Sbagliando nota. Parte prima

“ascolto tutti quelli che parlano, e parlano di te
[…] qualcuno piange ed è difficile ascoltare.
Non credo ti sarebbe piaciuto, ci avresti scherzato su:
avresti reso tutto più facile, avresti detto: «domani sarò fumo»”
Lou Reed, Goodbye Mass, 1992

“Tutto ciò che è assurdo e bizzarro insieme, non eroico, non retorico,
non modaiolo, non istituzionale […] un cocktail di pseudofuturismo, dada,
goliardia, improvvisazione, […] provocazione con ironia
d’avanspettacolo, poesia surreale soprattutto cretina”
Roberto “Freak” Antoni, definizione di “demenziale”, da Badilate di cultura, 1995

“Alberto Sordi […] si è inventato il personaggio di un italiano vile,
sopraffattore, inaffidabile, pronto a qualsiasi bassezza, insomma
di un italiano immondo con cui gli italiani si sono divertiti
follemente. Come mai? Perché pensavano che fosse una cosa che
non gli corrispondesse, ma sotto sotto ne sentivano il richiamo.
All’estero Sordi non lo possono vedere. Si chiedono: ma
come fa a divertire questo essere immondo? Cosa c’è da ridere?”
Mario Monicelli, Il mio cinema fra Mussolini, Sordi e Gorbacëv, Micromega 5/201

Tra i mille luoghi comuni messi alla berlina nel corso della sua opera, c’era stata anche la morte, in canzoni come appunto Devi morire (1999), riflessione filosofica sulla grande livellatrice fatta con un geniale campione del noto coro da stadio, o come Sanissimo (2005), o una vecchia poesia in cui scherzava – ma non troppo – sul fatto che, in quanto grande artista, anche a lui sarebbe toccata una rivalutazione postuma come a tanti predecessori.

Certo, a Roberto “Freak” Antoni, poeta, cantante e agitatore culturale da Bologna, non è toccato morire “sanissimo”, come il maniaco della salute satireggiato nella canzone citata: era malato da un paio d’anni almeno, e aveva rischiato parecchio (“porto i capelli lunghi perché i medici mi hanno praticamente salvato prendendomi per i capelli”, diceva nelle date di Ironikontemporaneo, riferendosi alla prima crisi della sua malattia). E nemmeno “ricchissimo” come un altro personaggio dello stesso brano, vista la sua poetica poco incline a cercare facili consensi, con conseguenti difficoltà con discografici ed editori.

Ma una rivalutazione postuma sarebbe doverosa nei confronti dei quasi 40 anni di lavoro satirico in musica e nei testi sui luoghi comuni del linguaggio, sul conformismo, sulle idee facili e automatiche. Al riguardo, ha iniziato Piergiorgio Paterlini nel suo epitaffio, sostenendo che è limitativo ricordare Antoni solo per l’invenzione del rock demenziale (che invece, per Cilìa e Guglielmi del Mucchio, è l’unico contributo italiano veramente originale alla storia del rock) e definendolo un grande degno di stare accanto a Fellini e Flaiano (ma ci starebbero anche i citati Monicelli e Sordi) per l’intelligenza corrosiva con cui ha raccontato l’Italia: se esagera ce lo dirà il tempo, intanto è un inizio.

Delle differenze tra i vari modi di ridere, e del fatto che ridere possa essere una cosa serissima, abbiamo già scritto, e quella di Freak non era comicità di bassa lega: la sua cretineria era militante, specchio distorto e grottesco delle tante demenze quotidiane contro cui si ribellava con “odio mosso da amore” (per dirla come i 99 Posse e come ha confermato sua figlia Margherita in un discorso funebre di toccante maturità, per una quindicenne) e con le armi dell’ironia e della satira. Perché per lui e per gli Skiantos ridere era satira e  sovversione, provocazione e attacco alla banalità; risata punk come quella beffarda, oltraggiosa e irriverente di Johnny Rotten all’inizio di Anarchy In The UK, fatta col gusto di mostrare l’idiozia di qualcosa ritenuto serio o di una menzogna da quieto vivere; punk, perché la potevano fare tutti (all’epoca si pensava che chiunque potesse essere creativo: la differenza la fanno l’intelligenza e il gusto, il che significa anche il cattivo gusto deliberato), ma anche situazionista, nel senso di gesto mediatico clamoroso volto a scuotere le coscienze.

