Sbagliando nota – parte 4
L'ultima parte della storia degli Skiantos e di Freak Antoni

Troppo avanti

La parte conclusiva della storia segue binari ormai chiari: i Nostri continuano ad essere un gruppo “di tabernacolo”, che fa buoni dischi ma che fatica a farli ascoltare, che continua a litigare con i discografici (più con chi non li promuove: a cambiarli, ormai, non ci prova più nessuno), fa concerti seguito da fan e curiosi, mentre i titoli in discografia aumentano non tanto per gli album in studio (tre più 2 EP), quanto per raccolte celebrative, live (benché il revival li abbia toccati poco: meno per esempio di Federico Fiumani) e i vari progetti di un Freak Antoni sempre “incontenibile”. Un andazzo da normale fase tarda di carriera, finché nel 2012 non arriva la notizia-bomba che Freak Antoni, per la seconda e definitiva volta, è uscito dal gruppo.

Andando con ordine, dopo l’infelice progetto di Skiantologia vol. 1, il silenzio discografico dura fino al 1999, quando esce addirittura un doppio album: dopo sei anni e il disco mancato per Mescal, il repertorio ammonta a una quarantina di canzoni (e una decina rimangono fuori). Preceduto dal singolo Gratis (con Nicola Arigliano), sigla dell’omonima trasmissione, e con un blister con due supposte (che altro?) in copertina, Doppia dose (Alabianca-Stile Libero/CGD) si divide in due dischi. Per il Disc-one – Il solito trionfo i Nostri chiamano a raccolta amici, colleghi, compagni di strada degli anni ruggenti di Bologna ed estimatori vari: Samuele Bersani per la bella Non sono un duro (guarda come piango), Michele Serra per Ero buono (notevole rilettura del vecchio classico) e altri, da Marco Carena ai Montefiori Cocktail, ai Gang (ovviamente Canzone per Che, che degli Skiantos ha pochissimo), a Shel Shapiro, al ritrovato Johnson Righeira, persino Vasco e Lucio Dalla ai cori di un pezzo. Il risultato è un lavoro piacevolmente eterogeneo che a partire dal groove rock della spaccona Troppo avanti passa dalla house alle ballate (la gucciniana Io dentro), dalla techno (Il sesso è peccato farlo male, coi Datura) a un omaggio a Petrolini (Uomo peso), con qualche puntata negli usuali canoni rock. Né mancano satira e sguardo tra allarme e profezia, con Nuovo Medioevo, Polli (notevole performance della Banda Osiris) e I ragazzi del coro (sul conformismo e il neooscurantismo contemporaneo). Gli anni di pausa sono evidentemente serviti a raccogliere e focalizzare le idee, al cui servizio troviamo, anche grazie alle collaborazioni, la più ampia varietà musicale riscontrata in un loro album.

Sul “Disc-one secondo” invece la formula è più classica, ma c’è un motivo: M’hai cotto il razzo è infatti realizzato dai membri della formazione ‘77ina del gruppo, riunita estemporaneamente. Riascoltiamo così Stefano Sbarbo che si sdilinquisce in Kommessa e lo svenevole Jimmy Bellafronte nella geniale Non serve (devi morire), fatalistica seconda puntata del filone escatologico scandita da cori da stadio, nonché in Diventa geometra (un passo avanti rispetto a “diventa demente”? Chissà…), alla fine della quale compare un carabiniere che lo arresta per crimini contro il bel canto. Il piacere di ritrovarsi dà benzina ai neuroni, e il canovaccio rock alla Stones con tanto di variazioni soul e funky (Ti frugo nel frigo, o la scorretta Amore istantaneo) e puntate psichedeliche (Gran viaggione), viene svolto a dovere con la giusta sfrontata freschezza. Il R’n’B polemico di Sono 2000 è (giustamente) più Sergio Caputo che James Brown, e non manca l’oltraggio di turno alla ballata romantica con Pene d’amore, né una ghost-track di rara turpitudine (Body music). In generale, qualche veniale caduta di tono qua e là nell’arco dei due dischi non cancella lo splendore di un’ispirazione che regge bene la lunga durata.

Dandy & Freak su Doppia dose:

Nel disco si sente anche una grandissima varietà musicale, dovuta credo in parte anche agli ospiti…

Dandy: “Sì soprattutto a questo, ma anche per il fatto che era un momento in cui stavo molto attento a quello che succedeva, allora mi piaceva un po’ tutto quello che ascoltavo. Non tutto, ma avevano cominciato a piacermi tutti i generi musicali, se erano fatti bene, ero in quella fase lì (nella quale sono ancora, peraltro), per cui è venuto fuori un disco molto eterogeneo. Però c’è un filo conduttore-Skiantos in tutto il disco, che lega tutto. Io esagero ma secondo me è uno dei più bei dischi che abbiamo fatto. Ci abbiamo lavorato su otto-nove mesi. A fasi alterne, man mano che gli ospiti arrivavano modificavamo… per esempio un pezzo in cui canta Luca Carboni: ne ho sei versioni, prima di trovare il vestito a quella canzone lì ci abbiamo messo una vita… mi sono sfogato, insomma. Ho lavorato come un assassino, per cui alla fine io ero sempre in studio e gli altri Skiantos arrivavano a fare le loro cose.

