I migliori 100 brani del 2015 per sentireascoltare

Alla fine di tutti i conti ciò che rende uno scritto riguardante la musica interessante è la storia che ci sta dietro: ogni storia musicale parla di una relazione particolare che s’instaura tra chi la compone e chi la osserva, la racconta, la spiega, la analizza.

Al meglio, una storia attiva altre storie che si propagano come i cerchi creati dal proverbiale sasso in uno specchio d’acqua, creando narrazioni, connessioni, legami e sensazioni. Ecco così una lista di canzoni che hanno acceso una scintilla, che hanno lasciato una impronta che riteniamo significativa all’interno di una annata densa e piena di pulsioni tra le più diverse – killer beat, ottimo songwriting, tanta elettronica viva e pulsante dal ghetto come dagli open space, bei ritorni alle tradizioni maestre della black music americana come funk, jazz e moltissimo altro – che nelle scelte da noi arbitrariamente compiute, speriamo si leghino in una narrazione di più ampio respiro, com’è stata quella lunga un anno.

[ascolta la playlist integrale dei migliori brani del 2015]

Adele – Hello

“Ciao, sono io”: comincia così il brano già tormentone dell’attesissimo ritorno di Adele. Ci sono tutti gli ingredienti della sua estetica popolare: le atmosfere intime, il tono casalingo sottolineato anche dal seppiato del video girato da Xavier Dolan, il vocione che esplode nel ritornello, gli stilemi patinati del pop mainstream. Un cuore spezzato, ma stavolta raccontato dal punto di vista opposto a Someone Like You, che ha già conquistato milioni di fan. Che si voglia o no, Adele è un fenomeno pop con cui si dovranno fare ancora a lungo i conti. (MB)

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Agent Side Grinder – Hexagon

Con Alkimia gli svedesi Agent Side Grinder hanno realizzato il loro lavoro più maturo e a fuoco, affinando il particolare mix di post-punk, industrial EBM, dark electro e “drammatic” synth-pop. Un disco audace e con una propria personalità, pubblicato il 25 marzo 2015 per Progress Productions, dal quale spicca la velocissima elettronica post industriale del brano Hexagon, dove emergono paranoie sincopate alla Suicide, rilette però in chiave cold wave: una folle corsa tra post-punk ed oscure e geometriche tensioni sintetiche. Siamo in presenza di sonorità non lontane dall’ultimo lavoro di The Soft Moon. (MdB)

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Alabama Shakes – Don’t Wanna Fight

Due anni fa la band di Brittany Howard suonò alla Casa Bianca davanti a presidente Obama e consorte e non a caso, dato che la formazione rappresenta oggi, al pari e forse più dei White Stripes, l’esempio più significativo di un sound 100% stellestrisce fatto di un misto indistricabile di storie di bianchi e di neri. Una formula non sviluppata a partire dal country, ma posizionata sul lato blues, southern soul e 60s r’n’b con un minimo di elettrificazione, in pratica classic rock, classic american. Don’t Wanna Fight è uno dei fiori all’occhiello di Blake Mills, co-produttore dell’album, una canzone essenziale, dalla produzione ultra-pulita che conserva tutta la fragranza della voce e degli strumenti. Per tirar fuori un paragone: ricorda i migliori Stones dei 70s. (EB)

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Algiers – Irony.Utility.Pretext

Uno degli esordi più chiacchierati dell’anno. Gli Algiers sono un trio che costruisce la propria musica su una base politica e concettuale ben definita. L’omonimo album di debutto è un mix di new-wave e post-punk impreziosito dall’elettronica e da sample di canti spirituali che sembrano arrivare da un passato ancestrale, pregno di sofferenza e voglia di riscatto. Irony.Utility. Pretex rappresenta tutto questo al meglio, con la voce di Franklin James Fisher che urla «We’ll put our faith into Afro Pop in a decolonized context Espouse the aesthetes’ contempt for ethos Irony. Utility. Pretext». (FR)

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Ancient Methods – Protection Had To Be Given

Pur muovendosi principalmente in ambito techno, la musica di Ancient Methods è una sfida ai generi e alle categorie. Come si evince anche da Guided By The Force Of Compassion, prima traccia dell’EP Turning Ice Realities Into Fire Dreams, pubblicato il 9 ottobre 2015 su Hands, siamo in presenza di una techno tribale con un’attitudine marziale capace di assimilare Test Dept e Cut Hands, mescolarli con una carica power noise originaria – che sembra discendere direttamente dai pionieri Esplendor Geométrico – e sfidare la techno post-rave da capannone industriale dismesso sul terreno di una nuova e riscoperta fisicità da antica danza tribale. (MdB)

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Anna Von Hausswolff

Anna von Hausswolff – Evocation

Evocation è tratto dal nuovo lavoro della cantante e organista svedese Anna von Hausswolff, intitolato The Miraculous (uscito il 13 novembre 2015 via City Slang). Il disco è ispirato ai paesaggi e alla musica tradizionale svedese, in particolare ad un posto dell’infanzia della musicista legato alla lettura del libro di Walter Ljungquist, Källan (La fonte). Il disco è stato anticipato dall’intenso video di Evocation, dove vediamo la figura isolata della cantante su un isolotto disabitato nell’arcipelago di Stoccolma mentre ascoltiamo la forza immanente nella natura che sovrasta l’essere umano, tra drone music alla Sunn O))) e fantasmi di Nico e Swans che si agitano in lontananza. Un atmosferico ed evocativo brano che riesce a tenere assieme Kate Bush e Terry Riley, con una forte connotazione gotica e doom metal. (MdB)

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ANOHNI – 4 Degrees

Condiviso per lo streaming a novembre, 4 Degrees è il primo brano estratto da ANOHNI, progetto che Antony Hegarty ha attivato con la co-produzione di Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never atteso per il prossimo anno. È soul pop nella migliore tradizione del cantante americano, al netto di compiacimenti, e con la novità degli arrangiamenti di due dei produttori più riconoscibili degli anni ‘10 e un contenuto tutto politico: «Sono stanca di essere in lutto per l’umanità e ho anche pensato che pretendere di non essere parte del problema non sia totalmente onesto», ha dichiarato Antony nella nota stampa, «4 degrees è un tentativo brutale di rendermi responsabile, non solo di dare valore alle mie intenzioni ma di riflettere sul vero impatto delle mie azioni». (EB)

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Appino – Tropico del cancro

L’Appino del secondo disco solista torna paradossalmente verso l’immaginario degli Zen Circus, perlomeno rispetto all’album d’esordio Il testamento. Paolo Baldini produce artisticamente un lavoro che muove dal folk verso ritmiche in levare, non scordando l’impronta cantautorale tipica del musicista toscano. Tropico del Cancro è il brano di chiusura di Grande Raccordo Animale, e col suo fingerpicking dylaniano rappresenta una bella escursione nel classico esistenzialismo di provincia di Appino (FZ).

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Archy Marshall – ammi ammi

Il nuovo corso di King Krule approda alle macchine con il moniker Archy Marshall, che è pure il vero nome del ragazzo. Tratto dal nuovo disco/concept/cortometraggio/libro di poesie A New Place 2 Drown – in collaborazione col fratello Jack -, Ammi Ammi coinvolge pure lo sciccosissimo cantante di Croydon Jamie Isaac. Risalgono in superficie i migliori ricordi della nuova generazione di soul boys, new crooners o patiti di elettronica che dir si voglia. Se in James Blake il brivido era per il nuovo e in Jamie xx pulsavano le connessioni con il rock post-indie, qui siamo alla quadratura del cerchio fra generi: hip-hop, soul, elettronica e un sentimento post millennial pervadono il singolo, adatto per serate davanti al camino o per feste chill-out. Consigliato a chi semplicemente ama la buona musica tout court. (MB)

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A$AP Rocky – Pharyside

Abbandonate le pose SWAG tutte Dolce & Gabbana e money & weed del primo Long. Live. A$AP, il rapper di Harlem dà vita ad un secondo disco più introspettivo, drogato (la componente weed rimane comunque importante) e intriso di psichedelia radicalmente black, come nella splendida Pharyside, tra ritornelli iper filtrati e vagamente pop, stordimenti chopped and screwed e riuscite strofe che attestano tutta la maturità raggiunta dal rapper di New York. (LR)

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Aucan

Aucan – Disto

Il ritorno del (nuovamente) trio bresciano si muove tra voli sci-fi, visioni ambientali, déshabillé pop e strizzatine d’occhio alla scena inglese, con tanta classe e non troppa originalità. Disto, primo singolo estratto, si muove tra fantasmi post-hip hop, vocalizzi filtrati e synth mutanti a là Arca. (LR)

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Bachi da pietra – Black metal il mio folk

