Afterhours (IT)

Biografia

Gli Afterhours vengono considerati assieme ai cuneensi Marlene Kuntz la band simbolo del rock italiano anni ’90, quello che lasciava intuire un nuovo corso per sonorità elettriche ad alto voltaggio emotivo, sulla scorta dell’impatto prima e della lunga metabolizzazione poi del fenomeno grunge. La particolarità degli Afterhours è stata fin da subito una netta personalizzazione della proposta in virtù della figura istrionica del fondatore e leader Manuel Agnelli, milanese classe ’66, chitarrista e cantante dal timbro graffiante e impetuoso, le cui attitudini musicali guardano al rock anglosassone (uno spettro che va dalla new wave alla psichedelia, passando per il folk, il punk e la no wave) ma non disdegnano la propensione melodica tipicamente italiana e persino cantautorale. In un certo senso gli Afterhours tentano di sintetizzare nel loro fare rock gli aspetti più tradizionali e sperimentali del pop-rock italiano come se intendessero dimostrare la necessità di una loro compenetrazione, utilizzando allo scopo modi e forme dal respiro internazionale senza però tradire nei loro confronti alcuna sudditanza. Nei loro album è pur sempre ravvisabile una vena progettuale forte, un’angolazione rock che non dà adito a proseliti proprio per l’estrema peculiarità ma che nel suo volersi incisiva, coraggiosa, massimalista, risolta in quanto linguaggio specifico e strutturato, rappresenta una situazione esemplare in un Paese che probabilmente non ha mai preso il rock abbastanza sul serio.

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Foto di Ilaira Magliocchetti Lombi

La band prende vita a Milano sul finire degli 80’s per volontà di Manuel Agnelli. Inizialmente è un quartetto che fa perno su un’idea rock dal lirismo ruvido e volitivo, segnatamente USA, come è palpabile nel mini album d’esordio All The Good Children Go To Hell. Ben presto però la proposta si struttura e diversifica. Da Toast Records passano a Vox Pop, etichetta allestita in proprio con la quale pubblicano il mini During Christine’s Sleep nel quale, tra le altre, compare Inside Marilyn Three Times, canovaccio per la futura Dentro Marilyn. Dopo la partecipazione ad un tributo ai Joy Division organizzato da Vox Pop (Shadowplay, il pezzo reinterpretato), arriva un EP dal piglio ben più tumultuoso e bizzarro come Cocaine Head, riconducibile per molti versi al coevo lavoro dei Red Hot Chili Peppers, di certo post punk versante Cramps e del grunge. Al plauso della stampa specializzata italiana fanno eco gli elogi di testate straniere autorevoli come Alternative Press.

Tra il ’92 e il ’95 la band matura il nocciolo poetico attorno a cui graviterà tutta la successiva produzione: l’ingresso in formazione del batterista Giorgio Prette precede di poco il secondo lavoro lungo Pop Kills Your Soul, le cui canzoni sono costruite attorno a melodie accattivanti e trovate d’impatto, in un gioco di negazione e attrazione tra rock e pop. Gli Afterhours a quel punto cominciano a sentirsi stretti nella sottoghettizzazione “indie” italiana. Soprattutto, vedono nel cantato in inglese un limite da cui decidono di smarcarsi. La partecipazione a E cantava le canzoni (EMI, 1993), album tributo a Rino Gaetano, di cui interpretano Mio fratello è figlio unico, coincide con la prima prova in italiano della band, seguita a breve da un’altra partecipazione ad un tributo, I Disertori (Columbia, 1994), dedicato ad Ivano Fossati, del quale interpretano La canzone popolare. Col terzo album Germi scelgono per i testi la lingua italiana, affiancando ai pezzi nuovi le riletture di quattro cavalli di battaglia dei precedenti lavori (Ossigeno, Pop e Vieni dentro sono in sostanza le traduzioni di Oxygen, Come inside e Pop Kills Your Soul), mentre Dentro Marilyn riprende Inside Marilyn Three Times enfatizzandone il chorus in senso melodico. Il quartetto – Agnelli, Prette, Iriondo e Zerilli – sembra muoversi in un solco facinoroso e tentacolare, producendo una calligrafia satura di tensione, sospesa tra l’attitudine sperimentale (portata in dote soprattutto da Xabier Iriondo, chitarrista votato alle dissonanze scorticate ed evocative), la vena rock-hardcore e le sempre più palpabili suggestioni pop. Una strana e fruttuosa forma di equilibrio, corroborata dalla “consacrazione” di Mina che nel ’97 inserisce la propria interpretazione di Dentro Marilyn (reintitolata Tre volte dentro me) nel proprio album Leggera (PDU, 1997), galeotta la figlia Benedetta che, divenuta amica di Manuel, fa conoscere il pezzo alla Tigre di Cremona.

