Tutto intorno alle note

Delone, terzo disco per i Sacri Cuori, è un lavoro intenso e brillante, una messa a fuoco dei temi ormai tipici della band fondata da Antonio Gramentieri sul finire degli anni Zero assieme a Diego Sapignoli (raggiunti più avanti da Francesco Giampaoli). Questo il nucleo di una band aperta, attorno a cui gravitano collaboratori fidati (Christian Ravaglioli, Enrico Bocchini, Denis Valentini, Francesco Valtieri…) e un autentico plotone di nomi internazionali quali Howe Gelb, Hugo Race, Dan Stuart e John Parish, solo per citarne alcuni. Immaginario romagnolo, celluloide Sixties ed effervescenza esotica si fondono coi clangori e languori desertici in differita dalla frontiera USA, generando un territorio sonoro nuovo, malgrado la riconoscibilità dei segni. Una congiuntura musicale inconfondibile che non si è limitata ad incantare pubblico e critica italiani, ma è riuscita a ritagliarsi spazio e ottime recensioni sulla stampa estera. Abbiamo parlato di questo e altro con Antonio Gramentieri.

Delone sta guadagnando recensioni molto positive anche fuori dai confini nazionali. Detto che personalmente mi sorprende solo fino ad un certo punto, come state vivendo questa cosa?

Il piano su cui le abbiamo ricevute è nuovo e gratificante, e infatti brindiamo. Ormai la critica è talmente frammentata e senza filtri che una citazione su un blog o su una webzine autogestita non si nega a nessuno, in Italia esattamente come all’estero. Sacri Cuori hanno già avuto attenzioni fuori dei confini, anche molto generose, sia su webzine che su riviste e siti autorevoli. Ma arrivare da lì alle quattro stelle sul Guardian o alle quattro su Record Collector è uno scatto. E’ lo scatto di essere presi sul serio (e, per fortuna, almeno in questo caso, anche apprezzati) al massimo livello possibile. Pur rimanendo con i piedi molto saldi a terra, basta fare il conto di quanti gruppi italiani hanno avuto un trattamento simile da quel tipo di stampa, in questi ultimi lustri. Credo sia un conto molto rapido da fare.

Zampighi, nella sua recensione per Sentireascoltare, mette l’accento, tra le altre cose, sull’afflato jazzistico che si avverte nel reticolato di strumenti e fraseggi, così come nella sensazione di libertà della scrittura. In effetti anche nei momenti più easy listening si ha la sensazione di un suono ricco, profondo, un suono che ha molto “vissuto”. Se ipotizzo che sia questo uno dei motivi principali del successo di Delone (anche e soprattutto all’estero), cosa ne pensi?

Credo sia un bel complimento, e una ricostruzione sensata, di cui ringrazio. Nessuno di noi è un jazzista, e io meno di tutti. Ma cerchiamo sempre di suonare tutto “come fosse jazz” nel senso di interplay, di dialogo e di reinvenzione costante. Il sound di un gruppo è una variabile su cui spesso si riflette troppo poco. Viene ancora prima della voce di un gruppo, è il suo odore naturale. E’ una materia delicatissima che evolve, muta, si plasma ogni volta assorbendo le variabili ambientali che incontra. La musica classica, il jazz, l’elettronica e pure la contemporanea sono legatissime al discorso del timbro e all’arrangiamento come “dialogo” fra queste parti e questi timbri. Nel rock, specie nelle sue derivazioni indie giovaniliste, è una cosa che si è un pò persa. Sacri Cuori possono piacere o meno, però quando ci vedi dal vivo ti accorgi che non stiamo solo riproponendo i brani, ma li stiamo rivivendo ogni volta, con tutto il nostro bagaglio in gioco. Credo, e spero, che l’emozione nostra nel farlo sia anche quella che arriva all’ascoltatore. A questo aggiungo che in studio registriamo spesso senza cuffie, tutti insieme, e spesso anche senza click e fuori dalle griglie, proprio per consentire alla musica di respirare. Questo approccio è rischioso ma più organico alla materia, e forse lascia anche trapelare di più una certa personalità.

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C’è anche un altro aspetto: suonate da anni sui palchi di mezzo mondo assieme ad artisti di tutto il mondo. Fin dagli esordi. Anzi, praticamente i Sacri Cuori nascono già internazionali. Se tutto ciò immagino che sia fondamentale per come influisce sulla dimensione musicale, lo è anche per come determina la percezione e di conseguenza la ricezione (in Italia e nel mondo) della band, non credi?