È indubbiamente l’anthem del nuovo corso dei Bachi Da Pietra, Black Metal Il Mio Folk. A rivendicare sia l’appartenenza al folk – che in forme essiccate aveva caratterizzato la prima fase dei Bachi – che quella al metal duro e puro che sta segnando la seconda vita della band. Non a caso posta in apertura di Necroide, Black Metal Il Mio Folk è un panzer a doppia cassa e chitarra che definire ruggente è poco, capace di un interplay ferino a sostegno di un cantato, quello di Succi, feroce e lucidamente amaro nel descrivere un presente in cui quella guerra lontana e apparentemente distante si sta riversando in casa nostra: «…loro mai come noi allora noi come loro / un leviatano nostro dio del suolo / chiede ecatombe perché è giusto e buono / chiede ecatombe misericordioso». Corna in alto e headbanging furioso, ma sempre con poesia e riflessione amara sull’esistente. (SP)

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Beach House – Space Song

Victoria Legrand e Alex Scally tornano a distanza di tre anni da Bloom con un disco intimista, Depression Cherry, che si rivolge a un pubblico ridotto e che inneggia alla semplicità delle forme, senza più difendere a spada tratta la commercializzazione della musica firmata Beach House. Space Song, nella sua struggente ma raffinata malinconia, dipinge un paesaggio dream pop tinto di colori pastello, scavando a fondo nella storia di un cuore spezzato. Uno specchio nostalgico in cui chiunque potrebbe riflettersi. (GA)

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Björk – Lionsong

Secondo singolo dall’album-diario privato di Björk, alle prese con le ferite della relazione finita con Matthew Barney, Lionsong ha come sottotitolo “5 mesi prima”: prima della rottura, ma già in piena crisi, in odore di “dichiarazioni di solitudine”, con la richiesta matura di fare chiarezza. Il leone non vuole stare sulla sedia del domatore ma neanche cacciare la preda. La canzone risuona come le migliori ballate dei ruggenti anni novanta dell’islandese, sorretta dalla consapevolezza, acquisita da Medúlla in poi, che i fuochi d’artificio elettronici non sono più imprescindibili. Le pennellate produttive di Arca, qui più rispettoso fan che regista plenipotenziario, sottolineano ma non rimbombano. (AP)

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Blood Orange – Sandra’s Smile

A distanza di due anni da Cupid Deluxe, Dev Hynes torna felpato e in splendida forma con l’r’n’b che più ama e che incarna con l’alias Blood Orange, tingendolo di toni politici e senza rinunciare a vibe dancey e all’amore per gli arrangiamenti di Jam & Lewis, storici produttori di Janet Jackson tornati peraltro ad affiancare il cantante in un brano altrettanto valido come No Sleep. La canzone fa riferimento a Sandra Bland, morta durante un periodo di detenzione presso un distretto di polizia del Texas lo scorso luglio, morte che ha riacceso il doloroso tema della violenza della polizia statunitense contro gli afroamericani. (EB)

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Blur – Ghost Ship

Ritorno tutt’altro che in punta di piedi per i Blur di The Magic Whip. A 12 anni di distanza da Think Tank, la band britannica sembra essere tornata a quell’unione d’intenti dei tempi d’oro, senza consegnarci capolavori ma con un disco che sa il fatto suo. Spicca, tra i dodici brani della tracklist, Ghost Ship: calda, coinvolgente e passionale, è una dedica a chi volete voi, raccontata con un groove reggae funk e con la delicatezza dei Gorillaz più sognanti, assieme a un Damon Albarn agrodolce che insegna che anche se ve ne andate via per un solo momento, tornare non è sempre facile. Non è un classico nella discografia dei quattro, ma quasi. (DR)

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Bugo – Vado ma non so

Il Bugo retro-pop di Arrivano i nostri non piace a tutti, specie a chi lo voleva ancora westernato sull’onda dell’anti-folk del primo Beck, ma il Bugatti su Carosello, che si specchia in Vasco senza farsi inghiottire, è ancora in grado di regalarci buone canzoni. Vado ma non so è una di queste, onesta più del solito e ben delimitata da arrangiamenti che saranno i soliti 80s già più volte rivangati, eppure con ancora un poco di spazio per la magia (e un tocco di malinconia). (EB)

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C+C=Maxigross – Let it go

Un pezzo che è un’oasi di erratica, arguta, evanescente sospensione folk-psych nel mezzo di un album fatto di acido e canditi, di elettricità e rifrazioni, di umori e rumori, di teatrini vaudeville e cinemascope, di prati a perdita d’occhio e occhi puntati nel nero cosmico. Fluttarn è l’album della definitiva maturità per una band grande fin dai dettagli. (SS)

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Calcutta

Calcutta – Cosa mi manchi a fare

Che Calcutta, con il suo Mainstream, sia diventato il nuovo fenomeno (per lo meno mediatico) del cantautorato nostrano, è fuori discussione. Una pioggia di interviste, recensioni e articoli d’approfondimento in questo finale di 2015 lo ha portato a raggiungere quella fama dalla quale, fino ad oggi, era stato alla larga. Merito anche, e soprattutto, del pop patinato (lontano dal lo-fi delle precedenti produzioni) di Che cosa mi manchi a fare: due minuti e quarantanove secondi in cui l’amarezza di un testo struggente e desolante («dovrò soltanto reimparare a camminare») viene spalmata su una base pulita, fatalmente orecchiabile. Sperando che il Nostro riesca a fuggire dalle grinfie tentatrici del successo, Cosa mi manchi a fare si aggiudica d’ufficio un posto sul podio dei “migliori brani italiani dell’anno”. (MF)

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Capibara – Tvmblr Girl

Gonzo, sophomore distribuito in free-download del producer romano Luca Albino, apre un nuovo capitolo nel percorso di Capibara abbracciando un nuovo tipo di pop rispetto all’ottimo esordio Jordan: più ritmico e freak, storto e genuinamente lo-fi, schizofrenico e oscuro ma senza mai perdere un grammo dell’ironia e della divertita attitudine al “cazzeggio” tipiche del co-fondatore della label elettronica White Forest. Figlio di un viscerale amore per l’hip hop e la dancehall più obliqua ma aperto anche a contaminazioni inaspettate (dalla simil-witch house di Matala Hurra alla techno tribale in scia ultimi Heroin in Tahiti di Canel Hight), noi scegliamo come nostra traccia preferita le deviate paranoie pop – su un altrettanto storto tappeto hip hop – di Tvmblr Girl.(con feat. di Matteo Iacobis). (LR)

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Carter Tutti Void – f=(2.6)

f=(2.6) è un brano tratto da f (x), il secondo album dei Carter Tutti Void, uscito l’11 settembre 2015 via Industrial Records. Il lavoro, esito di una libera session, presenta sei tracce inedite, ed è il primo vero disco registrato interamente in studio dal trio formato da i due ex Throbbing Gristle (Chris Carter e Cosey Fanni Tutti) e dalla musicista dei Factory Floor (Nik Colk Void). La traccia f=(2.6) riassume il carattere del lavoro: monolitico, post-rave e techno-ansiogeno, con lunghi mantra post-industriali su cui far emergere, a tratti, la voce effettata di Cosey Fanni Tutti e Nik Void. Fugacemente ricompare anche il fantasma evanescente di una melodia che ricorda i primi lavori di Chris & Cosey per Rough Trade. Le parole si fanno indistinguibili e la voce post-umana diventa uno strumento che si congiunge elettro-carnalmente con le chitarre distorte e gli effetti dei sintetizzatori. (MdB)

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Celldöd – Impulskontroll

Techno ed EBM si fondono perfettamente in un brano ibrido, claustrofobico e paranoico come Impulskontroll, tratto da Mekaniskt Gransland (traducibile in italiano come “terra di confine meccanica”), primo album di Celldöd (in italiano: “morte cellulare”) – pseudonimo dell’artista svedese Anders Karlsson – pubblicato il 13 novembre 2015 per Suction Records. Il brano è un perfetto anello di congiunzione tra ritmiche funk techno industriali e selvagge quanto carismatiche attitudini EBM. Siamo in presenza di un approccio originale alla materia, ma da vero purista old school feticista dell’analogico. (MdB)

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Colapesce – Dopo il diluvio

Il secondo album di Colapesce riserva sorprese sul versante degli arrangiamenti e del mood, con le scansioni ritmiche sincopate, la verve funky e le trame sintetiche, in un quadro complessivo decisamente bandistico. Resta però come perno centrale quel cantautorato sensibile, sussurrato, allusivo, come un gioco ad eccedersi rimanendo ancorati al suolo, alla calligrafia che lo ha così bene caratterizzato fin dall’esordio di tre anni fa. Questo pezzo è in tal senso emblematico, punto di ripartenza di una carriera che sembra destinata a percorrere strade sempre più importanti. (SS)