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Cercheremo di raccontare la storia di questo sghignazzo d’assalto, che negli anni ha trovato alleati e nemici, ha visto vittorie e ritirate, sotto la scomoda bandiera dell’ironia intelligente – o deliberatamente cretina, quando “intelligenza” diventa il nome del realismo furbetto e opportunista.

“Una risata vi seppellirà”? Magari no, ma tirerà il maggior numero possibile di palate di terra (se va bene, altrimenti invece che terra potrebbe essere qualcos’altro…).

I. Il brodo di coltura: Premesse

Il rock demenziale non poteva che nascere nel fervore della Bologna degli anni 70, leggendaria fucina di controcultura (pardon, KontroKultura), di forme creative di opposizione al potere, di fantasia antisistema e follia pura (si narra che durante gli scontri con la polizia, mentre si aspettava la carica, poteva capitare di vedere qualcuno che sulle barricate suonava il pianoforte); ma anche di carri armati per reprimere le manifestazioni, di scontri durissimi, uno specchio esasperato di quello che era il clima politico italiano dell’epoca.

A Bologna la militanza politica dura e pura si era fusa con la creatività in un magico intreccio che nel ’77 già si dividerà di nuovo nei due tronconi d’origine, prima che nel giro di pochi anni quattro cavalieri dell’Apocalisse chiamati Eroina, Terrorismo, Repressione e Riflusso spazzino via il Movimento, la maggior parte della sua cultura e la mentalità che lo aveva animato. Ma di quegli anni, che nel bene e nel male hanno definito e preparato l’Italia di oggi, non rimangono soltanto macerie bensì anche notevoli frutti culturali: fu una stagione infatti nella quale, tra le altre cose, si sperimentava la fusione tra discipline diverse, tutte in grande fioritura anche singolarmente, come il teatro, la musica, il fumetto, il cinema (e le radio indipendenti, come l’ormai storica Radio Alice). E mentre crescevano le barricate contro la polizia, si abbattevano quelle tra cultura “alta” e cultura “bassa”, come dimostra l’assoluta eterogeneità degli argomenti della Bibbia dell’epoca, la rivista Frigidaire, parto di Stefano Tamburini e del gruppo che con lui già aveva imperversato sulle altre riviste, Cannibale e Il Male.

Intermezzo: Freak – Bologna nel ’77 e i contatti con le altre discipline.

“Noi siamo sempre stati figli del movimento studentesco che a Bologna era potentissimo nella seconda metà degli anni 70 in particolare. Poi nel ’77 si spaccò, e andò poi scemando fino all’’80. E dall’’80 in poi iniziò il famoso “decennio del riflusso”. Ma certo gli Skiantos erano in qualche modo figli degli Indiani metropolitani, dell’ala cosiddetta creativa del movimento studentesco. Quando nel ’77 si spaccò ci fu l’ala creativa, gli Indiani metropolitani e la parte artistica, e dall’altra parte i duri, puri, irriducibili delle P38, dunque le BR e simili: due spezzoni assolutamente diversi del movimento, due tendenze completamente opposte. Ognuno ha seguito la propria strada, gli Skiantos erano nella parte dei creativi, erano dalla parte della conquista della nuova arma del movimento cioè la satira, cioè la fine della politica ideologica obbligatoria e schematica e la conquista di un nuovo linguaggio che passava attraverso la satira, il sarcasmo e l’ironia soprattutto.

Gli Skiantos fanno le prime prove in cantina nel ’75 poi esplodono nel ’77, quando scoppia il movimento studentesco in tutta la sua virulenza. Sono figli di quel periodo, un periodo assolutamente irripetibile: creatività molto generosa, molto istintiva, assolutamente a perdere, non monetizzante, non capitalizzatrice delle sue possibilità e della sua produzione. In quel periodo si pensava che si potesse fare musica anche senza essere particolarmente virtuosi dello strumento, si potesse e si dovesse fare arte senza possederne le basi accademiche, ci si potesse approcciare a un’arte per la voglia di fare, perché si aveva qualcosa da esprimere.

