Sbagliando nota. Parte seconda

III.1 – L’avanguardia è molto dura

Nella romanza cantautorale è tutto così etereo, legato alla tradizione
classica occidentale. Mentre il ritmo è qualcosa di molto più tribale,
è un’esigenza che ti viene se ascolti il blues, il rock e tutti i suoi derivati.
A me piaceva questo.
Freak Antoni, da Anni di pongo, in Aa.Vv., Gli altri ottanta

Una cosa va detta degli Skiantos: nonostante siano stati i testi a caratterizzarli come identità artistica e come progetto, la musica era tutt’altro che secondaria, per qualità e per la strana capacità di essere, volenti o in futuro anche nolenti, in linea con la contemporaneità. Dopo il punk di Inascoltable e il punk-rock di MONO Tono, infatti, anche il disco del ’79 riesce ad essere in sintonia con quanto accadeva in quegli anni, principalmente in UK. Era l’anno della maturità del post-punk/new wave, termini quanto mai scivolosi e complicati da definire univocamente sia stilisticamente sia cronologicamente: dai Suicide che erano in giro dalla prima metà dei ’70 a una Patti Smith definita a seconda dei momenti “ultima rockstar anni ’70”, “madrina del punk”, o “poetessa new wave” (e che comincia nel ’75), dalle quadrature post-Can e Low dei Joy Division (le cui origini punk sono evidenti) alle spigolature al tempo tecniche e sguaiate dei Television, è un universo complesso per definizione (per dire: che c’entrano i Bauhaus con i Talking Heads?), nato com’era sull’onda liberatoria del punk che invitava a contaminazioni ed esperimenti, e che nel tempo, anche per la successiva virata chart-friendly di alcuni suoi esponenti, si fa sempre più sfuggente.

Per brevità, la koinè del genere si può riassumere in ritmi robotici, una vaga alienazione, l’abbandono della passione rock, l’uso dell’elettronica e di ritmi che sbiancano il funk e la disco cui semmai si guarda nella sua versione Moroder, inquadrandola su geometrie Kraftwerk (i quali, in un gioco di scambi e rimandi, verranno campionati spesso dall’hip hop), pur senza dimenticare le origini punk nell’abbandono dei virtuosismi per privilegiare l’attitudine; se è vero questo, l’Italia non fa eccezione, anche se sarebbe più esatto dire “Bologna”: i segnali da Firenze e Pordenone arriveranno dopo, per ora la lezione viene messa in pratica soprattutto in Emilia (e con ottimi frutti: con buona pace di Battiato“la new wave italiana” è in ottima salute…). È a Bologna infatti che hanno origine realtà come, per limitarci a pochi nomi, Gaznevada e Confusional Quartet, tempestivamente colti dalla stessa Italian Records di Oderso Rubini la quale, nata prima come tape label col nome di Harpo’s Bazar, aveva inizialmente prodotto la cassetta di Inascoltable degli stessi Skiantos e poi, cambiata la ragione sociale nel 1980, aveva saputo cogliere i vagiti della new wave nostrana fino a imporsi come marchio di garanzia (prima di assecondare la suddetta svolta pop/italo disco di tanti dei suoi gruppi).

Sempre a proposito di etichette, se è vero che la rivolta settantasettina dei Nostri era rivolta contro i cantautori nella stessa misura in cui lo era contro i tecnicismi del prog, la Cramps di Gianni Sassi riusciva a tenere insieme tutto: il prog degli Area, l’avanguardia di John Cage, un cantautore sia pur atipico come Finardi, il primo Alberto Camerini e, a partire da MONO Tono, anche Freak & soci.

Intanto però Oderso Rubini continuava la sua opera di organizzatore culturale: il 2 aprile 1979 va in scena Bologna Rock, festival che vede sul palco numerosi gruppi della scena del momento e occasione in cui gli Skiantos scrivono una delle pagine più memorabili e simboliche della loro storia. È lì infatti, davanti a 6.000 persone, che danno vita alla “Spaghetti performance”, cucinando la pasta invece di suonare; e la reazione del pubblico, piuttosto contrariato, dimostra che le età dell’oro non esistono e che il fatto di attraversare un periodo di fermento creativo non significa automaticamente che tutto il pubblico sia pronto a tutto, nemmeno in un’epoca di contestazione dei meccanismi dello show business, nemmeno in anni in cui il culto del musicista tecnicamente virtuoso promosso da tanti classici gruppi ’70 veniva bollato come “nazista”. D’altronde “l’avanguardia fa paura”, e qui eravamo più nell’ambito del precedentemente ricordato Living Theatre, che dei Sex Pistols.