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Chelsea Wolfe

Chelsea Wolfe – After the Fall

After The Fall è un brano tratto dall’album Abyss di Chelsea Wolfe uscito il 7 agosto 2015 per Sergent House. Si tratta di un lavoro dedicato agli abissi del tempo, uno sguardo a ritroso che vuole scandagliare i fondali della psiche: la fragilità umana, l’intimità, l’ansia, il desiderio, ma anche gettare uno sguardo melanconico e oscuro sul subconscio, con un’attenzione particolare per i momenti ipnagogici dell’esistenza. Capace di tenere assieme uno struggente “spleen” dark con un personale drone-metal-art-folk apocalittico, After the Fall racchiude l’essenza della vena più malinconica e, al contempo, gli abissi più oscuri dell’anima dell’artista americana. (MdB)

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Chromatics – I Can Never Be Myself When You’re Around

Uno dei singoli apripista di un disco che, dal suo annuncio alla fine del 2014, non si è ancora visto, I Can Never Be Myself When You’re Around è la quintessenza del sound della band di Portland: electro(punk)-italo disco con un’inflessione romantica-noir che riuscirebbe probabilmente a sciogliere anche il cuore di Philip Marlowe. Dentro c’è tutta la lezione di Moroder, la bravura nel costruire hook pop che, affidati alla voce di Ruth Radelet, conturbano tanto quanto conquistano. Se quando guidate nella notte immaginate strade infinite in una California Seventies o un viaggio transfrontaliero con il Trans Europe Express, i Chromatics sono quanto di più perfetto (oggi) si possa immaginare. (MB)

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Courtney Barnett – Pedestrian at Best

Quando pensi che l’alternative rock che piaceva a noi – quello legato ad un certo immaginario fatto di skate, All-Stars e magliette di certi gruppi punk – sia giunto alle battute finali, ecco che a riaccendere la fiamma arriva una ragazzaccia dal fascino slaker e con una tremenda voglia di far casino. Non è un caso che l’australiana Courtney Barnett, con il suo album di debutto Sometimes I Sit and Think, And Sometimes I Just Sit, la si trovi a far capolino in molte delle classifiche di fine anno. Il piglio è quello del rock’n’roll strafottente che tira dritto come un treno, travolgendo tutto quello che incontra. In tre parole, Pedestrian at best. (MF)

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D’Angelo – 1000 deaths

Predicozzo found voices, passo funky compresso come una scheggia di blaxploitation sotto benzedrina ad iniettare acido in un album – Black Messiah – mostruosamente black (appunto), ma anche densità, smarrimento e nervi a fior di pelle, galleggiando sulla contemporaneità figlia (nipote) dello sguardo analitico e umorale di Prince. (SS)

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Dâm-Funk – Acting (con Ariel Pink)

Dâm-Funk sta dedicando la sua vita a un funk che più che un genere musicale è una vera e propria filosofia. Il discorso che piace a lui è quello iniziato da George Clinton ed interrottosi troppi anni fa. Fortuna che ora a riprenderlo c’è una squadra di signori come Flying Lotus (You’re Dead!), Kendrick Lamar (To Pimp a Butterfly) e Thundercat (The Beyond / Where the Giants Roam), artisti accanto ai quali Damon Garrett Riddick fa la figura del bignami. In Acting non manca nulla di quel che gli riesce meglio, al suo interno anche un mimetico Ariel Pink (EB).

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Dargen D’Amico – La Lobby Dei Semafori

Le numerosi fascinazioni elettroniche di Dargen D’Amico trovano l’ennesimo terreno di caccia anche nell’ultimo album D’iO. La Lobby dei Semafori, brano numero tre del disco, è un’invettiva contro il potere stralunata e pungente, narrata attraverso la metafora dei semafori e cosparsa di un 4/4 house in salsa Daft Punk (produzione di Alessio Buso) danzereccia al punto giusto ma senza mascherare un testo dove c’è molto su cui riflettere. (DR)

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David Bowie Lazarus pic

David Bowie – Blackstar

Abbandonata la “safety zone” dei suoi soliti musicisti (ma non dell’amico Tony Visconti), Bowie prosegue sulla traccia sperimentale lasciata intravedere nelle mosse successive al ritorno “classico” di The Next Day e, dopo l’inedito Sue (or In A Season Of Crime), prosegue la collaborazione con l’ambito della jazzista Maria Schneider, nominando come direttore musicale il suo sassofonista Donny McCaslin. Ne esce un “singolo” di quasi dieci minuti, cupo e inquietante sia nel video ad alto contenuto simbolico che lo accompagna (opera dello stesso Johan Renck che dirige The Last Panthers, la serie TV di cui Blackstar è sigla), sia soprattutto nella rarefatta melodia, tra reminescenze dello Scott Walker di Tilt e le frenesie quasi jungle con cui si apre (vicine alla The Hunter di Bjork), prima che un intermezzo inatteso mescoli nel giro di poco il cantato aperto primi ‘70 e quei cori tra ironia e robot della fase berlinese dell’artista. Un Bowie che torna a guardarsi intorno e ad azzardare. (GP)

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Deerhunter – Living My Life

Dell’arte di comporre canzoni che si muovono oltre i confini dei generi, assumendo di volta in volta sfumature diverse ma mai scontate, Bradfod Cox ha fatto una ragione di vita. Non appena pensavamo che fosse pronto palcoscenici più grandi, eccolo invece tornare a ribadire, con un disco garage come Monomania, che la condizione sotterranea è quella che gli si addice. E pochi, tra i suoi coetanei ma non solo, sono gli autori che riescono a costruire melodie così liquide, piene di dettagli. Anche in questo inno alla vita, tutto è cesellato su synth 80s, linee vocali da primi R.E.M., la consueta vernice nuggets-delia, un’atmosfera dreamy che rende il brano il manifesto della frontiera che scompare posta a titolo del nuovo album. (MB)

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Dimartino – La vita nuova

Col terzo album il cantautore siciliano diventa grande, gestisce la calligrafia rendendola più strutturata e “colorata”, una brama pop-rock abitata da synth, cori e fiati, che dell’isola natia porta le stimmate ma non la zavorra. La vita nuova infatti è una canzone che narra procedendo per visioni liriche, melodia tradizionale e venature gospel, in un impianto che intreccia acustico ed elettronico, evanescenze mediterranee e solennità balcanica. Intenso, ispirato, convincente. (SS)

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DJ Spinn & DJ Rashad Dubby Feat Danny Brown

DJ Rashad / DJ Spinn – Dubby [ft. Danny Brown]

La miglior traccia footwork dell’anno esce su Hyperdub ed è anche quella che, in pieno spirito del compianto DJ Rashad, unisce ponti tra la Britannia dei soundsystem e il ghetto di Chicago intriso di black sound. Ciciliegina sulla torta: il rappin’ minimale e messo in loop dai compari di Danny Brown e il tocco jazzy di Spinn (a ricordarci di tante belle produzioni alt-hip hop dei 90s). (EB)

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Dr. Dre – Animals

Se si deve giocare al gioco delle estrazioni, scegliamo un pezzo forse minore ma perfettamente rappresentativo dello spirito del sorprendente Compton di Dre. Non l’incipit possente, non una delle tante tracce scudisciata che seguono, ma questa Animals praticamente in chiusura prodotta nientemeno che da Premiere (quando si dice: bastano due secondi) e con il feat. di Anderson Paak. Un pezzo classico di funk-soul traboccante, passato per un disco che ha voluto mettere in grassetto alcuni paragrafi della storia dell’hip hop americano. (GM)

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Drake – Hotline Bling

Hotline Bling è probabilmente uno dei singoli più chiacchierati dell’anno, non tanto per il brano in sé, quanto per i balletti strambi e a tratti (volutamente?) patetici di Drake all’interno del videoclip (più di 215 milioni di visualizzazioni). Se si tratti solo di una più che buona mossa di marketing non sta a noi dirlo, mentre è doveroso precisare che sotto la superficie c’è materia invitante da vendere: Hotline Bling è un pezzo vincente, per malati terminali di ’r’n’b quanto per i meno avvezzi al hip hop ma ben inseriti nei meccanismi dell’elettronica più pop. Se le strofe di Drake non gridano al capolavoro, la base di Nineteen85 è tra le più clamorose dell’anno, sofisticata nelle sua gelida essenzialità. Ascoltare per credere. (DR)

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Empress Of – Water Water

Lorely Rodriguez è la nuova stella major indie di quell’intorno parecchio bazzicato e stratificato che è l’art pop degli anni ’10. Come tanti act prima di lei, Empress Of mastica parecchie influenze, tra le quali una bella dose d’elettronica guidata da synth e pad nel debutto intitolato semplicemente ME. Da quel disco è tratto Water Water, uno dei brani più audaci e acquatici dell’album, in grado di unire vocalizzi in area Kate Bush, Björk e Bat For Lashes, ad arrangiamenti in area Purity Ring a MØ. (EB)

