non solo… …DM Stith scolpisce un saggio che per la seconda volta torna a interrogarci su cosa sia la canzone. Il flusso di brani ispirati da alcuni episodi personali in cui l’autore è entrato in contatto con i piccioni del titolo è un’oscillazione continua dentro e fuori dalla canzone: Stith è perfettamente consapevole, come già lo era sette anni fa, di procedere a zig zag sul confine tra ciò che è e ciò che non è una canzone» (Marco Boscolo)

ovo-creatura

OvOCreatura

«Gli OvO invece se ne fregano di tutto, cliché compresi, sono punk dentro e vanno dritti per la propria strada mantenendo fede a se stessi anche quando – lo indicava già l’ottimo Abisso – decidono di muoversi marginalmente rispetto alla via principale, o meglio, di infilarsi ancor più in quell’abisso fino a incontrare in quelle profondità, guarda caso buie, minacciose e nero-pece, la propria “creatura”» (Stefano Pifferi)

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Pussy Riotxxx

«Se questo EP è il preludio di un album che riuscirà a cambiare non solo la nostra visione della disobbedienza civile 2.0 ma anche del pop in quanto genere musicale che può superare l’ordinarietà del suo essere passatempo, allora avranno vinto e daremo totalmente ragione a Thurston Moore, che le considera uno dei più importanti gruppi di questi anni» (Ilaria Nacci)

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A Tribe Called QuestWe Got It From Here… Thank You 4 Your Service

«Il disco suona dannatamente bene anche dal punto di vista produttivo, tra le solite, storiche e splendide linee di basso massiccio-minimaliste di (appunto) low endiana teoria, una rinnovata freschezza melodica, oltre ai soliti fraseggi di matrice jazzata – per quanto Q-Tip abbia sempre esplicitamente rifiutato il termine, ma ci siamo capiti» (Luca Roncoroni)

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Lorenzo SenniPersona

«Tanta attenzione per il suo lavoro, del resto, è pienamente giustificata dal semplice fatto che il producer di stanza a Milano è riuscito a imporre una sua personale legacy, esattamente come i colleghi britannici hanno imposto la loro nei rispettivi ambiti. Se il massimalismo digital grime è sinonimo di Hudson Mohawke, la sua versione complementare hardware e ridotta all’osso porta il nome di Mumdance e le serpentine iperveloci post-trap quello di Rustie, giusto per fare i primi nomi che ci vengono in mente, Senni è il maestro – definizione sua – della trance puntillistica e del voyerismo rave» (Edoardo Bridda)

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IsanGlass Bird Movement

«Una preziosa terra di mezzo tra ambient dalle parti di Eno, indietronica della casa (parliamo di Morr ovviamente), library music anglosassone, sano minimalismo mai altisonante, tocchi di romantica IDM dalle parti di Berlino e Londra, gassoso shoegaze, curati post-colonialismi a 8 bit, poemi tonali, 80s synth music con la scolorina» (Edoardo Bridda)

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Swet Shop BoysCashmere

«Lungo il filo rosso dell’impegno, il mix si muove scanzonato e sornione tra hip hop e grime, tra incontri e fertili commistioni americane e inglesi, orientalismi indiani e pakistani. Una multiet(n)ica (comunic)azione affatto innovatrice né tanto meno rivoluzionaria, ma divertente e peNsante. Avercene» (Luca Roncoroni)

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GaikaSpaghetto

«All’incrocio tra evoluzioni dancehall da una parte e quelle grime dall’altra, Gaika scivola dal grime all’abbraccio r’n’b grazie ad un songwriting urbano, figlio della gentrificazione della sua città, espettorato con voce cavernosa e un afflato a metà tra Riko e Ghostpoet» (Edoardo Bridda)

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Porter RicksShadow Boat EP

Shadow Boat EP è il 12” che segna il ritorno della formazione dub techno – formato da Thomas Köner e il produttore Andy Mellwig – Porter Ricks a 17 anni di distanza da Symbiotics (Mille Plateaux, 1999) – e a venti dalla pietra miliare Biokinetics (sulla sub-label di Basic Channel Chain Reaction, 1996), recensita su queste pagine in occasione della ristampa su Type del 2012. Il disco riprende il discorso dove lo aveva lasciato con risultati altrettanto esaltanti. (Edoardo Bridda)