Nuovi, vecchi…

Dandy:“Con quelli vecchi no, abbiamo fatto proprio alla vecchia: in una settimana abbiamo registrato e mixato tutto. Il disco dove ci sono gli Skiantos attuali, quello è stato molto più elaborato, ci abbiamo messo molto più tempo a farlo. E’ un disco molto curato, mi era preso così”.

Freak: “Un disco con ospiti clamorosi come Lucio Dalla che canta insieme a noi, Samuele Bersani, Luca Carboni, Shel Shapiro dei Rokes, veramente… Enzo Iacchetti, Vasco Rossi che rilascia una dichiarazione per noi, insomma un disco ricchissimo di contributi senza la minima promozione, senza il minimo lancio, senza il minimo sostegno. Questa è la nostra storia, veramente. A volte è come lottare contro un gigante che è dieci volte la nostra statura, come nuotare controcorrente, come lottare contro i mulini a vento: è faticosissimo”.

Skiantos-2008

Ancora sovversivi

Come dichiara Freak Antoni, però, le cose vanno come al solito: poca promozione, successo relativo, fine del rapporto con l’etichetta (né ha aiutato, nel momento in cui Gratis passava in tv, metterne sull’album solo una versione strumentale lasciando quella cantata al singolo). E silenzio discografico, interrotto nel 2002 dall’EP Virus (Sonicrocket/Venus), quattro tracce carine ma non indimenticabili, tra cui la richiesta di un Vitalizio, cui il gruppo ritiene di avere diritto dopo 25 anni di onorata carriera (era già ghost track di Il solito trionfo). È anche l’ultimo disco che vede al basso Marmo Nanni, col gruppo dal 1990 e sostituito da “Maxmagnus”.

Poi a un certo punto gli Skiantos sembrano finalmente aver trovato, se non il porto sicuro, perlomeno un’etichetta discografica decisa a lavorare con loro come si deve: si tratta de Latlantide, un nome appropriato visto che trovarne una con queste caratteristiche sembrava un’impresa da romanzo di fantasia. I Nostri si aggiungono così alla lista (che comprende nomi di culto come XTC, Violent Femmes, Stan Ridgway, da un po’ addirittura i Toto) dei gruppi che, scottati/scaricati da grandi e medie etichette, decidono di rivolgersi a quelle indipendenti per lavorare magari con meno mezzi, ma con molta più tranquillità. La nuova etichetta parte subito bene, celebrando finalmente in modo degno la storia del gruppo con l’antologia La Krema (Latlantide, 2002). All’interno l’inedito in stile house-Doppia Dose Perché la notte m’inviti a casa tua e poi mi lasci dormire sul sofà, la rara Natale è (ripescata da un’oscura compilation del ’96, di nuovo le feste) e una buona scelta di classici, sia pure con qualche stranezza (vedi le scelte da Doppia Dose, ma anche Frontale, certo non il pezzo migliore di Saluti…): nonostante il titolo, infatti, dal famigerato Ti spalmo la crema c’è Canzone per l’estate ma non il brano omonimo…

Il lavoro sul passato prosegue, e nel 2004 rovistando tra cassetti e compilations, i Nostri mettono insieme Rarities (Latlantide, 2004). Tra i reperti, l’incriminata Fischia il vento, una Bocca di rosa che non avrà fatto i fans di De Andrè molto più felici dei partigiani, la tirata (ma un po’) retorica Pacifisti oltranzisti, la declamazione blues di Invasione di campo di Sgalambro, un road rock canonico e vagamente d’atmosfera come Tormento al tramonto, un omaggio completamente folle a Sandro Pertini con Babbo rock del 1983, l’elegia sulla decadenza di Bologna di Angolo B (insieme a Claudio Lolli, scritta dieci anni prima ma invecchiata zero) e un affettuoso omaggio (ma “oltraggio” sarebbe più esatto, e “affettuoso” non sembra, checché ne dicano loro…) ai “nemici” Elio e le Storie Tese con una cover di Mio cuggino (col testo cambiato, va da sé) decisamente ostile. Una riuscita “collezione di sabbia” non priva comunque di una certa unità, che include anche qualche interessante testimonianza (stavolta davvero) live: scopriamo per esempio una Signore dei dischi blues e ascoltiamo una Italiano ridens dal vivo col pubblico coinvolto.