La nomea di cui parlava Freak Antoni deve parecchio a quell’evento, epocale sia per la nuova scena rock, che per gli Skiantos.

III.2 Forse mi credevi più cattivo…

I testi inizialmente volevano essere in rima baciata,
da scuola elementare, e trattavano di tutto quello di cui
normalmente i cantautori non parlavano: cose comuni, banali,
come la pastasciutta, il cibo o i gelati, metafore delle cose
che più ti piacciono nella vita. L’importante era evitare i cliché.
Freak Antoni, ibid.

Vivo nel terrore dell’amore
ma ci godo a fare del rumore
Mi piace molto di suonare
e con la musica pestare
ma non mi guadagno il pane
perché suono come un cane
SkiantosSono un teppista (1979)

Nonostante l’assenza di Dandy Bestia, Kinotto (ad azione dissolvente) (Cramps, 1979) e il singolo Mi piaccion le sbarbine/Fagioli (1980, la seconda esclusa dall’album e reintegrata nella ristampa del 2003) confermano il momento d’oro dell’ispirazione, e mostrano appunto orecchie aperte e sensibili al suono della new-wave: la tipica pulizia sonora del genere (che non tutti avevano ancora ben digerito) inizialmente spaventò un poco i fans, che intravedevano i sintomi di un tradimento “commerciale” (curiosamente, fu il successo del singolo a dare impulso alle vendite). Riascoltato oggi, il cambiamento stilistico rispetto al precedente album non è così netto (anche se è lì che si sente l’assenza di Dandy) e il disco in realtà, come musica e testi, sa tenere l’equilibrio tra le novità e i terreni congeniali al gruppo. Non manca, per esempio, il surrealismo, nelle storie di passioni alimentari smodate musicate su ritmi estivi di Gelati e Kinotto, dove si descrive un mondo in cui, chissà perché, i gelati “costano milioni” e dal lattaio un chinotto (pardon, kinotto) costa “un puttanaio” (più che immaginazione malata, previsione dei tempi dell’euro o procedimento della rima casuale, è un modo di parlare di passioni).

Quanto al linguaggio giovanile (l’altra grande novità portata dalle canzoni del gruppo), esso ritorna nel rock (musicalmente banalotto, però) di Non ti sopporto più (che continua altrettanto romanticamente con “mi hai rotto i coglioni”) e, insieme a pose stradaiole, nella notevole Ti rullo di kartoni. Abbiamo poi la trasformazione delle innumerevoli “I Wanna” dei Ramones nel ritornello “voglio solo scaccolarmi, scaccolarmi, scaccolarmi” del classico Kakkole (sorta di Waiting For The Man diversamente grezza), le rielaborazioni da Inascoltable di Il rock ti dà lo shock e Se mi ami, amami, il romanticismo a ruota libera (dai vincoli della logica) del frammento Tu sei bellissima, in generale un basso di gomma che tira il tutto, e l’epica domestica di Freezer, primo esperimento di electro-funk insieme al singolo Fagioli, altra storia di passione alimentare smodata. Per finire, anzi per cominciare visto che apre il disco, il classico Mi piaccion le sbarbine, il loro brano più celebre, manifesto degli amori sgangherati messi spesso in scena dal gruppo, e la geniale Sono buono, storia di una (finta, c’è da dirlo?) pace ritrovata, recitata più che cantata con voce quasi indifferente su un arrangiamento rarefatto di batteria, su cui la chitarra insinua un riff tra Peter Gunn e Love Me Two Times.

Forse leggermente inferiore al precedente, Kinotto, oltre ad essere più vario stilisticamente, è comunque l’altra pietra miliare della loro carriera: i brani in esso contenuti sono diventati classici mai esclusi dalle scalette dei concerti, anzi parte fondamentale dei live assieme a quelli di MONO Tono.

