Sofisticazioni pop

Forti i venti che attraversano Chicago. Poderose le correnti artistiche che la contraddistinguono e che l’hanno resa negli anni terra fertile e prosperosa, tanto da far spegnere alla prestigiosa Touch & Go venticinque candeline proprio lo scorso anno. Fulcro, a partire dagli Ottanta, di un proliferare magmatico di scene e band che lasceranno un segno fondamentale per il futuro che verrà. Dalla House Music di Frankie Knucles e della sua storica Warehouse alla destrutturazione della materia folk degli Uncle Tupelo, dall’industrial dei Ministry alle sperimentazioni avanguardiste di Jim O’Rourke. Fino ad arrivare a quella scuola che ha marchiato a fuoco i Nineties a colpi di Tortoise e Gastr Del Sol e che porta il nome di post-rock.

È qui che le derive prog si scontrano con le fredde raffiche kraute, qui che il jazz scontorna meticolosamente le figure lasciandole galleggiare ora in foschie dub ora in spume funk, qui che il classicismo arriva a toccare territori quasi austeri ma sempre di grande effetto. Ed è questa città che vanta una percentuale cospicua di musicisti dalle notevoli capacità tecniche in costante migrazione da un realtà all’altra, quasi dei moderni mercenari che abbiano consacrato la loro vita al volere delle sette note. Non c’è dunque tanto di che stupirsi se da una situazione congeniale e stimolante come quella di Chicago Sam Prekop, Eric Claridge (fautori degli Shrimp Boat assieme al determinante apporto di Brad Wood, Ian Schneller e David Kroll), Archer Prewitt (in trasferta dai lounge-revival Coctails) e John McEntire (ex-Bastro, nonché membro di Tortoise e Gastr Del Sol e personaggio fondamentale nel mondo della produzione locale e non) abbiano tirato fuori dalle loro singole esperienze un mostro a quattro teste chiamato Sea And Cake.

Era il 1993. Ma facciamo un passo indietro e torniamo a sfogliare qualche istantanea in bianco e nero degli Shrimp Boat. Il futuro nel passato: Shrimp Boat La loro, come quella di altri gruppi, fu la sorte di Cassandra. Gridavano ‘post’ – ed era il crepuscolo degli anni 80 -, ma nessuno gli credette, e nei solchi dei loro dischi si volle ascoltare solo rock, e nemmeno dei migliori. Anni dopo, come di solito avviene in questi casi, quei lavori si sarebbero ripresi in mano – debitamente ristampati – affermando che, “sì, certo, forse buona parte delle intuizioni dei vari Ui, Tortoise, Town & Country, Gastr Del Sol vi comparivano già in nuce”. Come dei Primus senza alcuna velleità progressive, meno smaliziati, ma con la stessa nonchalance di un Frank Zappa, gli Shrimp Boat lasciavano banchettare su cellule poliritmiche che un giorno si sarebbero dette math, una sciancata combriccola di suoni bluegrass, rock, folk, jazz, country e persino di derivazione caraibica. Dalla sei corde e dalla voce di Sam Prekop, cantautore che per l’algida sembianza si sarebbe potuto scambiare per un colletto bianco, nascevano le intuizioni di una musica calda, divertente e geniale che all’epoca deve aver colpito soprattutto per quella patina di stravaganza ed esotico che la ricopriva – quella stessa patina che stava nel frattempo forgiando la fortuna, anche commerciale, dei Primus.

Ma evidentemente, non era questa tutta la storia: sin da Specky, primo lp pubblicato in vinile nel 1989 per la Specimen Products, ma soprattutto con i successivi Duende (Bar/None, 1992) e Cavale (Bar/None, 1993), gli Shrimp Boat seppero, con intelligenza profetica, dialogare con tutte quelle musiche altre divenute poi punto di approdo di innumerevoli sperimentatori rock a venire. Probabile che neanche loro si prendessero troppo sul serio, ma Prekop e soci avevano già intuito che il futuro stava nel passato: nella riscoperta consapevole, e pertanto interpretata, del prewar folk, del jazz che aveva attaccato la spina, del tropicalismo in musica, dell’ubriachezza creativa dell’Europa balcanica. Anche il corredo strumentale del tipico gruppo indie di fine anni 80, dunque, doveva adeguarsi: c’era bisogno di un sax – e non importava che lo si maneggiasse con particolare perizia – e di un banjo il cui suono odorasse quanto più possibile d’anteguerra. Toccava semmai alla voce e alla chitarra di Prekop il compito di ristabilire le coordinate spazio-temporali e ricondurre l’ascoltatore alle sonorità tipiche sofisticazioni pop Chicago.

