Migliori film 2016. La classifica di SENTIREASCOLTARE

Nonostante si faccia sempre più strada la sensazione secondo cui il cinema starebbe attraversando un periodo di crisi senza fine, ogni anno ci ritroviamo a dover combattere con tutte le forze contro questa puntuale calunnia. È vero che la macchina produttiva e schiacciasassi di Hollywood continua a fagocitare il mercato, sempre più alla ricerca del prodotto perfetto da mandare in pasto a un pubblico ormai padrone dei sottili equilibri che dominano le scelte degli azionisti, dei finanziatori e dei produttori, solamente interessati a portare acqua al proprio mulino. Come potrebbe essere diverso? È Hollywood, bellezza. Tuttavia, la speranza, termine di cui si fa un grande spreco negli ultimi tempi, bisogna continuare a cercarla – come insegna anche l’ultimo film di Jim Jarmusch – nelle piccole cose; come in un film di genere che nulla pretende eccetto se stesso e la sua ragion d’essere, sfidando convenzioni, morali spicciole, infischiandosene del pubblico e del desiderio di soddisfarlo a ogni costo. In Italia lo abbiamo visto con esperimenti di non facile fruizione, basti pensare a Fiore di Claudio Giovannesi, Indivisibili di Edoardo De Angelis, al pluripremiato Fuocoammare di Gianfranco Rosi o al più che riuscito Veloce come il vento di Matteo Rovere: tutti film che rischiano il tutto per tutto – mettendo in campo giovani dotati, concentrandosi sulla storia e concedendosi qualche libertà registica che fa bene al cuore – non accontentandosi della solista minestrina riscaldata che sì, porterà pure buoni risultati al Box Office, ma in termini di valenza artistica lascia il tempo che trova (e qui è lecito obiettare: il cinema è un business, con la valenza artistica non si mangia e di sicuro questi giovani autori potrebbero finire nel dimenticatoio ancor prima di compiere quarant’anni. Tutto vero, purtroppo, ma è sempre bello sognare).

Chi invece non finirà in uno stanzino pieno di vergogna e risentimento sono gli autori della minestrina riscaldata cui si faceva riferimento poc’anzi. Dal Paolo Genovese di Perfetti sconosciuti, pellicola tanto originale quanto banale nella sua evoluzione e irritante nel suo voler a tutti i costi non infastidire alcuno, a quel Gabriele Mainetti di Lo chiamavano Jeeg Robot, film abile nell’incanalare tutto ciò che di eccitante il genere cinecomic ha fornito negli anni in un’ambientazione nostrana e spicciola, lodevole nelle intenzioni, un po’ meno nella resa definitiva (parliamo pur sempre di una classica origin story come se ne vedono da trent’anni sul grande schermo, e il fatto che si svolga a Tor Bella Monaca non può certo aggiungere meriti inesistenti – tolto dall’equazione un Luca Marinelli superlativo). C’è ancora il Paolo Virzì de La pazza gioia, sempre attentissimo a non pestare i piedi a nessuno, o il Marco Bellocchio tristemente sprecato di quell’operazione furba e grossolana di Fai bei sogni. Se non altro, il più istituzionale dei comici di oggi, Checco Zalone, pensa a fare il suo e gli riesce anche piuttosto bene, vista anche l’encomiabile umiltà che lo contraddistingue (e gli oltre 65 milioni di euro di incasso sono un monito che zittirebbero chiunque).

In un 2016 nefasto, che ci ha lasciato orfani di Franco Citti, Alan Rickman, Ettore Scola, Andrzej Żuławski, Giorgio Albertazzi, Anton Yelchin, Bud Spencer, Anna Marchesini, Michael Cimino, Abbas Kiarostami, Andrzej Wajda, Gene Wilder, Dario Fo e per ultime Carrie Fisher e Debbie Reynolds, a salvarci ancora una volta sono stati i grandi autori e le giovani promesse che cercano di farsi strada nell’Olimpo di Hollywood a suon di film grandiosi e originali. È il caso di Pablo Larraín, forse il miglior regista della sua generazione e vera promessa per il futuro di quest’arte; in poco più di 12 mesi è stato capace di regalarci non uno, né due, ma ben tre film strabilianti e molto diversi dal punto di vista narrativo e visivo: dalla sofferta processione di sentimenti in Il club (premiato con il Gran Premio della Giuria a Berlino) al biopic mascherato da detective story, il satirico, pungente e poetico Neruda, per arrivare a un altro biopic, di tutt’altro stampo perché si tratta del suo esordio in lingua inglese, ovvero Jackie (presentato con successo a Venezia 73, arriverà nelle nostre sale a febbraio). Tre film che si aggiungono a una filmografia già di per sé ricca di prove eccezionali (dal folgorante Tony Manero a No – I giorni dell’arcobaleno), in cui il filmmaker traccia con passione e trasporto la storia recente del suo Cile, trasfigurandola cinematograficamente attraverso le lenti della sua macchina da presa.

Oltre a Neruda, sono altri due i biopic presenti in questa selezione, che ricordiamo tiene conto solamente dei film usciti in sala in Italia nel 2016 (sono escluse quindi le visioni ai vari festival di quei film che arriveranno nel corso del prossimo anno, ad esempio La La Land, Arrival, Manchester by the Sea e molti altri): Sully e Steve Jobs. Nel primo, di cui abbiamo parlato ampiamente nella nostra recensione, ritroviamo il rassicurane classicismo di uno dei dinosauri del cinema, Clint Eastwood, in grado di restituirci la vicenda di un uomo dilaniato dal dubbio di non aver fatto la cosa giusta (leitmotiv del cinema eastwoodiano recente) e insieme il quadro di un’America fragile, spogliata dei propri miti e idoli, accecata dall’odio e dal cinismo; il secondo prende di petto una delle figure più rivoluzionarie del Novecento, in grado (quasi) da solo di segnare un passo lunghissimo nell’evoluzione tecnologica della società. Nel suo Steve Jobs, tuttavia, Danny Boyle non è interessato al genio, o meglio ci arriva per gradi attraverso la lenta e inesorabile decostruzione della personalità dell’inventore fornita dall’impeccabile sceneggiatura di Aaron Sorkin.

