Vertigini da svuotamento ambientale

Ambientale e cosmica, abbandonata e trasognata, filmica e impressionista questa in sintesi la musica dei Labradford. Un approccio prevalentemente strumentale che si avvale del sintetico quanto dell’analogico, della tecnologia synth anni ’70 e di quella – pur ridotta all’osso – del rock (basso, chitarra e batteria), arrivando alla chamber music (pianoforte, archi). Tra la cosmic weltanschauung dei Tangerine Dream, la psichedelia inglese (Spacemen 3 e specialmente Flying Saucer Attack), alcune suggestioni estetiche folk apocalittiche dell’etichetta World Serpent (Current 93, Death in June), e naturalmente la scena post-industrial a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta denominata isolazionista (Lull, Dreamt About Dreaming del 1992 e Main, Hz del 1992-1993, responsabile di certe sonorità analog-sintetiche risalenti all’epoca dell’allunaggio), il percorso labradfordiano è un viaggio intertemporale a ritroso.

Un trip nel quale la distorsione psichedelica si stempera nell’esplorazione delle sub-frequenze (rombi, droni, sfrigolii radiofonici), quindi nell’asciutta meditazione su base ambientale, dove litanie chitarristiche minime e voci sussurranti (che denoteranno successivamente il post-rock) si muovono come fuochi fatui tra gli ottanta più crepuscolari di Death In June e, per quella china, fino alla lapide del dark-punk, passando per quella del dream-pop.

L’approccio comunque è tutt’altro che complesso, freddo o cervellotico: non segue freddi algoritmi prestabiliti o serialità, neppure fa della casualità "generativa" un’impostazione di partenza (Brian Eno): l’impressione è la sua forma, il calor bianco il suo crepuscolare slancio, la superficie la sua materia. In un’immagine: l’istantanea a forte velocità di un paesaggio lunare (che può essere il simil deserto spagnolo, come l’Arizona o il mar salato tunisino) nel quale contorni appena marcati si stemperano in colori sciolti e linee d’interferenza.

Una forte componente estetica traspare dalle pieghe del suono labradfordiano, pelle le cui pieghe inarcate scolpiscono l’immagine di una sensazione. L’abbandono della sua impossibile decifrazione. Mark Nelson e Carter Brown iniziano a suonare assieme a Richmond, Virginia quasi per caso e altrettanto casualmente scelgono un nome con il quale farsi riconoscere: un amico comune li convince a suonare come supporto ai Breadwinner (gruppo del quale faceva parte) e i due, in quell’occasione, decidono di darsi una ragione sociale prendendo a prestito il cognome di un giocatore di basket (Smith Labradford).

Se Brown aveva alle spalle una misera esperienza come organista di chiesa e la militanza in una altrettanto improbabile dark/wave cover band chiamata Psycho Lava Hitchcock, Nelson, più creativo e affermato, era membro dei misconosciuti Scaley Andrew, autori di un singolo per la TeenBeat. Non trovando un batterista stabile, i due iniziano a sperimentare attraverso la strumentazione che meglio conoscono: Carter suona le tastiere e il basso, mentre Mark utilizza nastri e chitarra.

Le session durano la consueta manciata di mesi, dopodiché le prime prove vengono pubblicate su due cassette per la Kiwi Project. Nel 1992, la piccola svolta con la pubblicazione del 7" d’esordio: Everlast/Preserve The Sound Outside su Retro 8. Le sonorità, cosmiche con minime variazioni sul tema, contenute nel singolo sono decisamente inedite per l’audience americana che non conosce quasi per nulla la scena isolazionista britannica, per non parlare di certe sonorità analogiche legate al dimenticato (ma ancora per pochissimo) kraut-rock. Eppure il momento è propizio e parecchie cose bollono in pentola quell’anno: nasce una realtà destinata a lasciare un’impronta forte nell’indie internazionale e, sempre a Chicago, oscuri figuri attrezzano il laboratorio che sarà noto come la fucina di Louisville.

