I Came Back Haunted

Trent Reznor è stato sicuramente un innovatore. Lo è ancora? Se innovatore fosse una di quelle parole assolute, per cui basta esserlo stato una volta per rimanerlo per sempre, la risposta sarebbe scontata. Di sicuro c’è una tensione, nella sua ricerca musicale, che non è mai statica, si proietta sempre in avanti, verso il presente, e, in parte, il futuro. L’aggiornamento tecnologico. La ricerca di nuovi canali espressivi, di nuovi mezzi di comunicazione. L’essersi reinventato compositore di colonne sonore. Allo stesso tempo, il rifiuto sdegnoso di sottomettersi alla novità a tutti i costi: Reznor non si è fatto produrre da Timbaland e ha continuato a lavorare in totale autonomia avendo accanto solo persone fidate come Alan Moulder e Atticus Ross.

Quel che è certo, è che parliamo di un fulcro della musica degli anni ’90. Che lo era già alla fine degli anni ’80. Figura unica nel suo (non) genere quanto obliqua, ha saputo calarsi trasversalmente in più direzioni, calamitare idee (e pubblico) da diversi ambiti musicali e creare uno stile e un immaginario indiscutibilmente suoi. Se Reznor esemplifica come meglio non potrebbe categorie tipicamente fine anni ’80/inizio ’90 – i concetti di musica alternativa e di crossover – è anche l’unicum, la one man band, l’uno e centomila. Prometeo che ha “rubato” i suoni alienanti della musica industriale per farne un perfetto congegno commerciale. Mago dello studio di registrazione. Cantante, compositore, polistrumentista, ingegnere del suono, produttore. Creatore puntiglioso, che cura ogni dettaglio del suo mondo di suoni ma si impone il buona la seconda (al massimo) per le tracce vocali del suo esordio – perché le vuole così, fragili, imperfette e umane. Reznor è anche questo, un paradosso vincente.

Così è paradossale anche la sua affiliazione all’industrial, molto discussa e contestata dai puristi. Su questo aspetto è bene soffermarsi, anche solo per poche righe. Limitiamoci ai primordi del genere, ai cinque punti programmatici dei Throbbing Gristle indicati nell’Industrial Culture Handbook (citati in Industrial [r]evolution di Giovanni Rossi, che a Reznor ha dedicato anche un’appassionata monografia): «autonomia organizzativa nella promozione della propria musica […]», l’abbiamo; «lo shock come modalità espressiva privilegiata […]» idem; «impiego massivo di elementi mediali diversi, come video e foto», naturalmente c’è; manca, almeno fino a Year Zero, il discorso sull’«accesso all’informazione come fonte di potere, anni prima di Internet». Rimane il quinto punto, la «destrutturazione del concetto classico» di musica. Reznor destruttura il suono, sperimenta con la forma canzone, non nega la musicalità. Non ci troviamo agli antipodi ma è qui, se vogliamo, che si apre la forbice rispetto all’industrial della prima ora. L’altra grande differenza riguarda, ovviamente, il canto. Diversamente da Genesis P-Orridge che orientava le proprie scelte «tra lo spoken word e il canto atonale, sgraziato e disturbato» (sempre Industrial [r]evolution), Trent rispolvera il canto melodico in una gamma di sfumature vocali che va dal bisbiglio all’urlo disperato, immedesimandosi in testi introspettivi di ispirazione autobiografica, in cui è il suo Io lirico a dominare.

Per il resto, l’autonomia artistica è stato uno dei suoi punti fermi dai tempi della diatriba con la TVT, che lo ha portato a svincolarsi dalle ottiche del rapporto tra musicista e produttore, ma anche tra produttore e discografico, finendo per assumere in sé tutte queste figure. La multimedialità è un aspetto sperimentato partendo dagli albori della sua carriera, con video dai contenuti forti, poi con le attività interattive sul web, dal download dei dischi, ai remix dei fan, all’Alternative Reality Game di Year Zero. Reznor ha portato queste istanze della prima musica industriale in un contesto mainstream: è il suo più grande merito o la sua più grande pecca, a seconda dei punti di vista. Non si può negare però che l’operazione sia stata un successo artistico e commerciale.

 

Ai tempi dei primi lavori dei Nine Inch Nails, prosperava la cultura cyberpunk; il legame potrà apparire superficiale, ma nel campo della musica Reznor incarna proprio il neuromante di Gibson, com’è stato descritto da Norman Spinrad: «un mago contemporaneo […] la cui magia consiste nell’interfacciare direttamente il proprio sistema nervoso con il sistema nervoso elettronico della sfera dei computer, manipolandolo (e vendendone manipolato) in modo simile a quello in cui gli sciamani tradizionali interagivano con regni mitici più classici attraverso droghe o stati di trance» (dalla prefazione a William Gibson, Neuromante, Oscar Mondadori). Oltre al sistema nervoso, Reznor ha scoperto un altro elemento della machine music: il cuore. Superomista o umano, troppo umano, Reznor si è sempre mosso sul crinale tra emozione e artificio, tra meccanica e anima.

Espressione del clima di malessere della cosiddetta generazione X, il Nostro è stato un personaggio spesso sopra le righe, un Mr. Self Destruct che ha flirtato pericolosamente con i suoi demoni fino quasi a soccombervi nella vita vera. Demoni che ha esorcizzato, però, per molti suoi ascoltatori. Testardo, maniacale, puntiglioso, il suo scopo è sempre e solo stato creare la musica che aveva in mente, musica di impatto – fisico, cerebrale, emotivo. Ha creato una tendenza, ha creato una star (Marilyn Manson), ha creato frotte di imitatori (e se per questi ultimi non è colpevole, per MM una mano sulla coscienza se la dovrebbe mettere…). Sperimentatore pop, è l’uomo che ha “sdoganato” a modo suo synth, campionatori e computer presso un’ampia fascia di appassionati di rock. Un paradosso? Una contraddizione? Comunque qualcosa di molto umano che ha segnato il panorama musicale degli ultimi venticinque anni.

Mercer, Pennsylvania

Nel maggio del 2006 il più celebre ex allievo della Mercer High School vi ha fatto ritorno una sera soltanto, per una cerimonia. Il rocker maledetto è stato ammesso con tutti gli onori nella Distinguished Hall of Fame dell’istituto, insieme a un politico e a un’imprenditrice. L’ex preside Hendley Hoge, che è stato il suo vecchio insegnante di musica e il direttore della banda cittadina, è molto orgoglioso di lui, e lo ricorda come un precoce talento già ai tempi della scuola. Di tutt’altro avviso il giornale locale, lo Sharon Herald, che ha criticato la scelta di premiare l’autore di dischi controversi e dai temi scabrosi. Ma come si sa, e come dice il vecchio e abusato proverbio, nessuno è profeta in patria.