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Foto di Giulio Mazzi

Defunta Vox Pop, gli Afterhours firmano per la Mescal di Valerio Soave, per la quale nel 1997 esce Hai paura del buio?, disco in cui la scrittura di Agnelli – autore di quasi tutti i pezzi – raggiunge nuovi livelli di ecletticità ed istrionismo (anche per i testi, composti con la tecnica burroughsiana del cut-up), senza con ciò sminuire il contributo di Iriondo e Prette, nonché di un elemento aggiunto come il violinista Dario Ciffo. Un pezzo come Male di miele acquista subito (e forse anche con un certo merito) la nomea di “risposta italiana a Smells like teen spirit”, mentre Pelle e Voglio una pelle splendida sottolineano la felice attitudine alle ballate melodiche percorse da una sottile e intrigante vena di malattia. Il disco consacra gli Afterhours come fenomeno anomalo, adorato da quanti ci vedono una risposta forse un po’ tardiva ma autorevole alle vampe grunge/hardcore e agli azzardi del post-rock, oppure un aggiornamento dell’approccio espanso e irriverente di un Battisti, al contrario avverso da coloro che li interpretano come una furba miscela di espedienti.

Non è per sempre del 1999, prodotto da Fabio Magistrali e Maurice Andiloro, è un album più compatto (“appena” 13 pezzi), meno disposto a siparietti bizzarri, tuttavia la forbice tra la vena carezzevole, l’acidità e la sperimentazione si allarga azzeccando in qualche circostanza una sintesi notevole. La presenza di due pezzi leggeri come Baby Fiducia e Bianca segna la percezione di questo disco, che pure presenta episodi visionari e acidi come Oppio o la nevrastenia Suicide di Milano circonvallazione esterna. La direzione comunque è segnata e Iriondo decide di non seguirla, per dare vita a situazioni soniche più azzardate come i Six Minute War Madness ed il relativo side project A Short Apnea (assieme a Paolo Cantù e Fabio Magistrali). Gli Afterhours divengono così sempre più il progetto di Agnelli, che nel frattempo ha diversificato il raggio d’azione facendosi valere come produttore per Cristina Donà, Scisma, Verdena, Massimo Volume e Marco Parente (nel novembre 2001 gli viene assegnato l’Italian Music Awards come miglior produttore italiano), disimpegnandosi come scrittore con Il meraviglioso tubetto (Mondadori, 2000), realizzando assieme ad Emidio Clementi dei Massimo Volume il reading Gli Agnelli Clementi, infine e soprattutto organizzando il festival itinerante Tora! Tora!, sorta di vetrina live della scena alternativa italiana sulla falsariga dello statunitense Lollapalooza. Siam tre piccoli porcellin del 2001 è una testimonianza live in due dischi – una parte elettrica e l’altra acustica – che fa antologia del repertorio in italiano più una resa unplugged della springsteeniana State Trooper e l’inedita La sinfonia dei topi. afterhours

Foto di Ilaria Magliochetti Lombi (2012)

