Adele (UK)

Biografia

«Sono solo una cantante soul di canzoni pop»

25, il terzo disco in studio di Adele, ha mancato il primo posto nelle classifiche dei dischi più venduti del 2015 solamente in Corea del Sud (quarto posto) e Giappone (settimo), due mercati estremamente competitivi dove è sempre difficile penetrare per gli act internazionali. Nel resto del mondo, il disco è stato il più grande successo di quell’anno e uno dei più grandi di tutti i tempi, anche di quando i dischi si vendevano per davvero. E il dato straordinario è la data di pubblicazione di 25: il 20 novembre. Questo enorme successo di vendite ottenuto in un solo mese è un elemento che non può essere tralasciato, ma deve essere uno dei punti di partenza per capire l’artista e il fenomeno Adele, nata a North London, arrivata alla ribalta grazie a un paio di brani postati online, capace di mettere d’accordo la critica mainstream e un pubblico enorme che passa attraverso confini e generazioni. Adele è oggi dove ha voluto arrivare, conquistandosi lo spazio che pensava spettasse alla sua storia da cuore spezzato cantata dalla sua potente voce da mezzo-contralto con una determinazione e una capacità di gestirsi (e gestire) che le ha permesso, nel bene e nel male, di continuare a essere se stessa e di diventare un’icona pop. Ed è facile per milioni di fan identificarsi in lei, perché quello che canta è, nel bene e nel male, classico, fuori dal tempo, ma fatto della materia stessa del soul e dell’r’n’b nel quale affondano le sue canzoni: pene d’amore, sentirsi diversi, la vita difficile, le occasioni sprecate, i desideri infranti e quelle coccole d’amore che consolano.

La ragazza da North London

Adele Laurie Blue Adkins, questo il suo nome completo, nasce a Tottenham, nel nord della metropoli londinese, il 5 maggio del 1988. Sua madre, Penny Adkins, ha appena diciotto anni e il padre, un gallese che risponde al nome di Marc Evans, rimane nei paraggi solamente per un paio d’anni, poi fa ritorno a ovest, senza – pare – avere più contatti con la figlia fino a quando non sarà famosa (e le cose non andranno benissimo). Adele cresce come una qualsiasi ragazzina inglese degli anni Novanta, colpo di fulmine per le Spice Girls comprese. Per Adele, che già aveva provato diversi strumenti, le cinque ragazze assolutamente normali che cantano e raggiungono il successo planetario sono una rivelazione, ed eroine in cui è fin troppo facile identificarsi. Lo racconterà da adulta, ma è lì scatta qualcosa che ha a che fare con il girl power. L’opportunità di provarci arriva da adolescente, quando ha la possibilità di iscriversi alla BRIT School for Performing Arts & Technology di Croydon, nel sud della Greater London, la stessa scuola che ha frequentato anche un altro fenomeno musicale made in UK di quegli anni: Amy Winehouse. Fin troppo facile vedere la stella del destino cominciare a disegnare una parabola in cielo…

«Quando è uscito il primo disco delle Spice Girls è stato un momento importante della mia vita. Era girl power. Erano cinque ragazze normali che ce la facevano e uscivano allo scoperto. Volevo uscire anch’io»

Risale a quegli anni di formazione anche il primo brano mai pubblicato da Adele, poi finito nel primo disco. Si tratta di Hometown Glory, dedicato alla zona di West Norwood, sempre suburbia della capitale, dove la musicista si è trasferita con la madre. Ballatona al piano, dove la voce già riconoscibilissima di Adele gigioneggia un po’, ma dipinge il primo credibile affresco da storia difficile, radici popolari e core grande che sarà uno dei binari su cui si incamminerà la sua carriera. La passione per il gruppo americano delle Destiny’s Child fa intravedere anche l’appeal che il pop americano, quello intriso di blackness, ha per il suo acerbo talento di songwriter, ma l’attaccamento al posto da cui Adele proviene, in un tentativo costante di mettere a fuoco la propria identità, rimanda anche alla Jennifer Lopez d’antan, quella che doveva rimarcare che a lei, la Jenny from the block, niente era stato regalato e che il successo era sudato fino all’ultima goccia.