Mercer è una small town (molto small) di duemila abitanti nel cuore… del nulla, a 70 chilometri da Pittsburgh. «Sono cresciuto in un paesino in mezzo al niente, prima di Internet, di MTV e delle radio dei college. Fino a sedici, diciassette anni il mio input sono state le radio FM e la musica mainstream». Nonostante il figlio “degenere”, la famiglia Reznor è molto in vista in quel di Mercer; alla fine dell’Ottocento il bisnonno di Trent, George Reznor, inventò un nuovo calorifero a gas e fondò la Reznor Manufacturing, che produce tuttora impianti di riscaldamento, climatizzatori e condizionatori. L’azienda non è più di famiglia dagli anni ’60, quando fu venduta a una grossa corporation, ma la dinastia dei Reznor continua in tutt’altro campo con un premio Oscar. C’è di che essere ugualmente orgogliosi, anche se non tutti da quelle parti la pensano così.  

Mercer non offriva grandi opportunità di scoprire musica alternativa ai top 40, ma non si può dire che intorno a Michael Trent Reznor, nato il 17 maggio 1965, la musica mancasse. Michael Senior, di professione designer d’interni, oltre a essere un ex rocker e un discreto musicista bluegrass, gestiva un piccolo negozio di strumenti. Da bambino Trent prende lezioni di pianoforte. La sua insegnante, Rita Beglin, si accorge subito che è dotato di un talento naturale. Michael e Nancy Reznor divorziano poco dopo l’arrivo della loro secondogenita, Tera, nata nel 1971. Trent viene affidato ai nonni materni, mentre la sorellina resta con la madre. Per quanto Trent rimanga in ottimi rapporti con il padre, che tra l’altro gli ha trasmesso la passione per il rock portandolo ai primi concerti (e, a quanto si racconta, facendogli fumare il primo spinello), la separazione dei genitori getta un’ombra sulla sua infanzia, influenzandone il carattere schivo e solitario.

A scuola dimostra già il suo talento artistico. È il protagonista dell’allestimento scolastico di The Music Man, recita e canta nel ruolo di Giuda in Jesus Christ Superstar, suona la tuba e il sassofono nella banda e in complessi jazz e la sua insegnante gli prospetta la possibilità di diventare un pianista classico, un vero professionista. Lo studio della musica classica però non lo attrae quanto la prospettiva di suonare rock. Le materie che più lo interessano e per cui si sente portato sono la matematica e l’informatica, che cerca di applicare alla musica interessandosi alla nuova cultura dei sintetizzatori. Dopo un piano elettrico acquistatogli dal padre, che gli insegna anche i primi rudimenti di chitarra e gli lascia usare il retro del negozio come sala prove, acquista un Mini Moog per suonare cover dei Cars e altri gruppi di pop elettronico, la sua maggiore influenza musicale degli anni dall’adolescenza insieme ai Kiss e a The Wall dei Pink Floyd.

Ottenuto il diploma nel 1983, Trent studia per un anno ingegneria informatica all’Allegheny College di Meadville, pensando di dedicarsi in futuro al design di sintetizzatori. In questo periodo milita brevemente negli Option 30, un complesso new wave. Dopo aver lasciato il college, trascorre una sorta di anno sabbatico, vivendo insieme al padre e suonando in cover band. Quindi decide di trasferirsi a Cleveland e tentare con convinzione la carriera di musicista.

Cleveland, Ohio

Per riuscire a sfondare nel mondo della musica, a metà anni ’80 Trent Reznor va a vivere a Cleveland insieme all’amico Chris Vrenna. La città dell’Ohio gode di una scena piuttosto vivace e ha molto più da offrire, in termini di negozi di dischi, locali e radio, di quanto non potesse permettersi un paesino come Mercer. Trent comincia una girandola di band, che lo porta  a registrare prima un disco con i The Innocent (un tremendo gruppo AOR), poi in una cover band, gli Urge, con cui passa da ZZ Top, Van Halen e Journey a Eyes Without a Face di Billy Idol, e poi negli Exotic Birds, guidati da Andy Kubiszewski e abbastanza quotati nella scena cittadina. L’esperienza con gli Exotic Birds, considerati il miglior complesso synth pop dance di Cleveland, è di gran lunga la più significativa; quando Paul Schrader gira in città il film La luce del giorno, un dramma familiare ispirato al mondo delle band di provincia, Trent è tra i musicisti locali chiamati a fare da comparse. Appare in una breve scena come tastierista dei The Problems, un gruppo fittizio di “rock concettuale” alla prese con una cover di True Love Ways di Buddy Holly.

Dopo gli Exotic Birds e le sporadiche collaborazioni con Lucky Pierre e Hot Tin Roof, Trent lavora con Martin Atkins, batterista dei PIL, e con gli Slam Bamboo, improbabili epigoni dei new romantics stile Duran Duran e Spandau Ballet. Ci rimane giusto il tempo di incidere un singolo e di partecipare a un programma televisivo: un Reznor defilato e nerovestito, seminascosto alle tastiere in mezzo a un tripudio di stu-stu-stu-studio line, mise da giovani yuppie e acconciature improbabili; il tutto, rigorosamente, in playback. Ma che cosa non si faccia per campare di musica, il nostro Trent lo doveva ancora scoprire in tutte le sue sfaccettature; gli mancava per esempio, il pulire i bagni dei Right Track Studios, dove è assunto come inserviente tuttofare.

Il lavoro allo studio e, prima ancora, quello come commesso in un negozio di strumenti elettronici sono più importanti di tutte le effimere esperienze nei complessi di Cleveland. Da PI Keyboards Trent impara a conoscere le novità nel campo degli strumenti elettronici, mentre l’impiego ai Right Track è semplicemente la mossa più azzeccata di tutta la sua vita: oltre a imparare le basi del sound engineering lavorando sui dischi altrui e a togliere peli pubici di musicisti dalla tazza del water, la notte, d’accordo con il proprietario Bart Koster, ha libero accesso agli studi per registrare il suo materiale che sta cominciando a prendere forma.

