“Sguardi altri”: Gianmaria Aprile incontra AUT Records

Gianmaria Aprile è un nome noto a chi traffica con le musiche cosiddette “altre” e l’underground italiano. È infatti uno dei fondatori dei Luminance Ratio, band che nel corso degli anni si è dimostrata come uno dei laboratori più coraggiosi e interessanti nella “nuova onda” italiana, crescendo a dismisura sia come elaborazione formale del proprio alfabeto sonoro, sia come riconoscimento esterno, di critica, addetti ai lavori e pubblico. Gianmaria Aprile non è, però, soltanto un musicista; è anche titolare della Fratto9 Under The Sky, etichetta che ha in catalogo molto del meglio della produzione italiana più open-minded (da Aspec(t) a Alberto Boccardi, da Jealousy Party a Illàchime Quartet, da Airchamber3 a Luca Sigurtà), fonico e produttore (l’Argo Laboratorium), oltre che grande conoscitore di musiche spesso definibili “altre” e collezionista di dischi.

In questo spazio però, Gianmaria Aprile salta al di qua della barricata e agisce come “addetto ai lavori”, prendendo (simbolicamente) carta, penna e registratore e intervistando la AUT Records, label italiana transfuga in quel di Berlino e ruotante intorno alle forme più mobili e avant del jazz. La possibilità di far interagire tutta la filiera delle musiche “altre” – dai musicisti alle etichette, dai produttori ai fonici – ci consente di avere uno sguardo eccentrico rispetto al solito e pertanto ci auguriamo che questa che vede protagonisti Gianmaria Aprile e la AUT Records non sia che la prima di una lunga serie di “sguardi altri” (SP)

Gianmaria Aprile intervista AUT Records

Quello che mi ha sempre colpito della Aut Records è la capacità di mantenere una identità estetica e musicale sempre ben definita in tutte le sue pubblicazioni. Giunta ormai alla sua trentesima pubblicazione l’etichetta di origini italiane, ma di base a Berlino, continua a mantenersi viva nel circuito indipendente berlinese, spaziando dall’avant al jazz passando naturalmente dalla sperimentazione. Incontriamo in questa chiacchierata Davide Lorenzon, fondatore dell’etichetta (GA).

Iniziamo con la consueta domanda di rito: quando nasce la Aut Records e perché.

Ho iniziato questa avventura discografica nel 2010. Allora abitavo a Bologna e suonavo principalmente con i Kongrosian, trio di strumenti a fiato tuttora attivo. Da tempo volevamo produrre un disco e ci è sembrato più semplice e naturale poter produrre noi il disco, senza doverci affidare a qualcun altro. Non tanto per sfiducia verso le tante buone etichette indipendenti, ma per rendere le cose più semplici e dirette e, infine, per avere il controllo totale sulla nostra produzione, grafica compresa. Così decisi di prendermi carico di questo progetto e di dare vita con questa prima registrazione ad Aut Records, senza pensare troppo ad un progetto a lungo termine: sarebbe stata la fucina delle nostre future produzioni e magari di qualche altro musicista a noi vicino, non molto di più. Quindi posso dire che l’impulso iniziale coincide essenzialmente con la necessità di produrre un disco in cui suonavo, con un approccio da musicista, cosa non particolarmente originale d’altra parte.

Allo stesso tempo ho sempre apprezzato l’oggetto “culturale”, ho raccolto nel tempo i più disparati materiali che mi sono passati per le mani come cassette, dischi, vinili, fanzine, opuscoli, libri, cataloghi, volantini, manifesti… e credo che questa attenzione nei confronti dei supporti materiali sia un altro aspetto essenziale alla base della mia attività di “produttore”, anche se non è sfociata, almeno per ora, nella produzione di oggetti d’arte o packaging innovativi.

Da Vittorio Veneto a Berlino… qual è stato il motivo di questo spostamento geografico?

Sono andato a Berlino dopo essere rimasto due anni a Bologna, mentre prima ho abitato un po’ a Venezia e un po’ a Vittorio Veneto, che è la mia città natale. Da Bologna mi sono spostato a Berlino principalmente per fare un’esperienza all’estero di lavoro, studio e musica. Berlino mi appariva come la capitale europea con maggior equilibrio tra possibilità lavorative e costo della vita e l’unico scoglio era rappresentato dalla lingua (i tedeschi hanno questo brutto difetto di parlare il tedesco), ma oggi dopo lunghi periodi di buio incomincio a vedere degli spiragli di luce. C’è vita oltre le umlaut! Un elemento determinante nella scelta è stato di certo la curiosità verso la multiforme scena musicale berlinese, perché se c’è una cosa che non manca è proprio l’abbondanza di musica.