XL? Non è un’etichetta discografica

A cambiare per sempre la vita di Adele, a sentire la leggenda che lei stessa va raccontando, è stato un paio di canzoni scritte ai tempi della scuola di Croydon, le cui registrazioni finiscono online su Platforms Magazine, precisamente sul numero 4, insieme a un paio di registrazioni, per esempio, di un ben più maturo Robert Miles, e su MySpace, quando ancora la piattaforma aveva un ruolo nella musica.  È il 2006 e i due brani (Daydreamer, che diventerà l’opening di 19, My Same) giungono all’orecchio anche di Richard Russell, capo di XL Recordings, che la chiama. La leggenda continua con Adele che accetta di andare al colloquio, ma che non si fida, perché nonostante l’etichetta avesse già in catalogo un paio di dischi dei Radiohead e quelli dei White Stripes, Adele da North London, allevata artisticamente nella scuola che ha formato la già citata Winehouse, i Kooks e Imogen Heap, non la conosce. Tutto però fila liscio e Russell e la diciottenne siglano un accordo che porta al debutto discografico nel 2008.

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Quando 19 arriva sugli scaffali dei negozi di dischi – e visto il personaggio, è un’immagine figurata solo fino a un certo punto – il mercato ha già accolto a braccia aperte Back to Black di Amy Winehouse e ha già mandato giù le Soul Sessions di un’altra giovanissima (appena un anno più di Adele) singer, Joss Stone. La prima sarà destinata a una parabola degna di Icaro, verso il sole e ancora più su, bruciata troppo presto ma pronta per la leggenda; la seconda prometterà moltissimo senza saper reggere, forse perché senza la stoffa necessaria per trasformarsi da cometa in star. Il primo disco di Adele si incastra qui, assesta un paio di colpi fortissimi e si propone in continuità con un soul/r’n’b/pop classico che non tramonterà mai. In diretta, la stampa non sa davvero come trattarla e si difende rapidamente nel paragone con la Winehouse. Nella recensione sulle nostre colonne, Teresa Greco sottolinea opportunamente che «la forza dell’album sta tutta nelle capacità interpretative di Adele», cogliendo nel segno forse più di quanto si aspettasse lei stessa. La formula che propone è, apparentemente, semplice al limite della banalità: «sono solo una cantante soul di canzoni pop», dice lei stessa. Ma il suo blue-eyed soul, unito all’entusiamo giovanile e al feeling da kid-from-the-block – una di noi potremmo dire – conquista subito tutto lo UK.

«Etta James è la mia cantante preferita di tutti i tempi: ha la più bella voce del mondo»

Il 28 gennaio, data della release, 19 appare direttamente al primo posto della classifica UK. A marzo 2016, nel solo Regno Unito, l’album ha venduto oltre 2 milioni di copie. È una situazione da tempi d’oro del vinile, non da anni Duemila, quelli del non-si-vendono-più-i-dischi e da crisi del settore discografico, ma numeri che certificano come Adele viva (e vivrà sempre) il suo rapporto con il business in modo unico nel panorama d’oggi. Negli USA le cose vanno analogamente, con il disco che nel tempo supera abbondantemente quota 3 milioni. In parallelo alle avventure di 19, Adele diventa l’oggetto delle curiosità del mondo del gossip: chi è questa questa bionda cicciottella che si porta a casa Mercury Prize (2008) e Grammy Award (2009) con la sua potente voce soul? Tra le sonorità retrò, molto Seventies, che mette nei brani (una Chasing Pavements che rimanda a Peggy Lee e Dusty Springfield), l’accorato folk/soul di Daydreaming, il funk che traspare da Could Shoulder e qualche spruzzo di classicissimo e patinatissimo jazz, Adele racconta di «continuare a sbronzarsi in camera» (il true-to-myself che affiora) e cita Etta James ed Ella Fitzgerald tra le sue influenze musicali. Ma anche qui si insinua un po’ di mistificazione, perché pare che per lungo tempo Adele non sapesse chi fossero le due grandi cantanti americane, e che ne abbia comprato due CD perché in offerta 2×1 a 5 sterline in un negozio di musica.