Così come si scoprivano i cosiddetti scrittori illetterati, in Italia, che erano molto più significativi nella loro sgrammaticatura di scrittori o poeti laureati molto formalmente ineccepibili, ma molto meno interessanti dal punto di vista della comunicazione, della passione e del temperamento. Ed ecco che il movimento cavalcò onestamente, molto sinceramente questo tipo di tensione: tutti possiamo fare tutto, ogni essere umano è in potenza assolutamente creativo, basta solo la sua volontà, la sua voglia di esprimersi. E gli Skiantos furono fino in fondo figli di quel modo di pensare, di quella forma mentis. E questo poi è costato loro molto.

Noi prendemmo spunto e suggerimenti dal Living Theatre, per esempio. Io poi sono un vecchio amico personale di Andrea Pazienza, con lui abbiamo spesso immaginato diverse copertine di dischi degli Skiantos; poi non se n’è più fatto nulla perché lui quando avrebbe dovuto iniziare a lavorarci se ne andò da Bologna e poi, poco dopo, se ne andò definitivamente. Alcuni di noi poi, io in particolare, collaborai con la rivista Frigidaire, che era il passo successivo a Cannibale, dopo Il Male. Tra l’altro la prima trasferta fuori Bologna, a Milano, gli Skiantos la fecero in sostegno della neonata rivista Il Male, che è stata l’antesignana di tutte le riviste satiriche in Italia.

Ci piace ricordare che gli Skiantos fecero il primo concerto in trasferta a Milano a sostegno de ‘Il Male’”.

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Era un periodo turbolento, non solo a Bologna: se gli Squallor avevano sdoganato un turpiloquio facile ma, nel contesto, liberatorio, molte altre cose erano possibili e si muovevano. Le suggestioni internazionali venivano rielaborate con una personalità oggi più rara (Faust’o e il primo Ivan Cattaneo o, in altri campi, gli Area e i Krisma) e non solo l’underground fremeva, non solo proliferava accanto a quelli classici una serie di cantautori matti quali Enzo Carella, Fanigliulo o il più illustre di tutti, Rino Gaetano, ma anche nel pop regnava una certa follia: altrimenti non sarebbero venuti fuori personaggi pazzerelli come Amanda Lear, Donatella Rettore, Renato Zero – che, prima della svolta commerciale, l’underground lo aveva bazzicato – o, per dire, figure ineffabili quali Maria Sole o le Figlie del vento. E sempre nel pop, anzi nella dance, si affermava una scuola italiana ancora considerata, come conferma l’omaggio a Moroder nell’ultimo Daft Punk (o un Lou Reed che, quando gli chiedono cosa conosca della musica italiana, risponde ridendo “la dance”).

La canzone comica, d’altra parte, esisteva da sempre nella tradizione popolare, e anche nel 900 gli esempi erano stati numerosi (Freak Antoni qualche anno più tardi ne studierà la storia col progetto Beppe Starnazza e i Vortici), anche in quegli anni: c’erano i dischi dei comici (tra cui uno notevole di un Pippo Franco – ebbene sì, proprio lui, sicuramente al punto più alto della sua carriera – che in certi momenti potrebbe quasi essere considerato un precursore del genere); il cabaret dei Gufi e Nanni Svampa; a Milano, il giro di Jannacci, Gaber e Fo cercava strade nuove per il teatro, la canzone e la loro commistione nel nome dell’irriverenza, e d’altra parte la goliardia da autogrill degli Squallor (non priva qua e là di qualche lampo felice, comunque) contava già svariati dischi al suo attivo.

Ma per l’appunto si trattava di comicità, non di demenza – quella, tutt’al più, era comparsa in certe canzoni di Alberto Sordi e nella triade  Clem Sacco, Ghigo Agosti e Ritz Samaritano a fine anni ’50 (anche se con velleità sovversive decisamente più blande), quando aveva incontrato interesse limitato e ostracismo: ora, nel contesto generale del periodo e di una città particolarmente creativa, trova le condizioni per fiorire definitivamente.