Freak: le vendite

Mono Tono e Kinotto sono andati molto bene, ma non abbiamo mai avuto i rendiconti reali. Nel senso che Gianni Sassi della Cramps ha sempre occultato opportunamente tutti i rendiconti, e non abbiamo mai saputo quanto abbiamo venduto realmente. La prima tornata di vendite fu cinquemila copie, ma Gianni Sassi stesso disse “guardate, al prossimo rendiconti avrete certamente un aumento reale, notevole, ve lo preannuncio, sarà più veritiero il prossimo rendiconti”. Il “prossimo rendiconti” non è mai arrivato, quindi non so cosa dire”.

IV. Ad azione dissolvente: vado fino a Sanremo

Scavando nella mente mi restano immagini sbiadite in bianco e nero,
più nere che bianche per la verità: la cantina umida di Via San Vitale,
le discussioni infinite sul taglio da dare alla band dopo le dipartite eccellenti,
le troppe siringhe che giravano, la testa di tutti perennemente altrove,
chi per un motivo chi per un altro, una sorta di depressione strisciante, avvolgente.
Andrea Della Valle “Andy Bellombrosa”, traccia cd rom della ristampa di Pesissimo! 

Ad un certo punto il gruppo decide di provare ad andare a Sanremo, il che produce tensioni tra i suoi membri: Freak Antoni, per esempio, è perplesso sulle modalità, teme che la macchina del Festival annacqui e snaturi il messaggio della band. Ma una giuria terrorizzata da quello che gli Skiantos avrebbero potuto fare in diretta chiude la questione, estromettendoli. La ferita però resta, e se le vendite del successivo Pesissimo! andranno bene (il pubblico ha fatto pace con le nuove sonorità e gli Skiantos un parziale dietro front stilistico), la situazione nel gruppo non è per niente pacifica. Come dice il non casuale titolo del disco, il clima non è buono: oltre alla questione Sanremo, quello che era un gioco sta diventando un mestiere (con gli ottusi consigli paternalisti di chi dice loro “sì, ok, ora però dovreste diventare più ‘professionali’”) e al posto del divertimento stanno subentrando le pressioni. Che spesso fanno rima con “defezioni”, così oltre a Jimmy Bellafronte anche Freak Antoni, fulcro delle pressioni interne ed esterne sulla band (sebbene questa si identifichi con lui molto meno di oggi), la abbandona stressato e desideroso di dedicarsi ad altro (nella traccia rom della ristampa di Pesissimo! i membri del gruppo raccontano qualcosa al riguardo). Gli Skiantos rimasti non mollano, chiamano al suo posto Linda Linetti (unica donna della loro storia) e cercano di reagire mettendosi al lavoro sull’album. Il quale, però, paga le scarse vendite iniziali di Kinotto, meritandosi un budget inferiore.

A livello di produzione, la performance è buona. Anche troppo: il disco viene registrato con frequenze che poi devono essere tagliate perché il vinile non riesce a riprodurle, col risultato di un suono molto cupo (verrebbe da dire Pessimo). Solo la recente ristampa ha reso giustizia al lavoro di Jimmy Villotti e Franco Zorzi (anche i Pere Ubu hanno incontrato problemi simili: secondo loro, ai tempi del vinile, le chitarre “in controfase” – come in Pesissimo! – erano “l’incubo dei discografici”).

Non ai livelli dei due dischi precedenti, invece, la performance del gruppo, in calo d’ispirazione e tormentato dai detti problemi. Certo, tra una notevole Mammaz, con la sua battuta elettronica morbida, e la versione rock di X agosto di Giovanni Pascoli (sì, proprio “Tornava una rondine al tetto…”) di cui si permettono anche di cambiare qualche verso, gli Skiantos segnano ancora qualche punto. Il fatto poi che Stefano Sbarbo e la sua ugola dolente siano voce guida in quasi tutti i brani dà un colore strano e nervoso al disco (in qualche momento, anche un po’ inquietante), con particolari risultati, oltre che nei pezzi già nominati, anche nella tesa Sono Veloce e, appunto, Ehi sbarbo: l’accoppiata tra questa voce e il suono cupo finisce per rendere bene il clima in cui l’album è nato, e in generale le performance strumentali meritano, con svariati dettagli gustosi (inserti di elettronica, fluidi fraseggi di chitarra e un’atmosfera da corsa frenetica resa con efficace compattezza). Ed è in pieno stile Skiantos il fatto che tra le poche canzoni di cui è voce guida “l’unica donna nella storia degli Skiantos” ci siano Fat Girl e la versione punk di Ragazzo di strada.