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Mimes Of WineLa Maison Verte

«I Mimes of Wine non hanno niente da invidiare a nessuno. Anzi, hanno molto da essere invidiati. Intanto una maturità espressiva confermata anche sulla lunga distanza, in cui Laura Loriga pennella atmosfere umbratili, chiaroscurali, che non si fermano alla posa, ma diventano parte integrante della potenza del sound della band» (Marco Boscolo)

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Weyes BloodFront Row Seat to Earth

«In FRSTE – come già è accaduto con le spinte riformatrici di Sturgill Simpson di Metamodern Sounds in Country Music tradizione ed avanguardia, Sibylle Baier e Björk, s’incontrano in un magma sonoro al limite del post-moderno e altamente godibile. Date “spazio” all’immaginazione» (Carmine Vitale)

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MurubutuL’uomo che Viaggiava nel Vento

«Ciò che rende così straordinaria la forza narrativa di Mariani è la sua capacità di tratteggiare in pochi(ssimi) versi personaggi estremamente sfaccettati, ver(osimil)i e proprio per questo immediatamente empatizzabili da parte dell’ascolta(let)tore. Ci si affeziona immediatamente ai protagonisti di questi brevi racconti, e quella familiare sensazione di vuoto che sopraggiunge quando si arriva alla conclusione di un romanzo è qui reiterata per ogni traccia. Ogni pezzo di Murubutu è un potenziale libro, spesso anche di notevole estensione ipotetica, ma adattando la sua abilità narrativa al formato canzone il risultato finale non è affatto limitativo» (Luca Roncoroni)

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DungenHäxan

«I Pink Floyd (sotto la forma e le parole di Richard Wright, il mai troppo compianto stregone delle tastiere e della quadrifonia) ammisero in un’intervista del periodo Ummagumma che la loro più sincera vocazione e aspirazione come musicisti era quella di dedicarsi quasi esclusivamente alle colonne sonore dei film; i Dungen… …non potevano essere da meno, e hanno impostato il loro sound fortemente cinematografico e immaginifico oltre ogni aspettativa, al servizio di una delle pellicole più ancestrali di cui si abbia memoria …un viaggio ammaliante, ricco di sfumature e profondamente ispirato» (Tommaso Bonaiuti)

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SolangeA Seat at the Table

«Solange si unisce alla (lunga) lista di artisti che, con determinazione e maggiore aspirazione di altri, fanno filtrare la politica del black lives matter in profondità nella propria opera. La scelta può sembrare una facile risposta agli scossoni politico e sociali di un America, patria di presunta democrazia, in cui i diritti civili per tutti sembrano ancora un’utopia, eppure Solange è artista di estrema delicatezza e gusto» (Nino Ciglio)

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Alessandro FioriPlancton

«Quel modo di portare la voce, così ispirato e poetico, quasi inconsapevole: quando canta, Alessandro Fiori sembra disegnare le parole che vede, in una sorta di trance o d’improvvisazione pollockiana completamente sensata e a fuoco. Si ha come la sensazione che i testi delle sue canzoni vengano scritti sul momento, rendendo l’ascoltatore partecipe del processo creativo della musica» (Beatrice Pagni)

Departed Glories

BiosphereDeparted Glories

«Dimenticatevi il ritmo e in generale ogni concetto legato alla techno artica o all’ambient britannica: in Departed Glories, Biosphere, che per la composizione di queste tracce ha campionato, trasfigurandole totalmente, musiche popolari polacche e ucraine, produce droni, droni e nient’altro che droni. Droni chiaroscurali, intimamente gotici, chiesastici per vocazione, e dunque sepolcrali. Proprio come accadeva in N-Plants, il disco è immerso in una natura impassibile in cui dell’uomo non rimane che una flebile traccia, la risulta di uno stato d’animo imprecisato ma abbastanza denso da poterne percepire la vibrazione vitale, lo struggimento dell’anima» (Edoardo Bridda)

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The CaretakerEverywhere at the End of Time