Assolutamente. E non finiremo mai di ringraziare Hugo Race e Dan Stuart prima di tutti gli altri, che ci hanno messi di fronte alla sfida di affrontare il mondo, prima insieme a loro e poi anche da soli. Richard Buckner ci ha scelti, in quello che è diventato il tour più bello della mia vita, avendo solo sentito il disco, senza averci mai incontrati. Noi abbiamo sempre avuto questa doppia missione: il nostro repertorio, in primis, ma anche il nostro suono al servizio delle canzoni di artisti che amiamo. Non siamo i primi a farlo (giusto per stare bassi come paragoni citerei Booker T and the Mg’s oppure The Band, ma anche i Marc 4 e la Formula Tre) ma siamo i primi ad averlo applicato in tempi recenti su un piano così internazionale e trasversale rispetto ai generi. Portando in dote anche la nostra italianità, e non solo la padronanza del lessico altrui.

Rispetto a Rosario sembra di avvertire più una messa a fuoco dei “vostri” temi (squarci desertici, soundtrack 60s, twang chitarristico, languori exotica, surf tarantiniano…) che non uno spostamento. Sei d’accordo o ritieni che i Sacri Cuori si stiano evolvendo verso altre direzioni?

Credo che Delone sia un disco di messa a fuoco. C’è una sottile ma sistematica pressione sui confini esterni del nostro presunto genere, ma anche molta sintesi, spesso cercata senza farsi sconti. Queste influenze raccolte in giro per il mondo, e rivissute a modo nostro, sedimentano lontane da ogni purismo. Nessuna cartolina, nessun citazionismo languoroso (tipo, per capirsi, quello della riscoperta della lounge music primi ’90). In Delone abbiamo ricostruito un’idea strana e direi straniera di Italia, un puzzle fatto solo con gli elementi italiani (o presunti italiani) che abbiamo scoperto risuonare ancora all’estero. In giro per il mondo abbiamo trovato e raccolto un’italianità exotica, da crociera, da emigrante nostalgico – e per questo sempre in bilico fra sogno e ricordo, fra sguardo e visione – e l’abbiamo riportata a casa. Questo cortocircuito delle influenze e delle geografie crea un possibile folklore del contemporaneo. E persino il radiolone della famiglia marocchina mia vicina di casa che canta in arabo la domenica mattina diventa, pian piano, uno degli altri colori naturali di questa terra. Trattare la parte popolare della musica senza gerarchie e ricostruirne il senso, nel nostro tempo, è una modalità di azione che per me è estremamente contemporanea.

Vi siete mai posti il problema che la vostra proposta possa suonare troppo diretta, accomodante, popolare? Mi riferisco al rischio – probabilmente più italiano che altro – che pubblico e critica “alternativi” abbiano difficoltà ad accettarlo…

E’ un problema che ci siamo posti, certo. Lo patiamo, anche, in tutta onestà. Ma questa tendenza a dare la colpa al sistema quando le cose non vanno come si pensa mi annoia negli altri, quindi cerco di non farla mia. Che dire? In fondo a tutto, e prima di tutto, la musica è musica. Le composizioni sono composizioni. Trovajoli ha scritto Aggiungi un Posto a Tavola, Roma non fà la stupida stasera, e pure un sacco di blues e di temi jazz straordinari da fare invidia a Henry Mancini. Una buona melodia è una buona melodia, e per quello andrebbe valutata. Anche se fa sorridere e stare bene, anche se l’arrangiamento ha un buon ritmo e la gente lo balla. Per capirlo basta l’orecchio sintonizzato sulla musica. Per me ridigerire le proprie influenze dirette e indirette, e inserirle nel contemporaneo, come facevano i Los Lobos di Kiko, ma pure Paolo Conte in Paris, Milonga, era ed è un procedimento davvero al passo con i tempi, la sfida del mondo globale, il senso di una identità antica che rivive nel presente. Anche con la gioia e la condivisione del ballo, e del convivio, sullo sfondo. Credo però che, su certi linguaggi, l’Italia, molta critica in testa, abbia veramente un deficit culturale, di strumenti di lettura, probabilmente figlio di questo stranissimo ventennio di Medioevo sonoro. Ci sono categorie che subisco da musicista tanto quanto le subivo da ascoltatore. Le stesse categorie per cui nei ’90 fare i Sonic Youth (o gli Afghan Whigs o Les Negresses Vertes) in italiano era considerato dai più un procedimento nuovo e rivoluzionario, da pionieri del nuovo rock tricolore. Mentre a me, ventenne, pareva già una dichiarazione di sudditanza culturale, senza appelli, un ritorno indietro di 30 anni. Ma ognuno fa e suona quello che si sente, e va bene così. Se le gente viene ai nostri concerti e si diverte, io sono contento. Perchè fra la leggerezza gioiosa, favolosa (e favolistica) di certa melodia popolare, dei jingle di Carosello, o delle sigle di Umiliani, Piccioni, dello stesso Trovajoli, e la leggerezza rasoterra, arresa al nulla, dei quiz delle sette di sera in tv con Carlo Conti, c’è una bella differenza.