In apertura del disco c’è anche la nuova Col mare di fronte, un notevole r’n’r con una batteria stile Lust for Life e uno stacchetto di cori byrdsiani che, con penna ispirata, prende di nuovo di mira le vacanze. Si prova a sfruttare le buone potenzialità di questa canzone, che farà anche da sigla a Colorado Cafè Live, facendone un EP (con ulteriori rarità, come una Gelati dal vivo dall’88 – con bell’assolo di sax di Carlo “Charlie Molinella” Atti – e come ghost-track una testimonianza di Freak Antoni che declama dal vivo alcuni dei suoi epigrammi con tanto di risposte del pubblico) e inserendola nella compilation Demential Rock vol. 1 (nella quale, riuniti sotto la sigla Prosthathas, tornano nomi noti quali Stefano Cavedoni, Andrea Setti e Andrea Della Valle con una Sono giovane che a livello di ispirazione conferma il suo titolo; purtroppo l’esperimento non ha un avuto seguito).

Ma, singolo a parte, materiale nuovo? Beh, per quello ci si può sempre prendere un’arrabbiatura con una major…

L’incontenibile Freak Antoni

In realtà anche Latlantide lavora su nuovo materiale: lo stesso anno Freak Antoni unisce la sua voce recitante al piano d’avanguardia di Alessandra Mostacci e incide IroniKontemporaneo (Latlantide, 2004), poesie sue su musiche di giovani compositori contemporanei (a parte la notevole Furgoncino di Di Bernardo, recitata su una gymnopedia di Satie). Operazione insolita e felice di unione tra una musica per lo più delicata (poco somigliante all’idea comune di “musica d’avanguardia”) e la poetica del Nostro, la cui espressività è messa ulteriormente in evidenza dall’inedito contesto musicale. Piano e voce ci conducono tra omaggi a John Cage (Ouverture) e al maestro Luigi Mostacci, padre di Alessandra, e il gioco dadaista di – per l’appunto – Dadaismi. Particolarmente interessante la sequenza che vede in fila Cito Majakovskij e sogghigno (dove Antoni cita anche se stesso), unico pezzo senza la pianista e uno dei vertici del disco, cui segue appunto La blusa del bellimbusto di Majakovskij (poesia citata in Pompeo), e di conseguenza Disforica Uno, dedicata a Andrea “Pompeo” Pazienza. Anche la scelta dei testi, in gran parte già apparsi sul libro Non c’è gusto…, risulta azzeccata nell’alternanza tra la ricerca di strade nuove e la rielaborazione di temi già usati (Eroe senz’eroina e i suoi giochi verbali, la satira passivo-aggressiva di Scusami se esisto).

Freak: “IroniKontemporaneo è un progetto che parte dalla suggestione della musica contemporanea, la mia nuova scommessa. Musica contemporanea della quale io sono stato edotto per merito di questa pianista, concertista classica che è appunto Alessandra Mostacci, la quale mi ha aperto uno spiraglio su questo mondo. Che sembra un po’ un pleonasma nel titolo, perché la musica contemporanea di per sé ha molte valenze ironiche, no? Si voleva sempre ribadire però questo approccio abbastanza divertito, e possibilmente divertente, alla musica contemporanea, anche se è un disco piuttosto serio. Ma è il punto di partenza di un percorso che stiamo ancora facendo. Pesca a piene mani dalla suggestione delle avanguardie storiche, dal lavoro fatto da tutte le avanguardie contemporanee, quindi il lavoro di tutti i musicisti contemporanei ci ha molto ispirato, ci ha addirittura elettrizzato ed eccitato in molti casi.

Parlo per me e per la pianista Alessandra Mostacci, che è diplomata al conservatorio, da anni fa concerti di musica classica, però ha sempre avuto questo orecchio aperto ed interessato alla musica contemporanea, passione che mi ha trasmesso. E io direi che ho aderito soprattutto per la parte sperimentale, nel senso che mi sto ancora documentando, quindi è un work in progress, è un lavoro che si sta ancora svolgendo, sull’opera dei contemporanei.

La sequenza che dici era voluta, certo. Gli omaggi ad Andrea “Pompeo” Pazienza e a Majakovskij sono molto accorati, molto sinceri, molto onesti e molto sentiti. Perché Majakovskij è stato un poeta a me molto caro, io ritengo che sia stato una figura di intellettuale importantissima per il mondo legato all’ex-Unione Sovietica, per quel mondo credo che rappresenti quello che da noi è il mito di Che Guevara: voglio dire sono entrambi due grossi miti che hanno pagato fino in fondo il prezzo della loro onestà, il prezzo della loro utopia e della loro ricerca. E poi naturalmente al grande Andrea Pazienza che ha saputo, con la sua arte, raccogliere perfettamente l’immaginario di una generazione, ha saputo riprodurre perfettamente un’epoca, uno stile, un periodo, quello appunto del movimento studentesco fine anni ‘70-inizio anni ‘80”.