The Caretaker ovvero Leyland James Kirby all’anagrafe continua il suo discorso post-moderno di rivisitazione della musica anni Venti e Trenta (big band, swing, british dance band, jazz…) in una chiave nostalgica ed eterea fornita da manipolazioni via plunderphonics, turntable, ambient drone e tapemusic. Everywhere at the End of Time che esce a quattro anni di distanza da Patience (After Sebald) e a cinque dal suo capolavoto, An Empty Bliss Beyond This World, è il primo tassello di sei episodi che hanno l’obiettivo di esplorare la patologia della demenza. Ogni tassello rappresenta un progressivo stadio (in)volutivo verso la disintegrazione. (Riccardo Zagaglia)

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Nicolas JaarSirens

«Contemporanea per brevi drappeggi di pianoforte, scrosci e fiammiferi nel vuoto che un po’ ricordano Burial, poi micro-segnali come se fossero trasmissioni radio lontane o theremin da un’altra dimensione, ancora altri suoni concreti che evocano un mondo rurale e latino: tutto accade dentro a un mood più che dentro a una qualsiasi progettualità» (Edoardo Bridda)

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Cavern Of Anti-MatterVoid Beats / Invocation Trex

«Void Beats/Invocation Trex è in definitiva un disco che sembra la versione musicale della “Caverna dell’antimateria”, tra i più disturbanti esempi di “Pittura Industriale” del situazionista italiano Pinot Gallizio “esposta” a Parigi negli anni ’60, da cui il trio prende non solo il nome ma anche una certa predisposizione umorale» (Stefano Pifferi)

Roman Flügel - All The Right Noises

Roman FlügelAll The Right Noises

«Il terzo album solista firmato con nome e cognome per la Dial (selettiva label amburghese, vedi alle voci Pantha Du Prince ed Efdemin) è musica da camera, accogliente e ospitale. Elettronica privata, ma aperta agli amici. Design sonoro serenamente fuori dal tempo, senza ansie filologiche o settarismi analogico vs. digitale: un feng shui elettronico fatto di “rumori”, ma tutti al posto giusto» (Alessandro Pogliani)

equiknoxx-BirdSoundPower

EquiknoxxBird Sound Power

«Sull’etichetta dei Demdike Stare sono approdati quest’estate gli Equiknoxx con Bird Sound Power, un ottimo album raddoppiato il mese seguente da un altrettanto fresco Fact mix, che è anche la scusa per esplorare l’ennesimo satellite di una ormai fitta mappatura dai molteplici punti d’ingresso. Parliamo di dancehall naturalmente, il genere che ha più dominato i piani alti delle classifiche e l’undeground globale, qui nella sua veste più digital e future, direttamente dalla terra d’origine, la Giamaica» (Edoardo Bridda)

Let Them Eat Chaos_Kate Tempest_Album Cover [Final]

Kate TempestLet Them Eat Chaos

«Kate Tempest non ha certamente lo stile più originale che esista, ma, in qualche modo è riuscita a sfondare le porte della nicchia e a consegnare questo suo secondo lavoro “musicale” a un pubblico massificato, malgrado l’evidente difficoltà di ascolto del genere. Parliamo di spoken words music, di… poesia. Era dai tempi di Linton Kwesi Johnson o di John Cooper Clarke che la “poesia musicata” non trovava un bacino d’utenza così ampio» (Nino Ciglio)

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OvalPopp

«…la differenza sta nel punto d’osservazione dal quale lo scorbutico tedesco ha voluto guardare una rinnovata bestia sonora: un caos controllato che assomiglia decisamente alla summa dei suoi stili produttivi (dagli esordi a Microstoria con Jan St. Werner fino alle relativamente recenti metamorfosi elettroacustiche con O e a quel precedente bilancio di carriera che rispondeva al nome di OvalDNA), riorganizzata però su un’essenza pop» (Edoardo Bridda)

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Elysia CramptonElysia Crampton presents: Demon City

