Paradiso all’improvviso: genesi e romanticismo dei Thegiornalisti

A un certo punto scendeva dal palco per cantare con il pubblico. Succedeva praticamente sempre durante l’ultimo tour. Se l’amore è amore, che intonasse quei ritornelli con la gola o con la pancia non importa. Quello ha una tempesta dentro, ha il fuoco di Sant’Antonio, non capisce più niente tanto che è innamorato. L’abbraccio con i fan di Tommaso Paradiso, cantante ed autore dei Thegiornalisti, era bello da sembrare Instagram. Si consumava in uno svergognato rito collettivo di un’alternativa tribù di giovani (o meno) che pareva non vedessero l’ora di cantare una melodia basilare, tutta sentimento ed ispirazione, senza lesinare miele nelle parole né risparmiare zucchero sulle note. Uno stage diving nazionalpopolare, tipo festa delle medie, ma soprattutto il selvaggio richiamo del pop, che ispira (o forse parte da) cantanti che qualcuno chiama ancora indie, nonostante nel giro di pochi anni siano passati da schitarrate poco ortodosse e trip elettronici lanciati a bomba nelle camerette, ad una scrittura più autoriale e mai così poco di nicchia. Fino a diventare karaoke di singoli mandati a memoria in concerti degni dei migliori Ricchi e Poveri.

In principio fu un supereroe dalla faccia coperta da una busta di cartone, un personaggio enigmatico che, cantando di pariolini e scegliendosi un nome da non-band, decise di far suonare i synth come chitarre in fughe “punk-electro-pop”. Lo stesso soggetto che anni dopo produce gli inni di una generazione di giovani precari di un tipo vestito come Stan di South Park. La folgorante genesi web del progetto del romano Niccolò Contessa, I Cani, e il disco d’oro conquistato dal latinese Edoardo D’Erme, in arte Calcutta, sono due esempi dell’evoluzione (di una parte) del fantasmagorico indie italiano negli ultimi tempi. Quello delle scorribande de La Tempesta e di Garrincha Dischi. Ma lo spirito che aleggia tra le radio e gli appartamenti dei fuorisede italiani assomiglia in questo periodo più probabilmente al nuovo (a detta di molti) romantico italiano, laziale anche lui, di Roma, quel Tommaso Paradiso cantante di quei Thegiornalisti che la metamorfosi canterina se la sono vista crescere addosso. Dopo due album (Vol. 1, nel 2011, e Vecchio, del 2012) di chitarre lo-fi che molto dovevano agli Strokes, nel 2014 i Nostri hanno tirato fuori dal cilindro del produttore Matteo Cantaluppi Fuoricampo, una compilation di hit dal gusto pop anni ‘80 che citavano a turno (o forse tutti insieme) Dalla e Balotelli, Venditti e Miyazaki. Un piccolo cult.

Paradiso è tipo appassionato quanto schietto, non ha problemi nel raccontarsi e ci tiene a ribadire l’originalità del suo progetto come a condannare lo sport giornalistico del voler sempre affibbiare etichette e associare somiglianze. Una cosa che non succede all’estero, dice, anche se ci sono almeno un paio di interviste dove Samuel T. Herring parla senza problemi degli anni ’80. Che poi quei paragoni sono piuttosto lusinghieri, nonostante nel canzoniere in questione siano quasi del tutto assenti l’impegno politico di Antonello Venditti, la ricerca musicale di Lucio Dalla, lo spleen più sociale e stradaiolo di Luca Carboni, la spericolatezza e la ribellione anarchiche del vecchio Blasco. Ma tutti quegli spunti sono sinceri, il cantante dei Thegiornalisti in quella musica fa larghe bracciate come nell’hype, ora riversato sulle radio e nella sua immagine di romantico. Ormai anche autore di successo, dopo aver scritto Luca lo stesso con Carboni e Dario Faini, Paradiso proprio non ci tiene a restare nella nicchia, tanto che l’ultimo album realizzato con i compagni Marco Primavera (drums) e Marco Antonio Musella (chitarra) si intitola Completamente Sold Out.

paradiso-thegiornalisti

Non potevate scegliere un titolo meno indie…

Ma noi scriviamo canzoni che sono un po’ per tutti. Non teniamo ormai fede a determinate linee, orizzonti o schemi. Il titolo ha varie sfumature. Può indicare anche questa cosa.

Siete infatti tra le realtà con le quali salta questa distinzione tra indie e mainstream. Com’è cambiata la scena italiana negli ultimi anni?

È cambiata soprattutto grazie ai gusti del pubblico. Quello più giovane prima, poi anche i 40enni o i 50enni che non trovano più primo in classifica un certo tipo di cantautorato con il quale ci siamo praticamente drogati per tutta la vita. L’Italia è stata sempre famosa per i suoi cantautori, che però ormai da anni non sono più il mainstream che potevano essere con De Gregori, Dalla, De André o Tenco. Semplicemente c’è un nuovo cantautorato che è partito dal basso e di cui si è sentita l’esigenza.

Ma com’è avvenuta la svolta di Fuoricampo, il vostro salto pop?

Io comunque ho sempre avuto una scrittura fortemente pop.

Ma è evidente che è cambiato qualcosa, totalmente, il vostro atteggiamento, il sound…

Sicuramente. Fu una presa di coscienza dopo l’imbarazzo simile a quello che hai da bambino quando devi fare una cosa. Per dire, scrivi e ti accorgi, “cazzo, questo è veramente pop. Facciamolo con delle chitarre fatte male così manteniamo un po’ di dignità”. Poi crescendo capisci che è sbagliato. Se hai questa natura, perché devi rinchiuderla dentro e fare finta di essere altro? Semplicemente abbiamo registrato con suoni più pertinenti rispetto a quelli che sono i nostri gusti, senza fronzoli.