One Man Band

La prima composizione originale di Trent Reznor – che sarà anche il primo singolo dei Nine Inch Nails -, Down In It, è ricalcata su Dig It degli Skinny Puppy. La somiglianza è talmente smaccata che lo stesso Reznor ha sempre ammesso senza remore il debito nei confronti dei canadesi. Gli Skinny Puppy sono tra i padri di un nuovo genere musicale, che unisce l’industrial di seconda generazione, meno oltranzista e più contaminato, con ritmi funky ed elettronici, l’electronic body music (la vigorosa musica sintetica, antenata della techno, di formazioni europee come DAF e Front 242), il rock e la dance. La Metal Dance degli australiani SPK, prime movers della scena industrial internazionale convertiti al nuovo verbo, e singoli come Headhunter dei belgi Front 242 sono tra i capisaldi di questo nuovo stile, ma è soprattutto in America con album come The Land of Rape and Honey dei Ministry (con un po’ di thrash metal nella miscela) e Mind: The Perpetual Intercourse degli Skinny Puppy che si afferma il filone definito più tardi – in modo un po’ discutibile, se si vuole – come industrial metal.

Trent Reznor segue la stessa scia: unire il rumore a ritmi ballabili e le chitarre distorte alle tastiere elettroniche. Il demo di tre canzoni – Down In It, Twist (una versione embrionale di Ringfinger) e Head Like A Hole – che Reznor incide come Crown of Thorns vale l’attenzione di diverse case discografiche. Tra le più interessate c’è la Nettwerk, che ha appena messo sotto contratto Skinny Puppy e Front 242 e per questo non ha fondi. In attesa di poterlo ingaggiare, l’etichetta canadese gli propone uno slot di date come apertura degli Skinny Puppy. Trent accetta, ma sa benissimo di non essere pronto a replicare il materiale che ha scritto dal vivo e con un vero gruppo. Infatti i concerti – lui canta e suona la chitarra, Chris Vrenna si occupa di tastiere e programmazione e Ron Musarra suona la batteria – sono un vero disastro.

Da Crown of Thorns il progetto ha cambiato nome in Nine Inch Nails, l’unica ragione sociale ad aver passato il “test delle due settimane” (vuol dire che era ancora sopportabile dopo averla adottato per quattordici giorni). Nel novembre 1988, di ritorno dal fallimentare tour di spalla agli Skinny Puppy, Trent registra nove canzoni ai Right Track Studios, pubblicate su diversi bootleg (con titoli come Purest Feeling e Pretty Hate Machine Sessions), per la maggior parte provini di quelli che saranno i brani dell’esordio. Due mesi dopo, Reznor, assistito dal manager John Malm, firma un contratto con la TVT, un’etichetta di New York fin lì specializzata in colonne sonore di serie TV.

Down In It

Nel maggio 1989 cominciano le registrazioni vere e proprie. Dai bootleg si può ascoltare come le canzoni fossero già finite a livello di strutture e melodie, ma non gli arrangiamenti, ancora in fase embrionale. L’impostazione di base non cambia: Trent Reznor lavora senza un gruppo di musicisti e senza session men, passa ore ai Ritgh Track e a casa ha allestito un piccolo studio con un Mac, un sequencer e un campionatore E-Max. Preziosa è l’assistenza dell’amico Chris Vrenna, a partire dalla scelta delle fonti sonore da campionare. Dal punto di vista strumentale, l’ossatura dei brani è costruita con suoni programmati, loop e campionamenti presi da brani musicali e film. L’album è il risultato di questo lavoro compositivo preliminare e dell’apporto di ben quattro produttori diversi, oltre allo stesso Reznor deus ex machina: si tratta di Flood, Adrian Sherwood, John Fryer e Keith Leblanc. Reznor avrebbe voluto lavorare solamente con Flood, ma quest’ultimo è troppo impegnato su Violator dei Depeche Mode e si limita a produrre due pezzi. Il lavoro con Sherwood per Down In It e quello con Fryer non soddisfano Trent, rendendo necessario l’intervento di Leblanc.

nine inch nails - pretty hate machine

Anche il mixaggio è un processo durissimo che assorbe il nostro ventiquattro ore su ventiquattro; Reznor crea ponti sonori tra un brano e l’altro per amalgamarli meglio; le canzoni hanno infatti una forte individualità, anche se la seconda parte dell’album è più omogenea a livello di suoni e di tipo di canzoni. Il disco parte con i due pezzi prodotti da Flood. Head Like a Hole è il brano più rock, ma di un rock meccanizzato e ammantato di ferocia cibernetica: inizia con le mitragliate sconnesse della batteria elettronica, si assesta sul ritmo sincopato da slam dance delle strofe con il riff di basso sintetico e le percussioni industriali, e diventa metal ballabile con il ritornello, urlato su uno sbarramento di chitarre alla nitro. Lo staccato feroce e all’unisono di chitarra e batteria, preceduto da suoni percussivi tra Depeche Mode e Einstürzende Neubauten, marchia a fuoco le strofe di Terrible Lie, sorta di blues stravolto dell’era cyberpunk in cui Trent si rivolge al Creatore incalzandolo, esigendo scuse, implorandolo. Prodotta da Adrian Sherwood, la versione di Down In It è in pratica un trip-hop in versione industriale, un paio d’anni prima che il termine diventi di dominio pubblico; le strofe sono a tempo di rap, caso unico in un disco che fa del canto melodico il suo elemento di distinzione dall’industrial propriamente detto, e allo stesso tempo il cavallo di Troia per  le sonorità di quella scuola, il trucco in grado di renderle fruibili al pubblico del rock e della dance alternativi.