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Gli anni d’oro

I: Si comincia: uno-due-sei-nove!

In comune col punk i Nostri avevano, come detto, anche il fatto di presentarsi come non-musicisti. In effetti, tra i dieci che inizialmente gravitavano intorno al progetto messo su da Freak Antoni e che si ritrovarono una sera in studio a registrare Inascoltable, di non-musicisti e non-cantanti ce n’erano parecchi (come si sente dalle registrazioni, peraltro). Alla fine Antoni era riuscito a organizzare una sessione, il gruppo andò in sala con solo i testi pronti e in una notte creò e registrò queste canzoni. Racconta il cantante: “I musicisti non si conoscevano bene tra loro, e i testi erano assolutamente una sorpresa per loro stessi, erano stati tenuti all’oscuro dei vari testi, fu un esperimento”.

Dandy Bestia: “Dunque, mi ricordo che siamo arrivati lì tutti dopo cena, verso le 9 e mezza, le 10. Soltanto io avevo letto qua e là dei testi che Roberto, Stefano e Andrea avevano scritto fino a lì. Qualcosa mi aveva fatto leggere Roberto, ma per esempio la maggior parte delle cose che aveva scritto Stefano, anche se poi erano poche, una o due, non le avevo mai sentite prima, e neanche quelle di Andrea.

Ma questo era voluto, siamo entrati in studio volutamente per fare un esperimento totalmente fuori: vediamo cosa succede a mettere insieme in uno studio sette-otto musicisti, o pseudo tali, con dei cantanti anche loro assolutamente improbabili, all’epoca, come Andrea Setti (Jimmy Bellafronte), per esempio. Già Freak è uno che ha la voce roca, che urla forte, è intonato, quindi è un cantante vero, allora era un cantante un pochino più probabile degli altri, comunque nessuno sapeva nulla di quello che sarebbe successo. Poi ascoltando il risultato ti accorgi della differenza con una cosa molto preparata, ma certo ancora ad ascoltarla oggi ti accorgi che è molto viva, molto più fresca. A volte una cosa improvvisata, quindi non studiata, risulta per forza molto più potente.

Ecco, mi ricordo questo, mi ricordo che ci mettevamo d’accordo sui tempi, il batterista diceva “come lo intendi questo, questo riff che stai facendo, lo intendi shuffle?” , dicevo “guarda, non lo so assolutamente, lo sto facendo in questo momento”, “sì cazzo, però così è un casino, sai, così non arriverò mai alla fine”, “ma no dai, andiamo avanti, tu fai quello che ti senti qua sopra e io magari cambio intanto che tu cambi”… insomma è nata così la cosa. Bello, un bell’esperimento, io me lo ricordo molto volentieri, nel senso che mi fa piacere aver partecipato a questo, anche se non è un disco che poi ha venduto moltissimo, però è stato bello come esperimento”.

È chiaro fin dai primi secondi della prima canzone che ci troviamo in terre inaudite: “Uno-due-sei-nove” al posto del classico “One-Two-Three-Four” e una falsa partenza lasciata sul nastro. È Permanent Flebo, il primo dei loro classici, costruito su un giretto punk-rock semplice semplice e un testo che sembra composto secondo il procedimento della rima casuale, ovvero verso buttato lì, poi la prima rima che ti viene in mente (meglio se assurda), e poi si lascia così com’è uscito. In pratica un ready-made poetico, dunque un altro richiamo a certe avanguardie d’inizio secolo. Non c’era neanche, così, bisogno che i testi fossero pronti prima…