«Sospesa tra mondi dove il reale diventa hyper, più che iper (qualcuno dice anche post-globale), la musica della Crampton ma anche degli altri collaboratori di Demon City si è trasformata da osservatorio ambientale in qualcosa di più partecipato (e persino con un barlume di speranza, vedi la traccia finale prodotta dal citato Lexxi), includendo i concetti di pedagogia dell’oppressione e un più generale ragionamento attorno a identità / sessualità / LGBT (vedi anche Communion). Inevitabile che la forza di questi contenuti, soprattutto se già ben sintetizzati in un’estetica sonicamente mutante – per metterla con Arca – ma già abbastanza matura e riconoscibile, abbia catturato a tappeto molti dei citati beatmaker, come Lexxi fino agli outsider lato rap come Le1f e Mykki Blanco» (Edoardo Bridda)

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Frank OceanBlonde

«Ocean si inserisce alla sua maniera in un trend che si sta rivelando sempre più imprescindibile in questo 2016, e che rappresenta un po’ la direzione in cui la cultura afroamericana si sta muovendo. Freetown Sound di Blood Orange, Coloring Book di Chance the Rapper, TLOP di Kanye West (con tutti i dovuti distinguo del caso) e mettiamoci anche Lemonade di Beyoncè – ma potremmo andare avanti: la strada imboccata dai tought-leaders neri (giusto per citare proprio Mr. West nel suo recente discorso ai VMAs) sembra essere il rifiuto – o il semplice disinteresse – per album composti da singoli “canonici”, e la predilezione per uno stream of consiousness non necessariamente lineare, anzi, spesso frammentario, capace di ruotare attorno a brani cardine (ma mai scontati) e con un ampio corollario di tracce al primo ascolto “minori”, ma costituenti in realtà i tanti, imprescindibili tasselli di un mosaico intimista e auto-analitico dell’artista» ( Luca Roncoroni)

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Danny BrownAtrocity Exhibition

«Le fila del discorso (estetico) e i rimandi di senso partono quindi da Atrocity Exhibition, scritta raddoppiata dal distopico artwork di Timothy Saccenti che inforca a più livelli l’omonima canzone dei Joy Division e il libro di J.G. Ballard La mostra delle atrocità, le due facce di quella straziante medaglia che è di fatto un concept basato sui downfall da cocaina, ma anche un disco condito da solide ossessioni (le pussy naturalmente), braggadocio e obliqui fuori programma, il tutto rigorosamente colorato da luci in technicolor fritte nell’olio di una afroamericanità rigorosamente suburbana» (Edoardo Bridda)

valerio-tricoli-clonic-earth

Valerio TricoliClonic Earth

«Lunghe distese di suoni sospesi, astratti e quasi spettrali che salgono e scendono senza acquisire mai una forma compiuta e finita in mezzo ad ambientazioni polverose e creepy, sfumate e sfocate come la materia ectoplasmica che sembra ispirarle, in una continua disgregazione tra frattali di suoni trovati e campionamenti di fonti tra le più disparate e una tensione aleggiante un po’ ovunque tra passaggi haunted e dilatazioni elettroniche, spasmi glitchy e rumore bianco, interferenze, disturbi elettrostatici, clangori» (Stefano Pifferi)

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KuedoSlow Knife

«Se volevamo un disco che trovasse la quadra tra tutto un giro di sonorità sempre più cartilaginose e aspirate, anomiche e violente, e la calda vibrazione analogica di John Carpenter, lo abbiamo trovato, senza che il suo autore abbia rinunciato a sfidarsi e a sfidare l’ascoltatore. E davvero c’era bisogno di un disco così» (Edoardo Bridda)

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PowellSport

«Sport, che già dal titolo, dalle dichiarazioni (i meloni, le dichiarazioni casual sportive, lo store sul sito ufficiale, ecc…), dai video (la gara spacca angurie ultra lo-fi di Jonny) e da tutto un carteggio di risposte a chiunque lo abbia contattato ultimamente – tra cui anche il nostro Alessandro Pogliani – dice di un disco leggero, cazzone, sbracato, ronzante, fastidioso. In definitiva, un futuristico romanzo picaresco» (Edoardo Bridda)

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His ClancynessIsolation Culture