La città di Touch & Go, dell’House Music, del folk degli Uncle Tupelo, dell’industrial dei Ministry e degli esperimenti di Jim O’Rourke. E’ in questo scenario che nascono i Sea And Cake. Un mostro a quattro teste che unisce John McEntire, Sam Prekop, Eric Claridge e Archer Prewitt. se dell’indie statunitense di quel torno d’anni. In questo senso, già Cavale, pur essendo probabilmente l’album meglio messo a fuoco del quartetto, concedeva di più all’affettazione (un aggettivo chiave per definire l’estetica di Prekop) e perdeva d’incisività naïf. Barattava primitivismo per certi moderni artifici pop, genialità ingestibile e quasi ingenua per controllata perizia strumentale. Di fatto, il tipico suono Sea And Cake si stava già delineando nelle licenze che quel disco, in un ultimo, infruttuoso tentativo di vendersi al grande pubblico, accordava all’accessibilità della proposta sonora.

Immutabile evoluzione Accadeva infatti che, scioltisi definitivamente nel 1993 gli Shrimp Boat, Sam Prekop ed Eric Claridge con il fondamentale apporto alla chitarra di Archer Prewitt (ex Coctails ma anche apprezzato artista grafico al lavoro, tra l’altro, per Marvel), della batteria e dell’acume tecnico del Tortoise John McEntire, davano vita ad un progetto che si voleva estemporaneo. Prewitt ci metteva l’amore, che era stato dei suoi Coctails, per certe atmosfere lounge ed un approccio alla seicorde civettuolo e retrò; McEntire elargiva cure infinite ad un suono che si faceva iperprodotto e rendeva geometria una ritmica indottrinata da quel terremoto che qualche anno prima si era chiamato Spiderland e dalla sua coeva attività nei Tortoise: le intuizioni degli Shrimp Boat venivano diluite, così trasfigurate da potersi percepire appena, in un omogeneo pastiche di pop colto screziato di jazz e tropicalismo.

I Sea And Cake dell’omonimo esordio (Thrill Jockey, come poi tutti gli altri dischi, 1994) paiono accecati sulla via del preziosismo pop di Steely Dan e Talk Talk. La scrittura di Prekop, sempre più raffinata, gode dei servigi di un arrangiamento para-orchestrale (sebbene a quest’altezza gli strumenti siano quelli usuali del quartetto rock, con l’innesto di qualche fiato), sì che brani come Jacking The Ball e Bring My Car I Feel To Smash It suonano come osanna levati da fedeli non battezzati ai sacri padri del pop americano: Burt Bacharach e Van Dyke Parks sopra tutti. La voce di Prekop si fa quella del cantautore ormai scafato, i coretti si sprecano, le chitarre indugiano arpeggiando distratte sulla ritmica squadrata ed ultratecnica di McEntire, a proprio agio con tutti i tipi di percussioni, ma con un debole particolare per la marimba dei suoi Tortoise (Choice Blanket).

La tromba di Culabra Cut invoca lo spirito di un altro nume tutelare di quella Chicago: il Miles Davis della triade Birth Of The CoolIn A Silent WayBitches Brew; Bombay e Showboat Angel soffiano venti d’esotismo, So Long The Captain ribadisce la parentela stretta con i Gastr Del Sol (in cui McEntire milita), Lost In Autumn chiude la partita sulle note di uno slowcore rarefatto ma pur sempre schiavo di sua maestà Melodia. (7.3/10)

Se esiste un problema di fondo nell’approcciarsi ai Sea And Cake è che bisogna farlo nella piena consapevolezza di essere al cospetto di un suono che nasce già vecchio. La dinamica formativa di un simile collettivo – e sia detto senza alcun rilievo critico – non contempla il concetto di crescita, ma semmai quello di una stasi creativa fortemente voluta e magistralmente perpetrata. Forgiate nel primo album le sembianze di una formula vincente, da The Sea And Cake in poi i dischi del quartetto saranno semplici variazioni su tema di un pop adulto smaliziato ed intellettuale: che sa vendersi ai propri fan, che si sa divertissment di musicisti esperti – non dimentichiamo che avrebbe dovuto trattarsi di un progetto estemporaneo – intenti a sfogliare con sicumera nel proprio album di famiglia stipato di foto ingiallite. In Nassau (gennaio 1995), ad esempio, le dinamiche ritmiche si fanno più complesse (a produrre, per la prima volta, è McEntire), l’incastro tra le partiture sempre più rigoroso. Un organo tinge di Stereolab Nature Boy, l’atmosfera si incupisce in Parasol ed Alone For The Moment, la strumentale A Man Who Never Sees A Pretty Girl That He Doesn’t Love Her A Little si attarda su esperimenti elettronici. Ma la firma di Prekop si scorge inconfondibile in veri e propri standard come Lamont’s Moment, Soft Sleep e The Cantina, quest’ultima con velleità prog nel refrain dell’organo. (7.0/10)