In “Non odiarmi” parte anche il coro da stadio. Pensi sia possibile arrivarci un giorno?

Guarda, mi hanno detto che durante l’ultima partita del Cagliari in casa hanno messo proprio questo pezzo in filodiffusione allo stadio.

Quindi in un certo modo ci siete già arrivati…

A me piace proprio il fatto di far cantare, far urlare. Per me il concerto dev’essere un momento di gioia pura. O vai a vedere Morricone, dove io mi faccio un viaggio, piango dalla prima nota all’ultima e mi dovete portare via, oppure si va a buttare le corde vocali, a distruggerle. Per farti capire, io sono nato con gli Oasis. D’altra parte non sono pronto, per mia bassezza culturale o intellettuale, a un concerto dei Radiohead o di SvenVath, che sono mostri sacri, ma non la mia cifra. Per il momento spero comunque di fare dei bei live nel tour nei palazzetti. Già una bella botta.

Già, anche perché sei stato diverse volte accusato per la tua voce, tanto che qualcuno è arrivato a consigliarti delle lezioni di canto…

Sicuramente non sono un cantante che può andare a spaccare a X Factor.

Hai mai fatto le audizioni?

No, che c’entro io lì. Posso al massimo andare a fare il giudice, mi divertirei tantissimo. E comunque adesso sto cantando per la prima volta con le cuffie in ear, ed è tutta un’altra storia.

Nel disco spicca il tema del tempo. Per la notte, come luogo che torna puntuale con tutte le cose che succedono dentro, per la nostalgia e per una perenne ansia di vivere…

Sull’ansia di vivere sono d’accordo. Non lo sono se mi dici che è un disco nostalgico, perché le storie di cui parla sono storie che io sto vivendo proprio adesso. Le canzoni parlano del presente e, nello specifico, del momento iniziale di un rapporto, quando prendi il fulmine, la scossa.

Eppure c’è della nostalgia in Tra la strada e le stelle («mi manca già l’aria di questa notte») e anche in una delle due title track, Sold Out, dove c’è un’ansia permanente che arriva a questa idea funebre del lascito, una dedica all’ascoltatore che dice “questa canzone è tua, usala quando vuoi”. Una specie di nostalgia in anticipo, declinata già al futuro, una paura…

Sì, è una paura continua. È quello che prova l’ansioso, che ha paura di quello che sta per fare, di come andranno le cose. Nella mia persona è molto forte questo sentimento.

E poi c’è una veste musicale che comunque guarda più al passato che al presente o al futuro, molto anni ’80…

È che facendo synth pop è difficile non approcciare quel decennio, perché ci fu l’esplosione di quel genere, delle grandi band internazionali. Il fatto è che nell’alternative mondiale band come Future Islands o Beach House fanno lo stesso genere, ma lì c’è meno questa cosa di andare ad indicare il decennio. A fregare è anche la scrittura, nel senso che il cantautorato paga uno scotto di rimandi inevitabili. Non posso fingere di non ascoltare quella musica.

Ma che cos’è il futuro per i Thegiornalisti?

È la speranza di trovare una grandissima serenità, che poi è il messaggio di fondo del disco. Nel senso che ci sono tutti questi pezzi a 300 all’ora e poi arriva quella speranza di salvarsi, di redimersi, o semplicemente di chiedersi “chissà se continueremo a vivere così”, come in Disperato o Vieni e cambiami la vita. Ad ogni modo auspico ad una grande tranquillità e serenità.

Tra le altre cose questo disco sembra un corteggiamento continuo. Quante donne ci hai messo dentro?

Il cantautorato internazionale è popolato di milioni di donne, anche conosciute per una sera e mai più riviste. L’ispirazione può essere anche istantanea, non è che c’è sempre il corteggiamento dietro o la storia di anni. A me basta poco, sono affascinato dall’istantaneità del momento. Per dire, Noel Gallagher ha scritto un pezzo incredibile come Talk Tonight dopo aver parlato a Los Angeles per ore e ore con una donna sposata. Poi ci sono storie con persone della mia vita comunque importanti.

L’anno scorso hai messo un video su Facebook dove da solo, con la chitarra, cantavi Te, un inedito. I fan apprezzarono molto e voi avevate scritto che vi eravate pentiti di non averlo messo in Fuoricampo. Tuttavia il pezzo non appare nemmeno nel disco nuovo, che fine ha fatto?

È stata una scelta. È che ci deve essere anche un po’ di coerenza nei dischi. Fai le somme e ti rendi conto di quale pezzo entra e quale no. Sono rimaste fuori anche altre canzoni.

Tra queste ce n’è anche qualcuna per Vasco?

Hai voglia.

Vuoi fare un appello?

Vasco ho un sacco di canzoni per te. Ti voglio bene.

Che tra l’altro citi in tutte quelle parti parlate…

Assolutamente. Ci avevo provato già in Insonnia, in Fuoricampo. Mi piace molto questa idea del senza filtro, lo spoken sulla musica dove ti butti e ti racconti. È una cosa che ha un grande impatto emotivo.

Come ti trovi nei panni del nuovo romantico della musica italiana?

Il fatto è che io sono uno dalla lacrima facile, sono troppo sensibile. Io se vado a vedere Notting Hill piango. Sono fatto così e non mi nascondo.

17 novembre 2016
17 novembre 2016
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