«Isolation Culture è un disco colmo di spunti interessanti. Oltre all’impianto concettuale che riprende la riflessione iniziale partita dagli Arcade Fire, peraltro conterranei di Clancy, viene ribadito lo stato di grazia in fase di scrittura già presente in Vicious e qui trasformato in nuove forme d’espressione» (Fernando Rennis)

thejulieruin-hit-reset

The Julie RuinHit Reset

«Il disco è avvolto da una sensazione di claustrofobia: c’è la malattia, e ci sono i ricordi indelebili di un padre alcolista e violento. I modi sono infantili nell’accezione più positiva ma nostalgica del termine: la speranza, l’assenza di un affetto, un continuo equilibrio tra il gioco e il bisogno di tirare le somme prima di andare avanti» (Maria Eleonora C.Mollard)

Esperanza Spalding Emilys D Evolution

Esperanza SpaldingEmily’s D+Evolution

«…dentro a queste dodici canzoni si sentono i Funkadelic, i Parliament, le chitarre indie che hanno segnato il volgere del secolo, tantissima Badu, ma anche i Weather Report più sincretisti, il soul più contemporaneo innervato di suoni elettronici» (Marco Boscolo)

carla dal forno You Know What It’s Like

Carla dal FornoYou Know What It’s Like

«Minimale e crepuscolare, elegante e distaccata, declinata tanto sul lato più sognante di certa dark wave e slow-core quanto sulle rive più abbandonate del DIY post-punk, la proposta di Carla dal Forno è a più livelli assimilabile a quella dei nostrani (bravi) Melampus, sia per quell’attitudine algida e misterica à la Nico, sia per quegli scambi essenziali tra elettronica povera e arrangiamenti scheletricamente rock» (Edoardo Bridda)

Soundwalk-Collective-album

Soundwalk Collective, Patti SmithKiller Road

«Killer Road è ambient dilatata, soundscapes sonori dispersi, tappeti di field recordings e/o suoni trovati d’ambientazione spesso rurale/naturale, tra voci, ronzii, scorrere d’acqua, ecc. su cui si staglia la voce sofferta, lagnante, profonda, sussurrata, incupita, straniante di Patti Smith, impegnata in uno spoken word che riprende, ritaglia, risemantizza, testi originali di Nico racchiusi originariamente in DesertshoreDrama Of Exile e in altri album, o poesie più o meno edite e conosciute, oltre a tentare di renderne, più o meno fedelmente, le tensioni, le passioni e le sofferenze» (Stefano Pifferi)

fis-from-patterns-to-details

FISFrom Patterns To Details

«Il densissimo materiale sonoro maneggiato viene restituito sotto forma di drammatici landscapes: i riferimenti obbligati vanno dalla power ambient di Tim Hecker prima fase al lirismo glitch di Fennesz, fino alle sculture di suoni dell’ultimo Roly Porter (non a caso nome presente nel catalogo Subtext, l’etichetta di Bristol che ha pubblicato From Patterns To Details), ma sempre considerando il coté più ancestrale e visionario» (Alessandro Pogliani)

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«Al netto di ogni esoterismo, The Disco’s Of Imhotep, catalogabile alla voce outsider house (vedi Actress o un Joey Anderson, i Blondes, Stellar OM Source ecc.) per come ci siamo abituati a sentirla negli anni Dieci, è un album composto con lo scarto e l’eleganza di chi dalle macchine analogiche sa spremere un succo psichedelico personale a 130bpm, umori deep di lungo corso (magari intinti di g-funk, vedi Spiritual Alliances), ma anche ricavare un lato più nerboruto e sci-fi fino e portarlo su un piano di profonda ricongiunzione con l’Africa (nella conclusiva Nubian Energy)» (Edoardo Bridda)

Shackleton devotional songs

ShackletonDevotional Songs

«In Devotional Songs l’elettronica e le voci vanno di pari passo, senza superarsi o cozzare in maniera conflittuale: si fondono in un mantra unico per cui recitano a soggetto, elaborando, nelle quattro lunghe tracce in cui è suddiviso il disco, un percorso allucinato che tra umori cangianti e applicazioni piuttosto eterodosse si rivela un continuo zigzagare tra tempi e spazi, privo di un centro aggregante evidente che non sia l’immane, magmatica, onnivora e inarrestabile creatività dei due protagonisti (coadiuvati in realtà da Raphael Meinhart e Takumi Motokawa), disperso nella percezione dell’ascoltatore» (Stefano Pifferi)

yello-TOY

YelloToy

«In sintesi, un album meravigliosamente inutile, da cui non bisogna pretendere innovazione ma che restituisce piacevole intrattenimento: un temporaneo ma efficace antidoto contro il logorìo del Nulla» (Alessandro Pogliani)