Back to mama

Se il lato pubblico è un razzo puntato sulla Luna, le cose non vanno altrettanto bene in privato. Adele ha due relazioni difficili. La prima è quella con la bottiglia, ché quelle sbronze diventano troppo frequenti, troppo devastanti col passare del tempo. E la seconda è con un boyfriend, anzi un ex-boyfriend, anche lui con una relazione intensa con l’alcol. Le due cose insieme portano alla cancellazione di una parte delle date del tour USA. Adele ne parla come di una vera e propria crisi tipica dell’inizio di carriere così fulminanti: troppo tutto in fretta addosso a una ragazza che ha solo 19 anni? Una ragazza un po’ sovrappeso – fatto puntualmente ricordato dai giornali scandalistici – che forse non ha le spalle abbastanza larghe, o forse ha il cuore programmato per vivere tutto senza troppi filtri. Il risultato è che si torna dalla mamma, a Notting Hill: è novembre e Adele decide di smettere di bere.

Nello stesso periodo, complice il giro americano, Adele entra per la prima volta in contatto con il country, un genere e una famiglia di sottogeneri che non fanno parte del suo DNA musicale casalingo. Eppure tra il suo mondo e quello di Nashville sente e trova un legame evidente e profondo. Sono le premesse tecniche per i brani del secondo disco, scritti però con il cuore a pezzi. Le cose con gli uomini non vanno bene, Adele sembra la classica ragazza della porta accanto che non riesce a stare lontana da quelli che la fanno soffrire. E la situazione potrebbe addirittura peggiorare, perché ora che ci sono soldi e fama, le iene si moltiplicano. Siamo così di fronte al rischio dello scuro abisso che ha inghiottito Amy Winehouse? Adele forse ci va vicino, ma trova proprio nella musica lo sfogo e il conforto che le permettono di sopportare le ferite di un cuore spezzato per scelta unilaterale altrui.

«Mi piace un po’ di drama. Non è una cosa bella. Posso cambiare molto velocemente»

Il secondo disco di Adele, intitolato semplicemente 21, ancora una volta seguendo lo schema titolo-età all’epoca della composizione dei brani, esce alla fine di febbraio del 2011. Anche in questo caso entra subito al primo posto un po’ ovunque nel mondo, bissa il successo commerciale dell’esordio e, se non bastasse quello già raggiunto, allarga ulteriormente il potenziale e il reale bacino dei fan della cantante. Merito dell’accostamento alle sonorità country, che le aprono definitivamente le porte del mercato USA, ma anche di un aumento dei decibel di alcuni brani. A cominciare da Someone Like You, simbolo/chiave di tutto il disco, un urlo forte e chiaro di una donna ferita all’uomo che ha scelto l’altra, che si è sistemato con lei, che l’ha abbandonata, infrangendo le promesse di felicità. È la quadratura di quel cerchio che la Nostra aveva cominciato a disegnare tre anni prima: brano perfetto per i fan, imperfetti come la sua interprete, fragili come lei, ma che si identificano in una Adele che riesce a trovare dentro di sé quella forza per esorcizzare le ferite. Ferite, invece, che vengono sparse di sale in uno degli altri grandi successi del disco, Rolling In The Deep, il brano della rabbia: «Now I’m gonna make your head burn / Think of me in the depths of your despair», tanto per essere chiari.