I quattro Sea And Cake sono esperti animali da studio, gli anni sono quelli di massimo fermento creativo, in quel di Chicago: ecco così che nel giro di 12 mesi esce il terzo album del gruppo. In The Biz (ottobre 1995) si respira più che mai un’atmosfera di rilassatezza che deve esser proprio quella con cui Prekop, McEntire, Prewitt e Claridge affrontano le sessioni di registrazione del nuovo lavoro. Appoggiati incondizionatamente da una Thrill Jockey che nel frattempo sta tesaurizzando le prime, geniali intuizioni dei Tortoise, i quattro si lasciano andare senza remore a leziosi fraseggi di una conversazione ormai manierata e altamente formalizzata. Con la sezione ritmica di McEntire meno dispotica che in passato, sono spesso le seicorde di Prekop e Prewitt a recitare da primedonne: The Biz le vede dialogare per assoli quasi fusion, sanno di Arto Lindsay invece in Escort. The Kiss pare lo sfogo pop di un McEntire in libera uscita dal gruppo madre, e rimane uno degli episodi meglio riusciti di un album per certi versi da considerarsi interlocutorio. (6.7/10)

Elettroniche transoceaniche

Il presagio dunque che qualcosa sarebbe cambiato aleggiava nell’aria, ma nulla lasciava intravedere la costruzione di un ponte che avrebbe unito Chicago a Londra, un salto transoceanico che andava a congiungere in un esoterico quadrilatero Stereolab, High Llamas, Tortoise, Sea And Cake. Come infatti l’arrivo di Sean O’Hagan tra i due Stereolab andò ad ispessire le trame orchestrali a partire dal mini Space Age Batchelor Pad Music, allo stesso modo la figura di McEntire si portò sempre più in primo piano, andando a configurare un puzzle sonoro in cui l’elettronica e le dilatazioni tortoisiane assunsero un rilievo e una luce sempre maggiori. A soddisfazione dei matematici, i Sea And Cake stanno ai Tortoise come gli High Llamas stanno agli Stereolab. Queste le premesse che fanno di The Fawn (marzo 1997) il vero album di svolta – se di effettiva svolta si può parlare – nella storia artistica del quartetto chicagoano. La base di un pop elegante e ricercato rimane ben solida (il drumming puntuale di Civiliste, la saudade di The Ravine), ma questa volta diventa il piedistallo ideale per intarsi digitali di un lavoro certosino in studio come mai prima d’ora i Nostri avevano fatto: basti ascoltare The Argument per scorgere tra le righe un suono che i Notwist di Neon Golden farà esplodere cinque anni più tardi in maniera plateale (quei flutti di batteria elettronica così vicini alle meraviglie di Pilot). E se The Fawn e Sporting Life non fanno altro che confermare la nascente e prepotente attrazione per certe sperimentazioni sintetiche, lasciando dietro di sé qualche perplessità per un suono che sembra aver perso quell’umano calore di una volta, Black Tree In The Bee Yard e la conclusiva Do Now Fairly Well mantengono intatto il cordone ombelicale che lega il gruppo a quel post dalle suggestioni cinematiche da cui provengono, posizionandosi esattamente tra Millions Now Living Will Never Die e TNT. Non che in realtà ci fosse bisogno di un simile raccordo tra le parti, ma sicuramente si tratta di un cambio di rotta da sottolineare. (6.6/10)

E come tutte le migliori e durature relazioni, anche per i Nostri arriva il momento della pausa, del distacco voluto e necessario. Tre anni in cui sia Prewitt che Prekop si lanciano in avventure soliste, rincorrendo ciascuno le proprie suggestioni: il primo scoprendosi – con ben cinque prove all’attivo – illuminato arrangiatore di un pop dai contorni folk-blues, ponendosi con l’ultimo Wilderness (Thrill Jockey / Wide, 2005) a cavallo tra tradizione e innovazione, il secondo indagando con perizia tecnica, nel primo omonimo lavoro e nel successivo Who’s Your New Professor? (Thrill Jockey / Wide, 2005), quell’istinto jazz-tropicalista che del gruppo è diventato simbolo distintivo. Sfogate le pulsioni individuali e forti di un percorso individuale di ricerca e maturazione, i due tornano tra le braccia accoglienti dei Sea And Cake per mettere a fuoco il quinto album, Oui (ottobre 2000).