Ma i riff non particolarmente memorabili e una certa uniformità stilistica non sono le carte migliori per far dimenticare gli assenti e il disco sembra una versione tecnicamente migliore ma meno importante della musica di Inascoltable (e i due pezzi finali ne rielaborano proprio due dell’esordio). Né si capisce, se si annuncia “una facciata registrata dal vivo in studio”, perché inserire le finte voci del pubblico. Colpa delle suddette tensioni, più che dell’assenza di Freak Antoni e Dandy Bestia: negli anni i due diventeranno le icone e il centro creativo del gruppo, fino a rendere impensabile un disco degli Skiantos senza di loro; ma benché al centro del progetto ci fossero dall’inizio, è anche vero che il gruppo era un collettivo di amici in cui le idee rimbalzavano tra tutti ed il contributo degli altri non era secondario. In un clima più leggero, anche gli Skiantos orfani dei due avrebbero potuto senz’altro portare a casa un risultato migliore (e il titolo sarebbe stato un altro).

Da ricordare che in quell’anno, poi, c’è anche l’arrivo a Bologna di un ancora ignoto Johnson Righeira, che per il suo 45 giri d’esordio (una sorta di space twist, cantato in maglioncino giallo…) si fa accompagnare dai Nostri: le loro strade si incroceranno indirettamente pochi anni dopo, in un contesto del tutto diverso.

Freak Antoni sulla sua uscita dal gruppo:

“Io ero andato via dal gruppo perché innanzitutto non volevo essere il leader, la cosa mi procurava troppo stress, troppe telefonate di discografici, giornalisti, critici, troppe decisioni da prendere e quindi fine del divertimento spensierato, anche abbastanza disimpegnato, così come l’avevo inteso negli Skiantos. Non che gli Skiantos fossero disimpegnati, ma io volevo essere più libero, meno al centro dell’attenzione, meno subissato, meno coinvolto da processi di critica, di risposta, di presa di coscienza, di dibattito, ecc… volevo avere la mente e le mani più sciolte. Seconda cosa: la partecipazione degli Skiantos nel 1980 al Festival di Sanremo mi vide assolutamente contrario, e contrariato. Era una concessione al business: in quegli anni cercavo di essere il più duro e puro possibile, all’interno naturalmente del progetto creativo degli Skiantos, cercavo di essere il più irreprensibile possibile, e quella partecipazione mi sembrò un calar le braghe, cedere le armi, in sostanza un venire a patti col sistema di produzione del consenso musicale e spettacolare, era una specie di occhiolino al pubblico più smaliziato.

Mi chiedevo: gli Skiantos potrebbero andare a Sanremo, in linea di massima, come ipotesi? Certo che possono andarci. Però come ci andranno? Riusciranno davvero a fare il loro discorso o saranno imbottigliati, irregimentati, resi inoffensivi, appiattiti, da tutta la mossa, da tutta la situazione, da tutta la sovrastruttura del Festival che inghiotte e banalizza qualsiasi cosa? Diventeranno un gruppetto banale che fa una canzoncina più o meno provocatoria come Fagioli? Il problema non si pose perché la giuria ebbe una paura folle, era sicura che avremmo bestemmiato (questo ce lo hanno detto poi alcuni membri della giuria con i giornalisti presenti), che avremmo mostrato il sedere, scoreggiato in pubblico, fatto delle cose innominabili davanti alla camera televisiva e ci eliminò immediatamente, nonostante manager e produttori artistici – in quel caso Gianni Sassi della Cramps – avessero tentato il tutto per tutto, si fossero prodigati per far andare comunque sul palco dell’Ariston gli Skiantos. E quindi decisi di fare un percorso mio, avevo molte canzoni nel cassetto, di produrmi canzoni utilizzando i gruppi rock di Bologna”.

V – L’incontenibile Freak Antoni

Freak Antoni così va a Roma per il progetto Beppe Starnazza e i Vortici, col quale esplora il passato della canzone comica italiana rileggendo classici di Fred BuscaglioneNatalino Otto e Rodolfo De Angelis in chiave rock. “Fui invitato a Roma da alcuni musicisti romani (tra cui Pasquale Minieri e Lele Marchitelli) per dare vita a questo progetto di Beppe Starnazza e i Vortici, per tentare di andare alle origini della comicità in musica, comicità nella canzonetta popolare italiana dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri, quindi passando anche dai futuristi, dai comici quali Pippo Starnazza, Carosone e soprattutto Fred Buscaglione, di cui abbiamo fatto diverse cover. E quindi me ne andai a Roma togliendomi un po’ da questa fissazione monomaniacale sugli Skiantos che comunque diventava pesante e un po’ faticosa, e che vivevo qui a Bologna. Fu una boccata d’aria, un tentativo di prendere ossigeno fuori da queste parole d’ordine, che diventavano tutte legate e indispensabili, tutte legate al lavoro degli Skiantos”.