Da Prazision LP agli Stars Of The Lid

Prazision LP, questo il nome del debutto, ottiene i plausi della critica e di fatto fornirà alla neonata Kranky lo slancio necessario per produrre l’anno seguente altre fascinose stelle e supernove (Dadamah e Jessamine, rispettivamente 002 e 003 del catalogo), per poi affermarsi definitivamente con personaggi di culto quali Roy Montgomery, Windy And Carl e Jessica Bailiff. L’epicentro della nuova scena cosmica e post-isolazionista americana trova quindi a Chicago la sua location ideale: la Windy City.

Bisogna anche ricordare che questo è un periodo di ralenti, di lavori in corso e numerosi sono gli a rtisti affascinati dal magma sonoro che sta affiorando in superficie dall’oscurità dell’underground. I Codeine tolgono parecchi giri ai canonici 33 del rock, Will Oldham e il chitarrista Dave Pajo operano lo stesso nei confronti del folk, Brian McMahon con i Tortoise e poi con i For Carnation fa lo stesso col dub, e poco più tardi neanche nonni grunge come i Melvins sapranno resistere al fascino rallentato del suono blacksabbattiano.

E comunque, se c’è chi affonda i piedi nella terra (o nelle lamiere), non mancano coloro che, allontanandosi dal rock e i suoi clichè, aspirano a lasciare un’improntata di sé scrutando se stessi in rapporto al cosmo.

In tutto ciò Prazision LP (Kranky, 1993), è un po’ il grande fratello: droni chitarristici tra ambient, raga e metiazione zen, scienza dell’inerzia (Soft return), filosofia del soffuso (Disremembering) e della dolenza pagana (Splash Down). La capacità maggiore della band è mostrare l’angoscia di un’assenza, lo svuotamento silenzioso ma inesorabile delle situazioni, dei luoghi e dei pensieri. (incredibile come, in Italia, i Massimo Volume, lavorassero in parallelo senza sulle stesse tematiche). 

Ne è testimonianza il brano più incisivo dell’opera, Skyward With Notion, in cui una pulsazione di (non)vita (il contorno imprecisato) s’immerge nel liquido salmastro di rumori (nastri, tastiere, feedback) che si evolvono in continuazione, privilegiando ora questo ora quel flusso sonoro. Ogni palpito, ogni fascia sonora, ogni sospiro è l’emblema di un post-rituale, magnificazione di particolari di luoghi onirici.

Forse per questo il manto sonoro acquisisce spesso una bruma cupa e incombente: ora crescendo dinamico, ora fluidificazione, ora ispessimento. (7.5/10)

Preceduto dal seminale singolo Everlast, entrambi prodotti da Rob Christiansen (allora Eggs e Grenadi ne, successivamente nel progetto The Sisters Of Convoluted Thinkers), Prazision inaugura dunque una piccola affascinante epopea musicale patrocinata dalla Kranky (e dalla sua gemella neozelandese Flying Nun) e l’eco di tali movimenti giunge sino in Gran Bretagna, dove i Labradford sono invitati a registrare una Peel Session e a partecipare a una manciata di concerti accanto a Stereolab, Main e agli Spectrum di Sonic Boom. Istantanea delle nuove sonorità è dunque Ambient 4: Isolationism, una compilation pubblicata dalla Virgin di lì appresso (Seefeel, Lull, David Toop, Aphex Twin ecc), ideale apripista per la seconda prova del gruppo, A Stable Reference (Kranky, 1995), che vede l’ingresso in formazione di Bobby Donne, ex bassista dei Breadwinner.