Nel 2007 uscirà anche il secondo volume, che prosegue nel tentativo non solo di “spiegare l’avanguardia alle masse” (vedi il Manifesto tendenzialista), ma anche di far capire che la stessa avanguardia può essere giocosa e divertente, con musiche sia dei giovani italiani del primo volume, sia dei contemporanei “storici” (Ligeti, Satie e Cage), e uno brano della stessa Mostacci (l’Hal 9000 di Videogame 2001). Oltre a proporre la ripresa di Cito Majakovskij e sogghigno, accompagnata stavolta dal piano, il disco spiega bene l’origine primonovecentesca dell’ironia di Freak Antoni, e presenta accenni a una maggiore varietà strumentale. In Leggero (su Le onde di Ludovico Einaudi), il gioco tra ironia e delicatezza raggiunge anche un certo pathos, un po’ inatteso in un progetto come questo, che si snoda tra la turpe Il gigante e il nano e le ricette dada di Poesia tendenzialista. Tra i vertici, l’omaggio di Freak a sua figlia con Margherita blues, che si distacca nettamente dalla tradizione delle canzoni dedicate ai figli (che raramente evitano quel velo di retorica), e la teologia sui generis di Giuda.

Un Colorado al centro di Milano

Nel 2004 succede anche di rivedere gli Skiantos in TV: vengono infatti chiamati a partecipare a Colorado Cafè Live, di cui curano anche varie sigle (una darà il titolo al nuovo disco). Esperienza buona finché dura.

Freak Antoni: “È stata molto positiva, ci siamo trovati molto bene. A partire dalla richiesta di partecipazione, che abbiamo saputo poi è venuta da alcuni estimatori Skiantos interni a Mediaset che ci ha lusingato, ci siamo sentiti apprezzati fin dall’inizio, ma anche per il rapporto ottimo, intenso, di reciproco rispetto e stima che ha comportato uno stimolo a vicenda nel lavoro con gli altri cabarettisti: poiché noi lavoriamo da sempre sull’ironia, sulla comicità, sul sarcasmo e sull’autoironia, di conseguenza ci siamo trovati benissimo con i comici di Colorado Cafè Live.

Poi però… noi abbiamo partecipato a tutte le edizioni e per tutte ci hanno detto “ragazzi, l’Auditel ci gratifica con risultati sempre in crescita, quindi vedrete: arriveremo alla prima serata e sarà un premio per tutti”. Quando poi è successo, datosi la smania di continui cambiamenti, non ci hanno riconfermati, così come non hanno confermato altri cabarettisti e il programma è diventato una specie di varietà patinato da sabato sera un po’ miserino, ed è andato molto male. Noi facevamo le nostre canzoni in forma di assaggio, non potevamo fare altro perché era una trasmissione di cabaret e noi eravamo ospiti musicali, quindi non potevamo avere spazi enormi. La trasmissione aveva come assunto base un ritmo veloce, non ci si poteva soffermare ad ascoltare una canzone di tre o quattro minuti, per cui erano tutti scampoli di brani ma queste erano le regole che noi abbiamo accettato fin dall’inizio”.

Sullo stesso tono Dandy Bestia: “Sono stati loro a chiamarci, con gran nostro stupore, credo che fosse stato proprio il direttore di rete Tiraboschi a volerci. All’inizio, è stato molto divertente anche perché ci hanno lasciato abbastanza libertà. Chiaramente non ti concedevano di fare canzoni come “Largo all’avanguardia, pubblico di merda”, poteva essere offensivo, però in generale ci hanno lasciato molto liberi. È stato, finché è durato, carino. Poi come tutte le belle cose, eh eh, finiscono, perché hanno voluto fare il salto in prima serata. Era così carina quella trasmissione, perché ci si poteva permettere di dire molte cose perché andava in onda tardi, verso le 11-11 e mezza, a volte anche mezzanotte. E quindi a quell’orario puoi fare un pochino quello che vuoi, è stato bello anche per questo. Poi il salto in prima serata, e noi ovviamente non siamo stati più chiamati, anche perché in prima serata ci voleva qualcosa di più nazional-popolare. E infatti poi lo è diventato: ho visto qualche puntata dell’ultima tornata ed è né peggio né meglio di tutti questi varietà e contenitori televisivi che ci sono adesso in giro, tipo Zelig o compagnia bella. Finché era in onda in tarda serata, lo ripeto, era più divertente”.

Essendo i Nostri in TV, la EMI si fa convincere da Guido Elmi a produrre il loro primo album completamente nuovo dai tempi di Doppia dose. Sei anni dopo, però, la dote è singola e il gruppo, se si escludono gli ultimi due brani, ha abbandonato la sfavillante varietà musicale del doppio per tornare al rock classico. In un decennio in cui, revival ’80 a parte, mancano dei veri generi dominanti, i Nostri, che alla musica dei tempi erano sempre stati piuttosto sensibili, a chi cercava segnali rispondono in questi termini: barra dritta sul rock, al limite qualche ballata (genere che comunque in quella tradizione c’è sempre stato) e, appunto, un paio di deviazioni.

