Über lirismo da balera

Approfittando della data al Karemaski di Arezzo di qualche settimana fa, abbiamo fatto due chiacchiere con Lorenzo Kruger, frontman e paroliere dei Nobraino. Reduce dall’uscita del Disco d’oro, terzo lavoro in studio dopo il sorprendente No USA! No UK!, il quintetto di Riccione è tornato in pista con un album che come il precedente racchiude tutti gli elementi che hanno reso il gruppo molto più di un semplice fenomeno live. Tra arrangiamenti folk-rock e cinismo über lirico, la band ci racconta un’altra fase del suo percorso: quella della maturità, sempre in bilico tra club e balera, ironia e compostezza.

L’impressione è che nel Disco d’oro si utilizzi un linguaggio diverso rispetto a quello degli altri album: sembra quasi che vi sia una volontà maggiore di raccontare storie, di voler usare ulteriormente il potenziale narrativo della quotidianità.

Secondo me non tanto. In questo senso mi sembra che il Disco d’oro non si discosti molto dagli album precedenti, soprattutto da No USA! No UK!. È in scia, ogni brano di adesso ha un corrispettivo nei dischi passati e l’evoluzione che c’è tra uno e l’altro è di tipo umano, soprattutto. Poi il Disco d’oro suona meglio e quindi questo ne fa apprezzare maggiormente alcuni aspetti, come la voce che esce in un certo modo e perciò riesce a dare anche più importanza a quello che si dice. Per quanto riguarda i testi invece, quello che scrivo è necessariamente preso dal quotidiano ed è inevitabile essere autobiografici e attingere dalle proprie esperienze personali. Si tratta di un meccanismo necessario. Io posso cercare di immedesimarmi in qualcun altro ma sempre mantenendo il mio punto di vista. Il resto è leggere i giornali, guardare la tv e ascoltare le persone che parlano e si raccontano.

Un aspetto che ha sempre contraddistinto le vostre canzoni è l’uso dell’ironia, tipicamente pungente e altrettanto cinica, a volte quasi nera. Com’è stata usata questa volta?

Beh, è chiaro che quando sei più giovane fai anche prima ad essere distruttivo e cinico. Crescendo, tendi ad ammorbidirti o per lo meno a cercare di giustificare questi motti di cinismo, quando ci sono. Però in generale, i Nobraino non sono programmatici, non sono un progetto, quindi non ci siamo mai proposti di fare canzoni di un certo tipo o di un altro: abbiamo iniziato a suonare da piccoli, per così dire, e la nostra unica preoccupazione era appunto quella di suonare. Poi, piano piano, a livello di scrittura – ma anche di arrangiamenti – abbiamo acquisito una forma, forse anche più di una, ma in sostanza facciamo quello che abbiamo voglia di fare sul momento. I Nobraino comunque, come compagnia, sono abbastanza dissacranti e anche autoironici, dato che ci prendiamo per il culo in continuazione. Per questo motivo, tenendo presente che devo scrivere non solo per me ma anche il resto del gruppo, cerco sempre di tenere viva questa parte dell’ironia e del divertimento. Quindi sì, scrivendo per gli altri probabilmente tengo conto del lato ironico di tutta la faccenda e magari è proprio così che vengono fuori delle gag letterarie. Forse, se dovessi scrivere solo per me stesso o accompagnato da un musicista seriosissimo, mi lascerei andare di meno. È chiaro che la band mi influenza molto, a livello di scrittura, ma lo fanno anche le aspettative che il pubblico può avere verso i Nobraino.

Nel comunicato stampa si legge che per voi il Disco d’oro è il primo album davvero nato in studio, mentre gli altri si sono sviluppati in maniera maggiore successivamente alla registrazione, soprattutto in sede di live. Come spieghi questa differenza?

Diciamo che abbiamo voluto prestare più attenzione alla produzione dell’album. Prima, venivamo da esperienze più “mordi e fuggi”, nel senso che si faceva una pausa dal tour, in un mese si registrava tutto e poi si ripartiva. Questa volta invece ci siamo preoccupati maggiormente che l’album suonasse bene e che non finisse per essere solo un souvenir del concerto, anche se questa è una cosa che succede inevitabilmente. Poi molti di quelli che hanno ascoltato i vecchi dischi senza averci mai visto dal vivo devono aver pensato che fossero una schifezza, mentre la gente a cui è piaciuto prima il live in qualche modo è stata attirata anche dagli album. Ecco perché il Disco d’oro teoricamente dovrebbe essere ascoltabile anche da chi non hai mai masticato i Nobraino. Stavolta ci siamo presi sul serio, cosa che non facciamo spesso, a dire il vero.

Infatti anche i testi appaiono più maturi…

Anche la scelta dei testi è legata a quel processo di crescita di cui ti parlavo prima. Avevamo circa quaranta pezzi tra cui scegliere e alla fine abbiamo optato per quei brani dove non si sconfina mai nel demenziale o nel troppo provinciale, quindi brani che comunque mantengono una certa dignità, soprattutto nella forma. Non che gli altri non ce l’abbiano, però in passato abbiamo giocato molto con le canzoni, col divertissement, e sono tutte cose che messe in un album possono limitarne il respiro. Da questo punto di vista invece, i nuovi pezzi funzionano tutti, nel senso che reggono ad un impatto più ampio.