Wildflower

The AvalanchesWildflower

«Un disco plunderfonico come al solito ma anche più suonato da loro (sopra i sample), qualcosa di più hip hop del precedente, ma soprattutto il risultato di una grande mietitura (disco)psichedelica in cui riecheggia tutto lo scibile possibile degli stili legati all’intramontabile genere, dalla California dei 60s allo shoegaze dei 90s, dai fratelli Wilson ai Beatles, dai My Bloody Valentine ai Mercury Rev» (Edoardo Bridda)

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Blood OrangeFreetown Sound

«Tra citazioni bibliche e rimandi alla storia e alla dottrina di Sant’Agostino, la dotta religiosità di Dev è consapevole e obiettiva, curiosa e (auto)indagatrice, sempre alla larga dai facili eccessi “di pancia” riscontrabili in pezzi come Blessings» (Luca Roncoroni)

autechre elseq 1-5

Autechreelseq 1–5

«Liberi di spaziare in durata e metodo, lungo le oltre quattro ore e passa di musica, tra incomprensibili rotture quantiche e calme piatte, e un primordiale “a picco” macchinico, c’è ancora qualcosa che potremmo definire radicalmente alieno, ottenuto senza ripercorrere strade già abbondantemente bazzicate come, ad esempio, l’epilessia per elettrocardiogrammi di un Gantz Graf» (Edoardo Bridda)

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Jenny HvalBlood Bitch

«Blood Bitch è un’opera di oscura bellezza, ma soprattutto il bisogno urgente di avere un quadro completo della frammentazione di un’anima troppo sensibile, supportata da una buona dose di ironia a tratti cinicamente rassegnata. Qualsiasi domanda Jenny Hval trovi sul suo cammino, è pronta a ribattere con altre domande, più urgenti e sicuramente disturbanti, perché non c’è un album che somigli all’altro, e forse alla fine di ogni ascolto ci sarà un’interpretazione diversa da formulare» (Maria Eleonora C.Mollard)

Cass McCombs mangry love

Cass McCombsMangy Love

«Mangy Love sa parlare di malattia mentale (lo fa nel vortice di Opposite House, che ricorda aperture à la Richard Hawley), di un’America che si sgretola dipinta come un complesso militare-industriale (la cinica elegia elettrica di Bum Bum Bum), di ragazze morte trovate dentro frigoriferi (i droni anni Ottanta della misteriosa In a chinese alley), di un sistema di giustizia misogino (il femminismo calypso di Run sister run). Il tutto filtrato dal suono di un amore malconcio, mai come oggi sicuro di sé, dei propri arrangiamenti dotati di una ricchezza enorme, di malinconia, riverberi di vita e di morte» (Beatrice Pagni)

badbadnotgood iv

BadbadnotgoodBadbadnotgood IV

«Riuscire a trovare un equilibrio tra tradizione e stile personale, soprattutto in ambito jazz, è cosa ardua. Pertanto l’album numero IV della formazione canadese BadBadNotGood è da accogliere col giusto giubilo da parte di chi seguiva il gruppo da tempo. Un album eccitante e vario, con qualche passaggio meno incisivo o troppo standardizzato, ma sono questioni di gusto o di lana caprina; un lavoro che scivola via senza mai diventare tappezzeria sonora, coraggioso ma di un coraggio mai troppo studiato o pianificato a tavolino, quanto figlio di una urgenza creativa naturale» (Stefano Pifferi)

vaghe stelle The Full Stream Ahead The Prologue

Vaghe StelleThe Full Stream Ahead: The Prologue EP

«Se nel secondo disco Mana sonorizzava concetti artistici già noti, in questo EP The Full Stream Ahead: The Prologue, l’artista mette ora la testa avanti e prova a mettere su carta una teoria e uno scenario tutto suo, sorretto da una storia fittizia in cui è il protagonista assoluto, in un viaggio solitario attraverso un labirinto di cemento e acciaio, lottando contro incubi e fantasmi dall’identità sconosciuta» (Daniele Rigoli)

