Breaking down barriers – Parte prima

A new generation calling

The best new band in Britain“, li definì il Melody Maker. I Suede arrivarono in copertina sui principali magazine d’Oltremanica prima ancora di pubblicare il loro primo singolo, e nel 1993 il debutto omonimo si piazzò subito al primo posto in classifica, con un hype che il Regno Unito non conosceva da Welcome To The Pleasuredome dei Frankie Goes To Hollywood. Erano gli anni del brit-pop, dell’ennesima british invasion, che questa volta avrebbe pescato a piene mani dal romanticismo glam, dalla melodia dei Fab Four e dei Kinks, dalla rabbia grezza del punk e dall’indie-pop degli Smiths e di Lloyd Cole and the Commotions: era la risposta allo strapotere del grunge di Seattle, uno scatto d’orgoglio che a tratti sembrava nascondere un nazionalismo di fondo (si ricorderà proprio Brett Anderson, l’androgino leader dei Suede, sulla copertina di Select con la bandiera inglese e una headline che lascia poco spazio all’immaginazione, “Yanks Go Home”). Erano gli anni di The Drowners e di Animal Nitrate dei Suede, così come di Popscene dei Blur, degli Stone Roses, dei Pulp che si reinventano con intelligenza, dopo un decennio di attività con scarsi riscontri commerciali. Più tardi sarebbero arrivati i litigiosi fratelli Gallagher, a conquistare una new generation a suon di richiami che vanno da George Harrison agli Stones, passando per i T-Rex di Marc Bolan citati in Cigarettes and Alcohol e il Burt Bacharach che si scorge sulla copertina della loro opera prima, Definitely Maybe.

Ma i Suede sapevano come distinguersi dalla massa. E lo fecero cambiando le carte in tavola in un mondo, quello del rock e del pop “da classifica”, che reagiva all’ondata restauratrice di appena pochi anni prima. Se nel 1985, infatti, Annie Lennox e Aretha Franklin intonavano un inno all’emancipazione e alla solidarietà tra donne, Paddy McAloon liquidava Springsteen come un affare di “automobili e ragazze” e decantava la donna come angelo del focolare (The Venus Of The Soup Kitchen) e il trio Stock Aitken Waterman faceva cantare a Kylie Minogue il testo di Better The Devil You Know, con la cantante decisa a perdonare, con sottomissione, il partner infedele; nel 1988 Sarah Jane Morris, che due anni prima era arrivata al primo posto della Singles Chart con i Communards e un’indovinata cover di Don’t Leave Me This Way, inciampò nella censura della BBC, accusata di aver fatto diventare Me and Mrs. Jones di Billy Paul un lesbian anthem (nessuno si scompose, quindici anni prima, quando Bryan Ferry cantò It’s My Party di Lesley Gore cantando del “suo” Johnny pronto a tradirlo con Judy alla festa del suo compleanno!).

All’inizio dei Nineties molti idoli del decennio precedente erano in difficoltà: i Duran Duran, per esempio, consegnarono il peggior album della loro carriera, Liberty, e gli Human League confezionarono un disco che suonava già vecchio al momento dell’uscita (Romantic?). I sintetizzatori e le drum machine sarebbero presto passate di moda a scapito delle chitarre, e la stessa MTV avrebbe avuto un ruolo da protagonista nel cambio della guardia con la sua fortunata serie Unplugged. Anche gli archi tornarono prepotentemente in evidenza, negli anni Novanta, grazie a Dog Man Star dei Suede ma anche ad Everything Must Go dei Manic Street Preachers, questi ultimi in studio con Mike Hedges e gli stessi musicisti che supportarono Marc Almond nella realizzazione di due album e dell’EP di cover Some Songs To Take To The Tomb Volume One (stavolta però lasciando davvero il segno), giocando con affettuose citazioni spectoriane come l’attacco di Be My Baby delle Ronettes. Si tornava anche ad ascoltare lo Scott Walker dei primi album solisti, come dimostrano The Wild Ones dei Suede ma anche i dischi dei My Life Story e dei Divine Comedy di Neil Hannon.