I risultati di Sogno Improbabile (EMI – “che non ha fatto niente per promuoverlo”, 2005) sono buoni, nonostante qua e là la trovata di costruire del buon rock prendendone in giro i luoghi comuni funzioni meno (Riprendiamoci la Corsica è manierismo Skiantos e Troppo toasti per te è carente anche come testo). E se le satire/provocazioni di Canzone contro i giovani (sugli accordi di Wonderwall o, visto che parla di giovani, di Boulevard of Broken Dreams) e de La ballata del cantautore triste, pur dense di spunti interessanti, in qualche punto sembrano perdersi, La maggior parte degli artisti e la potentissima apertura di Lardo ai giovani risultano più centrate. Ma il disco non risparmia davvero momenti memorabili: vedi, oltre a quelli citati, la geniale Sanissimo (terzo capitolo sulla morte), il surrealismo lirico della bellissima title-track e di Fossile del Pleistocene, l’esplosiva Il proibizionista, nonché il folle pastiche musicale che oscura qualche crepa del testo di Diverso delirio. Mentre solo la classe della band, il tono della recitazione e la musica tra Mertens e Sakamoto (?!?) riesce a fare di Tarzanelli qualcosa di più e di meglio della goliardata che avrebbero tratto dall’argomento, per dire un nome a caso, Elio e le Storie Tese. E forse queste due ultime canzoni, pur rimanendo nel campo di un’avanguardia gia vista, una qualche risposta sul futuro riescono a suggerirla.

Dandy Bestia:“Certo, è più rock, perché poi alla fine l’amore fondamentale è quello. Ma è pieno di rock anche Doppia Dose, non è che non ci sia del rock: ci sono più variazioni, ci sono più tentativi, più esperimenti, ma di fondo è il rock che la fa da padrone comunque, sempre, anche perché è il linguaggio che conosciamo meglio, quello attraverso il quale ci esprimiamo meglio”.

Freak Antoni:“I due brani terminali (sic), appunto Tarzanelli e l’altro, Diverso delirio, sono state proposte mie che provengono da quell’esperienza di IroniKontemporaneo, del parlato sul musicale, per sperimentare una strada un po’ diversa, una strada inusuale anche per gli Skiantos”.

Ma ancora una volta si ripete il copione del rapporto tra il gruppo e le major, e il breve legame con la EMI termina tra le recriminazioni. Freak sui discografici: “I discografici appena sentono odore di interesse alzano i prezzi e come! Non gliene frega niente del prodotto, lo lasciano marcire nei loro archivi, però appena c’è uno che mostra un minimo d’interesse le sparano grossissime. Faccio un esempio: noi abbiamo collaborato, così, in forma di complicità musicale con un film che si chiama Fratelli d’Italia, autoprodotto da un regista bolognese che si chiama Roberto Quagliano, che si era innamorato del nostro disco, era stato incaricato da Guido Elmi di venire a videoregistrare alcune nostre performances in studio mentre registravamo. È venuto, ha sentito i pezzi del disco, gli sono piaciuti parecchio, e ha trovato una sintonia con il suo film. Per cui ha chiesto di poter utilizzare quel materiale e noi tutti gli abbiamo detto di sì (tra l’altro lo abbiamo visto tutti e ci è piaciuto, un film molto ruvido sul problema dell’handicap). Dopo di che si è messa in mezzo la EMI che ha subito chiesto cinquemila euro per l’utilizzo di due canzoni, per l’utilizzo di tutto il disco diecimila, cifre che il regista, essendo una produzione indipendente, non aveva. Alla fine si è messo in mezzo Elmi, tira, tratta, alla fine il regista ha pagato mille euro per due canzoni. E il film era veramente bello, noi lo abbiamo sostenuto a spada tratta, abbiamo chiesto che la EMI non facesse ostruzionismo, eppure niente, alla fine si è accontentata – dicono i dirigenti – di mille euro, che per una piccola produzione non è una cifra insignificante.

E questo quando la EMI non ha fatto niente, assolutamente NIENTE, per promuovere questo disco, proprio nulla di nulla. I signori della EMI si erano in qualche modo entusiasmati perché quel furbone del produttore Guido Elmi aveva fatto intravedere loro la possibilità della promozione televisiva attraverso Colorado Cafè. A un certo punto noi dovevamo fare un video, un tour radiofonico promozionale: poi, quando per l’ultima edizione la direzione di Colorado Cafè ha pensato bene di non rinnovarci il contratto, la EMI ha perso ogni interesse e non ha più fatto nulla e si è rimangiata in un attimo le promesse con la massima nonchalance, compreso il produttore Guido Elmi che non ha fatto una piega, è passato ad altro, e quindi il disco non ha avuto promozione.