Sostituita la chitarra obliqua di Iriondo col violino di Dario Ciffo, con Quello che non c’è del 2002 il pop viene accantonato per una psych acida con escursioni punk-noise e digressioni strumentali, coi testi che sposano una intensità più intimista e un pizzico meno visionaria. Caratteristica comune ai pezzi è il senso di sbrigliatezza strumentale che regala code erratiche, distorte, mentre riff potenti e melodie intense si danno il cambio definendo un perimetro rock tumultuoso ma sensibile, o se preferite adulto. La title track apre le danze col suo splendido crescendo introspettivo su temi esistenziali candidandosi a pezzo chiave del repertorio Afterhours, mentre Varanasi Baby e Bye Bye Bombay – col loro lirismo impetuoso – sono il retaggio di un viaggio in India compiuto da Agnelli assieme a Emidio Clementi. Tocca a Bungee Jumping e Non sono immaginario alzare ulteriormente il tasso acido della scaletta, così come le languide La gente sta male e Il mio ruolo rappresentano il lato più raccolto e riflessivo. Curioso infine l’esperimento di reading à la Massimo Volume di Ritorno a casa, destinato a rimanere un momento isolato nel repertorio. L’attività live conseguente li porta a dividere il palcoscenico con calibri quali Mercury Rev e – soprattutto – i Twilight Singers di Greg Dulli. Proprio l’ex-leader degli Afghan Whigs diverrà co-produttore artistico di Ballate per piccole iene, album del 2005 che vede il linguaggio quadrare ulteriormente verso una psichedelia ruvida e compatta. In questo senso, è un album che segna un parziale inaridimento della vena, nel quale ad episodi convincenti (la sordidezza incalzante di Ballata per la mia piccola iena) si contrappongono ordigni volenterosi ma didascalici (come  la nocchiuta filastrocca de La vedova bianca) oppure formalmente irrisolti (come la scabra alternanza tra sussurri e grida nella languida Ci sono molti modi). Anche il contributo di Greg Dulli – co-produttore del disco – sembra andare in questa direzione, limitandosi ad una overdose drammaturgica in prevedibile stile Afghan Whigs (nella torbida Il sangue di Giuda e nella decadente Carne fresca). Da sottolineare senz’altro la presenza di John Parish al missaggio, che di sicuro contribuisce a rendere la trama più intensa e “squamosa”. Si tratta insomma di una buona prova macchiata da una certa rigidità compositiva e formale, a cui sfugge quella specie di spettro caludicante che è Il compleanno di Andrea, ballata subdola, febbrile e accorata, la più convincente del programma. La dimensione internazionale viene ribadita dalla pubblicazione di Ballads for Little Hyenas, ovviamente la versione in inglese di Ballate per piccole iene (con la scaletta arricchita dalla cover della loureediana The Bed).

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Foto di Ilaria Magliochetti Lombi (2012)

Concluso il rapporto con Mescal, arriva l’accordo con Universal, preludio ad un nuovo capitolo che, malgrado il cappello della major, segnerà una svolta rispetto al rassicurante percorso degli ultimi dischi. I milanesi ammazzano il sabato del 2008 è infatti un album spiazzante, zeppo di sottintesi dolciastri e allusioni morbose, depistaggi folk-psych e vampe funk-wave, che molto deve al contributo del polistrumentista Enrico Gabrielli (già nei Mariposa), ultimo entrato in formazione. Non a caso molti parlano di ritorno sul registro eclettico di Hai paura del buio?, vale a dire un carosello di episodi che non hanno paura di svariare e sconcertare, vedi Riprendere Berlino col suo funk tribale e il folk-psych, oppure E’ dura essere Silvan che mitraglia un siparietto art-wave-punk o infine la giocosa amarezza di Tema: la mia città, veemente impertinenza sonica Flaming Lips applicata su un beffardo germoglio folk.