L’album, preceduto dal 7" su etichetta Merge Julius / Columna De La Independencia, due tracce funeree tra organetto e pennate riverberate di chitarra, si mantiene sulle traiettorie dell’esordio: brani composti interamente da droni ambientali si alternano ad altri costruiti su abbandoni di refrain chitarristici e la voce sempre più esile di Nelson (caratteristiche quest’ultime riprese poi dai Jessamine con un piglio più rock). I riscontri presso la critica (specie anglosassone), sono decisamente più lusinghieri: A Stable Reference entra in più d’una classifica di fine anno, siglando le inevitabili aspettative legate al suo seguito. (7.0/10)

Sarà per non correre un rischio di stagnazione, sarà per il vento di Chicago che spira anche dalle parti dei ragazzi di Richmond ma, d’ora in poi, il sound del gruppo si inserirà nell’alveo del post-rock di matrice chitarristica, preferendo concentrarsi nel detonare le sonorità cosiddette isolazioniste nel corpo indolente del cadavere rock, piuttosto che esplorare l’inevitabile altra sponda costituita dalla psichedelia nera di Jessamine, Bardo Pond e Hash Jar Tempo.

A partire dal 10" Scenic Recovery / Underwood 5ive (serie super 45 su Duophonic), che vede altresì l’ingresso di appena accennate partiture per batteria (l’immagine dello strumento è anche protagonista della copertina del singolo), i Labradford sembrano voler ripartire daccapo già dal titolo, omonimo, del loro terzo lavoro (Kranky, 1996).

L’impasto si caratterizza egregiamente su sonorità maggiormente luminose e cariche di pathos, come alimentate da un fervore e da una religiosità laica: battiti a scandire il ritmo cardiaco, voci sinuose dall’appeal marittimo, eleganza austera per gli archi e maestranza delle partiture di chitarra (il cui timbro è ora vero e proprio marchio della band), sono gli elementi caratterizzanti il novello e proficuo corso. Sembra quasi che la band voglia superare e dare senso alle visioni oscure ed enigmatiche di Prazision EP, ma questa nuova liturgia risuona in realtà come il voler porre la descrizione del fremito oscuro su di un piano più alto di astrazione.

I "segni" – a ben vedere – sono qui ancor più accentuati: si prenda la marcia funebre di Midrange, con quella scandita pantomima chitarristica progressivamente affossata da una fascia di tastiere da Richard Wright dell’aldilà, oppure l’ondeggiamento à la Rock Bottom di Pilo (percussioni minime e quasi spartane, fraseggi naivetè delle tastiere) che diventa divagazione ascetica, scala di luce per l’Empireo. Ma nulla è dato sapere: i Labradford si sono muniti di nuovi mezzi per dare alla luce oggetti e ambienti paradossalmente ancor più sinistri, che invece di approdare alla risoluzione di una situazione incompiuta, arrivano a capovolgere il tutto, a variarlo e a ricamare elucubrazioni, digressioni strumentali (Lake speed), rumori sottili e insistenti (Battered), folate da taiga desolata e labirinti di palpitazioni sottovoce (The cipher).

Oscuro, sordido e austero, a metà via tra ottimismo e disperazione, l’album è un intelligente ipertesto sulla metafisica del quotidiano, sul sommovimento astrale sotteso ad ogni esistenza. (8.0/10)

Tracce morriconiane di latinità

Nel frattempo un 12’’ split con i compagni d’etichetta Stars Of The Lid (la serie è The Kahanek Incident su Trance Syndacate) dà l’occasione al trio per approfondire amicizie e sondare nuovi territori. I Labradford rivisitano Central Texas (da The Ballasted Orchestra), spogliandolo nei rumori e dilatandolo all’infinito. Il quarto album giunge pochi mesi dopo e possiede, ancora una volta, un titolo in spagnolo: Mi Media Naranja (Kranky, 1997). La film music dei Labradford si sposta così da Badalamenti verso omaggi e suggestioni morriconiane. Il maestro, legato specie a Nelson sin dai tempi del primo brano in spagnolo Columna De La Independencia, è anch’esso simbolo di un altrove latino da sempre meta della visione in note e modulazioni di frequenze del musicista.