Per quanto riguarda la resa live invece è cambiato qualcosa? Mi riferisco a quelle trovate da palco che da sempre caratterizzano i vostri show…

A dire la verità non ce ne curiamo affatto. Vogliamo continuare a fare concerti nella stessa maniera in cui li facevamo prima. I giochi e le gag sul palco sono sempre spontanei e non c’è mai nulla di premeditato. Si va avanti così, per emozione, senza pensarci troppo, anche perché nei nostri live è sempre il pubblico che comanda. È chiaro che si cerca sempre uno scambio, una reciprocità nella provocazione. Noi proviamo sempre a scuotere chi abbiamo davanti, però è la gente che viene a sentirti che ti da l’energia e lo sballo per farlo. È anche vero che gli eccessi di amore ti fanno fare delle cose di cui ti penti la mattina dopo, ma Nobraino vuol dire anche questo. Noi scherziamo spesso sul fatto che Nobraino vuol dire stupido, e questi sono davvero momenti di istupidimento inteso sempre come stupore. Noi siamo i primi a rimanere stupiti da quello succede sopra e sotto il palco. Ma sono comunque dei bei momenti.

Cambiando discorso, il titolo del disco come lo avete scelto? Sembra un altro dei vostri sberleffi al mercato musicale, un’idea che avevate già avuto intitolando il vostro esordio The Best Of.

È un titolo cromatico e all’inizio lo avevamo scelto con la volontà di seguire altri dischi dello stesso tipo, come per esempio il White Album dei Beatles o il Brown dei Primus. Poi ci è piaciuta molto anche la gag del disco d’oro, anche se non è direttamente legata alla certificazione discografica: semplicemente, ci siamo domandati quale fosse il colore di questo album e quando qualcuno ha detto oro, c’è stata una risata generale e subito dopo ci siamo accorti che era il titolo giusto. La provocazione c’è sempre, ma diciamo che stavolta è partita da una domanda seria.

Visto e considerato che la provocazione è uno dei vostri marchi di fabbrica, come reagite di fronte alle critiche? Le affrontate alla solita maniera scanzonata che presentate sul palco oppure le prendete sul serio?

Di solito mi danno fastidio, ma reagisco bene, diciamo che abbozzo. Dico sempre che non dovrei leggere le recensioni, però alla fine lo faccio anche se è un meccanismo sbagliato, perché fa male alla nostra indipendenza: non vogliamo stare troppo all’erta sui commenti degli altri su quello che facciamo, perché una volta che abbiamo capito che la direzione è buona dovremmo solo essere abbastanza incoscienti per andare avanti. Facendo così, invece, rischi di voler assecondare qualcuno. Secondo me è nocivo anche Facebook, per lo meno quando lo si usa per cercare ossessivamente l’approvazione degli altri. Tra l’altro, Facebook non rappresenta nemmeno la totalità degli ascoltatori, per cui finisci per dar credito a qualcosa di molto parziale.

C’è una canzone del nuovo album a cui siete – o sei – particolarmente legati?

Direi Film muto. È un brano che mi ha dato soddisfazione perché si tratta di un esperimento: volevo scrivere un testo d’amore da parte di una donna, moglie o compagna per il suo uomo. Poi però mi sono accorto che, in qualunque caso, si trattava di una cosa asessuata, nel senso che non conta l’opposizione maschile / femminile ma la coppia come nucleo dal quale si può poi costruire qualcosa.

Rimanendo in tema: il ruolo del maschio duro e puro protagonista di molti vostri brani – penso a Bifolco, Strano E Inaffidabile, Cecilia, ma potrei continuare – è cambiato nel nuovo album? Qual è stata la sua evoluzione?

Più che di evoluzione, io parlerei di maturazione, che poi è quella che sto cercando di raggiungere io stesso. A me piacerebbe vedere uomini più coscienti di quello che significa essere uomini, anche per quel che riguarda gli impegni che uno ha nei confronti della propria donna. Nelle canzoni il machismo di fondo è rimasto, ma noi siamo attirati da un uomo forte che allo stesso tempo sia in grado di amare teneramente, dato che si tratta di una componente fondamentale per essere completi. La difficoltà maggiore sta appunto nella compiutezza, cioè nel fatto che questo grande uomo sia capace oltre che di mostrare i muscoli anche di piegarsi per sostenere la sua compagna. Poi a me questi tempi non fanno venir voglia di vedere in giro altri farfalloni, mi sembra che l’attualità ce ne offra già di per sé abbastanza. Quindi sì, penso ad un altro modello, ad un altro uomo, che però mi pare che manchi nel panorama di adesso. Premettendo che io non credo alla musica come veicolo della politica, ritengo che ci siano comunque questioni che debbano essere necessariamente affrontate, e il rapporto tra uomo e donna è una di queste, visto che tutto si basa su questo equilibrio. Ecco perché, ragionando su queste cose, è ovvio che nascano valutazioni del genere. Film muto parte proprio da questa considerazione, ma è un filo che puoi ritrovare in tutto l’album: Bademeister, per esempio, presenta il punto di vista opposto e questo dipende dal fatto che i Nobraino, nella loro non-serietà, tendono a voler dare sempre uno schiaffo e una carezza, una risata e una lacrima. Cerchiamo di stare in equilibrio tra questi due aspetti, ed è questo che ci fa capire quando lo spettacolo è ben riuscito.

Su Bademeister l’uso del tedesco è stata una scelta consapevole o si è trattato più di una necessità dovuta al taglio del pezzo?

A dire il vero si è trattato più di una necessità perché il brano è nato proprio dal ritornello, che io ho conservato per anni senza però riuscire a trovarne la giusta collocazione, dato che mi mancava la strofa. Lo scorso anno, per il Fantomatico tour dei teatri che abbiamo fatto per presentare degli inediti, sono andato a ripescare un po’ dei miei appunti per cercare di scrivere nuovi brani ed è così che ho ritrovato la prima bozza del testo. Poi, in allegato a questo ritornello è uscito fuori il personaggio del bagnino farfallone e tutta la questione che ne segue.

28 maggio 2012
28 maggio 2012
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