Insomma, siamo inchiodati alla vecchia dicotomia “musica difficile” vs “musica fruibile”…

A me la musica astratta piace moltissimo. Anche il noise, anche i compositori americani minimalisti. Tuttavia le categorie per cui un disco di drones con sopra dei rumori ambientali sia avventuroso e contemporaneo quasi per definizione è da rivedere con serenità. Nella realtà del suonare e comporre poche cose presentano più rischi e necessitano di più personalità di un disco di canzoni e di melodie ben esposte, e arrangiate. Brian Eno non a caso ha scritto anche canzoni bellissime. Inoltre, e passo e chiudo: scrivere un pezzo triste e involuto è centomila volte più facile che scrivere una buona melodia allegra. Centomila volte più facile fare un certo tipo di sperimentazione deresponsabilizzata da qualsiasi appetibilità che sforzarsi di fare una musica comunicativa, e non banale.

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Da alcune tue dichiarazioni mi sembra di aver capito che inizi ad essere infastidito dall’associazione sistematica tra Sacri Cuori e Calexico. In effetti alcune etichette se possono aiutarti a catturare l’attenzione di un certo pubblico – con un tag brutale e spesso approssimativo ma efficace – hanno però il difetto di rimanerti appiccicate e tagliare fuori altri aspetti, spesso importanti per non dire fondamentali…

Fastidio è una parola che non vorrei associare mai a degli amici. E i Calexico sono cari amici, specie John Convertino. Abbiamo anche fatto due dischi insieme, lo stimo come musicista e gli voglio bene. Del paragone con loro mi dispiace solo il provincialismo pigro che porta a cercare sempre un link straniero per le cose che succedono a casa nostra. Quando ci paragonano a loro in Giappone, vabbè. Che però un gruppo di sangue latino come Sacri Cuori, italiano come Sacri Cuori, che ha visto 60 anni di cinema italiano come Sacri Cuori, se usa una chitarra twang in Italia si dica che si rifà “ai Calexico” è una barzelletta. Una barzelletta pigra, o peggio superficiale. Perchè nessuno dice mai: “è una chitarra alla Enrico Ciacci” (fratello di Little Tony, già anche con Morricone)? O volendo usare paralleli stranieri “alla Duane Eddy”? Faremmo un buon servizio agli ascoltatori, e pure a Enrico e Duane, che se lo meritano.

Vogliamo parlare allora di quelli che sono davvero i vostri più importanti riferimenti?

I nostri riferimenti sono tantissimi, ma metterei Paolo Conte, Nino Rota, Trovajoli, Manuel Galban con e senza Cooder, Ribot e i Los Lobos (specie nel side project Latin Playboys) un passo avanti agli altri. Bonus tracks: David Lynch con Badalamenti e non, e Mark Hollis con e senza Talk Talk. Come chitarrista sono fissato da anni con i session men americani di fine ’60, in area wrecking crew, o al lavoro nella tv. Billy Strange, Al Caiola, Buddy Merill, Neil Levang. Tutti hanno fatto dischi di canzoni strumentali, suonati molto bene e con un gran rispetto della melodia.