Ma è una mediterraneità vicina agli americani quella di Mi Media Naranja, un album western per chamber ensemble abbandonato nel deserto dell’entro terra spagnolo, una colonna sonora per saloon senza cowboy, l’istantanea di un’insegna arrugginita appena visibile sotto la coltre di sabbia trasportata dal vento, field recording immaginaria di radiazioni su set abbandonati dell’Arizona.

S, la traccia d’apertura, staglia una sezione d’archi che incalza un cristallino tema morriconiano in slow motion su un manto di sottili e vitrei glitch, rappresenta il segno più tangibile della cifra stilistica dei nostri: vasodilatazione delle arterie armoniche nella psichedelia di Tim Buckley, reminiscenze cinematografiche, cadenze docili su una manciata di accordi elettrici e sparuti lanciati lì come fossero coriandoli sottilissimi di suono.

Gli altri sei brani in scaletta sanciscono: sia la classicità del metodo compositivo sia la sua caratteristica derivativa. In G, ad esempio, costellata da mille trilli analogici, si dibatte asfittico un altro bel plagio dai temi per spaghetti western, o ancora in WR si denotano i dirottamenti chitarristici ambient di chiara matrice Lycia. Romantica, melodica, tutta fondata su crescendo asfittici che poi d’improvviso respirano a pieni polmoni (C), la musica dell’album è il punto d’arrivo, classico e perciò quasi inattaccabile, d’un quinquennio di Labradford pensiero. (6.5/10)

Il gruppo porta l’album in tour e alla fine del 1997, mentre voci di corridoio insinuano uno scioglimento. Nel frattempo, Mark Nelson – la personalità più forte del trio – sempre su Kranky, pubblica un album omonimo sotto la sigla Pan American (Pan American, Kranky, 1998), siglando l’inizio di una carriera solista.

Intermission L’ultimo avamposto freak, in un’Ibiza dominata da multinazionali del divertimento e da costosi intrattenimenti danzerecci, è un baldacchino di legno posto sulla duna di una spiaggia lontana dal nudismo vip di Sa Trincha e dal divertimento inglesoide di S. Antonio. Sulla cartina manco c’è, ma in quei pochi metri di sabbia che danno sul fronte del mare la musica che si ascolta al calar del sole è un misto di dub e saudade, di riverberi percussivi e echi di sirene. Una melodia, flebile e stonata, pacifica e indolentemente specchio del feel dopo rave, intrattiene gli astanti. Il mood è affascinante: pace e rassegnazione, forse pure una punta di funereo. Può essere una sensazione falsata da alcuni ragazzi che si sono persi nell’estate infinita, vivendo alla giornata aspettando l’alba, cullandosi nelle onde di questi strumenti che mimano il moto perpetuo del mare noncuranti del prima e del dopo, può essere; come è vero che quel suono ha qualcosa di sexy – è carnale – e traspone movimenti lenti e contorti, di corpi che si muovono sulla sabbia in preda a uno stordimento di salsedine, riso e Mojito.

Spuntano voci sussurranti, refrain di chitarre, percussioni steccate sul bordo che producono quel tipico suono – acuto ma sordo – delle percussioni sotto solvente dub, tentativi di scansionare il ritmo nel vano tentativo di puntellare dei momenti, di fissarli. È come se l’anima più liquida e carezzevole di Sade fosse dentro a queste note. È come se la psichedelia e i ralenti della scuola labradfordiana avessero cambiato pelle, acquistato un appeal balearico.

