The other story

È l’uomo più amato del dubstep tutto, anche e soprattutto da chi il dubstep lo frequenta dall’esterno. È la principale rampa d’accesso del pubblico neofita per conoscere e apprezzare nel modo più facile l’elettronica moderna e trovare emozione laddove si pensa possa esserci solo freddezza. Burial è qualcosa come un passaggio obbligato per chi voglia fare i conti con la musica degli anni ’00. Un personaggio che ha stregato tutti, dal primo all’ultimo, sia la critica che il pubblico. Proviamo ad andarci a fondo, a capire cosa ha fatto di tanto eclatante questo ragazzo, cos’ha lui che gli altri non hanno. Un punto della situazione a ridosso dell’uscita del suo ultimo EP, per trarre le dovute conclusioni e provare a stabilire se stiam parlando davvero di un prodigio irripetibile o c’è una certa aria di esagerazione in giro.

Folgorazioni

Ok, diamo a Cesare quel che è di Cesare. I primi due album, Burial e Untrue, sono ineccepibili. Hanno sposato il sentir comune dubstep che a metà noughties era in pieno fermento e hanno dato a quel sound uno spessore emotivo raramente così marcato. Il ragazzo era a conoscenza delle evoluzioni UK garage, proveniva da una adolescenza di massicci ascolti 2-step (ce lo aveva rivelato in esclusiva Four Tet, che quegli ascolti li aveva vissuti proprio insieme a lui), mostrava un certo amore per la old skool jungle e la d’n’b e ha portato tutto questo background inconsapevolmente nelle cripte della propria interiorità, una psiche ben piantata nel tessuto urbano, popolata di angeli e demoni del vivere moderno. In maniera così spontanea che sembrava quasi involontaria: Archangel è forse l’esperienza più emozionante del continuum, inquieta sottopelle, malinconica per natura ma illuminata da una speranza a cui non vuole rinunciare, come spinta da un calore innato, quasi mistico.

Tutto in Burial gioca sui contenuti, sulle sensazioni, sulla soggettività, in un rapporto con l’ascoltatore che si cementifica all’istante. Di forme, direzioni stilistiche e rami evolutivi non ci si pone nemmeno il problema. Il ragazzo non è uno scienziato, ma un romantico. Maneggia la materia dubstep lasciandosi trasportare dall’istinto, senza specifiche intenzioni stilistiche. Non è la nobile ricerca accademica di maestri come Distance, Skream o Kode9. Non è l’avanzamento di frontiera degli Horsepower Productions, che sperimentando con lo stesso 2step da cui parte Burial erano già arrivati ad un proto-dubstep in anticipo sui tempi, ma qualche anno prima. Lui è come una torta dal sapore squisito, fatta non dall’arte di un mastro pasticcere, ma dalla passione amorevole della donna di casa. Lui non è un vero innovatore (se non nel piano dei contenuti, appunto), ma solo un valido interprete. E questo è stato per certi versi il suo punto di forza: lavorare senza prestar troppa attenzione all’aspetto tecnico ha dato al suo suono la massima empatia e capacità di fruizione ad ampio spettro, col risultato che i due album sono probabilmente i full-lenght più in vista del decennio dubstep, anche per chi non è ambientato nel genere. Ecco, se proprio dobbiamo identificare il vero tratto distintivo di Burial, è proprio questo: il suo è un dubstep da “ignorante”.

Attenzione, questa non è un’interpretazione dissacrante del trombone stizzito di turno, ma una verità ammessa dallo stesso protagonista. Nella sua storica intervista rilasciata al padrino Kode9 per l’uscita di Untrue afferma: “Ho sempre trovato difficile scrivere canzoni. Ammiro chi è pieno padrone dei mezzi per farlo, dei programmi complicati, ma io non sono uno di loro. Non sono capace di lavorare a lungo su un programma alla ricerca del suono perfetto. So bene cosa voglio esprimere e voglio solo riprodurlo, non posso permettermi di perdermi nella tecnica“. Pazzesco, se ci pensate. Mentre intorno a lui Distance lavorava al vuoto bassline più suggestivo (stava per arrivare My Demons), Skream rilasciava il disco più emblematico e turbato del filone (il jazz ricostruito nel dub, con pezzi come Midnight Request Line, Rutten o Blue Eyez che diventano veri punti di riferimento per il futuro), Kode9 proseguiva la strada del grime bianco insieme a Spaceape con Memories Of The Future, e non parliamo di Vex’d, Boxcutter o Mala, tutti a cercare l’evoluzione stilistica più consona, lui che fa? Arriva dal nulla, agisce quasi come un principiante e in un sol colpo sbaraglia la concorrenza con due album giudicati unanimamente tra i risultati più compiuti del momento, non solo in ambito dubstep.