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Erykah Badu – Cell U Lar Device

Concept attuale ma neanche troppo originale su telefonia mobile e conseguenti smartphone-dipendenza e alienazione da iper-connessione, But You Caint Use My Phone è una collezione di cover, riarrangiamenti, pezzi inediti e re-interpetazioni che prende l’ubiqua Hotline Bling di Drake (qui diventata Cel U Lar Device in una monumentale versione da sei minuti e mezzo) a leitmotiv di in un ben delineato universo totally black fuori da ogni momentanea tendenza. (LR)

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Father John Misty – The Night That Josh Tillman Came To Our Apartment

Il fascino naif di Father John Misty, al secolo Joshua Tillman, quest’anno ha lasciato tramortiti al suolo diversi di noi. In I Love You, Honeybear, album che rasenta la perfezione, canzoni d’amore e di amara ironia su un paese, gli Stati Uniti, culturalmente e moralmente allo sbando, si alternano, rendendolo al tempo stesso intimista e universale. The night that Josh Tillman came to our apartment rappresenta il fiore all’occhiello della scrittura cristallina di FJM. Una ballata raffinata che racconta, in terza persona, la difficoltà del rimanere se stessi una volta raggiunta la fama. Il barbuto chitarrista gioca con i suoi alter-ego, solleticando la fantasia del proprio pubblico, ma poco importa: Father John Misty o Josh Tillman che sia, quest’anno si è guadagnato lo scettro di Re del folk. (MF)

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Father Murphy – A Purpose

Il più internazionale tra i gruppi italiani, per sound ma soprattutto per attitudine, torna con un disco, Croce, che è una liturgia nero pece che ha pochi rivali, qui e ora, così come all’estero e sempre. I clangori industriali di A Purpose ne sono paradigma, col loro essere ossessivi e riecheggianti una specie di sabba post-industriale rivisitato in chiave clivebarkeriana. Una discesa agli inferi piena di rimandi swansiani, urla belluine che rievocano ataviche paure e rituali carpenteriani tra redenzione agognata e angeli caduti. (SP)

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FKA Twigs – Figure 8

A tre anni di distanza dal suo primo EP e ad uno dall’album d’esordio, Tahliah Barnett è assieme una celebrità, un’acclamata performer di danza, la protagonista di videoclip hi-tech e non ultimo l’interprete di un r’n’b vestito dei migliori abiti elettronici in circolazione. Nell’ultimo lavoro, dal quale è tratto il brano Figure 8, Arca ha ceduto il posto alla produzione di Boots, già al lavoro con Beyoncé, per un risultato altrettanto coreografico fatto di battute spezzate, sincopi vertiginose e un portamento sull’orlo della distorsione, sia nell’uso dei bassi che nella voce della cantante. (EB)

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Floating Points – Silhouettes (I, II & III)

L’esordio di Sam Shepherd è uno dei vertici qualitativi assoluti di questo 2015, un saggio di visioni ambientali e sintetiche applicate agli stilemi di un jazz ortodosso ma aggiornato che lascia incantati per perfezione formale e compositiva, nonostante una vaga (ma quasi inevitabile), algida freddezza di fondo. La tripartita suite di nove minuti Silhouettes ne rappresenta il cuore jazz più profondo, con vertiginosi saliscendi in live drumming e una classe troppo cristallina per lasciare indifferenti. (LR)

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Freddie Gibbs – Fuckin’ Up the Count

L’erede legittimo di Tupac ha un’anima g funk e un flow impressionante, un’attitudine intelligentemente gangsta profondamente calata nei propri stereotipi ma senza esserne dominata e un’estetica urbana coerente e mai macchiettistica. Fuckin’ Up the Count è il singolo-simbolo perfetto per avvicinarsi al rapper di Gary e alla sua anima equamente divisa tra crime e consciousness. (LR)

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Giorgio Ciccarelli – Le cose cambiano

Testi di Tito Faraci, musica di Giorgio Ciccarelli: sta tutto qui il primo album solista dell’ex chitarrista degli Afterhours, in una coesione di poetica profonda e scrittura musicale obliqua capace di creare immaginari sonori alieni, seppur ripiegati sulla forma canzone. La title track del disco è una sorta di noise-ballad malinconica, una riflessione sulla vita, spigolosa come i fallimenti e fascinosa come i punti deboli. Specchio di un album tutto da scoprire e tarato sulla stessa lunghezza d’onda (FZ).

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Girls Names – Zero Triptych

Dopo un passo verso il surf con Dead To Me (2011) e uno verso la new wave con The New Life (2013), gli irlandesi Girls Names firmano un singolo post-punk di undici minuti in cui rivive l’attitudine 80s (grazie ai rigidi sintetizzatori), arricchita da chitarre psych graffianti su cui la voce si estende e si disperde come se fosse composta da frammenti di luce. Zero Triptych è un brano revival, il cui fruscio riporta a più trent’anni fa, e ciononostante suona tremendamente moderno (GA).

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Godblesscomputers – Closer

È difficile immaginare una partenza migliore per Plush & Safe – ennesima conferma di un producer che ha già molto da dire, e bene – diversa da Closer. Godblesscomputers quadra il cerchio della sua elettronica organica con un beat scheletrico ma umano, un commovente giro di piano e battiti morbidi e incalzanti accostati a una voce sentita e toccante: la drammatica storia di un amore cercato e mai trovato. Come troppo spesso accade. (DR)

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Grimes-2015

Grimes – Realiti

Tanto si è parlato del nuovo album di Grimes, Art Angels, disco con una gestazione tutt’altro che facile che sembrava dover tracciare una linea ben precisa nella carriera della canadese. Ancora una volta la Boucher ha vinto su tutti, dando vita alla sua ennesima – e più che riuscita – metaformosi, mostrandosi più che mai pop ma con un taglio tutt’altro che pacchiano, e soprattutto sempre in linea con la sua imprevedibilità. Realiti riassume bene l’intero lavoro, attentissima come è a non esagerare con la sua superficie patinata dai mille colori, i synth ben dosati e un tocco di EDM che si presenta benissimo. Benvenuti nella realtà di Grimes. (DR)

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Holly Herndon – Chorus

Si è parlato molto di elettronica organica, decostruzione e approcci hi-tech assortiti quest’anno, in particolare abbiamo osservato da vicino una serie di musiche in grado di specchiarsi nella realtà multimediale, ipertestuale e iperconnessa in cui viviamo. Holly Herndon ha fornito con Platform uno sguardo politico dichiaratamente ispirato da temi quali la disuguaglianza sistemica, gli stati di sorveglianza e il neo-feudalesimo della digital age, eppure alla fine dei giochi il suo approccio è risultato più ottimista che distruttivo, con buona pace della riuscita della sua opera. Chorus è il miglior esempio di quanto il suo sguardo possa tingersi di pop senza perdere in vertigine, calore e solitudine. (EB)

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Hot Chip – Huarache Lights

Huarache Lights apre le danze di uno dei più godibili e sorridenti long-playing dell’anno: le apre alzando subito l’asticella, che non si abbasserà più fino alla fine della decima traccia dell’album. Le Nike Air che brillano al buio, il vocoder moroderiano, la citazione – via DJ Rashad – di un classico della Salsoul disco, inquadrano in pieno la lucida sarabanda, funky, romantica, house, synthpop e synthboh di Why Make Sense. (AP)

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Hudson Mohawke – Scud Books

Sulle sorti di Lantern, ultimo album lungo di Hudson Mohawke, c’erano non pochi dubbi. L’EP che lo anticipava sembrava voler ribadire una formula made in Glasgow ancora fresca ma forse giocata un po’ troppo sui fondamentali, dando l’idea che la produzione migliore fosse alle spalle. Del resto le pressioni alle quali il producer è stato sottoposto dopo la curatela assieme ad Arca dello Yeezus di Kanye West non devono esser state poche, anche considerando che TNGHT è stato un bel gioco gansta-nerd pronto per le arene EDM e pertanto doveva necessariamente durare poco. A sorpresa, Lantern volta pagina, in coerenza sì, ma con un tocco originale, una sorta di gospel grime che strombazzato dagli ottoni sintetici di Scud Books pare regalarci il ritratto più spontaneo e vivo di Ross Birchard. (EB)

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Iacampo – Pittore elementare

Pittore Elementare è la delicata e malinconica traccia di apertura di Flores, terzo album di Marco Iacampo uscito a fine ottobre 2015. Debitore verso il cantautorato e la tradizione folkloristica italiana e non, Flores viaggia su binari narrativi procedendo alla velocità di ritmi musicali raffinati e ricercati: il blues, la chitarra acustica, il Sud America, il jazz. In Italia sopravvivono ancora dei cantastorie, e Iacampo è uno di questi, com’è chiaro in Pittore Elementare. Il brano, di cui è stato realizzato un bellissimo video a cura di Manuela Di Pisa, mette in scena con parole misurate l’intimità di un artista. (GP)