Un disco dei Sacri Cuori è un viaggio, intendo letteralmente. Cosa significa incidere in luoghi così lontani tra di loro, in strutture diverse e con una tale varietà di artisti e collaboratori (mettiamoci anche i fonici, i segretari, il servizio di ristorazione…)? Sono convinto che se decidessi di tenere un diario di viaggio ne uscirebbe un libro bellissimo. Io lo vorrei leggere di sicuro…

Grazie. Forse dovrei scriverlo quel libro, anche perchè penso che questi anni siano stati davvero irripetibili, qualunque cosa succeda d’ora in poi. Sul resto: la musica strumentale, a maggior ragione se ha una componente folklorica, vive di sfumature. Di intenzioni quasi impercettibili. Di cose che succedono tutto intorno alle note, non solo nella composizione. Gli intangibles, come li chiama Dan Stuart. Cambiare ambiente significa uscire dalla propria area di confort, dalla propria protezione. E’ come aggiungere un elemento alla band. Devi interagire anche con lui, e devi scoprire chi sei tu, come uomo e musicista, a un oceano di distanza da casa. Cambiare ambiente e suonare con artisti che in quell’ambiente sono a casa propria crea uno scossone su due piani, un cultural clash che se affrontato a cuore aperto – e senza provincialismi e timori reverenziali da colonia culturale – dà quasi sempre una scossa molto positiva. Sacri Cuori sono individui molto emotivi, e questa emotività ci piace nutrirla, e sfidarla.

Spiace fare selezione, ma lo spazio ce lo impone: tra gli ospiti, ti vorrei chiedere di Steve Shelley, come avete fatto a coinvolgerlo e come è stato lavorarci. Poi, visto che qui su SA lo veneriamo letteralmente, se puoi dirci due parole su Howe Gelb, anche riguardo al nuovo Giant Sand in cui avete suonato…

Howe e Dan Stuart sono i miei fratelli maggiori. Prima di conoscerli erano i miei idoli, poi la cosa è evoluta. Direi in meglio. Sul rapporto con Dan – che considero il miglior scrittore di canzoni da decenni a questa parte – ci sarebbe da scrivere per ore, credo ci siamo salvati la vita reciprocamente. Howe dal canto suo mi ha insegnato moltissime cose, sulla musica, sulla vita e sullo stare in strada e rimanere vivi, artisticamente e come umani. Siamo stati insieme molto tempo, con e senza strumenti, sia a Tucson che in Italia. Lui è uno che usa sempre il caos e il caso come elementi aggiunti alla band. Ha il suono nelle mani, e una musicalità e una capacità melodica talmente straordinarie che non può assecondarsi troppo. Ha capito che tendersi agguati è l’unico modo per produrre cose significative. Non tutte perfette, forse, per fortuna, ma sempre tutte significative. Shelley me lo ha presentato lui, a un festival in Montenegro in cui c’era anche Dan. Venti minuti dopo eravamo già sul palco tutti insieme, un mese dopo eravamo a Lido di Dante in studio a registrare, nello stesso giorno, Serge per il nostro disco e Hurtin’ Habit per quello dei Giant Sand. Shelley è il batterista che sappiamo e un uomo di un’umiltà straordinaria. Un grande fan di Lee Hazlewood, e delle buone melodie portate con gusto e semplicità. Ci siamo trovati subito.

Sacri Cuori, Ronin e Calibro 35 hanno in comune la capacità di giocare con perizia e intensità con retaggi nazionali e internazionali, azzeccando combinazioni che si fanno apprezzare all’estero. In un certo senso rappresentano una particolarità tutta italiana. Ti capita di parlare della situazione nostrana coi tuoi colleghi australiani, inglesi o americani?

Di Italia, all’estero, parliamo sempre con tutti. L’idea italiana all’estero è: pop abbastanza becero e/o grandi compositori di colonne sonore. Con un rispetto smisurato per questi ultimi, ben più forte e radicato che da noi. Ronin e Calibro 35 girano in circuiti diversi dai nostri, e anche diversi fra loro (gli uni radicatissimi nel DIY, gli altri con ambizioni più mainstream e strategiche), ma sono due esempi di gruppi strumentali a cui i confini nazionali sono andati stretti, e che si sono messi in discussione anche fuori casa. Coraggiosamente e con risultati sempre apprezzabili. Magari sarebbe bello incrociarsi di più anche a casa nostra, aggiungendo al mazzo anche Guano Padano e Opez. Ci conosciamo tutti. Ma qua sembra tutto più difficile. Nei momenti di crisi ogni agenzia e ogni gruppo si tiene stretto il proprio circuito, si tende a diventare monadi microcosmiche in cosmi sempre più ristretti, ci si dà una mano meno di quanto si potrebbe, si fa fatica anche a parlare gli uni degli altri. Io credo molto in una musica di scambio e di contaminazione reciproca, e non è un caso che la porta di Sacri Cuori sia sempre aperta.

8 giugno 2015
8 giugno 2015
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