Registrato a Richmond, Virginia, tra casa e lo studio di Sound of Music, l’esordio di Nelson è più di un semplice divertissement. Segue le linee di un’astrazione cara alla scuola che dal primo Tortoise portano alle session del batterista Doug Scharin (HIM), ma procede verso un corpo originale, animato da uno stato d’animo e da un tocco del tutto personale. Non privo di difetti e un po’ approssimativo nelle tracce finali (Noun, Lake Supplies e la Tangerine Dream part one), l’album si giova delle azzeccate atmosfere della traccia d’apertura Starts Friday, prosegue nella convincente landa di Lent e culmina in Tract, apice della weltanschauung nelsoniana nonché mirabile esempio di fusione tra post-rock e dub. (7.0/10)

Nel frattempo, il gruppo non è mai stato attivo come in questo periodo. Durante il 1998, Nelson, Carter e Donne realizzano due tracce per la compilation After The Flood 2 assieme a Dale Lloyd, Jeffrey Taylor e Robert Horton e organizzano addirittura il Labradford First Annual Festival Of Drifting, un evento tenutosi a Londra che ha visto la partecipazione di ospiti illustri del panorama elettronico colto e non quali Pan Sonic e Bruce Gilbert, Vini Reilly, Tony Conrad e Ceci lia Chailly.

Quindi è la volta di E Luxo So (Kranky, maggio 1999), un altro lavoro stabile, luminoso, ricercato, rallentato, sorvolato dal sound epico-malinconico di Nelson e, almeno stavolta, arricchito dall’uso di campionatori e loop. Ormai le scorie industriali e post psichedeliche del primo album sono lontanissime e quello strato di sporcizia analogica che ne rendeva autentico l’acume esecutivo è qui totalmente svanito in un nitore imbarazzante.

Il sound così ottenuto è classico nel senso che cita se stesso infinite volte nella speranza di redimersi quale eterno, eternamente ripetuto, voluto, perseguito, ottenuto. Il twang della chitarra, che si libra sempre meno fantasiosamente in temi surf western, tende a concentrarsi su un rock da camera inamovibile, come accade in 1 (nel quale Nelson porta l’esperienza panamericana fondata su abili intrecci dub/elettronica sulla falsariga dei maestri Tortoise); 3 e 4, invece, fluttuano rispettivamente fra l’"ostinato" della musica seicentesca e ritmate accelerazioni jazzy. L’arte dei Labradford targati 1999 manca il bersaglio (estetico) proprio quando vi si approssima di più per eccesso di calcolo. (6.0/10)

Nelson solista e la fine dei Labradford

L’evidente voglia di inserire nel corpo del sound dei Labradford le esperienze acquisite in proprio portano quindi il chitarrista a riprendere in mano l’etichetta Pan American, al fine di testare in completa autonomia ciò che non era stato possibile nelle session in trio. Grazie a Casey Rice (The Bad Examples, Calliope) in cabina di regia, ricorrendo ancora al dub, ma anche alla cosiddetta micro techno cara ai To Rococo Rot, al sax messicaneggiante di Rob Mazurek e alla partecipazione al canto di Mimi Sparhawk e Al Sparhawk dei Low (in Code), Nelson confeziona 360/Business/260 Bypass (Kranky, 2000), ideale seguito dell’esordio nonché album discreto, marittimo e suggestivo.

I paragoni d’obbligo vanno agli specialisti dub minimalisti quali Pole, Senking e Basic Channel anche se la peculiarità di Nelson rimane quella di lasciare un’impronta di sé in ogni sua canzone, una danza improntata su passi profondi e riverberati, segno di una mente creativa pienamente a proprio agio con i mezzi a propria disposizione. (7.0/10)

Da una nuova collaborazione tra Labradford e Stars of the Lid nasce il progetto denominato Aix Em Klemm (Kranky, 2000). Stavolta ad incontrarsi (o meglio, a scambiarsi lettere) sono Bobby Donne e Adam Wiltzie: il primo si occupa di canto e chitarre, il secondo di basso, tastiere e campionamenti; ne esce un disco omonimo le cui sonorità non si discostano da quelle degli Stars of The Lid.