Radiohead-A-Moon-Shaped-Pool

RadioheadA Moon Shaped Pool

«A Moon Shapel Pool è un disco complesso: distante in egual misura dall’equilibrio tra rock ed elettronica che è In Rainbows e dallo sperimentalismo minimale di The King Of Limbs, vicino all’accoppiata Kid A/Amnesiac ma più penetrabile. È un album dove gli archi sono presenti come mai accaduto in precedenza nella produzione dei Radiohead, dove l’elettronica c’è ma rimane in equilibrio con le chitarre pulite e/o acustiche e dove la sezione ritmica basso/batteria rimane sempre essenziale e mai barocca» (Fernando Rennis)

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RaimeTooth

«Il nuovo Tooth riprende dichiaratamente la strada intrapresa dal – valido – side-project Moin per riposizionare quel sound minimalista e metropolitano inserendovi sia le pause e picchi degli Slint, sia il lato più insidioso dei June Of 44, sia i bassi cavernosi delle variegate produzioni in cui ha suonato Doug Sharin. In pratica, a venir ripreso non è tanto il post-rock per come ci è stato tramandato dalle band europee, ma direttamente quello originario, che riallaccia i ponti sia con un sound ancora figlio della dissoluzione – e degli ultimi rantoli – dell’hardcore statunitense, sia con le tensioni di fine millennio del dub» (Edoardo Bridda)

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Alfio AnticoAntico

«Rispetto a Capra Vaccina e alle sue oniriche visioni ascetico/cosmiche, però, Alfio Antico sembra offrire una prospettiva musicale speculare; se non oppositiva, per lo meno complementare nel suo essere materica, tangibile, terrena e viscerale tanto quella di Capra Vaccina risulta eterea, volatile, spirituale. Una musica allo stesso tempo arcaica, ma più mantrica e ossessivamente reiterata su poche battute di tamburello, un utilizzo rituale della voce e un uso dell’elettronica in modalità droning che rende i paesaggi sonori inquieti e tenebrosi, minacciosi per certi versi, di sicuro ferinamente interessanti e accattivanti» (Stefano Pifferi)

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Death GripsBottomless Pit

«Moltissimo, in loro, è un misto di veleno e sudore post-orgasmico» (Andrea Macrì)

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SkeptaKonnichiwa

«È la dichiarazione d’intenti di un grime che non è hip hop rappato male come sosteneva recentemente Azealia Banks. I declami “No label, no PR, no publisher, no manager, no PA, no stylist” potranno anche lasciare il tempo che trovano, ma l’architettura del disco è adulta e pensata a freddo» (Edoardo Bridda)

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Kaytranada99,9%

«L’album si muove su un terreno al confine tra molte cose (funk, r’n’b, house ecc.), il tutto ha però il grande merito di non suonare come il classico “compitino” ben eseguito da uno zelante studente ossequiosamente manierista, ma di sapersi già porre su un piano personale, sicuramente derivativo ma nondimeno peculiarmente affascinante. (Luca Roncoroni)

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ShuraNothing’s Real

«Il pop di Shura è di un vintage perfettamente attuale, quindi anni Ottanta – riproposti e attualizzati – come se piovesse… …e Nothing’s Real è un bel disco. Punto. I pezzi ci sono, la produzione c’è, la sincerità – come detto – c’è eccome. Anche i chiari riempitivi si mantengono su un livello qualitativo medio-alto, e gli highlight del disco brillano davvero» (Luca Roncoroni)

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Amnesia ScannerAS

«Il duo cerca una quadra all’interno del proprio periscopico linguaggio, reinterpretando la lezione di certi Autechre (anche loro sono partiti dall’hip hop per poi portarlo molto oltre) in un mondo post-rave caratterizzato dalla trance puntiforme di Lorenzo Senni e, alla bisogna, condito da orientalismi assortiti che, assieme a tutte le spezie in gioco, conferiscono alla prova un distinguibile setting futurista» (Edoardo Bridda)

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MitskiPuberty 2

«Un disco di sconfitte e vittorie, che da queste parti forse sono la stessa cosa, in grado di fotografare con grande estro le contraddizioni, le paure, le ansie e le pulsioni artistiche di una generazione che vive un momento storico particolare, incerto, in cui ci annunciano col sorriso sulle labbra il ritorno di steccati e continue emarginazioni» (Gianluca Lambiase)