“Il lavoro su Beppe Starnazza e i Vortici fu molto impegnativo, non lo nascondo, anche faticoso, difficile. Però fu molto stimolante: conobbi Pachito Del Bosco, responsabile del Fonografo Italiano quindi un grande ricercatore, un grande (etno)musicologo. Mi informai sul teatro delle sorprese, sul teatro futurista, sulle canzoni dell’avanspettacolo, quindi ascoltai un sacco di materiale, molte registrazioni dal vivo di Buscaglione, conobbi Leo Chiosso, il suo paroliere, che mi raccontò un sacco di cose riguardo a Fred, e lì maturai l’idea di proporre al comune di Torino una strada, una piazza dedicata alla sua memoria, progetto che presentai ma che poi non fu minimamente preso in considerazione. Però sì, conobbi di prima mano, ascoltando molto e più volte al giorno la sua produzione, quella di Natalino Otto, soprattutto di Rodolfo De Angelis, questo grande artista canzonettista futurista del teatro della sorpresa”.

“Parlammo a lungo di Pippo Starnazza, di cui io mi definivo l’erede (artistico, naturalmente). Pippo Starnazza era questo cantante che aveva una voce piuttosto afona, priva di armonici, ma molto interessante, molto jazz, faceva lo scat, imitando anche il verso dell’anatra, ed ecco perché “Starnazza”. Ed era molto autoironico, tant’è che ebbe la modestia, benché fosse un musicista dotatissimo di un certo swing e di una certa verve anche lui comica piuttosto esilarante, di definirsi così: innanzitutto per darsi un ruolo originale, poi per non dare l’idea di essere un personaggio molto “ufficiale”, molto paludato, molto presuntuoso. Tra l’altro frequentava un genere per gli anni – parliamo degli anni ’20-’30 – giudicato minore ed anche proibito quale era il jazz a quel tempo, molto emarginato in quanto forma d’arte delle potenze plutocratiche, secondo il fascismo.

E anche del grande Rodolfo De Angelis, futurista, che come quasi tutti i futuristi aderì al fascismo, un’adesione secondo me più estetica, cultural-artistica, quindi con una certa dose di creatività immaginativa. Sono convinto che i futuristi avessero delle ragioni estetiche per aderire al fascismo, più che delle condivisioni politico sociali, ma questo è il mio parere (per Marinetti non era proprio così, l’adesione era piena, ndSA). Ma comunque, dico questo perché Rodolfo De Angelis con il suo teatro della sorpresa era un futurista, dunque legato anche al fascismo.

Lì lavorai parecchio e fu un toccasana perché, ripeto, avevo voglia e bisogno di divagarmi, di distrarmi”.

Che ritmo! (CBS, 1981) è in effetti un’interessante rassegna di quelle canzoncine talvolta sciocche, talvolta ironiche, di un tempo, le quali pur non possedendo la carica eversiva di quelle degli Skiantos, si collocano nel percorso di Freak Antoni come viaggio archeologico alla ricerca di predecessori. Nella scelta, Buscaglione la fa da padrone, con Teresa non sparareBuonasera signorina, una Il dritto di Chicago cui Antoni aggiunge qualche strofa con personaggi contemporanei, e il medley tra Eri piccola cosìChe notte e Che bambola. Né mancano classici antichi come Maramao perché sei morto del Trio Lescano o Mamma voglio anch’io la fidanzata (la canzone di Natalino Otto campionata qualche anno fa dagli Articolo 31), tutti riletti in chiave di un potente swing-rock qua e là attualizzato alle più dure sonorità contemporanee.

Tra i reperti ce n’è uno clamoroso: Per fare una canzone del suddetto Rodolfo De Angelis, ironico “manuale” sulle strategie del pop industriale furbetto (concetti analoghi esprimerà Sandro Oliva nella sua Canzone scema). Il brano sembra scritto ieri e invece risale incredibilmente agli anni ’20: l’autore evidentemente era un futurista nel vero senso della parola, visto che aveva già capito tutto con decenni di anticipo ed estrema lucidità.