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E il seguito non cambia: poesia dell’errore, culto dell’imprecisione, apoteosi della sgangheratezza (i Velvet Underground, in confronto, sembrano i Pink Floyd… ma nemmeno troppo), trionfo dell’informale; vecchie banalità musicali suonate come gruppetti nelle cantine alla prima prova (quello che, più o meno, erano), qualche stecca orribile, rimasticamento di giri presi dal manuale del rockettaro e bluesettaro alle primissime armi, agghiaccianti cori belluini dove l’armonia è trattata da orpello inutile… il tutto per canzoni dai titoli mai sentiti come Makaroni, Io vi odio tutti, Ti spacco la faccia (dal vivo), Lieve affranto, Blues Ba Ba Lues, ecc… (e la superflua dichiarazione di Sono rozzo sono grezzo: si sente), nei cui testi confluiva per la prima volta nella storia della canzone il linguaggio stradaiolo-movimentista del periodo. Se i dischi successivi segneranno passi avanti nell’affilamento delle armi espressive, Inascoltable rimarrà l’esempio più puro ed estremo della loro poetica, nonché una novità vera nel panorama italiano.
Pochi infatti avevano, nella terra del bel canto, sfoggiato una vocalità aggressiva e beffarda come quella di Freak, mentre Stefano “Sbarbo” Cavedoni scimmiottava lo stile più sentimentale e svenevole, Jimmy Bellafronte si alternava tra i due registri, e i vari Dandy Bestia, Frankie Grossolani, Andy Bellombrosa e Leo “Tormento” Pestoduro davano al Belpaese quel rock cui non erano giunti né i suoi gruppi beat dei 60 né il suo ricco filone prog dei 70. Già, il progressive: l’atteggiamento verso questo genere era lo stesso dei cugini punk inglesi, ovvero suonare grezzo e con tecnica approssimativa (o nulla) come rifiuto della magniloquenza e degli ostentati virtuosismi tecnici in cui si era sterilmente trasformata una corrente musicale che era stata anche molto interessante. Ma un rifiuto che vedeva anche qualche solidarietà: mentre Fripp e Hammill simpatizzavano coi debosciati inglesi, a Bologna Fariselli degli Area prestava una chitarra a Dandy Bestia che se le era dovute vendere tutte…

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Freak: sui concerti

“Il nostro concerto dal vivo lo abbiamo elaborato anche inconsciamente guardando il Living Theatre, che in quegli anni passava da Bologna: anche Stefano Sbarbo, innamorato del teatro, che faceva il DAMS insieme a me, te lo potrà confermare. Abbiamo sempre amato molto il Living Theatre, lo abbiamo visto in azione a Bologna, dove alcuni giovani di passaggio, studenti di Piazza Maggiore (quando piazza Maggiore era il punto di riferimento e di incontro della città) erano stati scelti per fare carabinieri e poliziotti e altri erano stati scelti per essere gli studenti manganellati. Ecco, noi vedemmo molte performance del Living Theatre, e questo coinvolgere la gente, questo rompere la barriera che c’è tra artista che sta sul palcoscenico e il pubblico che sta in platea è sempre stata una delle nostre ingenuità preferite, perché è difficilissimo in realtà realizzarlo, ma è sempre stato uno dei nostri obiettivi.

Per questo abbiamo iniziato a tirare la verdura al pubblico, per coinvolgerlo in un gioco collettivo molto attivo, dove si confondevano gli attori con gli spettatori: gli spettatori diventavano attori protagonisti, e gli attori si confondevano con gli spettatori. Era un’utopia teatrale molto forte, che il Living Theatre portava avanti, e cioè trasformare gli spettatori in attori lavoranti, viventi.

Non più il pubblico che lancia oggetti all’artista che reputa cane ma l’artista – anche mediocre, perché no? – che si prende la rivincita sul pubblico e gli lancia qualsiasi cosa: noi gli abbiamo lanciato di tutto e abbiamo ricevuto altrettanto sul palco, della serie “chi semina vento raccoglie tempesta”. Prima di fare i concerti noi passavamo, nelle città in cui ci si trovava a fare il concerto, dai mercati ortofrutticoli, oppure ci si portava nel furgone da Bologna della verdura possibilmente non troppo contundente, però insomma verdura da lanciare sul pubblico, e quella certo che è una provocazione, molto futurista. I futuristi tiravano i pomodori al pubblico, noi abbiamo tirato anche i pomodori ma anche di tutto. Poi abbiamo smesso perché il gioco diventava risaputo, e dopo un po’ finiva tutto in una gazzarra che non accontentava nessuno.