Pretty Hate Machine è il disco pop dell’epoca cyberpunk, come un corpo fatto di ossature e cartilagini elettroniche con un cuore rappresentato dalla voce. La vocalità aspra e volutamente imperfetta al confronto dei suoni sintetici, ma anche l’uso tutt’altro che leccato o perfettino della componente elettronica, esprimono l’idea di resistenza umana all’avanzata inesorabile delle macchine e creano un cortocircuito di senso in cui si specchia l’intera estetica dei Nine Inch Nails, spiegando tanto la loro modernità quanto il loro impatto sul pubblico. Forse era davvero un grande cantante quello che mancava alla musica industriale per uscire dai ghetti settoriali: certo, Something I Can Never Have è la canzone sentimentale che i Throbbing Gristle non hanno mai scritto (se non per farne la parodia in United). Situata a metà disco dopo la più funky Sanctified, tutta arpionata dal suo singhiozzante giro di basso in slap, Something I Can Never Have sembra fermare il tempo all’improvviso: il ritmo è pacato e rarefatto, frasi di pianoforte e un pedale lontano di basso come sfondo per un Trent in versione crooner. Non mancano i contrappunti industriali quali i soffi pneumatici e i colpi metallici sul ritornello, ma è facile intuire come nessuna band del genere avesse scritto un pezzo così melodicamente malinconico. I brani successivi, da Kind I Want To a Ringfinger, sono più danzerecci e synth-pop oriented, vicini a una versione più velenosa e muscolare dei Depeche Mode o a un’EBM votata al pop – come in Sin. Con le sue melodie emotive e insidiose e i ritmi ballabili, il Prince della musica industriale ha creato il disco perfetto per la generazione crossover, come spiegato da Daphne Carr nella sua monografia: «Anche se il suo contesto originario era quello della dance, l’album è stato ascoltato e adottato da appassionati di metal, industrial, rock, punk, musica underground e college rock, un pubblico eterogeneo che più tardi si sarebbe fuso sotto la categoria “alternative” nel momento della partecipazione dei Nine Inch Nails al Lollapalooza». Quella di Trent Reznor non era musica per le masse, ma è uscita nel momento giusto per diventarlo.

 Nine-inch-nails 80s

Affilato come un Reznor

«Il tuo disco è un aborto» tuona Steve Gottlieb. Il patron della TVT pensava di avere in mano un album pop di successo ed è convinto che Trent abbia rovinato le canzoni. Secondo i suoi pronostici, il disco fatto in questo modo (c’è giusto il tempo di sistemare alcuni mix) non sarebbe andato oltre le 20.000 copie. Nel giro di un anno Pretty Hate Machine ne venderà 150.000. Quanto al rapporto con l’etichetta, siamo soltanto all’inizio. Il 15 ottobre 1989 esce il singolo di Down In It, Halo 1 secondo la numerazione progressiva d’ora in poi comune a tutto il catalogo dei Nine Inch Nails. Un mese e cinque giorni dopo, Pretty Hate Machine (Halo 2) fa la sua comparsa nei negozi. Smentendo le profezie di sventura di Gottlieb, le vendite non sono stellari ma costanti, e pur non spingendosi mai oltre il numero 70, il debutto di Trent Reznor rimane per quasi due anni nei primi 200 posti della classifica di Billboard.

Per il tour, Trent sceglie i suoi collaboratori stabili: Richard Patrick alle chitarre, Chris Vrenna alla batteria e alle tastiere, Gary Talpas – il grafico che aveva curato l’artwork di Pretty Hate Machine alle tastiere, optando per un mix tra strumenti suonati dal vivo, nastri preregistrati e campionatori. Più avanti alle tastiere subentra l’ex Exotic Birds Nick Rushe (poi sostituito da David Haymes), lasciando Vrenna libero di dedicarsi soltanto alla batteria live. Il suono sul palco dei Nine Inch Nails devia verso sonorità molto più dirette e aggressive, ma sono soprattutto le performance a diventare sempre più violente, tra aggressioni fisiche alla strumentazione, ai musicisti e persino al pubblico. Trent libera l’animale da palcoscenico che è in lui, e l’intensità delle esibizioni è tale da eclissare facilmente headliner come Peter Murphy e i Jesus And Mary Chain.

Un’astrazione del suo impatto live si può vedere nel video di Head Like A Hole, pubblicata nel marzo del 1990 come secondo singolo estratto dall’album, seguita qualche mese più tardi da Sin (con un video censurato e mai trasmesso in tv). Nel 1991 la partecipazione al Lollapalooza è un passo decisivo per l’affermazione su larga scala dei Nine Inch Nails, capaci, grazie proprio alla potenza dei concerti, di conquistare il pubblico rock e di entrare a pieno diritto nella crema della musica alternativa americana. Vrenna intanto ha lasciato la band per screzi con Reznor, rimpiazzato alla batteria da Jeff Ward. Le date in Europa sono meno soddisfacenti e Trent ha modo – chi l’avrebbe mai detto – di litigare con la stampa inglese… E lui, che non ha peli sulla lingua, non si fa scrupolo di rispondere per le rime.

I’d Rather Die Than Give You Control

I problemi veri non arrivano dalla stampa, ma dalla casa discografica con cui è sotto contratto. Reznor ha all’attivo diverse collaborazioni esterne ai Nine Inch Nails; una di queste riguarda un progetto di Al Jourgensen, 1000 Homo DJs, per cui canta in una cover di Supernaut dei Black Sabbath. La TVT si rifiuta di firmare una liberatoria per il disco alla Wax Trax! Da lì al reciproco ostruzionismo il passo è breve, e in un attimo siamo alla guerra aperta. La casa discografica vuole spremere la sua gallina dalle uova d’oro e lo sollecita a entrare in studio per realizzare il seguito di Pretty Hate Machine, ma Reznor non ci sta, non vuole piegarsi alle direttive di Gottlieb, che dal canto suo non ha nessun interesse a ridiscutere il contratto. La situazione di impasse sta diventando drammatica e si risolve soltanto grazie al provvidenziale interessamento della Interscope. La casa discografica fondata da Jimmy Iovine accetta non solo di scritturare Trent Reznor concedendogli la totale libertà artistica, ma gli propone una joint venture per la pubblicazione dei dischi e, soprattutto, rileva il contratto dalla TVT, a cui corrisponderà parte dei diritti sulle vendite fino alla scadenza dell’accordo. La soluzione Interscope si rivelerà alla fine vantaggiosa per tutti. Mentre la TVT ha il denaro necessario per acquisire il catalogo della Wax Trax, Reznor ottiene la liberta che cercava e la Interscope un musicista di talento su cui puntare. Dopo la firma dell’accordo nel 1992, nei dischi successivi dei Nine Inch Nails compariranno tre marchi: TVT, Interscope, e Nothing, la nuova etichetta fondata da Trent Reznor e dal suo manager John Malm. La Nothing lavora nei budget stabiliti dalla Interscope, ma in piena autonomia creativa, e può anche mettere sotto contratto altri artisti. In un colpo solo Trent ottiene la libertà artistica e una propria etichetta indipendente, con cui pubblicherà vecchi amici del giro di Cleveland ma anche band prestigiose, dai The The agli Einstürzende Neubauten, Pop Will Eat Itself e Meat Beat Manifesto, e distribuirà artisti della Warp come Autechre e Squarepusher. Anche se il nome più celebre legato all’etichetta sarà quello di Marilyn Manson.