E proprio su Berlino vorrei soffermarmi un attimo. Com’è la situazione musicale attuale? Visto che fino a pochi anni fa sembrava essere l’eldorado di tutti i musicisti/artisti, mentre ora con gli affitti e i costi della vita che si sono alzati parecchio molti se ne sono tornati da dove erano partiti…

La situazione musicale a Berlino presenta secondo me degli aspetti contraddittori. C’è un numero elevatissimo di musicisti e artisti in generale, provenienti da ogni parte del mondo e questo fa parte del più vasto fenomeno di immigrazione che coinvolge lavoratori di qualsiasi settore, attratti dalla posizione attualmente dominante dell’economia tedesca. Questa situazione generale determina una facilità di incontro con ottimi musicisti e con i più disparati linguaggi e influenze, ed ovviamente questa è un’ottima opportunità per la creazione di progetti musicali creativi. Allo stesso tempo, anche proprio per questi numeri elevati, la situazione dei concerti nei locali non è tra le migliori economicamente parlando e questo ha un effetto retroattivo anche sulla disponibilità da parte dei musicisti a spendersi in progetti a lunga durata, privilegiando la forma della “session” che personalmente trovo utile ma alla lunga limitante. Ovviamente sto parlando dell’ambito musicale in cui mi muovo io, quello che qui appunto viene definito scena “Echtzeit”, ovvero la musica che viene sviluppata proprio lì davanti a te, in “tempo reale”. Il discorso da fare sulla situazione degli affitti è molto lungo, però sì, il trend è chiaramente quello al rialzo generalizzato e la competizione per trovare un posto decente in un quartiere non troppo periferico è altrettanto alta, ma ancora “in ritardo” rispetto ad altre metropoli europee.

A Berlino suoni anche con la Berlin Soundpainting Orchestra, com’è nata l’esperienza e che progetti avete?

Il Soundpainting è un linguaggio gestuale per la composizione istantanea creato da Walter Thomson negli anni ’70 che comprende all’incirca 1200 gesti utilizzati dal “soundpainter”(conduttore) al fine di ottenere un’improvvisazione dal proprio ensemble, che può essere composto da musicisti, attori, danzatori o artisti visuali. È un buon esempio di una realtà che si muove all’interno di una concezione improvvisativa ma all’interno di una matrice compositiva o quanto meno attraverso l’utilizzo di un linguaggio condiviso. Io sono arrivato alla BSO perché un saxofonista stava abbandonando il progetto e Michele Pedrazzi, che già suonava nell’orchestra, mi ha proposto di entrare come sostituto. Dopo aver fatto una full immersion con diversi incontri finalizzati all’acquisizione del linguaggio sono entrato definitivamente a far parte dell’organico.

L’orchestra è stata fondata ed è condotta da Hada Benedito, la quale si adopera per trovare le situazioni più improbabili dove poter proporre progetti dedicati di volta in volta al cinema muto, a Satie o alla storia specifica di un luogo. Fino ad ora posso dire di aver suonato con questo progetto oltre che in un buon numero di locali anche in un parcheggio (e nell’ascensore dello stesso!), in una chiesa, in un bellissimo cinema degli anni ’30 e in preparazione c’è un concerto all’interno di un circo e la partecipazione ad una rassegna all’interno del Collegium Hungaricum di Berlino.

L’11 e il 12 dicembre dello scorso anno, naturalmente sempre a Berlino, si è tenuta la seconda edizione dell’Aut festival. Raccontaci un po’ com’è andata…

Io e gli altri collaboratori di Aut Records siamo stati particolarmente contenti di questa seconda edizione, che si è tenuta al “West Germany”, un locale molto “berlinese” nascosto nei grovigli di Kottbusser Tor a Kreuzberg. Sono state due giornate molto intense con quattro set per serata: Silent People, Ugo, Zero Brane e Giulia Vismara nella prima serata; Berlin Soundpainting Orchestra, Alexei Borisov, Toxidoll e Jessica Ekomane nella seconda. La line-up del festival dà una buona fotografia del mondo musicale che vogliamo diffondere: nessuno di questi progetti è confinabile in un genere specifico e allo stesso tempo tutti presentano dei caratteri originali e riconoscibili. Vi troviamo molte delle sfumature delle musiche contemporanee più avventurose: dall’improvvisazione alla conduction, dall’elettronica all’elettroacustica, passando per le ceneri trasfigurate di avant-jazz-punk-rock. Sia questa edizione che quella precedente sono state completamente auto-organizzate e di certo non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto senza l’aiuto di molti amici e di tutti i musicisti che hanno partecipato, a cui va il mio ringraziamento. Dopo due giorni di musica abbiamo poi festeggiato al mitico ristorante etiope di Hallesches Tor e con un torneo di calcetto particolarmente animato di cui, per le masse interessate, esiste anche documentazione audiovisiva.

Ma torniamo a parlare della Aut Records e delle sue produzioni.… a proposito, da dove arriva il nome? E in quanti siete a gestire la Aut Records?

Il nome è stato il frutto di un parto lungo e doloroso, sono sempre così quando devo trovare un nome, soprattutto per un mio progetto. Alla fine volevo dare l’idea di una scelta di campo, di una presa di posizione. Non tanto in senso stilistico (pubblicando solo improvvisazione radicale ad esempio) quanto di attitudine, una sorta di devozione all’autenticità. Quindi il nome viene da “Aut-Aut” la disgiunzione avversativa che a differenza dell’opportunista “Vel” non lascia scampo, o di qua o di là. Il logo rappresenta inoltre il “salto logico” necessario per rompere con i meccanismi sia del ghetto auto-rappresentativo e identitario da una parte, sia con quelli del music business dall’altra.