Il 2016 è stato anche l’anno dei grandi ritorni, come quello esilarante di Joel e Ethan Coen, che nel loro ultimo affondo nei territori della farsa (Ave, Cesare!), e costruendo una storia attraverso l’accumulo di gag, situazioni, personaggi ai limiti della macchietta, affrontano la schizofrenia che contraddistingue la scena hollywoodiana: da una parte la sincera propensione verso la creazione artistica, suscitante un romanticismo più volte esaltato e difficilmente accantonabile; dall’altra la rigida struttura consumistica, macchina economica in grado di ridurre tutto l’apparato fin qui messo in mostra all’unico onnipresente (e tangibile) dio: il Denaro. L’omaggio alla Hollywood degli anni d’oro è solo una piccola parentesi in quello che viene a configurarsi come un trattato sulla menzogna, sulla manipolazione, sui falsi idoli, sulla follia collettiva che sembra aver escluso un certo tipo di logica e averne prodotta un’altra dominata dalla paranoia. Poi, il ritorno di Xavier Dolan, che porta al cinema la piéce teatrale di Jean-Luc Lagarce È solo la fine del mondo, dando nuovamente prova del suo innato talento registico, qui declinato ulteriormente sulla splendida direzione di un cast d’attori formidabile; quello dello sceneggiatore schizoide Charlie Kaufman (Essere John Malkovich e Oscar per Eternal Sunshine of the Spotless Mind) con il suo Anomalisa, toccante animazione in stop-motion che riflette tutto il microcosmo paranoico della sua affascinante fantasia; o ancora il ritorno della Laika, studio d’animazione che con Kubo e la spada magica tocca nuovamente le vette di creatività che ci aveva regalato Coraline nel 2009, con una storia dal fascino orientale, ricca di simbolismi e divertente.

Meritano ovviamente di entrare tra i migliori venti anche i due film che hanno segnato l’edizione scorsa degli Oscar, ovvero Il caso Spotlight (vincitore del riconoscimento come Miglior film) e Revenant – Redivivo, con la coppia inossidabile Alejandro González Iñárritu e Emmanuel Lubezki ancora trionfante rispettivamente per regia e fotografia dopo il successo di Birdman. Chi invece rimase a bocca asciutta (nonostante le sei nomination) fu Carol, folgorante ritratto di una passione e di un’intera epoca di sotterfugi che ben si sposa con la raffinatezza stilistica di uno dei registi che più guardano ai modelli di riferimento della vecchia Hollywood e contemporaneamente ne ricodificano codici e significati, restituendo la sua verità: signore e signori, Todd Haynes. Dopo il successo di Boyhood, spazio anche per Tutti vogliono qualcosa!! di Richard Linklater, il quale torna alle atmosfere corali che ne sancirono il lancio di carriera con Slacker prima e La vita è un sogno poi: un ritratto sincero e appassionato degli anni Ottanta e una disamina lucida e priva di malizia cinica sui rapporti d’amicizia.

Un solo artista, però, è stato capace di consegnarci quest’anno l’autentico capolavoro, un film per il cinema, sul cinema e su tutto ciò vi ruota attorno: Quentin Tarantino. A 53 anni, il maestro supera perfino se stesso (Pulp Fiction) e ci consegna un sadico gioco al massacro che altro non è che la rappresentazione in celluloide dei mali del cinema e l’effetto più esasperante di un odio dilagante in America, in piccolo, e nella totalità del pianeta, in grande. Né buoni, né cattivi, solo il male che lentamente si fa strada dentro ognuno di noi. Nessuna redenzione, nessuna salvezza. The Hateful Eight, segna in maniera incontrovertibile un punto di non ritorno nella carriera del regista e non immaginiamo nemmeno cosa ci riserveranno i suoi ultimi due film previsti…

Di seguito potete leggere la classifica dei migliori film del 2016 secondo SA.

  1. The Hateful Eight (Quentin Tarantino)
  2. Carol (Todd Haynes)
  3. Paterson (Jim Jarmusch)
  4. Animali notturni (Tom Ford)
  5. The Neon Demon (Nicolas Winding Refn)
  6. Neruda (Pablo Larraín)
  7. Sully (Clint Eastwood)
  8. Ave, Cesare! (Joel e Ethan Coen)
  9. Revenant – Redivivo (Alejandro González Iñárritu)
  10. Il club (Pablo Larraín)
  11. Kubo e la spada magica (Travis Knight)
  12. Steve Jobs (Danny Boyle)
  13. È solo la fine del mondo (Xavier Dolan)
  14. The Witch (Robert Eggers)
  15. Il caso Spotlight (Tom McCarthy)
  16. Anomalisa (Charlie Kaufman, Duke Johnson)
  17. Sing Street (John Carney)
  18. It Follows (David Robert Mitchell)
  19. Tutti vogliono qualcosa!! (Richard Linklater)
  20. Veloce come il vento (Matteo Rovere)
  • Fuori classifica (film di un altro pianeta): Knight of Cups (Terrence Malick)
31 dicembre 2016
31 dicembre 2016
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