E non è tutto qui. Il caso Burial è stato tanto eclatante da aver dato vita a una circostanza incredibile: non è stato lui ad avvicinarsi e aderire al dubstep, ma al contrario è stato il dubstep che in un inchino reverenziale al suo successo si è plasmato su Burial. Perché a volerla dire tutta, il suo sound col dubstep dell’epoca aveva tante affinità ma anche tante divergenze: il dubstep nasce nei club, come movimento underground di reazione alla piega mainstream che aveva adottato il 2-step (ce lo dicevano anche gli Author), mentre Burial parte proprio da quegli stessi ascolti riproponendone lo stesso tratteggio. Le ritmiche dubstep tipiche erano dure e appuntite, non morbide e gentili come quelle di Untrue. Quel suo inconfondibile rullante, che oggi fa scattare subito la lampadina del dubstep, non era così tanto identificativo del genere prima dell’arrivo di Burial. Dopo lui, invece, è stato come se la percezione comune del fenomeno si fosse plasmata sulla figura di questo ragazzo. William Bevan, l’ignorante, il pischello senza ambizioni né coscienza stilistica, a un tratto era la vera star.

Promesse

Dopo Untrue, in un’intervista esclusiva a The Guardian di fine 2007 Burial dichiarò: “Ho voluto solo fare un album triste e raggiante, nel più breve tempo possibile. L’album scientifico, iper-tecnologico e ultraoscuro lo farò la prossima volta“. Pare che ridesse mentre lo diceva, ma l’argomento era tremendamente serio. Quello della maturità tecnica, della presa di coscienza era un passo fondamentale, perché serviva a stabilire una volta per tutte la vera statura dell’artista Burial, a confermare che non si trattasse di un semplice outsider esploso per caso, certo con caratura di lusso ma che magari è semplicemente capitato nella classica coincidenza irripetibile (cosa che ci può anche stare, ma che ne avrebbe irrimediabilmente ridimensionato la portata). L’album della conferma era una promessa che il personaggio DOVEVA fare, per mantenere alte le aspettative nei suoi confronti, per non far sgonfiare l’immagine che volente o nolente ora aveva dipinta addosso. Ed era una conferma che tutti stavano aspettando, per capire chi fosse davvero il Burial producer consapevole, cosa aveva da dire di nuovo e quale sarebbe stato il suo contributo per la storia.

E invece niente. Dopo i due album, la figura di Burial come ricercatore del suono si è rivelata una chimera. Due anni di silenzio ininterrotto, per poi riemergere di nuovo solo come personaggio percepito, forte del clamore sollevato dal solo pronunciare il suo nome. Prima Moth, prova di intrattenimento abbastanza facile ma su cassa più quadrata, un po’ a voler ricordare a tutti la sua presenza e rinfrescare aspettative e possibilità. “Ricordate la promessa? Beh, rieccomi“, sembrava voler dire. Poi con Four Tet e Thom Yorke vien fuori la tentazione (di tutt’e tre) di volersi autocelebrare, di fare un po’ di sano marketing. A farci la figura dell’artista versatile e carismatico però è soprattutto Yorke, mentre gli altri due restano gli attori secondari che accompagnano il cantante, e di Burial riconosciamo solo quel suo inequivocabile rullante, in Mirror. E poi ancora, l’eppì Street Halo, che ha ricevuto anche discreti apprezzamenti ma che, detto tra noi, contiene semplicemente un brano come NYC che poco o niente ha da aggiungere a quanto già detto in passato e un paio di timidi e non troppo convinti tentativi di avvicinamento a certi meccanismi dancey, che siano quelli della microhouse hebdeniana (Stolen Dog) o della techno-dub da catalogo Basic Channel (Street Halo).

Un po’ pochino, per uno che ha ancora da rispondere a promesse e attese di una certa rilevanza. Anche perché, nel frattempo intorno a lui succede di tutto: quello che aveva fatto in Burial e Untrue si rivela essere il prodromo di un’ondata soulstep esplosa proprio col nuovo decennio, partita con la malinconia dei Darkstar, cristallizzata con James Blake e perseguita in modo più o meno laterale da Jamie Woon, SBTRKT e Machinedrum. Sulla sponda completamente opposta impazza l’orgia post-dubstep, Skream inaugura il popstep e i suoi Magnetic Man sfondano la dance mainstream, frammenti di IDM speziano l’incedere di Mount Kimbie e Sepalcure, il dubstep conquista le folle con Roska e Rusko e Katy B è già una star. In parallelo prosegue l’ondata UK bass, con i vari Pinch, Mala, Shackleton, Silkie, Goth-Trad. Ma lui niente, non sembra stimolato da cotanto fermento. Pare non aver nulla di netto e incontrovertibile da dire in proposito. Piuttosto si rituffa dentro di sé, ramingo e solitario come l’emarginato volontario in copertina su Untrue. E si ripete.