Ogni bel gioco deve durare poco, e ci siamo concentrati su altri lanci, tipo i lanci dei vermi da pesca. Che nella provincia e nella città di Bologna si chiamano bigatti: “bigatto” è qualsiasi cosa che assomiglia a uno spaghetto. A Bologna facemmo questa performance tirando i vermi da pesca e dicendo al pubblico “Fate il vostro grande gesto creativo! Liberate la vostra fantasia! La vostra creatività! Fate il vostro grande gesto! Fate il vostro BIG- ATTO!”. Lo abbiamo fatto proprio all’ultimo bis, dopodiché abbiamo lasciato il palco velocemente dopo aver sentito le prime urla e gridolini delle ragazze inorridite, le prime urla di schifo e di disapprovazione: dico la verità, non siamo rimasti lì a discutere, anche perché la provocazione era davvero molto forte, quindi ce la siamo data a gambe.

Oltre ai vermi da pesca e alla verdura abbiamo tirato crackers, biscotti secchi, gallette, abbiamo tirato caramelle, preservativi; e ci è arrivato di tutto sul palco, compresa una zucca sul proscenio, che è stata lanciata o messa lì da un fan particolarmente prestante, che con le braccia è arrivato sul proscenio e ha tirato lì questa zucca. Una volta anche un melone, una volta anche un cocomero”.

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II. Fatti questo slego

Inascoltable era uscito come cassetta autoprodotta, su vinile sarà stampato un paio d’anni più tardi. Per il pubblico, presso il quale degli Skiantos cominciavano a far scalpore i concerti, l’esordio discografico del gruppo avverrà col singolo Io sono un autonomo/Karabigniere Blues e con l’album Mono Tono (Cramps, 1978), che arriveranno dopo una sfoltita dei ranghi (ma ben altre ne seguiranno in futuro). Ora gli Skiantos suonavano davvero, sia pure un genere sporco e grezzo come il rock, col chitarrista Dandy Bestia sugli scudi; e qualche recensore attento, pur perplesso dal progetto generale, se ne accorse e lo disse negli articoli dell’epoca.

Sia il singolo che l’album, in effetti, sono due pietre miliari. Il singolo raccoglie due canzoni peculiari e potenti già dai titoli: in Io sono un autonomo si compendiano in salsa punk frasi e atteggiamenti d’epoca (col leggendario attacco “Andate a lavorare, teppisti!”), mentre la pigra Karabignere Blues diventerà un classico anche perché inaugura un filone di satira sulle forze dell’ordine che avrà lungo seguito, non solo nei dischi degli Skiantos.

Né sono meno memorabili le canzoni di Mono Tono, già dall’introduzione con i dialoghi accelerati: dialoghi da fattoni, va da sé, mica Ibsen, il quale non ha mai iniziato un dramma con la frase “Ma che cazzo me ne frega” (le voci apparentemente casuali sono una costante del disco, come se fossero rimasti accidentalmente su nastro i commenti volanti – e oltraggiosi – di qualcuno che passa o assiste mentre il gruppo suona). E il resto mantiene le promesse: dalla ripresa in versione più potente dell’attacco di Permanent Flebo per Eptadone, alla rilettura di Satisfaction che diventa Pesto Duro, al manifesto di Diventa Demente (la kultura poi ti kura) coi suoi spericolati cambi dall’hard rock al beguine e nel cui finale vengono trucidati i concetti di “coro”, “voci armonizzate” e “andare a tempo insieme” (mentre risuona la frase “la cultura è una verdura”, che probabilmente durante i concerti dava inizio al lancio della stessa sul pubblico).