 Nine+Inch+Nails live

Still Cannot Fix This Broken Machine

Nel 1992 Trent Reznor può finalmente incidere le canzoni a cui stava lavorando in segreto. Il risultato, Broken, è un mini album dalle sonorità molto più pesanti di Pretty Hate Machine, più vicine all’impatto live della band e fomentate dalle tensioni degli ultimi mesi. La chitarra distorta, di cui il primo LP faceva un uso decisamente modico, diventa protagonista. Non è un suono naturale, perché le parti sono decostruite come al solito in loop, lo strumento è filtrato pesantemente con il pedale Zoom 2030 e processato al computer con il software Turbosynth, ma la stratificazione e la pesantezza del sound è tale da creare sonorità potentissime che non temono il confronto con un qualsiasi disco heavy metal. I ritmi sono decisamente più squadrati, un 4/4 che, quando non adotta metronomie da infarto come in Wish, è scandito con la mano pesante di una Happiness in Slavery. Per Wish (Grammy Award nel 1993 come Best Metal Performance) e Gave Up si possono azzardare termini come cyber thrash e affini, e il riff monstre di chitarra è la prima cosa che colpisce anche di Last. Rimangono da citare i due minacciosi strumentali, Pinion e Help Me I Am in Hell, e le due tracce fantasma, la numero 98 e 99 del CD: una cover di Psysical di Adam Ant e Suck, frutto della collaborazione con Martin Atkins e già in scaletta al Lollapalooza, che unisce le ritmiche funky a un riff hard blues.

Per Broken Reznor pensa ad alcuni dei videoclip più disturbanti mai concepiti; MTV non li trasmetterà mai. In particolare, Happiness In Slavery, che ha per protagonista il performer estremo Bill Flanagan torturato da una macchina, e il film girato dall’ex Throbbing Gristle Peter Cristopherson, sono sconsigliati ai deboli di cuore e di stomaco. A pochi mesi di distanza dall’uscita di Broken, esce Fixed, un disco di remix a cura di Foetus, Coil e degli stessi Reznor e Vrenna. Già da qualche qualche mese Trent si è stabilito a Los Angeles, dove sta registrando il suo secondo full length.

10050 Cielo Drive

Sembrava soltanto una bellissima villa sulla montagne di Santa Monica. Reznor l’aveva affittata ignorando che fosse la casa di Roman Polanski, proprio quella dove Sharon Tate era stata uccisa nel 1969. In quella magione isolata che dominava su Los Angeles, Trent allestisce lo studio Le Pig, per registrare quello che la maggioranza degli appassionati considera il suo capolavoro. Insieme al fido Chris Vrenna, a Flood e ad Alan Moulder, reinventa ancora una volta il processo produttivo. In realtà torna di nuovo a scrivere partendo da sintetizzatore e batteria; rispetto a Pretty Hate Machine, il taglio dei nuovi pezzi è più claustrofobico e sperimentale.

NIN - The Downward Spiral

Se il segreto di Pretty Hate Machine era unire ritmi ballabili e melodie catchy a suoni terrificanti, il rumore rimane un elemento centrale sfruttato in modo ancora più versatile, non soltanto per la sua valenza timbrica e ritmica ma anche per quella atmosferica e strutturale di bordoni e textures. Non è in discussione la forma canzone, che si sviluppa in strutture più aperte e progressive: è il caso, per esempio, di The Becoming o Eraser, o di Ruiner, che si concede qualche apertura all’hip-hop come la vecchia Down In It. Più che al progressive in senso lato, l’ispirazione per The Downward Spiral guarda al Bowie del periodo berlinese e al Roger Waters di The Wall. L’insolito strumentale A Warm Place ha un motivo simile a Crystal Japan di Bowie, inserito tra note lunghe e drones ambientali che fanno pensare ai This Mortal Coil ma anche all’Angelo Badalamenti di Twin Peaks.

Il secondo LP dei Nine Inch Nails contiene alcuni dei pezzi più acclamati del loro repertorio. Mr. Self Destruct sfida Foetus sulla via dell’inventiva più perversa e polimorfa, oltre che del rumore for arts sake. La blasfema Heresy ha un ritornello che suona come una voragine. March of the Pigs rovescia le consuetudini dinamiche del rock moderno: tensione assoluta nelle strofe e rilascio nel ritornello. L’assalto sonoro è anche la parte più tecnica: lo sfasamento ritmico – con le due battute del riff scandite su tempi diversi (4/4 e 7/8) a 130 bpm – è geniale e bizzarro, quanto gli stop & go che lo tagliano di netto. Closer è memorabile non solo per il ritornello (I want to fuck you like an animal) ma per tutto l’arrangiamento, compreso il ronzante finale. Da brividi il suono del macchinario campionato in Reptile e il climax costruito con chitarre acustiche e drones nella lunga introduzione, fino all’urlo agghiacciante che accompagna in sottofondo le strofe della title-track. Infine Hurt, per molti la canzone più importante del disco, sicuramente la più toccante: la costruzione ricorda quella di Something I Can Never Have, tra gli arpeggi di chitarra classica, le note discendenti di pianoforte, i drones sullo sfondo e rumori – simili a suoni di ottoni – che mettono i puntini sul ritornello.

Se la linea di demarcazione tra musica suonata e loop si fa sempre più labile per il genio dell’autore, l’alienazione è il sentimento dominante di un contesto in cui l’uomo annaspa in balia delle macchine ma anche la macchina implora di essere distrutta (Eraser) e con lei il demiurgo che l’ha costruita e ha trasformato se stesso in macchina per fare musica. Rispetto ai diari personali di Pretty Hate Machine i testi scavano ancora più in profondità. La spirale discendente evocata dal titolo è quella della perdita di sé, della tossicodipendenza e del suicidio, ma i toni dell’Io lirico di Trent Reznor vanno dai deliri di onnipotenza al superomismo nietzschiano, fino all’autodenigrazione che si unisce allo spleen cosmico di Reptile e Hurt. Uscito l’8 marzo 1994, The Downward Spiral è il disco che porta i suoni postindustriali nei piani alti delle classifiche, debuttando direttamente al secondo posto.