Ad un primo ascolto non sembra che il quartetto abbia fatto passi da gigante, anzi, pare non si sia spostato di un millimetro rispetto al punto in cui lo avevamo lasciato, ovvero un impasto sopraffino tra l’elettrico e l’acustico su cui continua a spirare il vento caldo del Brasile, tra languidi giochi di chitarra e la voce soulful di Prekop a dominare dall’alto. Niente di nuovo, dunque. Così verrebbe da pensare. Ma qualcosa, nel sotterraneo, fa sì che il volto cambi ancora una volta pur nell’immutabilità e costanza degli elementi. L’elettronica, che buona parte aveva giocato nel precedente lavoro, diventa parte integrante del corpo Sea And Cake, assumendo sembianze sempre più umane, ritornando a quell’energia terribilmente contagiosa che fu dell’esordio e del loro primo fiorente periodo ed integrando le esperienze solitarie di Prekop e Prewitt. E i risultati sono lì a portata d’orecchio: il funky solare dell’iniziale All The Photos, il tropicalismo a singulti di The Colony Room tra fiati sornioni, la tortoisiana The Leaf tra gamelan e blues (forse uno dei brani maggiormente debitore del quintetto nella discografia dei Nostri), la marimba sbarazzina di Midtown e il basso mai così tanto narrativo di Claridge in You Beautiful Bastard. Sotto il velo sottile della semplicità, i Sea And Cake dimostrano ancora un volta di sapere trasformare il mestiere in arte peculiare. (7.0/10)

E se i quattro si pongono sull’altro lato della medaglia Tortoise, allo stesso modo si fanno contraltare del dolente e sperimentale alt.country di Yankee Hotel Foxtrot a firma Wilco, che proprio nello stesso anno porterà Tweedy e soci alla ribalta e alla consacrazione di pubblico e critica, facendo risplendere Chicago di quella luce creativa che ancor oggi viene ammirata con profondo rispetto. Forse offuscati dal successo dell’ex Uncle Tupelo, i paladini delle sofisticazioni pop faranno trascorrere altri tre anni prima di ritornare sul mercato e sui palchi con un nuovo lavoro. Esce infatti nel 2003 One Bedroom, disco che prosegue sulla strada dell’elettronica aperta con The Fawn e che si approssima ad un easy listening dancing, se ci si passa la dizione, come ben dimostrano l’handclapping decorativo di Hotel Tell e le ritmiche sincopate Shoulder Length. Sono decisamente le tastiere e i pattern ritmici sintetici a farla da padrone in questo lavoro che par essere una dichiarazione d’intenti e un voto all’immediatezza. In alcuni episodi la formula funziona, come nelle già citate Hotel Tell e Shoulder Length, oppure nell’iniziale frenesia Stereolab di Four Corners, ma altrove, ovvero nella maggior parte dei casi, gli espedienti messi in campo suonano forzati, quasi volessero “svecchiare” un sound che potrebbe non soddisfare più non solo l’ascoltatore di turno, ma gli stessi protagonisti (vedi la cover bowiana di Sound & Vision tutta synth anni Ottanta). (5.8/10) Va meglio nell’ep che esce a ridosso dell’album, Glass (2003): i nomi coinvolti per i remix sono, quelli di Stereolab, Broadcast e Carl Craig, tutti intenti a rimarcare quell’attitudine danzereccia già emergente nei brani del disco, e di cui si diceva, grazie a ritmiche da club culture (Hotel Tell rivista da Carl Craig), strizzate d’occhio alla bossanova (Tea And Cake ad opera degli Stereolab), synth e drum machine (Interiors così come vista dai Broadcast). (6.5/10)

Che si sia trattato di una mera operazione commerciale o meno poco importa, se ha il pregio di far emergere interpretazioni diverse di un suono rimasto fedele a se stesso in tutto questo tempo. Evidente rimane però la volontà di sperimentare e percorrere strade appena trasversali: intento lodevole ma che inizia a sapere di trovata ancorandosi esclusivamente al momento. Allora meglio fermarsi e tirare un bel respiro per tornare, dopo quattro lunghi anni, con Everybody (recensione su SA #31), album che profuma di rock sin dal primo ascolto.

24 giugno 2007
24 giugno 2007
Leggi tutto
Precedente
La città degli echi Pelican - La città degli echi
Successivo
Di corde rotte e cuori infranti Bishop Allen - Di corde rotte e cuori infranti

Altre notizie suggerite