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Stessa fine fanno la canzone d’amore classica in Vortice e in Io ti amo da matti (sesso e karnazza), e la modestia in Io sono uno skianto: Vortice è una parodia assassina con epici inserti punk del lentone lamentone da innamorato, con grande performance alternata Bellafronte-Antoni; Io ti amo da matti è invece uno splendido dance rock su cui regna Stefano Sbarbo, mentre la sbracata Io sono uno skianto annovera alla fine della penultima strofa il più bel tentativo abortito di acuto (e non manca la voce che commenta “basta!”). Anche il tradizionale rapporto col pubblico fa una brutta fine nella loureediana Largo all’avanguardia, un altro manifesto (“Largo all’avanguardia, pubblico di merda, tu gli dai la stessa storia tanto lui non c’ha memoria”, “io vado controcorrente perché sono demente, sono un ribelle c’ho l’urlo nella pelle”).

In Io me la meno (“con un pieno di fieno io divento più scemo”, “se patisco mi sveno non posso farne a meno”) abbiamo anche la presa in giro del classico assolo di batteria prog, inserito quasi a caso in mezzo a un pezzo punk (e le solite voci infatti invitano il batterista a smetterla) mentre l’inaudito incipit di Panka rock (“brucia le banche, bruciane tante / calpesta le piante”) segna un’autentica rottura con quanto cantato fino a quel momento in Italia (se si eccettuano vecchie canzoni sovversive nelle quali si diceva che con la pelle dei preti sarebbero state fatte mutande e simili). Finale con altri dialoghi accelerati che testimoniano il linguaggio giovanil-alternativo dell’epoca, e il twist, o giù di lì, di Ehi, ehi, ma che piedi che c’hai.

Ma accanto alla pars destruens c’è anche una pars construens, di cui abbiamo detto: la nascita di una musica nuova, almeno per l’Italia, che in questo disco viene messa in risalto dall’ottimo lavoro di produzione di Allan Goldberg (un fonico che successivamente ha lavorato con gli Yes di Big Generator e, in Italia, con PFM, Fossati e Carmen Consoli – è lui che le ha dato il soprannome di “cantantessa”) con la supervisione di Oderso Rubini. I due conoscevano bene il loro mestiere e diedero un suono potente e compatto a un gruppo che rischiava di passare come una follia di poco conto (d’altronde “l’Italia è un paese dove nulla si fa sul serio ma guai ad aver l’aria di scherzare”, come scrisse il succitato Ennio Flaiano), suono che fa di questo un grande disco di punk rock. Duole dirlo, ma anche se le pagine memorabili del gruppo saranno ancora molte e i dischi brutti pochi o nulli, uno compiuto e riuscito come questo non lo faranno più. Ma ciò non vuol dire che avessero esaurito le munizioni, tutt’altro.

Nel frattempo, come dicevamo, questo tipo di canzoni inaudite e i concerti-happening fanno scalpore, e attirano seguaci ma anche critiche e scandalo (riguardo ai concerti, la versione live di Sono rozzo sono grezzo, contenuta nella ristampa 2003 del successivo Kinotto, può dare un’idea non solo del suono Skiantos dal vivo, ma anche di ciò che poteva succedere nei concerti degli anni ’70, nonché del clima assolutamente informale sia sul palco che tra cantanti e pubblico: un piccolo, interessante frammento d’epoca).

Freak e la nomea

“Questo marchio è rimasto agli Skiantos: gli Skiantos sono inaccettabili perché possono fare tutto e il peggio di tutto, è un marchio d’infamia che ci portiamo avanti. Così come “non sapete suonare”: nel corso degli anni gli Skiantos hanno certamente imparato a suonare ma la gente non se n’è accorta, per la gente noi siamo ancora come eravamo nel ’77, non c’è verso di modificare la testa all’immaginario collettivo del pubblico, noi continuiamo a rimanere il gruppo d’assalto, i cialtroni d’assalto che nel ’77 lanciavano la verdura sul pubblico e suonavano una scopa. Questo siamo per il pubblico italiano.

Quindi anche i dischi che facciamo recentemente la gente a volte li vede con sospetto: “ma suoneranno loro?”. Sì, suoniamo noi, anzi non vogliamo grosse interferenze: a volte ospitiamo musicisti che appunto sono ospiti, ma lo dichiariamo nei crediti, non abbiamo bisogno di nasconderci. Però per il grosso pubblico, ripeto, siamo i cialtroni d’assalto che eravamo nel ’77”.