Il gruppo ebbe anche visibilità televisiva e fumettistica (su Linus ad opera di Giacon) poi, dopo un singolo dell’anno successivo, “si fece un numero rilevante, non ricordo bene se dodici o tredici puntate di Mister Fantasy, presentato da Carlo Massarini. Dopodiché il progetto è naufragato nelle indecisioni dei vari componenti la band, anche perché ognuno di loro era un professionista di un certo livello che aveva moltissimi impegni per conto proprio, e quindi era difficile tenere uniti i Vortici. Però sì, il progetto è stato divertente, dopo Mister Fantasy doveva andare avanti con canzoni originali sulla falsariga di quei testi della tradizione della canzonetta pop italiana (ecco, Beppe Starnazza e i Vortici erano anche uno studio), doveva proseguire, e poi naufragò in mille ripensamenti, in mille frustrazioni da mille ripensamenti, con prove, riprove, cambi d’arrangiamento dei brani. E poi ripeto, con la difficoltà di gestire musicisti professionisti che avevano mille altri impegni”.

Insieme ad alcuni gruppi di Bologna, Antoni realizza poi un cofanetto di cinque 45 giri (ognuno attribuito ad uno pseudonimo diverso e suonato con un diverso gruppo), L’incontenibile Freak Antoni. A sentirlo, si capisce dov’era andata l’ispirazione che mancava in Pesissimo: cover deliranti e minimali di Arrivederci Roma e Love in Portofino, la satira di Il governo ha ragione, l’alzata d’orgoglio punk di Mica male (not bad), la scorrettezza politica di Negro, il punk-jazz di Posso farlo ovunque e un clima generale di sperimentazione ed eclettismo stilistico.

“Cercai di coinvolgere quasi tutti i gruppi del movimento della Bologna rock in questo progetto di cinque 45 giri in una scatola, Five Records In One Box si intitolava il primo progetto, che poi è diventato L’incontenibile Freak Antoni. Adesso è stato ristampato (con bonus tracks, nel 2004, da Astroman, tra l’altro nuova etichetta con cui Oderso Rubini sta recuperando la new wave italiana di quegli anni, ndSA) da Oderso Rubini, che è il papà della Bologna rock, del movimento rock bolognese: dell’Harpo’s Bazar prima, poi ribattezzata Italian Records, quando ancora l’Italian Recods produceva gruppi rock bolognesi, poi si è riciclata in tante altre cose. Ma quando agli albori produceva rock autoctono, cittadino, rock indigeno bolognese, Oderso Rubini ne era un po’ l’immagine, era un po’ il portavoce dell’Italian Records, e quindi feci con loro questi cinque 45 giri”.

Curiosamente, nella ristampa Astroman dei primi anni 2000, due canzoni di quelle incise con I Recidivi (nei quali c’erano degli ex Skiantos, come ne I nuovi ’68) vengono sostituite con un’altra: ci vorrà il cofanetto-raccolta dei singoli dell’Italian Records per veder restaurata la scaletta originale.

Gli Skiantos nel frattempo finiscono di sfasciarsi: ai problemi del gruppo si aggiungono quelli personali e quelli di relazione tra i componenti, finché la pressione si fa insopportabile e tra la fine del 1981 e l’inizio del 1982 cessano anche l’attività live. In realtà non è la fine del gruppo, ma ripartire sarà dura. Ci vorrebbe una hit; magari una di quelle estive…

VI. Dovrei fare una canzone per l’estate

Nel 1983 Dandy Bestia e Freak Antoni si rincontrano e ricominciano a scrivere insieme. I risultati li convincono a rimettere su la banda, ma uscire dalla cantina è dura: il mondo discografico non li ama e li isola nell’indifferenza. Tutto ciò che hanno è una proposta di Caterina Caselli per un disco di cover balneari prodotto dai fratelli La Bionda e suonato da turnisti stranieri del giro, sul quale il gruppo si dovrebbe limitare alle voci – con la promessa poi di fargli fare un vero disco loro: in pratica l’operazione di Ivan Cattaneo (il quale con Italian Graffiati finì per compromettere per sempre la sua immagine presso il pubblico che, prima dei reality, ormai lo ricordava solo come quello delle cover: per gli Skiantos il danno sarà minore). Da notare che i La Bionda avevano appena trasformato l’ex-sconosciuto Johnson Righeira in una star insieme a suo “fratello” Michael, con lo spaccaclassifiche Vamos a la playa: la situazione, rispetto a quattro anni prima, si era completamente rovesciata.