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Ibeyi – River

Alle sorelle Diaz dobbiamo solo dire grazie: per non essere state paracule (come sarebbe stato possibile, vista l’ascendenza), per aver scritto uno dei più bei dischi blues/soul degli ultimi anni, per essere musiciste vere fino al midollo. Dei brani dell’esordio, River è quello che forse più di altri mostra l’efficacia della loro personale sintesi di Africa e Caraibi, Mali e delta del Mississipi. È il brano che racconta il lutto per il padre, ma è anche quello che mostra la commistione tra classico e contemporaneo, tra sala da concerto e musica di strada, tra analogico e digitale. Un brano che da solo vale tutto quello che di buono si è detto e scritto su Lisa-Kaindé e Naomi, e che si guadagna di diritto un posto tra le gemme da conservare per le prossime generazioni: potrete dire che c’eravate. (MB)

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ph: Silvia Cesari

Iosonouncane – Stormi

Dal sapore rétro senza essere revival, Stormi è il secondo brano dell’album DIE di Iosonouncane, uno dei dischi dell’anno secondo SA, uscito a marzo 2015. Jacopo Incani mescola attitudini musicali molto diverse, dall’elettronica ai canti tradizionali, al cantautorato, grazie all’uso di molti strumenti musicali e dei numerosi musicisti chiamati a collaborare. Stormi è una traccia incisiva, potente, che pone l’ascoltatore in un’ottica di rinascita esistenziale, in cui gli elementi naturali descritti (mare, sole, alberi, uccelli) diventano immagine definita di un indefinito essere (umano). Estremamente curato sia nella parte musicale che in quella testuale, DIE ridefinisce la strada di Iosonouncane e della sua particolare poetica musicale (IN)

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Jamie xx – I Know There’s Gonna Be Good Times

L’effettivo esordio di Jamie xx si districa tra UK garage e patine house, ombrosità soul e post dubstep, fascinazioni da club dimenticato e atmosfere post rave, esotismi folktronici assortiti e loop irruviditi, il tutto trasfigurato dall’approccio intimamente psichedelico che nasce in chi l’elettronica preferisce ascoltarla e comporla nella solitudine della propria cameretta, piuttosto che viverla e ballarla nei club (sui legami tra Four Tet e Jamie ci sarebbe tanto da dire). Episodio un po’ a parte il singolone con Young Thug e Popcaan, esperimento rischioso ma assolutamente riuscito. (LR)

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Janet Jackson – No Sleep

Dopo anni di silenzio discografico Janet Jackson torna a produrre con la coppia di producer con la quale ha sfornato le sue cose migliori, quei Jam & Lewis che nel frattempo sono diventati gli idoli di una trasversale fetta di artisti, performer, musicisti e addetti ai lavori che va da Blood Orange a Kindness, fino a Kelela e Fka Twigs. No Sleep è il brano che porta tutto a casa, senza smancerie o dialoghi con il compianto fratello – che comunque non mancano nel disco. Il miglior pezzo soul / r’n’b dell’anno (EB).

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Jeffrey Lewis – Support Tours

Dev’essere difficile stupire o abbagliare l’ascoltatore dopo tanti dischi. Lo è, alla fine, anche con un disco solo. Eppure Jeffrey Lewis, musicista statunitense di ispirazione indie-folk ci riesce, quasi alla fine del suo ultimo Manhattan. Support Tours è la perfetta istantanea di ciò che significa vivere (in molti casi a stento) di musica oggi. Un mestiere romantico per ispirazione e idealista per guadagni, soprattutto se hai scelto la parte oscura del mercato. Lewis disegna questo insieme di situazioni accompagnato da chitarra arpeggiata e cori femminili. Il groppo al cuore è il sobbalzo del tour van su una buca. (AM)

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Jlin – eu4ria

Nel footwork ci sono due generi di producer: quelli che guardano al ghetto e a una musica nata e cresciuta per il ballo da strada, e quelli che gettano ponti verso nuove contaminazioni. L’esempio per eccellenza di virtuoso, nella seconda categoria, è senz’altro il compianto Rashad, che ha incorporato elementi di jungle e UK sound nelle sue maglie sonore. Un caso più unico che raro di ortodossia che diventa superamento dei confini di genere è quello di Jlin, producer di Gary, Indiana, una cittadina a quaranta minuti dalla downtown di Chicago, che ha scelto di utilizzare il ghetto sound della metropoli per esprimere una propria scala di emozioni negative. Per scelta, Jlin campiona pochissimo, giusto qualche effetto da videogame picchiaduro e qualcosa sulle voci. A proposito di voci, nell’acclamato album d’esordio, Dark Energy, c’era quella di Holly Herndon, ospite in un brano. La traccia che vi proponiamo – eu4ria – è tratta dall’EP Free Fall, un nuovo affondo nel crudo mondo della producer dove virtualità e realtà si fondono e compenetrano nel segno di una violenza cieca e senza senso. (EB)

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Joanna Newsom – Waltz Of The 101st Newborn

Un gioiello di cristallo, così fragile così potente, con un cuore temprato di solennità e malinconia guardando in direzione di un punto mediano tra Fairport Convention e Kate Bush, tradizione e reinvenzione, respiro di terra e casa di bambola, ombelico di un album ancora una volta bellissimo (SS)

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John Carpenter – Night

Ossessiva e (a modo suo) malinconicamente romantica, reiterata e virata total black nel video denso di rimandi e citazioni tra realtà aumentata e disagio filmico, Night chiude quello che è uno degli album più importanti dell’anno. Quel Lost Themes che riporta Carpenter alla musica, ma stavolta con “canzoni” create appositamente e distanti dalle immagini cinematografiche. Tentativo che non riesce affatto a chi ha sempre prodotto immagini di pari passo con le musiche, al punto che Night racconta – tra synth incalzanti tipici della casa e aperture glitch-goth – uno storyboard breve che è insieme (auto)citazione e ipotesi di teaser, oltre che, vista la partecipazione in prima persona del Nostro, sorta di autocelebrazione. Sci-fi-synth-horror at his best. (SP)

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Julia Holter – Feel You

Linee oblique, giochi di specchi, stratificazioni, orchestrazioni à la Scott Walker, il raffinato arrangiamento poco visibile ma ultra-contemporaneo: Feel You non solo è un brano completamente, compiutamente e perfettamente pop, ma è anche un manifesto per un modus operandi che ormai ha raggiunto in Have You In My Wilderness la maturazione che già sembrava possibile nel precedente Loud City Song. Un brano così mostra le potenzialità che ha un linguaggio, dato per morto infinite volte, se messo nelle mani di una sensibilità e di un’intelligenza musicale tra le più brillanti oggi in circolazione. È una freccia scagliata a squarciare il cielo dell’attualità con i piedi ben saldi nella storia e lo sguardo rivolto là dove solo i grandi riescono a scorgere orizzonti nuovi. (MB)

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Kamasi Washington Locomotiv - francesca sara cauli 2015_012

Kamasi Washington – Change of the Guard

Vero e proprio manifesto del “pensiero” musicale di Kamasi Washington, Change of The Guard apre uno dei più apprezzati e discussi album di questo 2015 ai titoli di coda. Odiato dai jazzofili tout court e idolatrato, invece, dai fedelissimi seguaci della cricca di Flying Lotus, Kendrick Lamar e Thundercat, The Epic, nella sua mastodontica lunghezza (due ore e cinquantaquattro minuti spalmate su tre compact disc) sintetizza settant’anni buoni di jazz districandosi tra be-bop e West-Coast, in cui si apprezzano buoni temi, ottima tecnica e pirotecnici arrangiamenti. Change of The Guard è il simbolo di una nuova generazione di jazzisti cresciuti con Bird, Ayler e Davis sugli spartiti e Public Enemy, Dre e The Roots nel cuore e nella testa. Non c’è niente di rivoluzionario, ma The Epic è il punto di partenza per la next generation per andare a ritroso e riscoprire i grandi classici del genere. È questo il più grande merito del lavoro di Kamasi Washington. (AM)

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Kanye West – All Day

Il suo e quello di Rihanna erano i dischi dati per certi quest’anno, e invece nulla di tutto ciò è accaduto. West si è dedicato senz’altro alla famiglia, mentre tra gli affari di lavoro, oltre alle collaborazioni con gente come Mr. McCartney, è riuscito ad infilare anche due nuovi brani rappusi come Wolves con il feat. di Sia e Vic Mensa, e l’ottima All Day con la partecipazione di Theophilus London e Allan Kingdom. Quest’ultimo è stato suonato dal vivo ai Brit Awards e trasposto in un videoclip diretto da Steve McQueen, presentato in anteprima durante la residency di quattro serate a Parigi e poi proiettato al County Museum of Art di Los Angeles a luglio 2015. (EB)