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Se parte del segreto del disco sta nell’allargamento verso ovest delle influenze musicali, umanamente e tecnicamente c’è anche altro. Per scrivere e registrare i primi take, Adele si rifugia a Malibu, in California, e l’influenza si sente soprattutto negli arrangiamenti del disco più vicini al rock – si ascolti proprio Rolling In The Deep e Rumors Has It; la giusta distanza dalla propria quotidianità, inoltre, le serve per mettere in prospettiva la propria vita, che fino ad allora sembra un continuo susseguirsi di scene madri a causa delle quali il suo cuore giovane fatica a trovare quiete e pace. Alla produzione pensa quel guru di Rick Rubin, produttore che più che occuparsi del lato tecnico (comunque curatissimo, anche in questo secondo episodio) sostiene le anime dei propri assistiti. Adele sembra sempre fin troppo genuina, perfetta coesione di ciò che canta e ciò che è, tanto che quando interpreta brani d’altri perde un po’ di smalto. Succede in 19 per la cover di Make You Feel My Love di Bob Dylan, si conferma qui con Lovesong dei Cure. Scrivevamo in sede di recensione, e a distanza di anni sembra ancora pudico il pensiero, che dovevamo «scrivere il nome di Adele tra quelli da seguire nel prossimo futuro». Non ci eravamo del tutto accorti che Adele, il suo futuro, lo aveva appena assicurato.

Finalmente serena?

Il 2012 è un anno straordinario. Inizia con sei Grammy Awards (allora l’unica, assieme all’ammirata Beyoncé) e prosegue con uno di quei passaggi che trasmettono immediatamente lo status del brand Adele. Assieme al fido collaboratore/autore Paul Epworth, la ragazza che sfoggia una cotonatura degna di Dusty Springfield, entra negli Abbey Road Studios di Londra per registrare Skyfall, brano che sarà tema principale dell’omonimo film di James Bond. Per Adele è uno dei momenti «più pieni d’orgoglio della mia vita» e certifica la dimensione mondiale raggiunta. La colonna sonora del Bond-movie porta anche alla definitiva conquista della California, con il Golden Globe Award vinto per la miglior canzone originale. Ma oramai i premi non si contano più, sono all’ordine del giorno, sembra quasi che Adele possa cantare la lista della spesa e le ovazioni seguiranno puntuali.

Nello stesso periodo, la cantante chiede al pubblico di non avere troppa fretta per il nuovo disco, che arriverà, ma non prima di avere messo a fuoco idee e intenzioni. L’intervallo si fa più prolungato, forse, di quanto preventivato, perché senza rinunciare del tutto alle proprie apparizioni pubbliche e televisive, Adele trova un compagno che sembra darle la stabilità personale che sembra aver già raggiunto dal punto di vista professionale. L’unione dei due significa anche maternità, un’attività – lo racconta lei stessa – da mamma ordinaria, da scarpe da ginnastica e da quotidianità banale. Forse quella stessa serenità che in casa sua non c’è mai davvero stata e che le sembra il massimo che si possa chiedere alla vita, una vita da Common People, verrebbe da dire. Solo che la mamma, oramai definitivamente adulta, quando va “a lavorare” lo fa in posti come la O2 Arena o nei più importanti programmi televisivi del mondo.

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La terza età di Adele

Il titolo del disco, in realtà, è un po’ ingannevole. Quando 25 esce alla fine del 2015, Adele ha oramai 27 anni, ma vuole comunque pagare tributo all’età che aveva quando la maggior parte del corpus di canzoni che lo compongono è stato scritto. Scrivevamo allora, in diretta, che «Adele mette subito le cose in chiaro, per tutti i fan che temevano un cambio di traiettoria nella sua musica: Hello, it’s me, le prime parole» dell’opening track «fugano tutti i dubbi e collocano 25 là dove era prevedibile: la scia di 21, un disco da 31 milioni di copie che da solo, qualcuno ha detto sorridendo, ha salvato l’industria discografica». Adele è cresciuta e cambiata, non è più la ragazza ferita che le canta e le suona in mondovisione all’uomo che l’ha abbandonata, non rimane ingabbiata (poeticamente e personalmente) nel mood a là Alanis Morissette circa You Oughta Know (1995). Ora ha una famiglia, una sicurezza economica e una tranquillità mediatica invidiabile, sicuramente d’altri tempi. È oramai una vera e propria star come non se ne vedevano più da anni, un’artista che quando si muove (con i dovuti distinguo) crea fibrillazione cone Frank Sinatra.