Parquet Courts Human Performance

Parquet CourtsHuman Performance

«Non c’è, in questo disco, quasi apertura a tendenze terzomondiste o elettroniche, due delle grandi forze centrifughe del rock degli ultimi decenni. In questo, la band è quasi reazionaria ma – diamine – offre momenti divertentissimi e qualche cosa che si avvicina al capolavoro» (Andrea Macrì)

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Tim Hecker  – Love Streams

«Dall’inizio dell’età moderna e del barocco di Virgins si passa dunque al secolo precedente in Love Streams, periodo che storicamente corrisponde ancora al medioevo di una musica altera e non congegnata per stupire. Una scelta che all’interno di un contesto discografico 4AD di lungo corso ha perfettamente senso, e pertanto non poteva esserci miglior esordio di questo del musicista sull’etichetta di gente come Cocteau Twins, This Mortal Coil, Dead Can Dance» (Edoardo Bridda)

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David BowieBlackstar

«Tirando le somme, siamo di fronte a un disco pop moderno e d’avanguardia nella migliore tradizione bowiana. Sofisticato, duro, post-punk, sperimentale, ma pur sempre pop, e come tale – se è il caso – va proprio celebrato» (Tommaso Iannini)

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Nick Cave & The Bad SeedsSkeleton Tree

«…il momento più aggressivo e declamatorio che sta tutto nell’incipit di Skeleton Tree introduce in realtà una direzione austera – la stessa anticipata da Push the Sky Awayche porta verso una forma ricercata e raffinatissima di cantautorato ambient(ale)» (Tommaso Iannini)

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LucySelf Mythology

«Questo lavoro parla invece un linguaggio antico, fisicamente immediato ma allo stesso tempo rivolto al metafisico, lontano dalla cassa in quattro ma che con la migliore techno condivide gli aspetti sciamanici e trance-inducenti» (Alessandro Pogliani)

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ANOHNIHopelessness

«Si è già parlato di una nuova tipologia di canzone di protesta che ha sostituito il folk per come lo conosciamo con una nuova forma antigravitazionale di dance in cui sono i testi, rotondi ma taglienti, a trainare il discorso, testi che parlano di sorveglianza, chemioterapia, tradimento politico (Obama), guerre e razze, ecc, ma non con gli occhi delle vittime, bensì con quelli di un umano/sovrumano distacco da terra. Occhi che servono per planare sull’umanità e, nel contempo, per abbracciarla tutta, guardare con i suoi occhi, senza cinismo» (Edoardo Bridda)

shirley-collins-lodestar

Shirley CollinsLodestar

«Un disco che nel suo deciso segno nero, macabro, apocalittico, suona modernissimo nell’essere fuori dal tempo» (Marco Boscolo)

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Angel OlsenMy Woman

«My Woman è un disco che raccoglie le varie anime di Angel Olsen, dal pop al garage, passando attraverso un contenuto concettuale sempre d’impatto e una vocalità che, pur essendo personalissima, riprende la tradizioni delle migliori voci femminili dal dopoguerra in poi» (Fernando Rennis)

Top 10 migliori album redazione

  1. Roy MontgomeryR M H Q: Headquarters
  2. ShackletonDevotional Songs
  3. AutechreElesq 1-5
  4. A Tribe Called QuestWe Got It From Here…
  5. David BowieBlackstar
  6. LucySelf Mythology
  7. Nicolas JaarSirens
  8. Mimes Of WineLa Maison Verte
  9. Esperanza SpaldingEmily’s D+Evolution
  10. The Dwarfs Of East AgouzaBes

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Top 10 migliori album Staff

  1. David BowieBlackstar
  2. Roy MontgomeryR M H Q: Headquarters
  3. Roly PorterThird Law
  4. Elysia Crampton – Elysia Crampton presents Demon City
  5. ShackletonDevotional Songs
  6. ANOHNI – Hopelessness
  7. Nicolas JaarSirens
  8. Alessandro Fiori  – Plancton
  9. LucySelf Mythology
  10. Shirley CollinsLodestar

—> Tutta la classifica

21 dicembre 2016
21 dicembre 2016
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