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Kelela – Rewind

Se il Regno Unito ci ha regalato Fka Twigs, gli Stati Uniti hanno Kelela, e dover scegliere tra l’una e l’altra sarebbe far torto a entrambe. Dopo l’acclamato mixtape del 2013, la cantante nativa di Washington – ma residente a LA – prosegue un sensuale percorso elettro r’n’b nel segno di Janet Jackson, di certi 90s slo mo e di una bella dose di rimandi ai citati Jam & Lewis. Rewind – prodotta dal boss di Fade To Mind Kingdom – è l’unica traccia uptempo dell’acclamato EP Hallucinogen, un puro distillato emozionale ed urbano della città degli angeli di un lavoro più concentrato sulla melodia rispetto al M3LL155X della Barnett. (EB)

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lamar-alright

Kendrick Lamar – King Kunta

Dopo l’acclamato Good Kid, M.A.A.D. City, aspettavamo al varco Kendrick Lamar. Una stella era nata o una cometa si stava bruciando prima di svanire? Tutte e due: il bagliore del talento è diventato un caleidoscopio autoriale (al netto di tante collaborazioni), ma ha anche palpitato tra le fiamme di depressione, tristezza e manie. Con To Pimp A Buttefly Lamar si è gettato nella storia del suo popolo, in mezzo a una sofferenza che in un brano pop perfetto come King Kunta trova solo uno dei suoi più semplici (e quindi esportabili a tutti) lampi comunicativi. Un pezzo in cui rabbia e speranza trovano un minimo comune denominatore: il movimento, quello del groove. (AM)

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Kerridge – DAYT

DAYT è un pachiderma di metallo dal passo pesante, un animale pronto a schiacciare tutto ciò che trova sul suo cammino. Il brano è tratto dal secondo, ottimo disco di Samuel Kerridge, uno di quegli artisti che sta contribuendo (al pari di Ancient Methods e Headless Horseman) a riconfigurare i confini di una certa techno che ha ormai assimilato lo spirito e la tradizione della musica industrial in chiave d’esaltazione della potenza e della dimensione “ctonia”, con lo scopo di ridare finalmente nuova fisicità alla musica elettronica del XXI secolo. Muovendosi in una zona di confine tra bassi pesanti alla Raime e atmosfere postindustriali alla Lustmord, un brano come DAYT ci mostra l’evoluzione della “post-techno” nella metà degli anni Dieci. (MdB)

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Lana Del Rey – High By The Beach

Che piaccia o meno, che riesca davvero a mantenere quanto promette oppure no, Lana Del Rey non perde lo smalto per colpire sulla breve distanza del singolo brano. E High By The Beach, il primo estratto dal nuovo album Honeymoon, è forse la traccia più rappresentativa in questo senso: nenia malade in salsa californiana, sussurri che possono farsi taglienti come sentenze, atmosfere lynchiane a cui non ha mai negato di ispirarsi. E anche il video sottolinea gli stessi elementi: una strada panoramica sul mare e una casa semideserta dove si intrufolano occhi indiscreti via elicottero. A metà tra torpore drogato e statement songThe truth is I never / bought into your bullshit / when you would pay tribute to me»), uno dei migliori biglietti da visita della Lana 2015. (MdB)

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Laura Marling – Short Movie

“Oggi mi sono svegliata, domandandomi chi potevo salvare / Chi ti credi di essere? / Solo una ragazza che sa suonare la chitarra”. Fosse così semplice, cara Laura, in migliaia avrebbero già cambiato il mondo… Invece, continuiamo ad avere terribilmente bisogno di musicisti di talento come te. Dopo la suite folk da camera di Once I Was A Eagle, disco immenso per innumerevoli motivi, la Marling mostra di saper padroneggiare, oltre che la chitarra, anche la materia del rock-folk americano in maniera perfetta. Ogni anno che passa la musicista aggiunge al proprio repertorio qualcosa di nuovo e straordinario, così anche in questo brano troviamo tutta Laura, pezzo per pezzo. Ed è un gran bel (ri)trovare. (MB)

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Majical Cloudz – Downtown

Devon Welsh è stato a lungo qualcosa di più di un amico, per Claire Boucher (Grimes). Ciò nonostante lo spettro emotivo ed estetico che caratterizza l’operato dei Majical Cloudz (Matthew Otto l’altra metà) è diametralmente opposto rispetto a quello messo in campo da Grimes. Se Claire sprigiona esuberanza in un microcosmo sfaccettato, confusionario e multicolore, Devon lambisce contesti minimali, intimi, malinconici e prettamente black & white. Dopo aver convinto un po’ tutti con Impersonator, i canadesi si confermano con Are You Alone?, disco altrettanto intenso e struggente. Del lotto, Downtown è un chiaro highlight: linee melodiche semplici ed efficaci (quelle che band come Coldplay o Editors hanno abbandonato da tempo) scandite dal flusso ossessivo – ma vellutato – dell’organo di Otto. (RZ)

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Mbongwana Star – Malukayi

Gruppo eterogeneo di musicisti da Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, che qui jamma insieme ai più noti Konono n°1 più qualche fuoriuscito europeo, i Mbongwana Star stanno emergendo come una delle realtà più interessanti del panorama africano (almeno di quello che arriva fino a noi). Malukayi è un perfetto esempio della loro arte, qualcosa che assomiglia a un punk afrofuturistico declinato psych: l’ipnotismo magmatico del basso, la circolarità rituale delle linee melodiche, la poliritmia che manda in cortocircuito anche le rotule via congotronics. Questo brano, il primo finito a tiro europeo, è anche stato il loro biglietto da visita: segnatevi il nome, ne vale la pena. (MB)

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Mellow Mood – Inna Jamaica pt. 2

Assoluta punta di diamante della scena reggae italiana, il nuovo album dei friulani Mellow Mood si muove come di consueto tanto tra ortodossie in levare figlie di un viscerale amore per le roots africane più antiche quanto tra aperture a contaminazioni provenienti da ambiti altri (hip hop, dancehall, roots-step). Inna Jamaica pt. 2, prosecuzione dell’omonima traccia contenuta nel precedente album gemello Twinz, contiene una collaborazione con l’impressionante artista jamaicana Hempress Sativa. (LR)

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M.E.S.H. – Epithet

Nel calderone delle pubblicazioni synth organiche che da Arca a Holly Herndon hanno tenuto banco nelle stanze virtuali della critica, un posto d’onore spetta al producer residente a Berlino M.E.S.H. che con Piteous Gate fornisce uno sguardo alternativo alla apocalisse ordita da Skynet dipinta dall’americano Rabit. Pubblicato dalla PAN di Bill Kouligas, che quest’anno ha fatto uscire anche l’album lungo di Visionist, il disco contiene questa Epithet, traccia che è assieme un vivido grandangolo su un mondo devastato e uno scorcio sul devastamento stesso che continua macchinico e imperterrito. Anche da queste parti, nessun viaggio nel tempo potrà sistemare le cose. (EB)

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Metz – Acetate

Secondo atto dell’album Sub Pop omonimo Metz (2012), Metz II, vede il trio canadese cimentarsi in un post-grunge violentemente inacidito che trae ispirazione principalmente dai Jesus Lizard e in particolare raggiunge il proprio culmine nella quasi sanguinolenta Acetate. Il basso distorto che gratta, le energiche sferzate di chitarra e le dissonanze in crescendo fungono da perfetta base per vocalizzi stridenti, dando vita a una continua scalata verso l’angoscia interiore. (GA)

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Missy Elliott – WTF

Dopo i gravi problemi di salute che ne avevano sancito l’obbligata assenza – se non nelle vesti di produttrice – dalla scena musicale negli ultimi anni (l’ultimo disco in studio risale al 2005), fa davvero piacere ritrovare una Missy Elliott così in forma nel nuovo singolo WTF (con relativo videoclip), accompagnata da un Pharrell Williams piuttosto inedito che sembra a tratti rieccheggiare nella propria strofa il flow strascicato e reiterato di Flavour Flav. (LR)

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Mumdance & Logos – Dance Energy – 89 mix

Con Proto, album pubblicato all’inizio dell’anno sull’etichetta di Pinch, Mumdance e Logos tornano ad indagare le zone di confine dei continuum britannici, e quel che risulta da subito evidente è una certa euforia per il periodo in cui i producer UK avevano escogitato le prime soluzioni per emancipare la scena techno autoctona rispetto a quella americana. Il nuovo banger per il dancefloor, non a caso, si chiama Dance Energy (89 Mix), ed è stato proposto da Mumdance la prima volta sull’emittente radiofonica Rinse lo scorso dicembre. Dance Energy è un eccitante trip che riporta dritti alla scena bleep degli LFO, alle primissime uscite Warp, ai breakbeat pesanti, alla 909 e alle acquisizioni della Energy Flash di Joey Beltram. (EB)