There’s a song playing on the radio…

Brett Anderson è l’uomo giusto al momento giusto, una delle figure chiave della brit-pop revolution. Fisico esile, viso pallido ed efebico, voce immediatamente riconoscibile, artefice di una proposta che mette insieme, con successo, i lustrini del David Bowie glam e il mal de vivre di Steven Patrick Morrissey, il crooning walkeriano e la provocazione intellettuale del Marc Almond post-Soft Cell (ma tra i suoi artisti preferiti, anche Kate Bush, i Talk Talk di Spirit Of Eden e quei Sex Pistols che amava ascoltare a tutto volume, a dieci anni, con sommo dispiacere di un padre che voleva invece nutrirlo a pane e musica sinfonica). Se William Blake è l’ispirazione letteraria più frequentemente dichiarata dal Nostro, non mancano quei Camus e Bret Easton Ellis “scomodati” in Obsessions. Un alieno romantico, non esattamente il tipo di artista che vorremmo incontrare in un pub dopo una partita di calcio – in contrapposizione con il machismo sbracato di altri protagonisti del filone. Bernard Butler, il Johnny Marr della situazione, non ha mai amato il fatto che i riflettori fossero tutti puntati sul leader, specialmente dopo le sue confessioni sui tabloid (Kurt Cobain dichiarò qualcosa di molto simile, durante la promozione di In Utero dei Nirvana, e poco tempo dopo anche Billie Joe Armstrong dei Green Day ammise di essere potenzialmente attratto da persone di entrambi i sessi e di essersi sempre sentito così, eppure la frase “sono un uomo bisessuale che non ha ancora avuto un’esperienza omosessuale” riuscì a fare scalpore) e a causa delle sue movenze sul palco e all’immaginario di cui sono intrisi i videoclip del gruppo (uno dei quali, So Young, sarà diretto da Derek Jarman). Una personalità complicata, quella di Brett: cerca di catturare l’attenzione, ma è anche sempre alla ricerca di un momento di tregua, con la scrittura delle canzoni che diventa un atto estremamente intimo da affrontare spesso nudo, sul letto, come la figura nella copertina di Dog Man Star.

Anderson nasce il 29 settembre del 1967, l’anno della Summer of Love, in cui esce Sgt. Peppers’ Lonely Heart Club Band. Sebbene ami raccontare di essere originario di Haywards Heath, in realtà la sua famiglia è di Lindfield, una località limitrofa; suo nonno è un militare e suona la batteria, il padre Peter fa un mestiere diverso ogni settimana (chef, gelataio…) prima di diventare un tassista e la madre, Sandra Farrow, è una pittrice amante di Gustav Klimt e di Frida Kahlo. “Eravamo spesso in ristrettezze economiche, spesso facevamo cose come andare nei campi e raccogliere i funghi per farci la zuppa. Forse proprio questa continua mancanza di soldi mi ha reso ambizioso”, racconta Anderson a David Barnett, autore della biografia autorizzata Love and Poison del 2003. Eppure, se c’è una cosa che non manca mai a casa sua, è l’arte: ci sono foto di Aubrey Beardsley sui muri e un giradischi acceso con dischi di Berlioz, Tchaikovskij e Franz Liszt (un’ossessione per il padre di Brett, che sceglie il nome Blandine per la primogenita perché così si chiamava la figlia del compositore ungherese).

“Fortunatamente il mio nome venne scelto da mia mamma”, dichiara il cantante, che nasce il giorno del compleanno di un altro eroe di suo padre, il Visconte Horatio Nelson. E’ la sorella Blandine a trasmettergli l’amore per la musica: quando se ne va di casa a quindici anni gli lascia i suoi dischi dei Beatles, degli Sweet e di Elton John. A tredici anni Brett inizia a suonare la chitarra e a quindici compra la sua prima Westone elettrica rossa per quaranta sterline.

A scuola è il primo della classe, anche in educazione fisica. I suoi compagni di classe immaginano per lui un futuro da scienziato piuttosto che da rockstar, ma già ai tempi il Nostro nutre una cura maniacale per il look: da adolescente si pettina come il David Bowie di Let’s Dance e, nonostante i ragazzi lo apostrofino come queer, ha successo con le ragazze (ce ne sono parecchie, più o meno stabili, prima di Justine Frieschmann). Le sue prime avventure nel mondo della musica sono con l’amico Mat Osman in band come i Suave & Elegant – nome che riaffiora anche in seguito – i Pigs e i Paint It Black. Mat detesta i Beatles, ed è invece fissato con Lou Reed e i Talking Heads; Brett ancora non si presenta come lead singer, ruolo a un certo punto assegnato a un Gareth Perry con cui presto nascono divergenze (se da una parte Brett e Mat iniziano a seguire con maggiore attenzione la scena indie/alternative, gli Smiths e gli Housemartins, lui ha gusti molto più mainstream).