I Nine Inch Nails diventano i Nirvana della musica elettronica. Le similitudini tra Kurt Cobain (Nirvana) e Trent Reznor non sono poche: entrambi hanno preso due generi underground (rispettivamente il punk e l’industrial), li hanno contaminati e inseriti in strutture orecchiabili mostrando come il rumore e la melodia potessero compenetrarsi a vicenda; entrambi hanno ottenuto riscontri commerciali un tempo impensabili per chi veniva dal loro background musicale. I sentimenti che li animano sono molto simili, e anche le loro storie personali mostrano qualche parallelismo; entrambi vengono da anonime città, sono figli di genitori divorziati che hanno trovato nella musica una valvola di sfogo. Entrambi subiscono la pressione del successo, le critiche dei media commerciali quanto dei puristi dell’underground. Entrambi scrivono testi personali pieni di emozioni negative, rabbia, frustrazione, dolore, in cui tanti ragazzi sembrano trovare la loro catarsi. Sono gli ultimi romantici, sotto un certo punto di vista. The Downward Spiral sta a Pretty Hate Machine come In Utero a Nevermind: è l’atteso sequel di un disco di successo che reagisce al suo predecessore con suoni più ostici e scomodi. E come In Utero, tratta da vicino temi come la depressione, la paranoia, il suicidio.

Reznor non è ancora arrivato alla soglia del non ritorno, o perlomeno non ancora così vicino. Al contrario, sembra che la sua carriera sia all’apice, con quella sorta di consacrazione collettiva rappresentata dal concerto di Woodstock 1994 in cui tutta la formazione dei Nine Inch Nails live (Reznor, Robin Finck, Danny Lohner, James Woolley e Chris Vrenna) si esibisce coperta di fango dando vita a uno show rimasto negli annali della musica rock.

 Nine+Inch+Nails 1996

 Further Down The Spiral

Durante il tour di The Downward Spiral, proseguito per oltre un anno, Reznor e Charlie Clouser editano la colonna sonora di Natural Born Killers, presentata in modo molto innovativo come un collage di brani preesistenti usati nel film di Oliver Stone e dei dialoghi tratti dalla pellicola. Il disco contiene tre brani dei Nine Inch Nails: A Warm Place, un remix di Something I Can Never Have e l’inedita Burn. Nel 1995 anche The Downward Spiral subisce lo stesso trattamento di Broken: esce Further Down The Spiral, decisamente più originale delle classiche raccolte di remix. Oltre a Foetus e ai Coil, Trent dà carta bianca anche a Rick Rubin, Aphex Twin e Dave Ogilvie.

Nel 1995 Trent ha modo di condividere il palco con David Bowie. Un incontro che ha rievocato di recente sulle pagine di Rolling Stone: «Ho incontrato Bowie in un momento non bello della mia vita. Lui si era disintossicato, io no. Mi prese sotto la sua ala protettrice e mi offrì pillole di saggezza che mi perseguitarono, in un primo momento, ma alla fine mi hanno aiutato […].  In uno dei nostri primi incontri disse “Voi ragazzi ci spazzerete letteralmente dal palco perché suoneremo musica che nessuno nel pubblico vuole sentire, canzoni dall’album nuovo [Outside, ndr]. Questa è la cosa che devo fare in questo momento”. Fu una frase che su di me ebbe un grosso impatto. Nel senso che ci vuole del vero coraggio per fare una cosa del genere, anche se mi sembrava un po’ stupida. All’epoca non l’avrei mai fatta. Ma allo stesso tempo pensavo fra me e me “Voglio essere il tipo di persona che non ha paura di sperimentare”». Trent non vive un momento felice, il tour lo ha completamente esaurito e pensa che la sua creatura gli si sia rivoltata contro, diventando la parodia di se stessa (e di se stesso). L’autoanalisi, come nei suoi testi, è spietata: si odia per quello che è diventato. 

The Fragile

Per cinque anni i Nine Inch Nails non pubblicano un vero nuovo album. Reznor, esausto dopo il tour, ha scelto di ritirarsi a New Orleans, dove ha costruito il proprio studio ultramoderno in un edificio un tempo di sede di un’agenzia di pompe funebri, facendone come a Cielo Drive la sua casa e il suo luogo di lavoro. I suoi primi progetti nella nuova location sono la musica per il videogioco Quake (Trent è un patito dei videogame), la produzione di Antichrist Superstar (rampa di lancio per la carriera di Marilyn Manson), del progetto 2wo di Rob Halford dei Judas Priest e della colonna sonora di Lost Highway di David Lynch. The Perfect Drug, il brano inedito dei Nine Inch Nails presente nel disco (nel film se ne ascolta appena qualche frammento), è una prima incursione di Reznor nei territori del drum’n’bass. Nei mesi successivi lavora a un pessimo remix di Puff Daddy e, decisamente più interessante, al remix di un nuovo brano di un David Bowie a cui lo lega una reciproca stima e una forte amicizia. I Am Afraid of Americans è tuttora parte della scaletta live dei Nine Inch Nails.

Sembra quasi che Reznor lavori su progetti diversi per ritardare il momento in cui dovrà creare il nuovo album dei Nine Inch Nails. Perché Trent sta perdendo pezzi, della sua band e della sua vita. A dir poco traumatica è la fine del sodalizio con Chris Vrenna, il suo braccio destro. Più fastidiosa, ma molto meno significativa, quella dell’amicizia con Manson. Brian Warner è nel pieno del proprio trip da celebrità e ha platealmente scaricato il suo mentore, che l’ha aiutato a incidere il suo disco più interessante (forse l’unico che valga la pena di essere ascoltato fino in fondo). Il problema di Trent è comunque molto più profondo e personale: da anni la musica ha assorbito tutto il suo essere, è in crisi d’identità, la spirale gli ha lasciato dentro un buco nero, ora amplificato dalla perdita della persona che lo aveva cresciuto, la nonna, e dalla dipendenza da alcool, cocaina e antidepressivi.

Nine Inch Nails - Fragile

La gestazione di The Fragile è persino più faticosa di quella dei dischi precedenti. Trent riesce a venirne a capo grazie ad Alan Moulder e a Bob Ezrin; il produttore di The Wall lo aiuta a mettere ordine nella scaletta e dare al doppio compact disc la forma definitiva. The Fragile è una continuazione di The Downward Spiral, delle sue atmosfere più disparate e dei suoi arrangiamenti più rifiniti. Ci sono più ospiti e parti suonate, dal ritorno di Adrian Belew, che già aveva suonato in The Downward Spiral, ai cori del Buddha Boys Choir (!). Tra i crediti figurano pure Steve Albini e Dr. Dre. Ci sono architetture più pompose che il predecessore escludeva nella sua tagliente inesorabilità; le mettono in mostra l’iniziale Somewhat Damaged e i singoli The Day The World Went Away e We’re In This Together. I punti di riferimento sembrano scivolare di qualche anno indietro, dal metal e dal post-punk in chiave synth-industriale al rock anni ’70 in veste più rumorosa e alternativa.