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Murlo – Lanced

A partire dall’inizio degli anni ’10 Chris Pell, in arte Murlo, ha sviluppato un suo modo di fare grime. La sua specialità consiste nel ripescare certo sino-grime – uno stile del cuginastro del dubstep solo strumentale incentrato sulle sonorità orientali – e dargli un taglio giocoso e luccicante, ultra-melodico à la Rustie, ma affatto emozionale. Niente neo feudalesimi e spade da samurai, per lui, piuttosto un sound dove è il ritmo il vero cuore caldo, con questo a spostarsi dalle basi UK Funky degli esordi verso una sintesi steppin tutta sua, tanto che oggi sono in molti ad imitarlo. Tratto dal disco Odyssey, Lanced è la opener del mini album, la più rappresentativa traccia di un mirabile percorso artistico. (EB)

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Neon Indian – Slumlord

Alan Palomo ha dedicato il suo ultimo disco alla notte e alle sue personali scuole di vita, ovvero le Vega Intl. Night School. In Slumlord ascoltiamo il suo personale omaggio alla cosmica di Daniele Baldelli, ma anche a tutta una forbice di rimandi legati a doppia mandata alla carriera del musicista di origini messicane che vanno dalla disco music dei Seventies all’House dei Daft Punk. Ad accompagnare il brano, un videoclip co-diretto dallo stesso Palomo, un ottimo sunto per immagini di una già generosa traccia musicale. (EB)

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New Order – Tutti Frutti

Incastonata nel portagioie di Music Complete, piacevole, freschissimo e sorprendentemente attuale decimo album – e prima release post-Hook – di Sumner & Co., Tutti Frutti è plateale omaggio alla più scintillante e sculettante italo disco, riprendendo i rimandi che negli anni ottanta rimbalzavano, ad esempio, tra New Order e Pet Shop Boys. Irresistibile congegno da ballo, con sentori di Sweet Harmony dei The Beloved, la traccia presenta uno dei tre ottimi interventi vocali dell’album da parte di Elly “La Roux” Jackson, ma prende nerbo e spasso da uno stralunato recitato in italiano (la pinodangiottesca voce è di Giacomo Cavagna, al quale l’amico Tom Rowlands dei Chemical Brothers, qui in veste di produttore, aveva chiesto di registrare a piacere qualche frase in italiano contenente le parole magiche “tutti frutti”…). (AP)

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Novelist – 1 Sec

Se Skepta è il posterboy dell’attuale ribalta grime, Novelist, in particolare con le basi di Mumdance, è il grimer più ficcante e carismatico della sua generazione. 1 Sec, pubblicato in 12’’ per XL, è una rasoiata sull’asfalto, spitting bars a picco sull’elettronica scheletrica e hardware based del sempre concentrato Jack Adams. Se volete una porta d’ingresso per il grime dei vocalist, passate da qui. (EB)

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oneohtrix point never

Oneohtrix Point Never – Sticky Drama

Il videoclip di Sticky Drama, che esplora il mondo dei LARPers (i ragazzi che ricreano Giochi di ruolo dal vivo), è già di per sé una delle cose più folli e geniali viste quest’anno. La musica apparecchiata da Daniel Lopatin non è da meno: ci troviamo dentro decostruzioni cyber metal e carinerie Pc Music calate in un artificioso psicodramma splatter-gore tra Tamagotchi e colate di slaim. Il brano è contenuto in Garden Of Delete, uno degli album dell’anno per molte testate, tra cui la nostra (EB)

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Paletti – Qui e ora

Pochi accordi di piano introducono il nuovo album del cantautore bresciano, al suo esordio per la Sugar di Caterina Caselli: è un’illusione, perché di lì a poco emerge un gusto per l’elettronica un po’ anni ‘80, un po’ Battiato/Battisti tardo, che guida con una ariosità leggermente stordita le vicende raccontate nel disco. Una scrittura fluida e leggera che poco ha perso nel passaggio ad una major. (GP)

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Panda Bear – Boys Latin

Mentre aspettiamo il già annunciato nuovo lavoro degli Animal Collective Painting With non possiamo che ricorrere alla metafora sul colore e il gesto pittorico per descrivere l’approccio musicale della mente più riconoscibile del gruppo. Tratto da Panda Bear Meets the Grim Reaper, Boys Latin è un brano ideale per tornare a guardare le tele sonore di Noah Benjamin Lennox, canzoni fatte di simmetrici tratti elettronici e ariose pennellate psichedeliche tinte di generosa latinità. Come diceva Caliri nella recensione: queste melodie sono trampolini di lancio, shuttle fatti di sentimenti e giovani preghiere. (EB)

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Protomartyr – The Devil In His Youth

Opener del terzo – e miglior – album finora, The Devil In His Youth è il nuovo piccolo, grande manifesto post-punk di Joe Casey e della sua band, una delle poche realtà che – assieme agli Sleaford Mods e ad altri – è riuscita con convinzione e caparbietà a portare la lezione di Fall e Wire diritta nel 2015, a quindici anni dal revival del genere. Qualcosa di contagioso che il nostro Stefano Gaz ha descritto come una terra di mezzo tra gli Iceage e i Parquet Courts. Non è poco. (EB)

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Rabit – Hex

Rabit è uno dei producer che hanno saputo far proprio il linguaggio grime strumentale portandolo in una direzione verso cui molti hanno teso negli ultimi mesi, a partire da Holly Herndon e Arca. Tratto dall’EP Batizm, che anticipava l’album d’esordio Communion, il brano si concentra sulla polpa isolazionista del suo sound gettando ponti con le produzioni misteriche di Visionist e Zomby. (EB)

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Sacri Cuori – Delone

Saldamente al centro di quella rete di musicisti che va dagli USA del Paisley Underground anni ‘80 (Green On Red, Giant Sand, Calexico e dintorni) all’UK di John Parish, all’Australia di Hugo Race, passando per il blues di Cesare Basile, il gruppo di Antonio Gramentieri conferma il gusto rétro col quale mescola western, Lee Hazlewood e colonne sonore italiane anni ’60, al punto che la title track del nuovo album, che vede alla voce l’australiana Carla Lippis, potrebbe essere tranquillamente una (bella) sigla di uno sceneggiato RAI di quelli storici. Il gusto per i dettagli e l’ispirazione della scrittura fanno il resto. (GP)

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Savages – The Answer

A due anni dall’ottimo debutto Silence Yourself, le Savages tornano con un preludio ad Adore Life, in uscita il prossimo anno. Il furore post-punk coperto dalla fuliggine di atmosfere alla Nouvelle Vague è il pavimento su cui la carismatica Jehnny Beth scaraventa pensieri contorti sull’amore, che rimane l’unica risposta, forse. (FR)

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Skepta – Shutdown

Il 2015 è l’anno in cui qualsiasi rapper che canta con un accento vagamente britannico è indicato dalla stampa generalista come grime. È un segno chiaro della rinascita – pardon, meglio riscoperta – di un genere che è sempre stato considerato il cugino riottoso e stradaiolo del dubstep, ma che ora grazie al lavoro di una trasversale cordata di producer è tornato di gran moda anche fuori dai patri confini UK. Dell’evoluzione del lato strumentale della faccenda parliamo più in là nella lista, qui c’è spazio solo per lui, il poster boy del movimento, Skepta. Per NME, Shotdown è la n°1 tra i brani preferiti dell’anno. In slang è un termine che identifica un’atmosfera eccessivamente caricata di hype. Il brano è un classico grime: riff, fanfara, rime, bassi angolati, tutto funziona a dovere e Skepta domina la scena. That’s Not Me! (EB)

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Sonambient – Pyrite

Yonder, secondo album e bella conferma del progetto di Andrea Buzzi, è un riuscito e ben condotto dialogo tra tradizione UK bass e fermenti elettronici italiani recenti. L’iniziale Pyrite parte dalla Hyperdub delle origini, saltellando inquieta tra i Funkystepz e lo Zomby più tarantulato, riuscendo a non limitarsi al derivativo tributo meramente citazionista ma rielaborando il tutto in una chiave decisamente personale. (LR)

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Squadra Omega – Il Grande Idolo

Picco emotivo di un disco, Altri Occhi Ci Guardano, spiazzante per input, varietà e capacità interpretativa, Il Grande Idolo mostra tante anime quante sono quelle della formazione in movimento Squadra Omega. In dodici minuti si parte da una intro free con tanto di sax imbizzarrito che si dilata su panorami avant-jazz spirituali che si fanno via via più incalzanti in chiave psych, per poi trasformarsi definitivamente in un trip circolare di afro-retro-psych-jazz-futurista. Insomma, se vi piace chi osa, il jazz trattato male, il prog fatto bene, la psych urticante, l’immaginario esoterico/fantascientifico e soprattutto “espandere la coscienza e nutrire il terzo occhio”, questa canzone, questo disco, questa band fanno per voi. (SP)