Introducing the band

Nel 1986 Brett si iscrive all’università di Manchester per studiare Urbanistica, mentre Mat si iscrive alla London School of Economics. Per mantenersi durante gli studi il primo lavora in alcuni locali come DJ, alle prese con i dischi soul del momento. Nel 1988 Anderson si trasferisce a Londra per raggiungere Mat e incontra Justine Frischmann, figlia di un rifugiato ebreo ungherese che perse l’intera famiglia ad Auschwitz ma che divenne un brillante architetto; in un primo momento la ragazza non sa bene se si trova di fronte un lui o una lei, poi le cose iniziano a diventare serie e i due decidono di vivere insieme. Verrà anche coinvolta nei progetti musicali di Brett, anche se non sembra interessata a far parte di una band; “aveva solo dischi di Joni Mitchell, Astrud Gilberto e Van Morrison: era chiaro che non li avremmo mai ascoltati”. Via, quindi, con una cura ricostituente a base di Happy Mondays.

Il 28 ottobre del 1989 Brett Anderson scrive un annuncio sul New Musical Express: “Cerchiamo un giovane chitarrista per la nostra band, di base a Londra. Smiths, Commotions, Bowie, Pet Shop Boys. Niente musos, certe cose vengono prima dell’abilità. Chiedi di Brett“. Rispondono in due, un “ragazzo che aveva una chitarra” e un diciannovenne, Bernard Butler, il cui primo album acquistato è Parallel Lines dei Blondie. E’ il nome “Smiths” nell’inserzione a far scattare la scintilla, ma Bernard ama anche i Pet Shop Boys (Bowie, confessa, non lo segue più di tanto). Brett e Justine rimangono particolarmente impressionati dal ragazzo, che durante il provino si esibisce in una fedelissima cover di What Difference Does It Make? di Morrissey e Marr.

La partnership tra Brett e Bernard dà subito buoni frutti: il primo si occuperà dei testi e delle linee melodiche, il secondo degli accordi e delle parti chitarristiche. Eppure, i primi esperimenti dei Suede hanno un sapore troppo marcatamente baggy e le recensioni delle performance live non sono entusiastiche. Nel 1990 ha inizio una serie di tensioni tra Brett e Justine, quando i ragazzi si esibiscono a Brighton come supporter dei Blur il giorno dopo la pubblicazione del singolo She’s So High e ha inizio una liaison tra la compagna di Brett e il leader Damon Albarn. La band si rende inoltre conto di non poter andare avanti con una drum machine e decide di ingaggiare un batterista: è il tempo di un altro annuncio, stavolta sul Melody Maker.

Il primo a presentarsi alle audizioni è il diciottenne Justin Welch e poi accade l’impensabile: al telefono si fa vivo addirittura Mike Joyce, il batterista degli Smiths. “Mi spiace, purtroppo siamo di Londra”, “Non è un problema, ho già lavorato con band londinesi… in fondo bastano un paio d’ore di treno”. “Ah, e con chi hai suonato?” “Una band chiamata The Smiths. Sono Mike Joyce”. Silenzio di tomba. “Ok, ti manderemo il nostro materiale”. I Suede inviano a Mike dei demo registrati con Justin e lui rimane stupefatto. Soprattutto da Bernard, che poi durante l’audizione non resiste e suona alcuni riff degli Smiths. “Incredibile, suona più Johnny di Johnny stesso”, dichiarerà in seguito Mike. Quest’ultimo vivrà il tutto come un break dalle ultime collaborazioni, come quella con Sinéad O’Connor, ma deciderà poi di mollare perché i ragazzi non hanno ancora una personalità definita e non vuole influenzarli. “Ci avrebbero chiamati Mike Joyce featuring Suede, e la cosa non avrebbe fatto bene a nessuno”. Il batterista definitivo diventa Simon Gilbert, attivo in alcune band sin dall’età di quattordici anni. I Suede sono il suo tredicesimo gruppo.

Col tempo viene fatta una cernita del materiale scritto ed emergono brani che saranno destinati al primo album, Suede, mentre altri finiranno nelle B-side dei singoli. Justine smette di suonare nel gruppo e, nel dicembre del 1991, la band si esibisce con la formazione definitiva all’Underworld di Camden. Sarà proprio Damon Albarn, in un’intervista concessa al New Musical Express, a indicare i Suede come band da tenere d’occhio l’anno successivo. Dopo diversi demo e tentativi, la band firma un contratto con la Nude Records grazie a Saul Galpern, inizialmente per soli due singoli e con un budget di poco più di 3000 sterline. Il primo show, dopo la firma del contratto, risale al 28 febbraio 1992; Brett Anderson è nervoso perché tra il pubblico ci sono Kirsty Maccoll e Morrissey. Sì, proprio quel Morrissey che prenderà nota delle parole di My Insatiable One (erroneamente intesa come canzone omoerotica, spiega Brett, in realtà è cantata dal punto di vista di una donna). L’11 maggio esce il primo singolo dei Suede, The Drowners, subito eletto “singolo della settimana” nei principali magazine d’Oltremanica: poco importa che a malapena entri nella Top 50. L’acrimonia con Damon Albarn (la cui Popscene si rivela un flop in classifica), nel frattempo, cresce sempre di più.