Attualmente siamo in due ad avere un ruolo più “direzionale”: oltre a me, nel prendere le decisioni editoriali, c’è infatti il musicista elettronico Michele Pedrazzi. Ma Aut non potrebbe esistere se non avesse anche una rete di collaboratori che fanno la loro parte come Giacomo Cioni, Stefano Meucci e Jessica Ekomane che sono a tutti gli effetti parte del team qui a Berlino e poi il grafico Sandro Crisafi i cui lavori sono spesso presenti nel nostro catalogo, l’amico pianista e grafico Nicola Guazzaloca e infine il nostro webmaster Riccardo Esposito.

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Anche se la Aut Records è legata ad un approccio “jazz”, hai pubblicato dischi più “sperimentali” come il duo vocale Patchwork voices “Puzzling” (AUT011) o il disco solista di chitarra di Andrea Laino – LLAND “Electrical Landscapes” (AUT005), o il bel disco di Meanza & De “OU”. Come scegli i dischi da produrre? Alcune di queste sono co-produzioni con gli stessi artisti, giusto?

Sì, abbiamo sicuramente legami forti con il jazz soprattutto nella sua declinazione più “avant” ma da sempre l’etichetta si è posta come regola quella di non fare del “genere” una questione di identità. Credo che la sfida sia quella di avere una personalità riconoscibile, senza appoggiarsi su alcun genere in particolare. Se ci stiamo riuscendo non lo so, ma cerchiamo di comunicare questa idea sia con le scelte musicali (basate su coraggio e creatività ma anche su una buona dose di maturità e intelligenza) sia con il lavoro grafico, parte fondamentale dell’estetica Aut.

Alcuni dischi sono co-produzioni e sono di solito proposte che ci arrivano dall’esterno come i recenti Vocione di Marta Raviglia e Tony Cattano o InSight di Francesco Chiapperini, alcuni più rari sono produzioni interamente nostre come Crisco 3 e Bug Jargal. Infine una terza categoria è rappresentata dai nostri lavori, come Kongrosian dove suono io, Meanza&De, Raccoglimento Parziale e 12+.

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Oggigiorno il mercato dei dischi è molto frammentario e dispersivo tra pubblicazioni su cassette, CD, vinili, digitale, download. Come vedi che si svilupperà quello delle piccole etichette indipendenti? E come si comporta la Aut Records in questo periodo di transizione?

Questo è un tasto dolente. È difficile riuscire a rimanere sereni pensando di pubblicare ancora su cd, che a quanto dicono è un formato già morto. La miniaturizzazione e la smaterializzazione dei supporti fonografici è sotto gli occhi di tutti. A parte le etichette esclusivamente digitali o a quelle che stampano su vinile o cassetta, ci sono ora anche etichette che pubblicano su SD card e anche noi tempo fa avevamo accarezzato l’idea di fare una USB contenente parte del catalogo. Probabilmente, parlando per la musica ancora pubblicata su un supporto, è probabile che, perlomeno nell’ambito in cui ci muoviamo noi, si sviluppi ancor di più l’attenzione per un packaging artigianale con tiratura limitata e materiale “extra”. Più avanti ci piacerebbe provare questa strada, ma per ora continuiamo a stampare esclusivamente su digipack cartonato e a dare un’attenzione particolare all’aspetto grafico dei nostri album che, di volta in volta, viene curato da artisti diversi tra cui, per citare alcune delle ultime collaborazioni, Sandro Crisafi, Emanuele Kabu e Roberto La Forgia.

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Sei alla trentesima uscita, ti sei mai posto un limite di pubblicazioni? E cosa “bolle in pentola” per il futuro?

Faccio una breve panoramica delle ultime uscite. L’uscita numero 25 è un album solo in digitale di un mio progetto chiamato Hic Salta, con il quale di volta in volta mi accompagno a musicisti diversi per la creazione di album sperimentali. Questa volta l’album, che si chiama Chinese Whispers, è basato su registrazioni a distanza tra me, il pianista bolognese Nicola Guazzaloca e il musicista elettronico Stefano Meucci. Il n. 26 è un concept-album sull’Odissea del fantastico duo VOCIONE con Marta Raviglia alla voce e Tony Cattano al trombone, poi è stato il turno della Berlin Soundpainting Orchestra e di 12+, alias Giacomo Cioni, con un album in cui le prime dieci uscite dell’etichetta sono state sezionate, campionate e assemblate in 13 tracce di hip-hop strumentale. Ora è appena uscito Paradigm Shift del progetto InSight del clarinettista Francesco Chiapperini e ad ottobre uscirà un ensemble guidato dalla violinista Eloisa Manera, dedicato alle “Città invisibili” di Italo Calvino. Ci prepariamo, inoltre, per la terza edizione dell’Aut Fest, sempre a Berlino ma del quale non sappiamo ancora le date con certezza.

28 ottobre 2016
28 ottobre 2016
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