Ma comunque già nel ’78 suonavate parecchio, perché se uno ascolta bene Mono Tono, quello è un grande disco di rock…

“Sì ma la gente dubita che quel disco sia nostro. Noi avemmo anche un’enorme fortuna in quell’anno, nel ’78, perché registrammo negli studi Sascia di Rozzano, e avevano di passaggio un certo tecnico australiano Allan Goldberg, innamorato della musica rock, il quale sentito che eravamo dei rocchettari, ed essendo lui di formazione mentale anglosassone dunque particolarmente aperto alla musica rock, ci registrò quel disco come disco di rock, alla anglosassone e non all’italiana. Per cui i suoni sono talmente particolari che poi la gente non ha trovato di meglio da dire che “non erano loro che suonavano”, “in quel disco chissà chi ha suonato”, mentre Dio o chi per lui ci è testimone che nei nostri dischi abbiamo sempre suonato noi.

A volte ci siamo avvalsi di turnisti, perché nel periodo della Targa Bollicine il produttore Roberto Casini ci voleva rendere più appetibili dal punto di vista radiofonico, ma sono state ospitate molto casuali, noi abbiamo sempre preteso di suonare e di cantare nei nostri dischi. Laddove c’è qualcun altro, lo abbiamo segnalato nei crediti, in questo ci picchiamo di essere molto onesti. Era questo che volevo dirti: che quando poi gli Skiantos suonano con una certa grinta, la gente dice “ah, ma non erano loro”.

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Dandy e il suono

“Allan Goldberg, un fonico bravissimo, per l’epoca molto avanti, credo che lo sia anche adesso perché è uno di quelli che non smettono mai di studiare. Veramente una potenza, lui ha registrato con dei gruppi inglesi grossissimi, non credo di sbagliarmi se parlo addirittura di Hendrix.

Comunque quando sentì come suonavamo… anche perché ci tengo a sottolineare questo, cosa che Freak non fa mai, eh eh, che gli Skiantos sono stati una rivoluzione prima di tutto musicale perché è stato il primo gruppo di rock duro mai sentito in Italia, prima non c’erano. C’era rock, pop-rock elaborato, di gruppi progressive anche duri come i New Trolls o come la PFM già un pochino più spostata sul jazz, ma non un vero gruppo di rock duro, come sono stati in Inghilterra o in America gruppi come i Sex Pistols stessi – quelli poi erano già punk, noi non facciamo esattamente il punk, noi facciamo il rock duro – più i Lynyrd Skynyrd, o come i Led Zeppelin, ecco la nostra principale ispirazione musicale sono stati gli Zeppelin.

E in quel periodo ci stanno anche i Pistols, perché io poi venivo dall’Inghilterra, c’ero stato un anno intero e li avevo visti dal vivo due volte, son rimasto sconvolto per un paio d’anni, mi ha segnato per un paio d’anni aver visto i Pistols dal vivo. E quindi tornai in Italia che ero completamente invasato di loro, e si sente da Mono Tono ma anche da Inascoltable”.

Dandy Bestia esce dal gruppo

“Ero intrattabile, veramente… un po’ per le cose che assumevo, droghe, alcool e compagnia bella ero veramente diventato una sorta di ducetto insopportabile, per cui alla fine m’han sbattuto fuori, e han fatto bene. Poi mi sono riavuto. Prima nelle stesse condizioni mi chiamò a fare le prove Vasco Rossi, che ancora non era nessuno, ma io ci arrivai in quelle condizioni lì e si guardò bene dal prendermi, giustamente. Ma non per incapacità musicale, perché comunque ero abbastanza bravino, ma proprio perché ero intrattabile. Poi mi sono ripreso, moderato, e sono andato con Ron, Orietta Berti, Lucio Dalla, ho fatto un po’ il chitarrista “di servizio”.

12 maggio 2014
12 maggio 2014
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Sbagliando nota. Parte seconda

Monografia

In questa seconda parte della storia del gruppo bolognese analizzeremo il passaggio dal successo di "Mi piaccion le sbarbine" alla...

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