Nel 1992 i Suede partecipano, insieme ad altri nomi illustri dell’alternative rock inglese, alla compilation Ruby Trax che festeggia i quarant’anni del New Musical Express. Insieme a cover degli Inspiral Carpets (Tainted Love), degli Aztec Camera (If Paradise Is Half As Nice, traduzione della hit Il paradiso di Patty Pravo scritta da Lucio Battisti e Mogol), dei Tin Machine di Bowie (Go Now) e dei Manic Street Preachers (Suicide Is Painless, tema di M.A.S.H.), c’è anche la loro insolita rilettura di Brass In Pocket dei Pretenders.

Have you ever tried it that way?

Il mensile Q, nel 1993, scommette sui Suede: saranno loro la band dell’anno? Intanto, Suede (l’opera prima di Brett Anderson & co.) si rivela un bestseller immediato e raggiunge il primo posto in classifica a marzo. Prodotto da Ed Buller, il disco contiene otto nuovi brani e tre già pubblicati come singoli: The Drowners, Metal Mickey – con un mix di influenze mica da ridere: se il brano richiama volutamente The Shoop Shoop Song, ripresa proprio in quegli anni da Cher, il video (didascalico, a tratti, ma conturbante) sembra invece riportare ai peep show di Non Stop Erotic Cabaret dei Soft Cell (ma il drag king rimanda a Melancholy Rose dell’Almond solista) – e Animal Nitrate, che esce poche settimane prima dell’LP e fa riferimento al nitrito di amile, più comunemente chiamato popper, in un testo crudo che mette in evidenza una sessualità ambigua e sfuggente. Fa discutere anche la copertina, con il bacio tra due donne androgine (in realtà un particolare di una foto di Tee Corinne estrapolata dal libro Stolen Glances: Lesbians Take Photographs).

Sebbene più di una canzone abbia velati riferimenti alla fine della relazione tra Brett e Justine, non ci troviamo di fronte a testi autobiografici. Anderson viaggia spesso con l’immaginazione, mentre a molti critici suonano francamente strane le parole di Butler quando dichiara di aver ascoltato a malapena Mick Ronson (i paragoni con il chitarrista di Bowie saranno molto frequenti, non solo sulla stampa inglese). Undici canzoni energiche e malinconiche, inglesi che più inglesi non si può, spesso crepuscolari, oblique. I Suede sono il gruppo che molti stavano aspettando. Brett Anderson ammette che, col senno di poi, sarebbe stato meglio includere My Insatiable One e To The Birds in scaletta, magari al posto di Moving e Animal Lover (considerati, forse a torto, del semplice riempitivo).

Tra Suede e il successivo Dog Man Star esce un singolo per ammazzare temporaneamente l’attesa dei fan. Stay Together è un brano epico, drammatico, non molto amato dai suoi autori (com’era già accaduto in passato con altri non-LP singles, come My Foolish Friend dei Talk Talk e a The Way You Are dei Tears For Fears), che troverà posto nella raccolta Singles del 2003 (in una versione accorciata) e nella ristampa deluxe di Dog Man Star pubblicata nel 2010 dalla Edsel. Per Brett e Bernard un brano interlocutorio, per tutti gli altri un antipasto della sterzata dell’album successivo, più cupo, con tinte più fosche. I rapporti tra i due membri della band peggiorano, e ci sarà giusto il tempo di finire svogliatamente le registrazioni di alcune parti di chitarra prima della dipartita di Butler, decisione presa dopo la morte del padre malato di cancro. Dog Man Star (1994) non ha lo stesso successo di pubblico del predecessore, e anche i singoli si piazzano in classifica in posizioni più modeste (We Are The Pigs, New Generation, The Wild Ones). Dog Man Star è anche il titolo di un film di Stan Brakhage del 1964, e la copertina raffigura un uomo nudo su un letto in una foto di Joanne Leonard – un ennesimo riferimento agli Smiths, o alla condizione stessa di Brett, che desiderava un’immagine che riflettesse tristezza e sensualità.