Sorprende a questo punto la scelta di partecipare a Sanremo nel 2009 con un pezzo – Il paese è reale – che certifica la tensione popular in un ambito segnatamente rock, rappresentando il preludio al progetto (anch’esso intitolato Il paese è reale) che vedrà raccogliere in un doppio volume pezzi inediti di diciotto nomi della cosiddetta scena alternativa italiana (da Marco Parente agli Zu, passando per Zen Circus, Teatro degli Orrori e Cesare Basile…). Decaduto dopo solo un album il contratto con la Universal, e dopo una pressoché incessante attività live, nel 2012, per la propria etichetta Germi / Artist First, esce Padania (che avrà poi distribuzione internazionale grazie a Rough Trade), album che vede il rientro di Xabier Iriondo in formazione. E’ un segno importante che infatti coincide con un album che spinge forte sul pedale della sperimentazione formale: bizzarria spiazzante, non-linearità stilistica come shock espressivo ad aprire brecce nei timpani imbalsamati dalla consuetudine. Assieme alle chitarre scorticate di Xabier torna forte quel senso di popular portato al limite dell’antigrazioso, in bella simbiosi con Rodrigo D’Erasmo, vero diavolo a quattro dell’operazione alle prese col violino e non solo. Sorprende dunque il lirismo arty dell’iniziale Metamorfosi – coi melismi e i gorgheggi a scomodare paragoni con gli amati Demetrio StratosDiamanda Galàs – così come l’hard-blues svalvolato di Giù nei tuoi occhi, quella Ci sarà una bella luce che scozza il primo Captain Beefheart tra blues basale e samba noise, lo slackerismo esacerbato di Io so chi sono e l’impeto sofisticato della teatrale Terra di nessuno. E’ insomma l’album ambizioso e strutturato di una band ancora capace di essere all’altezza di tali ambizioni. afterhours_magliocchetti005-1

Foto di Ilaria Magliochetti Lombi (2016)

Nel marzo del 2014 viene pubblicata un’edizione speciale per celebrare Hai paura del buio? che aggiunge al programma originale una rivisitazione dei pezzi con ospiti quali Afghan Whigs, Mark Lanegan, Teatro degli Orrori, Piers Faccini e Cristina Donà tra gli altri. Nel novembre del 2014 viene annunciata ufficialmente l’uscita dal gruppo del batterista e membro storico Giorgio Prette. Gli Afterhours che si mettono al lavoro sul successore di Padania vedono quindi i soli Agnelli e Iriondo superstiti dalla formazione originale, affiancati da Dell’Era e D’Erasmo più Fabio Rondanini (batteria) e Stefano Pilia (chitarra). Folfiri o Folfox, il nuovo album, esce a maggio 2016 ed è addirittura un doppio, i cui pezzi molto devono al recente lutto familiare che ha colpito Agnelli. Sorretto da una rinnovata ispirazione, sembra tutt’altro che l’album di una band alla frutta dopo 28 anni di carriera, ribadiamo in sede di recensione, anzi, è l’ennesima buona tappa di un percorso artistico che dimostra ancora una volta una spinta vitale e creativa invidiabile, meno incasellata negli stereotipi rispetto al passato e per nulla spaventata dal cambiamento. Il disco metabolizza la sparizione di vecchi legami e vede rinvigorirsi nuove connessioni mettendo in scena uno pseudo concept su morte e rinascita o anche sulla malattia, dato che Folfiri e Folfox sono sigle che indicano due tipologie di trattamenti chemioterapici a cui probabilmente il padre del musicista si era sottoposto prima della dipartita. Si passa dalla ballata in puro stile Afterhours (Grande) all’avant-noise furente e inesorabile (Il mio popolo si fa, in pratica una Male di miele aggiornata al nuovo corso musicale della band milanese), al pop (Bianca, Non è per sempre), all’ambient (San Miguel, brano scritto in onore della «preghiera dei piloti che portano la cocaina dal Perù alla Bolivia» – fonte: Il Mucchio), ma sono brani come L’odore della giacca di mio padre, Qualche tipo di grandezza e Cetuximab che determinano l’andatura e il tono generale del disco, grazie ad una ricchezza formale inedita e trasversale, tra partiture per piano e voce, avventurose distorsioni e strati di sovraincisioni.

Nel maggio del 2016 viene annunciata la partecipazione di Manuel Agnelli al programma X-Factor in veste di giudice.

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