La proposta viene accettata per pura mancanza di alternative e dopo infinite discussioni ma i Nostri, sia pure al punto più basso della loro carriera, hanno uno scatto d’orgoglio e riescono a comporre e a imporre due canzoni che diventano quelle trainanti del disco: la title-track Ti spalmo la crema (che seppur scioccherella, resta tuttora una delle canzoni più famose del gruppo) e la satira di Una canzone per l’estate che, mentre prende in giro nel testo e nella musica i tipici successi da spiaggia dell’epoca, in realtà parla anche dell’album in cui è contenuta.

I due brani ripetono con successo il gioco di fare bene un genere prendendolo in giro (in questo caso, il pop balneare), riuscendo ad essere anche qui in linea con la musica del momento (benché brutta). Da fuori però, tra l’ironia e la leggerezza fraintese della title-track e le cover in parte effettivamente brutte, in parte inadatte agli Skiantos (sentire Stefano Sbarbo che canta Sapore di sale su una base modaiola primi ’80, o Freak alle prese con una Azzurro dalle parti del Bowie di Let’s Dance, oggi è archeologia straniante, all’epoca poteva lasciare perplesso il loro pubblico), il disco sembrava il peggior epitaffio possibile per una grande storia, impressione accentuata dalla copertina, dove le teste dei tre che escono dalla sabbia ricordano vagamente tre lapidi.

Freak Antoni:

Ti spalmo la crema è stato un disco-marchetta, lo abbiamo detto fin dall’inizio. Figurati che agli inizi avrebbe dovuto essere per volontà precisa e specifica di Caterina Caselli il disco del ritorno-Skiantos, che dall’82 fino più o meno all’84 si erano fermati completamente. E poi riprendemmo con questa proposta di Caterina Caselli, la quale voleva solo ed esclusivamente delle cover estive, balneari. Avremmo avuto, per essere rilanciati, un certo battage promozionale che non c’era mai stato concesso e invece lei ce lo prometteva, però costringendoci a lavorare su brani già sentiti. Ci dettero anzi una lista…

Noi provammo a fare queste due canzoni, che piacquero molto ed entrarono a far parte delle canzoni probabili per questo disco; e poi addirittura, siccome erano degli inediti, alla fine anche la Caselli si convinse e ne fece un po’ i portabandiera del disco. Ci furono i video con Eleonora Giorgi, ci fu tutta una spinta… questo voluto da un impresario, che poi noi abbiamo abbandonato, cui naturalmente nulla importava che fossimo noi gli autori dei vari brani, che il disco ci rappresentasse da vicino, che fosse un disco nostro, che fosse difendibile o meno; a lui interessava il gran battage promozionale, ci costrinse dicendo “O così o pomì, o così oppure tornate in cantina, quello che io vi posso offrire è questo, se volete tornare fuori, riaffacciarvi nel mercato discografico queste sono le condizioni”. E dopo diverse riunioni, dopo estenuanti collettivi, chiacchiere, discorsi, confronti, decidemmo di provarci: i tempi erano molto duri per noi anche perché dopo due o tre anni di sosta è durissima, devi ricominciare praticamente da capo, tra la diffidenza di tutti. Noi ci sentivamo un po’ con l’acqua alla gola: girammo case discografiche, non ci voleva nessuno, e quindi ci agganciammo a questo progetto di Caterina Caselli che comunque fu molto generosa rispetto al resto della discografia italiana, perché nessun discografico sembrò avere interesse per gli Skiantos, quindi noi abboccammo all’unico amo che ci fu teso.

Andò a finire che il disco scontentò tutti; per noi, che però conoscevamo gli antefatti e il retro della questione, fu comunque motivo di soddisfazione perché valutammo le nostre energie, riuscimmo a fare ben due canzoni che mai e poi mai avrebbero dovuto essere i due pezzi trainanti di quel disco. Però certamente il disco fu accolto come una delusione: non sono gli Skiantos quelli, quelli sono i La Bionda con i loro turnisti che fanno dei brani estivi cantati dagli Skiantos, ma tieni presente che quelle due canzoni originali noi le abbiamo sudate, sofferte, le abbiamo pagate col sangue, veramente… (ride) E quindi per noi c’era motivo di soddisfazione per ricominciare, e infatti poi da lì abbiamo ripreso”.