In molti hanno sottolineato il parallelo ancora più scoperto con il The Wall dei Pink Floyd o le assonanze sempre più evidenti con il lavoro di David Bowie. Le melodie più tornite della title-track o le rotondità ritmiche di The Wretched e Even Deeper rispetto alla secchezza di una Closer, o il riff hard di No, You Don’t dicono di una forma più “classica” in questo senso. Il pianismo impressionista di La Mer (quasi alla Debussy) e la ballata atmosferica The Great Below (splendido incrocio tra A Warm Place e Something I Can Never Have) suggellano il primo disco. Il secondo, leggermente inferiore, colpisce più per le “deviazioni”, come il dance pop di Please, l’irruenza di Starfuckers Inc. e la singolarità di Underneath It All. È un’opera in cui ci si immerge come per The Downward Spiral, di cui The Fragile è il degno successore senza averne l’aura epocale.

Del monumentale doppio CD esce un nuovo gemello remixato, Things Falling Apart, molto meno interessante di Fixed e Further Down the Spiral, mentre dal tour è tratto il primo disco dal vivo dei Nine Inch Nails, And All That Could Have Been. Nell’edizione doppia il live è accompagnato da Still, un disco di strumentali composti in origine per il film di Mark Romanek One Hour Photo, ma mai utilizzati. Nonostante The Fragile debutti al primo posto in classifica, le vendite dell’album cadono presto in picchiata, al punto che Trent sarà costretto a finanziarsi il tour promozionale, da cui esce ancora una volta stremato. A Londra rischia di morire per un’overdose accidentale di eroina. Se quello è un episodio, le costanti sono alcool, cocaina, depressione e attacchi di panico, un mix insostenibile che lo trascina in fondo a un buco nero. L’ennesima goccia che fa traboccare il vaso è l’assassinio di un suo giovane amico e aiutante, Rodney Robertson, coinvolto in una sparatoria legata al traffico di droga. Probabilmente per la prima volta nella sua vita, Trent Reznor si rende conto che le canzoni non bastano come terapia e intraprende un lungo periodo di cure per disintossicarsi. Una volta pulito, apre gli occhi sulla gestione dei suoi conti economici. Alla fine della lunga e dolorosa diatriba legale con il suo manager John Malm, ottiene un risarcimento di quasi 3 milioni di dollari. La causa segna però anche la fine della Nothing Records e di una lunga amicizia. Reznor cambia management e lascia New Orleans per tornare in California.

 Nine Inch Nails 2005 circ

Will You Bite the Hand that Feeds?

Quindi lavora al successore di The Fragile, uscito a ben sei anni di distanza, uno in più di quelli che separavano il doppio CD da The Downward Spiral. With Teeth nasce da un processo di scrittura molto diverso, i brani sono stati composti e suonati al pianoforte e nelle registrazioni sono coinvolti i musicisti della band, quasi tutti volti nuovi, da Aaron North all’italiano Alessandro Cortini. Ospite d’eccezione, Dave Grohl.

nine inch nails - with teeth

Con il quarto full-length in sedici anni andiamo incontro alla prima parziale delusione; è un disco che non ha la capacità di incidere sul panorama musicale dei primi due lavori e manca anche dell’ambizione del terzo. Reznor sembra volersi mettere in gioco con un’elettronica più “normale” a discapito della componente industrial, che in buona parte viene meno. È un lavoro molto curato, ma con suoni meno originali o che semplicemente sorprendono in misura minore perché sono diventati familiari: il brutale drum’n’bass di You know What You Are? , l’r&b pestone di Collector e Sunspots, la dance pesante di The Hand that Feeds il primo pezzo politico dei Nine Inch Nails – o il funk rumoroso di Only.

Recuperato nel fisico e nel morale, Reznor è anche molto più libero mentalmente e risoluto nelle sue idee. Abituati ad attese bibliche, cogliamo con una certa sorpresa il suo ritorno dopo soli due anni. Il concept alla base del nuovo album è un racconto di fantascienza ambientato nel futuro, con un mondo sull’orlo del collasso, una sorta di 1984 attualizzato agli scenari del dopo 11 settembre, dove un governo teocratico esercita un controllo coercitivo sulle menti dei cittadini attraverso una droga diffusa nei condotti dell’acqua. Al contrario di With Teeth, Year Zero è composto al computer e ripropone un tipo di elettronica grezza e distorta, che in parte richiama le timbriche della prima fase creativa. Siamo ben lontani dall’originalità di The Downward Spiral o The Fragile, che non significa proprio disaffezione da parte di chi lo ha sostenuto ma naturale declino artistico, accettato come tale. Oltretutto, in un mondo come quello dell’elettronica – per quanto rockeggiante – basta poco perché un innovatore possa diventare obsoleto, un relitto di un’epoca passata come gli anni ’90, più lontani allora di quanto non lo siano oggi. E fa male pensare che questo sia Trent Reznor.

Per promuovere questa sua fatica fantascientifica, Trent inventa un nuovo canale creativo, commissionando un ARG (Alternate Reality Game) che finanzia di tasca sua e lancia con un’inedita strategia di marketing virale. Per un artista attento in maniera maniacale alla tecnologia come è sempre stato Reznor, era impossibile non cogliere la novità di Internet ma anche capirne implicazione e problematiche. È in questo momento che, sull’esempio dei Radiohead, pur criticando alcuni aspetti della loro operazione, affida alla rete il suo lavoro con Saul Williams, The Inevitable Rise and Liberation of NiggyTardust. Intanto sperimenta con i siti ninremixes.com e remix.nin.com la possibilità di interagire creativamente con il pubblico. “Scaricato” dalla Interscope, si decide a diffondere la propria musica direttamente sul web.