Disillusione

Le perplessità son più che lecite, e rischiano di illuminare l’intero suo percorso sotto una luce diversa. Non è ancora chiaro se William Bevan sia davvero l’autorità che gli eventi han portato a farci credere, o piuttosto la più clamorosa bolla degli ultimi tempi. Se è dotato della stessa consapevolezza e lo stesso carisma di uno Skream (che nel frattempo continua a decidere sorti e destinazioni del genere, svoltandolo a tratti come un calzino) o rimarrà solo il “principiante” eccellente del dubstep. È in grado di difendere i colpi inferti coi due album, o dobbiamo considerarli solo il frutto di un momento particolarmente ispirato?

Certo, lui finora è stato bravissimo a lasciare ogni domanda in sospeso, con quella caratteristica immagine che lascia tutto nella sfera nel non-detto, dell’incerto. Lui è quello che non fa concerti, che non rilascia interviste, che non diffonde foto (o meglio, ne diffonde una sola). Un ectoplasma della scena. Un profilo misterioso che indubbiamente affascina, ma che nello stesso tempo ti nega il diritto di tirarne fuori delle conclusioni di insieme. Magari per ora è lì che se la ride, pensando a tutti gli estimatori convinti che stia solo preparando con calma il colpo epocale mentre invece lui rimane chiuso tra le mura di casa, non sapendo ancora bene che pesci pigliare. O magari è vero il contrario, e stiam parlando di un artista che socchiude gli argini della produzione solo quando ha qualcosa di davvero personale da dire, e il silenzio rappresenta la resistenza ai meccanismi di marketing e la cura verso la qualità espressiva.

Siamo nel 2012, e il ritardo accumulato a posticipare il suo colpo di coda potrebbe già esser sufficiente a rispondere ai nostri dubbi. Un artista va valutato per quel che dice, ma anche per quello che NON dice, e nel suo caso il quadro di insieme ci restituisce l’immagine di un artista che non è stato ancora in grado di riconfermarsi. Eppure c’è una certa speranza dura a morire, e nell’ultimo Kindred si può vedere un piccolo spiraglio: sembra che adesso le affinità alle derive post- siano state finalmente assorbite e Burial sia in grado di riproporcele nel suo modo personale e malinconico. Quella cassa in quattro felpata e spinta dal riverbero potrebbe essere la nuova posa del soulstep di marca burialiana, quel vintage tastieristico in Loner potrebbe essere un nuovo grado di consapevolezza. Forse è arrivato a compimento il disegno evolutivo dell’artista e il passo successivo, quello definitivo, è alle porte. Forse l’ultimissima Nova ha stabilito l’orizzonte, e il futuro è fatto di soft-house morbida e coscenziosa. Son bastate quattro tracce presentabili e tutti di nuovo a pendere dalle sue labbra. Non staremo alimentando noi stessi la nostra illusione?

La questione è ancora aperta. Mettendo da parte le illusioni e rimanendo ai fatti, il quadro è chiaro: mr. Bevan non ha ancora dimostrato in maniera inoppugnabile di essere all’altezza del suo ruolo. E avendo esploso i suoi colpi entrambi nel giro di un breve lasso di tempo, per poi entrare in un lungo silenzio intervallato da prove comunque opinabili, sembra più una meteora di passaggio, con qualche luccicchìo in coda. Più che un’autorità influente, più che un trendmaker di peso, Burial è oggi il vero grande assente del filone. Poi chissà, magari tra sei mesi esce il terzo album, vien fuori il Kid A del dubstep e saremo tutti soddisfatti e felici di rimangiarci tutto. Ma sui “magari” non si può costruire nessuna carriera e nessuna celebrazione. Ad oggi, stando coi piedi per terra, Burial è stato solo una luce fulminante, abbagliante per pochi attimi e poi spentasi troppo in fretta, e adesso siam noi che abbiamo ancora quella luce impressa sulla retina, i contorni morbidi e tremolanti che generano suggestione ovunque posiamo gli occhi.

A lui l’onere di smentire. Con fatti solidi e tangibili però, ‘ché di illusioni ci si stanca presto.

12 marzo 2012
12 marzo 2012
Leggi tutto