Re-boot #29

Alle volte è una questione di lampi improvvisi, o magari di veri e propri innamoramenti. Talvolta invece la pressione si alza gradualmente, mentre il suono ti entra in circolo quasi senza farsi sentire. In qualche caso spiccano di più i contro, ma ci sono comunque anche i pro. Lo avrete capito: la nostra rubrica Re-boot è una creatura libertina e senza troppe remore (e soprattutto senza cadenza fissa), impegnata a dar voce a dischi italiani per qualche motivo degni di nota ma che non trovano spazio nel formato “tradizionale” della recensione singola. Il vantaggio dell’articolo “collettivo” e multimediale è poter assaggiare senza l’obbligo di finire il piatto, o magari scoprire che in fondo ne volete ancora. A voi la scelta.

Cominciamo con un antipasto di bambagia soul (You Are Gonna Tell Me), folk in punta di fingerpicking (Love’s Ambition), vaudeville con chitarrine caraibiche (Sleight Of Hands), swing caracollante (Carrots Not Souls), jazz impalpabile (Damn Your Eyes): queste più o meno le coordinate sonore di Everything Could Happen, secondo album del trio femminile di stanza a Brescia, Freaky Mermaids. «Un progetto di theatrical folk», come le stesse musiciste amano definirlo, in bilico tra nostalgie e intimismo, e che trova il modo di non suonare troppo scontato proprio flirtando con certi suoni nobili e rétro. Le Nostre hanno all’attivo anche un EP (Freaky Circus) e un disco d’esordio (Moonshine Once Betrayed Me). (6.6/10).

Una raccolta di poesie in bilico tra versi seri e boutade ai confini col surreale («Ci vorrebbe un apecar, per poterti dimenticar»), una figurina in stile Panini col faccione del padrone di casa, un mini-poster e poi il disco, ovvero Tu sei pazza di Filippo Dr. Panico, il tutto in un’unica confezione. Un total look che shakera universi sbrindellati in cui far convivere una Ci vorrebbe una notte inchiodata a un unico verso (e scritta con la collaborazione di Calcutta), certi «io» che fanno bestemmiare (Ogni volta che te ne vai), clapping hands e sax (Compari Scompari), chitarre elettriche sbarazzine dal buon appeal pop in cui il serio è il faceto. Musica vissuta come intrattenimento, un surrogato di risatina divertita destinata a un pubblico prettamente giovanile (che sicuramente gradirà), storie a un passo da YouPorn. Almeno qui ci si prende poco sul serio, anche se forse non basta (5.5/10).

Un cocktail di ironia e testi significativi che richiama il primo Vasco Rossi (Hanno ragione tutti), sedute psicanalitiche peculiari (Avrei voluto essere The Edge) e un approccio pop-rock che con poco fa molto. Merito anche del Martino Cuman (Non voglio che Clara) chiamato a dare il suo contributo in sede di produzione artistica, che in questo terzo disco di Alberto Molon allinea ordine e freschezza su un unico asse valorizzando la buona scrittura del musicista veneto. Hanno ragione tutti è un album col peso del cantautorato ma in realtà assai leggero dal punto di vista formale, e in cui sembra di cogliere la migliore tradizione italiana smaltata da una modernità musicale mai troppo cinica o settaria nel giocare con i colori e le soluzioni arrangiative (6.9/10).

Ci sono album che apprezzi anche per la capacità che hanno di rivelare molto di chi li registra, e non solo per la musica. La visione cantautorale di Davide Ravera racchiusa in Ramingo non si discosta molto da altre che ci è capitato di vagliare (a parte forse per le intriganti ritmiche ska di brani come Come il vento senza nuvole o “rocksteady” di Ramingo), tra parentesi voce-chitarra (Le vie di Firenze), spunti più riflessivi (Poco sole) e rock adatto un po’ a tutte le stagioni (Ho iniziato a sospettare di me), e certo non mostra virtuosismi vocali o particolari impennate emotive. Eppure le rime baciate e i testi efficaci, ovvero quel dichiararsi spugne per una quotidianità da rappresentare senza filtri, non passano inosservati e valgono più di un ascolto. Produce Umberto Palazzo (6.5/10).

19 marzo 2017
19 marzo 2017
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