Tensioni a parte, il sophomore dei Suede si rivela ambizioso, ma nonostante ciò, più a fuoco del precedente disco, anche se necessita di molti ascolti per essere compreso. Nelle più recenti interviste, Anderson ha affermato che certa pomposità che si riscontra nei testi è dovuta alle droghe che assumeva mentre li scriveva; in più c’era una volontà precisa di discostarsi da tutto ciò che potesse sembrare riconducibile al brit-pop, movimento che i Suede contribuirono a far nascere ma che già li stava disgustando. Pertanto, a Morrissey e al Duca Bianco si sostituiscono gradualmente, come fonti di ispirazione, Prince (per la sensualità delle immagini) e lo Scott Walker più magniloquente e claustrofobico, e al posto di William Blake si fa prepotente l’influenza di Lord Byron (“She walks in beauty like the night”, da Heroine). Nel pantheon dei Suede del 1994, tuttavia, c’è posto anche per i Joy Division, Marc and the Mambas e Berlin di Lou Reed. Butler resta ancora oggi molto critico nei confronti della produzione di Ed Buller, a suo parere inadeguata soprattutto in brani come The Asphalt World.

Still Life

Le strade di Anderson e Butler si interrompono, ma per i Suede non sarà la fine. A rimpiazzare Butler arriva Richard Oakes, ingaggiato appena diciassettenne, mentre Bernard dà vita a un duo insieme al vocalist David McAlmont, precedentemente nei Thieves. Il singolo di lancio di The Sound Of McAlmont and Butler (1995), Yes, ha sapori glam che incontrano il muro del suono di Spector e marcate influenze Motown, anche grazie alla voce calda e molto particolare di McAlmont. L’idillio però ha presto fine, e i due arrivano ad accusarsi a vicenda sui giornali anziché lavare i panni in casa (Butler viene anche tacciato di omofobia dal nuovo compare): così, dopo l’uscita del secondo singolo You Do che figura nella Top 20 inglese e quella dell’album, l’attività del duo si interrompe. Sarà Bernard a riavvicinarsi a David anni dopo, con l’intenzione di tornare a lavorare insieme.

Il secondo parto discografico del duo, Bring It Back, esce nel 2002 e raggiunge la diciottesima posizione in classifica, trainato dal buon singolo Falling. In seguito ci sarà una cover di Back For Good dei Take That per la compilation War Child dell’NME, ma le registrazioni del terzo album non vengono mai completate, a causa del progetto Tears di Brett Anderson e Bernard Butler dopo anni di gelo. Nel 2006 esce il singolo Speed, ma i migliori risultati commerciali saranno raggiunti da David (in veste di backing vocalist) e Bernard (come musicista e co-produttore) con l’album Rockferry di Duffy e con il primo lavoro solista di Sharleen Spiteri dei Texas.

David McAlmont, già collaboratore di Craig Armstrong e di David Arnold (incisero insieme una cover di Diamonds Are Forever di Shirley Bassey, con l’artista en travesti nel video promozionale), finirà in sala di registrazione prima con Gabrielle e Paul Weller e in seguito con Michael Nyman per l’album The Glare. Nel 2011, insieme a Guy Davies, dà vita a un nuovo duo, i Fingersnap, più votato a un solare e leggero soul/pop (I Wanna Rise).

Dopo l’abbandono dei Suede e la prima parentesi di McAlmont and Butler, Bernard diviene un sessionman e produttore richiesto, e lo troviamo nei crediti di dischi di Neneh Cherry, Edwyn Collins, i Libertines, Sophie-Ellis Bextor, i Cribs, i Veils, Fyfe Dangerfield dei Guillemots e, più di recente, dei Texas e dei Frankie and the Heartstrings. Incide anche due lavori solisti, People Move On (1998) e il meno fortunato Friends and Lovers (1999). Nel 2005 l’inaspettata reunion con Brett Anderson si concretizza con l’album Here Come The Tears, pubblicato dall’etichetta Independiente e promosso con il singolo Refugees. I critici si rivelano generosi nelle recensioni, anche se ammettono che il lavoro ha più elementi in comune con gli ultimi Suede che non con quelli di Suede e Dog Man Star, fatta eccezione per il sapore glam di Two Creatures e della space-ballad Fallen Idol, vagamente Roxy Music.

La storia dei Suede va avanti fino al 2002, incontrando un sempre più inesorabile declino. Ci vorranno anni affinché Brett Anderson ritrovi la propria ispirazione, dopo un paio di dischi solisti piuttosto introversi e altri due in cui torna a muoversi verso direzioni più interessanti. Nel 2010 Bernard e Brett collaborano per la compilazione di un doppio best of dei Suede e, nel 2011, supervisionano le ristampe della Edsel, tutte corredate da un bonus disc con lati B, provini e brani da compilation di artisti vari. Poi, nel 2012, con Richard Oakes…

13 novembre 2013
13 novembre 2013
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