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Sufjan Stevens – Fourth of July

In un disco che mette il punto e invece di andare accapo decide di alzarsi e osservare lo stato delle cose del folk facendo perno sull’elaborazione di un lutto, reinventando di fatto le possibilità della folk ballad nel presente, c’è questa canzone, che è emulsione di piano e sfondi sintetici, come una radiazione di dolore che da intima si espande a universale, una assertiva, risoluta, implacabile vulnerabilità. (SS)

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Tame Impala – Let It Happen

Un successo dopo l’altro fin dall’esordio Innerspeaker (2010), gli australiani Tame Impala nel 2015 partoriscono Currents, evoluzione musicale della band ben piantata negli anni Settanta, nonché degnissimo successore del già psycho-pop Lonerism (2012). Let It Happen è un brano elettronico e rock allo stesso tempo, capace di sfociare in risvolti kraut, con il suo ritmo incalzante e danzereccio, su cui si staglia la voce riverberata di Kevin Parker. Ben concepito e arrangiato nei minimi dettagli, il singolo porta in una dimensione parallela in cui ogni cosa è percezione e il singolo diventa il tutto. (GA)

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chemical-brothers-2015

The Chemical Brothers – Wide Open

La traccia finale di ogni album dell’iconico duo elettronico britannico è molto spesso quella che i fan della formazione aspettano più dei singoli: è il momento degli incanti, dei sogni e degli addii. Nell’ultimo album di Tom Rowlands e Ed Simons, a chiudere in bellezza un lavoro che li vede tornare in forma dopo l’ottimo Further, c’è niente meno che quel Beck che aveva guadagnato il successo all’inizio dei Novanta anche grazie al sodalizio con l’ottima coppia produttiva dei Dust Brothers. Proprio così il beffardo duo aveva deciso di chiamarsi prima di dover – doverosamente – cambiare nome in Chemical Brothers. Wide Open è una ballad elegiaca, dal retrogusto malinconico, posta in chiusura di disco: con un Hansen invecchiato e toccante, suona come una naturale chiusura del cerchio. (EB)

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The Libertines – Gunga Din

Tre o quattro vite dopo essere stata l’ultima band generazionale britannica, i Libertines tornano con un pezzo che più dohertiano di così non si può. Non era facile, viste le profondità toccate dal baratro di Pete e dalla carriera solista di Carl. Eppure quando i due stanno insieme la magia scocca inesorabile. Lo faranno anche per i soldi, ma vederli andarsene in giro (nel video che accompagna il brano) per un quartiere a luci rosse thailandese, ristabilisce quel cortocircuito fra arte e vita, che ha sempre reso la storia dei Libertines degna di essere raccontata. Doherty non può fare a meno di mettersi a nudo. Racconta di essere stanco di essere pronto a risalire la china. Lo fa su uno sfilacciato reggae clashiano e uno di quei singalong abborracciati di cui (anche senza rendercene conto) sentivamo la mancanza. (DB)

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The Soft Moon – Deeper

I demoni che albergano nella personalità di Luis Vasquez sono riusciti ad avere la meglio anche questa volta. Deeper è il suo terzo disco e la relativa title track è una mescola di ritmi tribali e post-punk abilmente fusi nel sound tipico dei Soft Moon. Un vorticoso incedere ipnotico graffia le pareti grazie a feedback e synth feroci e irresistibili. (FR)

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The Sonics – I Don’t Need No Doctor

Assenti per quasi quarant’anni dalle scene, i Sonics tornano con This Is The Sonics non certo per fare le comparse. Trenta minuti tiratissimi di r’n’r nudo e crudo in cui i Nostri mettono in riga le nuove leve, facendo pensare che in realtà quarant’anni non siano poi così tanti. Traccia cardine del disco è I Don’t Need No Doctor, opening track in cui la band di Tacoma spiega per bene come si costruisce e come si dovrebbe suonare un pezzo garage. Il brano è un amuleto per allontanare lo spettro della geriatria a suon di riff, grida e sax urlanti. Non giudicate mai un libro dalla copertina. (AM)

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The Weeknd – The Hills

Se Beauty Behind the Mask attesta la (apparentemente) ormai definitiva normalizzazione di Abel Tesfaye, abbandonando l’urgenza espressiva dei (semi) capolavori di inizio carriera (Trilogy) e mostrando i limiti sempre più palesi dell’ondata electro-r&b tanto inflazionata negli ultimi anni, The Hills rimane uno degli episodi più riusciti e ancora aderenti alla spinta originaria di The Weeknd. (LR)

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Toro Y Moi – Yeah Right

Chi l’avrebbe mai detto che dopo gli esordi invischiati di glo-fi e downtempo Toro y Moi sarebbe arrivato a cotanta raffinatezza? What For? strizza l’occhio ai grandi nomi del pop di alta classe e dell’AOR colto, citando il Todd Rundgren di Something/Anything?, Teenage Fanclub e, udite udite, gli Steely Dan di Pretzel Logic. Ha studiato, Chaz, ed è riuscito a far convivere tutto questo ben di Dio in What For? senza scimmiottamenti e senza pose. Tutto fila liscio come l’olio. Yeah Right è la traccia per chiudere perfettamente l’album: sei minuti e spiccioli sognanti, tra echi beatlesiani di In My Life e con quella voce filtrata che tanto farebbe piacere a George Martin. Toro y Moi è un talento lungi ancora dall’aver dimostrato tutto il suo valore. Cosa succederà quando metterà in campo tutto il suo talento? (AM)

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Vaghe Stelle – 25 minutes

Il producer torinese Daniele Mana aka Vaghe Stelle, è partito dal futurismo, e da uno dei quadri più famosi del movimento culturale di Tommaso Marinetti, per dar vita ad Abstract Speed + Sound. Un’opera che guarda al paesaggio e alle sue miriadi di sensazioni e movimenti impercettibili, espresse e rappresentate da paranoie sci-fi ed esplorative, ottimamente racchiuse nel brano 25 minutes: cavalcata breve ma impetuosa nei suoi 4 minuti e 22 secondi, tra intrecci di sample, loop, synth e techno marziale di stampo industrial. Un tunnel attraversato a 160 all’ora e con i fari spenti. (DR)

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Verdena – Derek

Che cosa vogliono dirci i Verdena con Derek? Niente, pare. Contenuta nel primo volume di Endkadenz, uscito a gennaio 2015, è la traccia simbolo del nuovo lavoro del trio bergamasco, in cui le chitarre pesanti e l’impareggiabile batteria riportano la produzione vicina alle origini della band. In questa canzone, ai limiti dell’hardcore, dimostrano più che mai quanto nel rock il suono delle parole a volte sia più importante del loro significato. I Verdena fanno il rock meno italiano che esista in Italia, ma sono gli unici che possono godere fino in fondo di questa etichetta. Con Derek, forse, vogliono dirci proprio questo. (IN)

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Viet Cong – Continental Shelf

Nati dalle ceneri dei Women e coinvolti in una polemica sulla scelta del moniker che a breve sarà abbandonato, i Viet Cong hanno pubblicato uno dei dischi più significativi dell’anno. A metà tra i Velvet Underground e una new-wave sempre presente, Continental Shelf rappresenta uno dei momenti più epici dell’omonimo album. (FR)

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yakamoto kotzuga

Yakamoto Kotzuga – The Awareness of Being Temporary

L’esordio in LP del producer italiano Giacomo Mazzucato si discosta dalle atmosfere dei suoi precedenti lavori abbracciando una fumosa oscurità elettronica tra spettri hip hop, dub, incubi ambientali e lisergiche paranoie. The Awareness of Being Temporary è forse il vertice di un ottimo debutto, con sapienti alternanze tra nervosi contrappunti ritmici e distensivo intercalare, parentesi post-rock che profumano di God Is An Astronaut e loop chitarristici in scia John Frusciante che guidano verso il ribollente e frenetico finale. (LR)

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Young Thug – Constantly Hating

Il 2015 è stato senza dubbio un anno intenso e prolifico per Young Thug, con ben tre uscite nell’arco di appena sette mesi (due mixtape e un LP, senza contare i vari feat. sparsi in giro tra Jamie xx, Rich Gang e compagnia). Di queste, Barter 6 è probabilmente quella da cui partire per avvicinarsi allo stortissimo mondo del rapper di Atlanta, e Constantly Hating, traccia di apertura e manifesto dell’intero disco, il brano più rappresentativo. (LR)

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18 dicembre 2015
18 dicembre 2015
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