I discografici sono veramente la morte della musica, purtroppo è così. Noi infatti abbiamo scelto di lavorare con una piccola etichetta, che è Latlantide, perché almeno sono giovani ma onesti: forse quando hanno iniziato erano un po’ inesperti, ma certamente molto civili e sinceri, e in quest’ambiente la sincerità e l’onestà sono proprio impagabili, perché sono tutti squali, squaletti, piovre dedite al loro solo guadagno e al menefreghismo più totale per quanto riguarda il resto. Quindi è un ambiente allucinante quello della discografia in Italia, non ci si deve meravigliare che sia in una crisi irreversibile anche a livello internazionale perché si muove facendo passi maldestri con un’arroganza e con una supponenza che forse gli deriva dagli incassi degli anni ‘60 e ‘70, che oggi non esistono più né potranno mai tornare, ma se non lo capiscono loro… del resto è un settore in crisi, quindi i manager migliori non si indirizzano nella discografia ma vanno in altri settori della produzione, quindi noi lavoriamo sempre con delle teste molto mediocri. Così, questa è la nostra esperienza personale”

Azzeccando nota

Conoscendo un po’ la storia del gruppo, le schermaglie con la EMI potevano essere ampiamente prevedibili. Quello che invece sorprende davvero è il disco del 2006 (ma registrato prima di Sogno improbabile): Skonnessi 1977-2005 (Latlantide) è nientemeno che uno sfavillante unplugged, dagli splendidi suoni rotondi di chitarra, sitar, dobro, basso acustico, contrabbasso, spazzole e altre bellezze, non ultima l’ariosità bilanciata delle dinamiche e soprattutto il modo in cui il gruppo suona e riarrangia.

Per la scaletta, accanto ai classici (anche un medley tra Eptadone e Permanent Flebo), la scelta si orienta verso le “canzoni” vere e proprie: tre pezzi da Troppo rischio…, non a caso (tra cui una Blues degli orti metropolitani perfettamente a suo agio in questo contesto), il filosofeggiare di Io dentro (con tanto di introduzione con citazione di Seneca) e di Non hai vinto ritenta e Pene d’amore, ma viene anche ripescata Meglio un figlio ladro che un figlio frocio in versione Bo Diddley. Dei nuovi arrangiamenti non beneficiano soltanto quelle canzoni a loro tempo penalizzate dalla produzione (per quanto il confronto tra questa versione di Ti voglio così e l’originale, o la versione di Skiantologia, sia impietoso): anche Gelati levita riletta così sommessamente e con la lunga, suggestiva, coda strumentale, come del resto Nostalgia della miseria, e Gran viaggione è un altro brano che dà modo al gruppo e agli strumenti di esprimersi e suonare come sanno. Così, tra citazioni di Celentano (finale improvvisato di Sbagliando nota), Lou Reed (in Pene d’amore) e Nino Rota (Col mare di fronte), il disco, con l’inedito Sesso pazzo in linea col resto (un’altra confessione ironica di inadeguatezza con momenti notevoli e altri meno), scorre illuminando da un angolo nuovo la carriera degli Skiantos e rivelandone sfumature inedite.

Esce anche un DVD (con la registrazione di un unico concerto, mentre il disco selezionava e mescolava varie serate), decisamente interessante per i brani in più (Io ti amo da matti e Non sopporto il Capodanno), perché la pena vedere questo “Frac” Antoni in versione elegante, e anche perché dal video non sono stati tagliati né i momenti di interazione con il pubblico, né le poesie di Freak, né l’introduzione in cui Dandy Bestia dice infine esplicitamente che Permanent Flebo e Eptadone sono praticamente uguali. Sono stati lasciati anche quei due-tre errori che, invece di smentire l’idea che il gruppo suoni bene, danno un’aura di genuinità informale al tutto: in fondo sono sempre gli Skiantos e non i Toto, e l’imprecisione fa parte del rock dal vivo.

Dandy Bestia: “Skonnessi è un esperimento venuto bene. Pensa che io non ci credevo granché, poi Freak mi ha rotto talmente tanto i coglioni… “facciamo ‘sto acustico” e io “ma non siamo un gruppo da acustico” “ma proviamo”, ci siam messi lì e alla fine mi ci sono appassionato anch’io, è venuto molto bene in effetti”.

Ma questa cosa degli strumenti forniti dai negozi?

Dandy Bestia: “Avendo da sempre pochi soldi… dovendo fare un disco live acustico c’è in realtà bisogno di più materiale che per un disco elettrico, ci voleva una varietà di strumenti seria, tutta una serie di cose che noi non avevamo e che comprare sarebbe costato una fortuna. Per cui mi misi a cercare fra tutte le case di produzione e i negozi di strumenti musicali che conosco, e ne conosco parecchi, degli sponsor: gli ho detto “guarda, ti cito in copertina, se mi presti questa cosa qua ti metto in copertina, ti pago al limite un noleggio”. E trovai le porte tutte aperte, per cui facemmo questa cosa, grazie anche all’interessamento di Stanzani, Tomassone e di Fontanot Verona, e di Davoli a Parma, insomma una serie di amici che conoscevo da una vita e si sono prestati… ci hanno prestato – la maggior parte delle volte assolutamente gratis, devo dire, devo ringraziarli ancora – gli strumenti che hanno fatto sì che potessimo realizzare il disco con i suoni che ci volevano, perché secondo me i suoni sono molto belli. Le chitarre sono molto belle perché sono chitarre molto buone, strumenti notevoli. Conta anche il gruppo, sono suonati molto bene, perdonami la poca modestia”.

