Musica tangibile e poetica della verità. Intervista ai Baustelle

È uscito il 13 gennaio 2017, L’amore e la violenza, settimo disco dei Baustelle, band considerata un cult nella musica indie italiana e contemporaneamente capace di raggiungere il popolo del mainstream grazie a canzoni di matrice pop, seducenti ed elaborate, alla perpetua ricerca della sintesi tra tradizione e attualità. Giocare col passato, rimestarlo a proprio gusto, introiettarlo, rifarsi ad icone della cultura degli anni Sessanta e Settanta e ricercare un suono quanto più incontaminato possibile: elementi che rappresentano la cifra distintiva di un gruppo che sa ancora raccontare e raccontarsi senza forzate sovrastrutture. L’amore e la violenza (qui trovate la nostra recensione del disco) non fa eccezione. Ne abbiamo parlato con Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi pochi giorni prima dell’uscita dell’album: ritornano ciclicamente, ma in nuova veste, alcune tematiche come la vita, la morte, l’amore, la guerra e la necessità per i cantautori di possedere un timbro musicale ben riconoscibile, un’impronta unica, una personale visione del mondo. Ancora una volta i Baustelle immergono i nostri anni nelle acque ormai lontane di un passato che per i più giovani è quasi mitologico, e da cui loro sembrano invece riaffiorare con placida naturalezza.

In L’amore e la violenza ritroviamo un tema caro alla tradizione letteraria e filosofica, il topos amore/morte; in questo caso la morte è vista come guerra. La guerra, il tema centrale da cui prende vita il disco, si accompagna all’amore costruendo un dittico indissolubile, contraddittorio ma che fa riferimento alla realtà. Com’è nato tutto?

[FB] Noi in genere scriviamo prima la musica e poi passiamo a scrivere i testi. Da un paio di dischi a questa parte ho come un blocco dello scrittore, nel senso che mi trovo davanti un tot di canzoni (13, 15 o 18) con delle caselle da riempire. Uno stratagemma per superare un blocco, banalmente, è darsi dei temi, una griglia. E il tema dell’anno e di questo disco è (tristemente) la guerra. Basta osservare il mondo. Quindi il disco parte da questo concetto di guerra, ma diverso dal concetto di guerra a cui siamo abituati. È una guerra che entra nell’intimo, nel privato. L’idea è stata quella di scrivere canzoni d’amore in tempo di guerra. Si pensi a poeti come Prévert, nelle cui poesie c’è spesso l’evocazione di questo contesto.

Raccontate l’attualità in maniera, diciamo, poetica…

[FB] Sì, è un modo diverso di raccontare il mondo. Chi non è giornalista e vuole raccontare il mondo, lo fa in una maniera in un certo senso privata, distorta, col filtro della soggettività che è inevitabile. A maggior ragione ora che, con questo disco, abbiamo voluto parlare di qualcosa di pubblico, politico, dello stato di cose che l’Occidente sta attraversando. L’amore e la violenza siamo noi, il nostro intimo calato in un contesto di guerra. Sono canzoni d’amore sotto i bombardamenti.

Ma non è un disco così tragico. Cioè, si parla di guerra ma non in maniera angosciante.

[FB] Per esempio, Eurofestival: il testo gioca ironicamente su alcune cose, anche tristemente crude, ma il piano è molto ironico nel senso alto del termine, gioca sui contrasti, accostiamo le parole «Jihadisti» e «Lacryma Christi». È la grande fiera delle atrocità, è il caos che disorienta. È l’idiozia di questi anni. Da questa canzone poi emerge un aspetto in cui mi sono ritrovato e mi ritrovo spesso nella vita, ovvero il fatto di essere dentro a una cosa da cui però voglio staccarmi. La canzone infatti dice «vorrei ritirarmi dal festival», non per ammessa incapacità ma perché ti senti disallineato dal resto del mondo. E non è istigazione al suicidio (io sono d’accordo con Manlio Sgalambro che diceva che quest’epoca non merita il suicidio). Ma a volte penso che vorrei annullarmi dalle cose, come una nobile sparizione, cioè impiegare il mio tempo in altro modo.

Oltre a tutto questo, c’è anche una canzone che si intitola La vita, che sembra reagire in qualche modo a questo senso di voler sparire…

[FB] La vita è una canzone che dice le cose come stanno, è quello che penso io della vita. Alla base c’è questa idea che la vita non è niente, che forse cercare un senso della vita è inutile, che forse ha un senso nella quotidianità senza doverlo andare a cercare chissà dove. È l’idea di vita a partire dalla costruzione logica di un non-credente. È tutta estetica: pensala come una cosa bellissima ma che non serve a niente.

A un certo punto in Lepidoptera però dici: «Io non sono stato mai così tanto schiavo del mondo e attaccato alla vita»…

[FB] La frase «non sono mai stato tanto attaccato alla vita» si dice anche quando uno ha paura di morire. Per me coincide col diventare padre. Tu sei l’animale che difende il cucciolo, e allo stesso tempo ti viene questo senso estremo di attaccamento alla vita, dovuto al fatto che senti che non puoi morire, per tuo figlio. E non ho mai avuto tanta paura di morire come ultimamente.