Così nel 2008 esce Ghosts I-IV, un album di musica strumentale, pubblicato con licenza Creative Commons in sei formati: dall’mp3 gratuito (della sola parte I) al disco in edizione limitata, al quadruplo LP. I 36 brani strumentali, firmati da Reznor e Atticus Ross, il musicista inglese che diventerà la sua spalla, sviluppano soluzioni sonore molto diverse, accomunate prevalentemente da un visionario minimalismo, e possono essere considerati la prova generale per il lavoro sulle colonne sonore. In modo analogo è distribuito anche The Slip, un disco che aggiunge poco alla storia dei Nine Inch Nails. Sembra quasi un regalo d’addio agli ammiratori. Infatti nel 2009 un comunicato sul sito ufficiale annuncia che i concerti in programma saranno gli ultimi della sua creatura. L’aria che si respira ai concerti è quella del rompete le righe. È stato bello.

nine inch nails 2013

 How To Destroy Angels (and Win… an Oscar)

La fine (apparente) dei Nine Inch Nails non significa che Trent Reznor voglia smettere di fare musica. Già nel 2010 si delineano i contorni del nuovo progetto, chiamato How To Destroy Angels in onore dei Coil, come il titolo un loro disco del 1984. La presenza di Atticus Ross non è una novità; lo è, ma solo a livello artistico, quella di Mariqueen Maandig, l’ex cantante dei West Indian Girl che Trent ha sposato qualche mese prima. Nei due EP e nel recente album Welcome Oblivion, gli HTDA propongono musica più varia e soft dei Nine Inch Nails, da un lato una canzone elettronica più lineare, con sfumature soul e ambient, dall’altra una sorta di trip hop o trance pop, dalle strutture più circolari e atmosferiche. È il primo vero side project di Reznor a vedere la luce – cosa che non era successa ai più volte annunciati Tapeworm – e propone alcune (poche) stimolanti novità, a partire dalla voce femminile.

Tuttavia, la vera grande novità del Reznor 2.0 è la carriera di compositore per il cinema che si è saputo costruire nel giro di un solo lavoro: il suo primo score cinematografico. Per Natural Born Killers e Lost Highway Trent aveva prodotto raccolte di brani di musica preesistente e registrato qualche inedito. Niente di tutto questo avviene in The Social Network di David Fincher, dove il nostro si cimenta, per la prima volta, con un commento sonoro originale. La musica di Reznor e Atticus Ross elude le scelte più classiche delle colonne sonore hollywoodiane, come l’orchestra o i motivi conduttori, ragionando a modo suo in termini di struttura e di tono emotivo e portando una ventata di novità nello stesso rapporto con le immagini. «Credo che la mia sfida come compositore sia stata scrivere dei pezzi che potessero in qualche modo attirare l’attenzione dello spettatore. Non cerco di contribuire a qualcosa. Non voglio essere di supporto al film, ai dialoghi o ad altri elementi. Spero che la mia musica sia fine a se stessa, sia solo da ascoltare. Avvolgo il set con un suono, un’atmosfera, una sensazione e lascio che l’attore si cali dentro… Lascio che sia la mia voce o un pezzo melodico a diventare il centro dell’attenzione».

Le fonti d’ispirazione vanno da Walter Carlos a Vangelis ai drones ambientali di David Lynch, ma si tratta di un lavoro originale, scevro da qualsiasi cliché. Hand Covers Bruise, il motivo principale del film, è un brano in cui una melodia malinconica al pianoforte emerge da cluster di dissonanze alla Lygeti. Il brano ritorna tre volte in forma leggermente diversa. Come racconta David Fincher, Trent ha fatto una cosa interessante, cercando di utilizzare tre differenti sonorità prodotte al piano: una tastiera, un piano verticale e uno a coda, in diverse ambientazioni; nel film si crea una progressione narrativa usando la stessa melodia. «La nostra colonna sonora dava l’idea che sotto la superficie vi fosse tensione, vulnerabilità, e quindi cambiava tutto il tono del film», una storia di vita da college e amicizie tradite all’ombra di una delle più grandi idee di business della storia recente: l’invenzione di Facebook. Per orchestrare i pezzi, è stato usato anche uno strumento elettronico artigianale, lo swarmatron, che produce sonorità più organiche, imperfette di un normale sintetizzatore. A sorpresa, The Social Network vince il Golden Globe per la colonna sonora e il 27 febbraio 2011 arriva il premio più ambito: l’Oscar. Anche l’Academy ha riconosciuto l’originalità del contributo di Reznor e Ross, che non si fanno pregare per buttarsi anche nel nuovo progetto di Fincher, The Girl With the Dragon Tattoo (Uomini che odiano le donne). Oltre a scrivere le partiture strumentali, il team riarrangia Immigrant Song dei Led Zeppelin con la voce di Karen O; sono presenti anche gli How To Destroy Angels, con la cover di Is Your Long Strong Enough? di Brian Ferry. Lo score è più cupo e ambientale, ispirato al freddo e al ghiaccio. Nelle colonne sonore composte insieme a Ross, Trent Reznor ripropone il connubio organico/macchina tipico tipico della sua arte – soprattutto nel rapporto tra il pianoforte e i sintetizzatori – ma lo fa con nuove sfumature, rinunciando alla sua voce per cercare nuove tonalità espressive.

nine inch nails - came back haunted

I Nine Inch Nails sono un ricordo del passato? Niente affatto. Eccoli riemergere con un nuovo tour e un nuovo disco. Padre di famiglia, lontano dagli eccessi di una volta, capelli corti e corpo massiccio, Trent è tornato meno haunted di prima, per quanto ci voglia far credere il contrario. A un primo ascolto Hesitation Marks, uscito per Columbia, stupisce per i toni pop dei suoi brani di punta e non è molto più di uno dei tanti dischi di comeback degli ultimi anni. Se all’inizio presenta due pezzi “forti”, orecchiabili ma grintosi, come Copy of A e Came Back Haunted, non si può dire la stessa cosa della continuazione: nel power pop zuccherino di Everything Everything, nei funkettini innocui (Satellite) e in alcuni brani stranamente derivativi (Disappointed sembra una b-side di Thom Yorke) chi scrive obiettivamente fa fatica a riconoscere la penna del loro autore. 

Ritorniamo al quesito di partenza. Reznor è ancora un innovatore? La one man band non lo è come ai tempi belli. D’altro canto, il compositore ha dimostrato di sapersi reinventare benissimo in un’arte delicata come la musica da film. Il musicista rimane un’intelligenza creativa con cui bisogna fare i conti. E il performer visto di recente in quel di Milano ha ancora pochi rivali. Dopo venticinque anni di carriera Trent Reznor è una presenza ancora viva, di cui continuiamo e ritorneremo sicuramente a discutere. 

28 ottobre 2013
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