Più in specifico, i lunghi passaggi ambient, le reiterazioni di moto perpetuo e le asettiche percussioni, i pattern e gli incastri statici delle tastiere non arrivano ai livelli di fascinazione delle opere dei rispettivi gruppi. Soltanto nella conclusiva Sparkwood si arriva quasi a bissare lo stupore celestiale della hollisiana I believe in you. (5.5/10)

L’anno seguente segna l’ultima prova dei Labradford, Fixed::content (Kranky, 2001). Un lavoro essenziale fin dall’iniziale e incantevole Twenty. Ben 18 minuti di chitarre post-rock in stile Dave Pajo e qualche pennellata dreamy di piano elettrico riverberato sullo sfondo. Pare di sentire il pathos dei Papa M di Live From a Shark’s Cage, ma siamo al capolinea. Pur se egregiamente suonato e aggiornato, il metodo compositivo risente di quella che è una certa assuefazione del pubblico e fors’anche dei musicisti stessi. (6.4/10)

The River Made No Sound (Kranky, 2002), terzo album targato Pan American, arriva l’anno seguente siglando il lavoro più affascinante e fosco del Nelson solista. L’album si compone per lo più di paesaggi ambientali scolpiti tenendo ben a mente la lezione di Brian Eno (tutto da Music For Airports ad Apollo), diversificando però la discreet music di quest’ultimo attraverso compite incursioni sonore nell’immaginario dell’omonimo debutto panamericano: rotative dub lasciate libere di sfaldarsi in lente volute (St Cloud) e fantasmagorie paesaggistiche lisergiche (Settled) fanno un po’ il punto, in quel fatidico 2002, di che sia possibile creare guadando a fondo il pozzo ambient ormai ampiamente dragato e saccheggiato nei decenni.

For A Running Dog, Right of Return e Place Names sono invece quasi delle sculture aeree, vaporose, liquidescenti, sospinte dalla sublimazione interna a loro stesse di quella fede morriconiana nel chitarrismo basico e a ampie volute che Nelson adottò nei primissimi Labradford (Red Line ne è, in un certo senso, la conferma). Tolto ogni strumento e velleità dub, The River Made No Sound è uno stream of consciousness di oltre cinquanta minuti: i battiti della techno come scandagli di un’ansia esisenziale, i droni ambientali che riportano all’esordio labradfordiano Prazision, il fantasma di Badalamenti e delle montagne di Twin Peaks sono alcune delle tinte che emergono dal magma di quello che ha tutto l’aspetto di un piccolo capolavoro di genere nella discografia del nuovo millenio. (7.0/10)

E dunque arriviamo a Quiet City (Kranky, 2004), di due anni più tardi, quarto capitolo del progetto nelsoniano che questa volta s’accompagna a un DVD prodotto e diretto dal nostro con la collaborazione di Annie Feldmeier imprescindibile per la completa fruizione dell’opera.

Per la prima volta, in ogni brano in scaletta c’è il corrispettivo clip con i luoghi e le situazioni che ne hanno stimolato il tratto meditativo: strade oscure, illuminate da luci fioche che sembrano esaltare il buio e renderlo ancor più opprimente, ambienti freddi e geometricamente ordinati, figure umane sempre assenti (o tra parentesi) se non attraverso i segni del passaggio (automobili, arredamenti, segnaletica) o trasfigurate in memorie spettrali, quasi inquietanti.

Nelson torna al canto attraverso recitazione e sussurri che si disciolgono nelle dilatazioni elettroniche. Attorno una chamber music ambientale che si realizza. Charles Kim (Boxhead Ensemble), Tim Mulvenna (Vandermark 5) e David Max Crawford (Wilco), gli ospiti in punta di piedi. L’album (quasi) definitivo per il Nelson cantautore, narratore, scrittore, scenografo. Senza parole ovviamente e con il minimo numero di note possibili. (7.0/10)

2 febbraio 2004
2 febbraio 2004
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