Parlando invece di musica…

[FB] Non si può usare la parola vintage! [ride, ndSA]. No allora, dei Baustelle si dice sempre che siamo citazionisti e vintage, quindi sembra che di nostro non ci mettiamo niente. Ma c’è un utilizzo dogmatico, oserei dire, di strumenti di un certo tipo. La storia cammina all’indietro, come diceva Eco: ci sono tecnologie inventate nel 1942 e che risultano all’avanguardia ancora oggi. Noi crediamo che una canzone sia fatta da uno spartito, dall’armonia, dalle parole, ma anche dal suono e dal timbro con cui questa cosa viene eseguita. Per noi quindi il suono di basso di un moog (synth analogico) non è equiparabile tutt’ora alla sua emulazione digitale. Quindi siamo convinti che il suono e il timbro siano importanti.

Anche la musica pop ha bisogno di cura per i dettagli…

[FB] Sì, noi crediamo che nella musica pop, popolare, nelle cosiddette canzonette, così come nella musica chiamata colta, da cinema, o nel jazz, siano importanti i timbri e gli arrangiamenti. Quella canzone è quella canzone in base alla scelta sonora da parte dei compositori. La musica leggera fino agli anni ‘80 era molto bella e varia in ogni campo, per cui per me è melodicamente interessante Venditti come Maledetta Primavera.

[RB] Comprami di Viola Valentino, ad esempio, era una canzone complessa negli arrangiamenti, pur essendo semplice. Pensa che il brano del nostro disco La musica sinfonica lo avevamo intitolato temporaneamente Rondò Valentino infatti.

[FB] Una cosa che mi piace di questo disco è che maneggia e manipola le influenze e i nostri amori proibiti, quelle cose che non vorresti confessare. Diciamolo: a me i Ricchi e Poveri sono sempre piaciuti. Per cui è un disco pop in cui tiriamo fuori queste nostre passioni ataviche per delle robe provenienti dalla nostra infanzia e che ti rimangono in testa.

Il pop è cambiato?

[FB+RB] In generale il mondo della musica è cambiato molto. Forse il sistema porta alla creazione di cose con meno personalità o forse realizzate col fine di raggiungere un successo immediato. È triste che questo sia considerato l’unico modo di fare musica.

Che strumenti avete usato in particolare?

[FB] Tonnelate di synth analogici, non digitali, non computer. L’orchestra è ottenuta tramite il Mellotron, un primordiale campionatore. E poi ovviamente organi, piani, chitarre acustiche ed elettriche.

Cosa mi dici di Pischetola e del suo ruolo all’interno di questa ricerca del timbro baustelliano?

[FB] Pischetola lo conosciamo da tanto e lo ammiriamo. Il suo nome è legato alle cose più pop italiane, ma è il fonico di Battiato. Noi facciamo le robe in maniera analogica e poi per contrasto facciamo mixare a uno che fa il suono di quasi tutta la musica leggera italiana. Come tutte le persone intelligenti e con gusto musicale, quando ti si presenta un lavoro diverso da quello che fai di solito diventa una sfida stimolante. Quindi un grande merito per il suono di questo disco va a lui, e a come è riuscito a capire la nostra visione del mondo.

Guardate al pubblico in modo disilluso?

[FB] Noi non diamo per scontato che il pubblico non capisca, secondo noi il pubblico è intelligente. Il pubblico se lo abitui può ascoltare anche cose pesantissime. È più caprone l’artista che per paura di non vendere dischi va sul sicuro. L’ascolto è anche una questione di abitudine, di educazione.

Rachele, cosa ci dici a proposito della tua esperienza solista?

[RB] È stata un’esperienza forte, nuova e bella, che mi ha dato sicuramente più sicurezza. Ho lavorato con persone nuove, qualche barriera l’ho superata, mi ha fatto crescere. È stato difficile perché ero sola.

[FB] È come tradire la moglie e poi tornarci insieme [ride, ndSA].

Abbiamo notato che la dimensione del tour nei teatri ha incuriosito molti, considerato che L’amore e la violenza è un disco energico e ritmato…

[FB] Con Fantasma ci siamo trovati molto bene nei teatri, con la differenza che quello era un disco adatto per la dimensione del teatro. L’amore e la violenza è diverso, per questo è più una sfida, un esperimento. Portare una cosa che non è teatrale in teatro, in qualche modo “costringere” ad un ascolto e a un coinvolgimento attento. Ed è anche comodo, in poltrona.

E perché proprio Amanda Lear?

[FB] Volendo, Amanda Lear non c’entra niente. È la storia d’amore di un uomo e di una donna, stanno insieme, lei però continua a ripetere «ti amo ma niente dura per sempre», lui prende alla lettera questa sua filosofia spicciola e la tradisce con la prima che passa. Ma ad Amanda Lear vogliamo bene; già solo perché è stata la fidanzata di Dalì e di Bowie le devi voler bene per forza.

13 gennaio 2017
13 gennaio 2017
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