Dandy Bestia:

“Io suonavo con Lucio Dalla in quel periodo, andai a suonare in Gran Pavese Varietà che mi divertiva di più: non per Lucio, che era un bravissimo artista, ma mi divertivo di più io, per cui passai al Gran Pavese Varietà, con Siusy Blady, Patrizio Roversi, i Gemelli Ruggeri e tutta una serie di persone che poi sono diventate famosissime. E ci rincontrammo lì perché Freak partecipava. Abbiamo ricominciato a far canzoni insieme – perché tanto è sempre stato così: le musiche le facevo io e i testi lui – durante il Gran Varietà, che era diciamo così un circo, uno spettacolo, un varietà itinerante per l’Italia, per cui avevamo anche tempo, tra uno spostamento e l’altro. Una volta che abbiamo imbastito una ventina di canzoni abbiamo detto “perché non riprovarci? Le canzoni sono belle, proviamo a rimettere in piedi la banda”.

“Alla fine dell’83, ci trovavamo in cantina da un amico a far le prove di canzoni che poi sono uscite molto dopo, nell’87. Avevamo preparato dei provini, li facemmo sentire a Paolo Guerra, lui ebbe un contatto con la CGD e la Caselli, la quale si disinteressò completamente di noi, aveva bisogno di un gruppo per un’operazione estiva prodotta dai La Bionda, che in quel momento andavano fortissimo, avevano fatto i Righeira e poi anche loro facevano dischi, per cui capitammo dentro a questo buglione che non ci apparteneva per nulla. Eravamo rimasti in 3: io, Freak e Stefano. Gli altri si allontanarono quando si capì che non potevano suonare su questo disco perché suonavano i musicisti dei La Bionda”.

Doveva essere, secondo l’idea del manager, “il rilancio degli Skiantos”?

Sì, nel panorama più “ufficiale” della musica italiana, quello che noi prima aborrivamo, e quindi si trattava di “entrare dentro” al maccherone, una cosa dalla quale ci siamo sempre tenuti fuori ma volutamente, anche se poi il successo discografico arrivò, con Mono Tono e Kinotto, e quella era già una contraddizione in termini per noi. Infatti il gruppo si è poi sciolto per questa ragione, oltre che per i vari casini che ci sono sempre in un gruppo di sei-sette-otto persone.

È vero che Ti spalmo la crema resta comunque una delle vostre canzoni che il pubblico comune ricorda di più…

Vendette anche dei dischi, ahimè… (ride)

…però diede un’immagine del gruppo che non era esattamente quella vera…

Non era proprio! Sicuramente non corrispondeva alla realtà. Poi era difficilissimo sostenere un ruolo che noi stessi quando abbiamo creato il gruppo aborrivamo, il modello che proprio a noi non andava bene: sempre sull’ironia ma molto patinato, molto lustrini e paillettes, insomma, cosa che a noi dava molto fastidio, essendo comunque dei veri rocker, tutto sommato”.

“Dopo questa operazione, litigammo con Paolo Guerra, il nostro manager, appunto per la cosa artistica e un po’ perché non ci faceva lavorare, nonostante tutto questo investimento. Sì, il disco vendette, ma non quanto un’operazione simile poteva far sperare, perché comunque poi era difficile dal vivo sostenere questo ruolo, a) perché noi non avevamo suonato i pezzi, e quindi quando li suonavamo dal vivo risultavano ovviamente diversi da com’erano sul disco e poi b) anche perché le canzoni pur essendo belle non ci appartenevano, noi volevamo suonare le nostre, per cui il discorso dal vivo subì un grosso rallentamento per questo motivo, ma anche per colpa della inoperosità di Paolo Guerra, anzi soprattutto per quello. Poi ci staccammo, cosa che ci costò in termini di soldi parecchio: lui mise in piedi una causa pesantissima e noi dovemmo pagare”.

Causa le vendite inferiori al previsto, la promessa di un successivo disco vero non avrà seguito: il compromesso era servito a poco, col danno di credibilità non ripagato dalle vendite (la lezione di De Angelis non era servita…). Per risalire, c’è ancora da fare.

23 giugno 2014
23 giugno 2014
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