Quindi alla fine li avete restituiti…

Dandy Bestia: “Alcuni sono stato così pazzo da comprarli”.

Continuando allegro a fischiettar

Mentre Freak Antoni finisce in radio tra i conduttori di Pane burro e rock’n’roll e su fumetto con Freak (miniserie in 5 numeri in cui disegnatori diversi illustrano una strana storia in cui si mescola biografia di Antoni e un’indagine su un serial killer di cantanti famosi), mentre il Nostro collabora qua e là con gruppi vari (tra cui gli Altera, coi quali realizzerà la sua ultima registrazione), proseguono sia i suggestivi concerti di Ironikontemporaneo con Alessandra Mostacci, sia l’attività del gruppo principale, che riceve un inatteso aiuto nientemeno che da una ditta di cioccolato di Cremona, la Wal-Cor. I proprietari, infatti, grandi appassionati di rock, dopo essere entrati nella produzione di alcune tournée italiane di Lou Reed, decidono di organizzare non solo una reunion live dei vecchi Skiantos con tanto di scaletta d’epoca (benché quei pezzi non siano mai mancati ai concerti) e piena di ospiti (tra cui una disfida-chiarimento con Elio), ma anche di co-produrre il nuovo album, che beneficia addirittura della distribuzione Universal e che conferma l’ultima frase espressa da Freak Antoni in un’intervista a Guglielmi del Mucchio, e cioè che gli Skiantos moderni continuano a fare dischi interessanti cui dare una chance.

Per Dio ci deve delle spiegazioni (possibilmente convincenti), (Universal, 2009) rimandiamo alla recensione, osservando che, oltre alla buona ispirazione, il disco conferma la scelta rock di Sogno improbabile, con le sperimentazioni liscio-metal di Senza vergogna, una potentissima versione funk-rock della Merda d’artista già in Ironikontemporaneo 2 e un inno come Odio il brodo, nato in ambito basket e che contiene un distico tra i più belli dell’opera di Freak: “non sopporto il detestarmi / ma detesto il sopportarmi”, che nell’apparente demenza in realtà esprimono quella ricerca e quello slancio di cui parlerà la figlia di Antoni nella già ricordata orazione funebre. Lo stesso anno esce anche l’EP Phogna – The dark side of the Skiantos (Universal, 2009): si tratta di 4 canzoni che, secondo le note, non hanno trovato posto in Dio… perché di tematica “seria”. La cosa viene presentata come una novità (quando in realtà già Troppo rischio… aveva segnato un passo del genere), e in realtà non manca l’ironia neanche qui (come d’altra parte non mancava la serietà nella demenza).

È questo l’ultimo vero disco degli Skiantos, e se sembra una conclusione minore, quella vera lo è ancora di più.

Una vita spesa…

A questo punto, infatti, iniziano i dissapori anche con Latlantide: il gruppo contesta la copertina coi pinguini di Sesso pazzo, l’etichetta sostiene che le ristampe in vinile di  MONOtono e Kinotto della Spittle non sono autorizzate perché la licenza è loro – secondo gli Skiantos la licenza è scaduta – e in generale il gruppo è scontento non solo dell’etichetta, ma anche della fatica che fa in generale, tra la label di Vasco che non risponde alle richieste di licenza per ristampare i tre dischi di fine anni ’80, un management di cui la band non è soddisfatta e un nuovo tentativo, ovviamente fallito, di andare a Sanremo. La canzone proposta è Allegretto ma non troppo, riflessione esistenziale insieme amara e divertita come da titolo, la cui articolata struttura melodica è opera della Mostacci: una chiusura di carriera più che degna, se si guarda alla canzone in sé, ma il modo in cui viene pubblicata è indicativo di qualche questione in ballo al momento.

Latlantide la pubblica sull’EP Balla la pace (2009) e su La Kreme (1977-2010): il primo è un EP che oltre a due versioni di Allegretto… ne contiene tre di Shalom Salam, una canzone dance con testo pacifista realizzata secondo una vecchia ingenuità di certe posse di inizio anni ’90, ovvero la convinzione che un testo impegnato su ritmi ballabili possa portare i frequentatori delle discoteche verso le buone cause. Il pezzo a tratti funziona anche, ma è un’idea talmente semplicistica che si fatica a credere sia uscita dalla testa del buon Freak – e forse non lo è.