Il tempo che è passato non si sente, con il discorso musicale che continua laddove si era interrotto 21, ma sul piano umano, nonostante la tranquillità, non è stato un periodo facile. A 24 anni Adele si è trovata sul tetto del mondo, ma ha avuto anche paura che tutto fosse già da declinare al passato: un’emorragia alla gola che ne avrebbe potuto compromettere le doti vocali e un’operazione chirurgica fatta con la paura di dover dire addio a tutto quello che aveva tenacemente costruito. Nel 2015, invece, messi da parte i problemi fisici, Adele ha un figlio di tre anni, un compagno ultraquarantenne che viene dal mondo bancario e, dice, una vita quotidiana tutt’altro che interessante: la banalità eretta a motto, «tutti abbiamo una possibilità di brillare». Una personaggio, scrivevamo in sede di recensione, che «con il suo rapporto complesso con il girovita, la fragilità sentimentale e le radici ben piantate nella suburbia inglese, riesce a mettere d’accordo in un colpo solo madri e figlie: le prime nostalgiche di un sound d’altri tempi, le seconde incluse per le tematiche eterne d’amore bruciato, di nostalgia tardoadolescenziale e di rimpianto che contraddistinguono tutto il repertorio della musicista».

«Non faccio musica per gli occhi, faccio musica per le orecchie»

Sul fronte musicale siamo definitivamente dalle parti dell’Elton John più mainstream dell’ultima parte della carriera, con un po’ di George BrassensRandy Newman (quest’ultimo soprattutto sul fronte narrativo), un attaccamento ai luoghi delle radici ancora presentissimo (River Lea, con Danger Mouse), una già fortissima nostalgia dei tempi che furono (When We Were Young). Anche sul fronte delle vendite, come si è detto all’inizio, le cose vanno alla grandissima, con un venduto che da solo giustifica lo stipendio di buona parte della casa discografica e di produzione per cui il disco esce. Ma Adele non sembra una diva capricciosa e nelle interviste che si possono trovare in Rete, sembra non curarsi delle parolacce, sembra essere rimasta la ragazza di North London di quando ha cominciato, solamente 8 anni prima…

Radici, famiglia, valori della ragazza di North London emergono spontanei come le emozioni alla 59° edizione dei Grammy Awards allo Staple Center di Los Angeles. Adele porta a casa cinque statuette (Song of the Year, Record of the Year e Best Pop Solo Performance per Hello; Album of the Year e Best Pop Vocal Album per 25) su cinque nomination, confermando il suo status di regina del mainstream mondiale. Ma quando le consegnano il grammofono per l’album dell’anno non ci sta, lo spezza a metà, con fare quasi cristico, e ne consegna metà a Beyoncé, seduta in platea, perché a suo giudizio Lemonade meritiva più di 25. La pasticciona Adele riaffiora anche nell’esecuzione tributo di Fastlove di George Michael, l’attacco del pezzo non la convince, si ferma e riparte: “Non posso fare casino con lui: era uno dei miei preferiti e si merita un tributo onorevole”. E infine la famiglia, con l’annuncio implicito che lei e Simon Konecki, il padre del suo unico figlio, sono convolati a nozze. Tutto torna, sempre lì, nel cuore di una ragazza in fondo semplice, che sa riconoscere il bello e il buono della vita e che non esita un minuto se c’è da faticare per prendersi lo spazio che pensa che la sua vociona e i suoi sentimenti pop(olari) si meritino.

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