Il secondo disco, invece, è un’operazione che giustifica i malumori del gruppo verso l’etichetta: si tratta infatti di una nuova antologia con titolo e copertina identici a quella del 2002 (tanto per confondere), ma dove l’altra era stata realizzata chiedendo le licenze delle canzoni alle etichette originali, qui si fa tutto in casa. Gli album classici, infatti, sono già di Latlantide; per il resto, si copre l’arco cronologico indicato nel titolo usando le versioni live o alternative uscite su Rarities o su Skonnessi: infatti non c’è nulla né da Sogno… né da Dio… e al 2010 ci si arriva appunto con Allegretto…. L’unica cosa che salva la compilation è il prezzo davvero basso, visto che la musica contenuta merita: ma è un’operazione talmente sgraziata e opinabile che, a suo modo, rappresenta una conclusione appropriata di una carriera passata a litigare con i discografici.

Preferisco morire (scherzavo)

Nel 2010, Freak annuncia la nascita della Freak Antoni Band: con lui e Alessandra Mostacci ritroviamo Granito Morsiani alla batteria, più un paio di giovani voci femminili, tra cui Sofia Buconi (anche lei provano a mandarla a Sanremo, poi tenterà X-Factor) – e qui le cose iniziano un po’ a intrecciarsi. Esce infatti un disco del neonato gruppo, Dinamismi plastici (Ansaldi Records, 2011), con l’idea di voler fare qualcosa di diverso dal demenziale ma che in realtà non si discosta troppo dai binari freakkiani, anzi li sintetizza e li riassume: Il governo ha ragione viene da L’incontenibile… (il testo, perché la musica è nuova), il rock allegrotto di Con un filo di gas poteva stare su KinottoFilastrocca della mamma mette in musica una lettera di Mozart (sboccata come Freak non è mai stato) in pura modalità-Ironikontemporaneo, come la majakovskiana Compagno Dio (che però mixa del metal), La merda è meglio dell’arte è la terza versione dello stesso pezzo con un altro titolo, poi ci sono anche Salam Shalom (buon arrangiamento ma continuano le perplessità) e Allegretto….Un menu piuttosto composito, sia come fonti che come musica: il pregio principale del disco è la mescolanza degli stili, anche all’interno della stessa canzone (vedi una notevole Sciare, dove però a Freak sfugge una rima “cuore/amore” in tono serio…), ma i due lenti, quelli scritti per mandare la Buconi in Riviera, non c’entrano niente neanche così.

A questo punto Freak ha tre progetti le cui scalette si intrecciano in più punti (nei concerti di Ironikontemporaneo suona sia canzoni di questo disco, che degli Skiantos, e in quelli della FAB idem) e purtroppo si è già manifestata la malattia: nonostante tutto il Nostro si rimette in piedi e continua ad andare in giro per concerti, anche ospite di Baccini canta Tenco (e infatti Una brava ragazza, di cui Freak loda la modernità, finirà anche nelle sue scalette), continua ogni tanto a prestare la sua voce a qualche piccola band, riceve il Premio Tenco alla carriera nel 2010, interpreta insieme a sua figlia il film Freakbeat (nel quale interpreta un detective che indaga su presunti nastri hendrixiani), poi esce dal gruppo. Sì, così a sorpresa: dichiarerà di essersi stancato di tutte le difficoltà e dei pochi riconoscimenti riscossi dagli Skiantos, e inizialmente vorrebbe impedire agli altri di usare il nome della band (mentre Dandy inizialmente dichiara che il gruppo va avanti con lui alla voce e Andrea “Jimmy Bellafronte” Setti a scrivere i testi), ma i toni immediatamente successivi all’annuncio fanno pensare che, se pure le difficoltà non sono nuove, la decisione sia stata presa e annunciata in tempi piuttosto rapidi.

A questo punto c’è tempo per un EP – Però quasi (CNI, 2012) con una grande title track e qualche buona rielaborazione del passato insieme a nomi inattesi -, per il documentario BiograFreak, per un’ulteriore gruppo (la Freak Flag Band, con cui si esibirà l’ultima volta); poi, il 12 febbraio 2014, la notizia che il tumore all’intestino ha vinto.

Finisce così una storia umana e artistica all’insegna dell’irriverenza, della ricerca dello slancio, del dialogo/conflitto coi propri tempi, sia musicali, sia nel senso più generale dello zeitgeist; quasi sempre caratterizzata dalle difficoltà, affrontate comunque sempre con l’arma dell’intelligenza arguta.

Per questo, come epilogo, preferiamo ricordare non tanto il concerto dedicatogli nel giorno in cui avrebbe compiuto 60 anni, che è stato bello ma in occasione del quale è venuta fuori l’esistenza di ostilità serie tra Margherita Antoni e Alessandra Mostacci (almeno a sentire Dandy Bestia, che su Facebook rispondeva a chi chiedeva perché la pianista non fosse stata invitata); meglio piuttosto ricordare la sua ultima apparizione: mentre legge Pascoli nel documentario Pascoliana dedicato al poeta. Anzi, al collega.

29 settembre 2014
29 settembre 2014
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