Bachi Da Pietra (IT)

Biografia

Nati nel 2004 dall’unione tra il batterista Bruno Dorella (OvO, Ronin, già Wolfango) e il chitarrista Giovanni Succi (già Madrigali Magri, ora con La Morte e in solo), i Bachi Da Pietra sono una formazione minimal-rock tanto blues (scarnificato)-oriented quanto folk nel senso peculiare di un’appartenenza alla terra che richiama direttamente la ragione sociale. Un percorso musicale che ha unito due musicisti in apparenza distanti: l’uno fortemente legato alla sua terra, sguardo acuto e silenzi di quelli che mettono soggezione, con alle spalle una esperienza minore ma estremamente caratterizzata e apprezzata dalla critica quale era quella dei Madrigali Magri; l’altro apolide e giramondo, batterista mancino illuminato sulla via della no wave, già in scena col pop storto dei Wolfango sul finire dei ’90, padre-padrone dell’etichetta Bar La Muerte, ma soprattutto rispettato esponente nel giro avant-grind con gli OvO condivisi con Stefania Alos Pedretti e poi eclettico chitarrista dei Ronin, formazione libera e mutante. Nel percorso condiviso come Bachi da Pietra è individuabile una certa affinità di fondo tra modi e mondi in apparenza così diversi. In particolar modo, la pressante necessità materica di una musica che sia più “sotterranea” possibile, lontana dagli strepitii e dalle dichiarazioni di intenti, ma che scavi anche nella tradizione della propria terra. Folk nel senso etimologico del termine e pur non sfruttando appieno i codici di genere, in una rivisitazione che è una forma sussurrata, quasi impercettibile, proprio come il lavoro sulla materia dei fantomatici insetti che danno il nome al progetto. Una caratteristica che si è mantenuta tale nel corso dei dischi e che, anzi, svelando via via una formula musicale eclettica e varia, si è ritrovata, nell’ultima incarnazione del duo, a manifestarsi nelle vesti corpose del rock più hard & heavy senza per questo perdere molto in immaginario e forza evocatrice.

La prima manifestazione a nome Bachi da Pietra giunge con l’esordio Tornare Nella Terra, registrato nella cripta della Chiesa di Sant’Ippolito di Nizza Monferrato e pubblicato nel 2005 dalla milanese Wallace Records. Un disco che mette subito in chiaro quali siano le traiettorie lungo cui il duo intende muoversi: un blues scarnificato, ridotto all’osso, “monocromatico, ossessivo e inesorabilmente lento” tra un battere di pelli appena percepito e una chitarra sussurrata, mosso da un precedere per sottrazione affascinato dai vuoti e dai silenzi. Su questo magma quasi impercettibile si muovono i testi di Succi, anch’essi poco più che bisbigliati, quasi che l’assenza si faccia essa stessa sostanza: “poesie angoscianti e carnali che raccontano di esistenze fallite, illusioni svanite, vita e morte”, come si diceva in sede di recensione. E proprio i testi di Succi condensano il succo del progetto, su cui la musica non può che agire di conseguenza: una scrittura elegante e prosciugata nella miglior tradizione del minimalismo americano da Carver in poi unita ad un amore spassionato per la tradizione lirica italiana che dal Dante delle “rime petrose” giunge fino a Caproni, fanno dei testi dei Bachi Da Pietra qualcosa di denso e di raro nel panorama underground italiano.

Non Io (sempre Wallace in collaborazione con la milanese Die Schachtel, 2007) arriva dopo un paio d’anni e sembra che la formula del duo sia, oltre che maggiormente rodata, resa se possibile in forme ancora più claustrofobiche e angoscianti. Quasi che i due abbiano mescolato a fondo le proprie esperienze precedenti, di vita e musicali, apportando l’uno, Dorella, “il senso di claustrofobica e imminente apocalisse” che è anche degli OvO, e l’altro, Succi, “la minimale verbosità comunicativa che straccia orecchie e cuore” che aveva caratterizzato il percorso, a dir poco sottovalutato, dei Madrigali Magri. Lirici ed emotivamente devastanti, colti e insieme sanguigni, oscuri e sepolcrali eppure raffinati e fini cesellatori di parole e stati d’animo, l’uno alle prese con “metalli, pelli e legni vuoti”, l’altro con “voci, corde e legni pieni”, a rimarcare ancora una volta la natura materica del proprio essere prima che del proprio suono.

Tarlo Terzo è, nomen omen, il passo numero tre e porta in dote uno scarto che comincia a farsi rilevante rispetto ai precedenti album. Le atmosfere, innanzitutto, diventano “notturne e urbane, sfocate dai neon delle metropoli moderne”, mentre il sound appare più corposo e aggressivo. C’è sempre quella idea minimalista di blues essiccato e arcaico (Lina e Lui Verrà ne sono esempio) ma è l’innesto di elementi “altri”, apparentemente distanti dal mondo BDP a sorprendere e dimostrare la dinamicità del duo. Il dub cavernoso di Seme Nero, gli inabissamenti da subwoofer electro di I Suoi Brillanti Anni Ottanta, le aritmie technoidi di Mestiere Che Paghi Per Fare o gli accenti trip-hop sparsi a destra e a manca danno la misura di una band e di un disco che è insieme appartenenza e rivoluzione, spostamento in avanti e pressante identità. Inoltre, se dal punto di vista sonoro, la faccenda comincia a farsi più sostanziosamente “rock”, meno ectoplasmica rispetto ai lavori precedenti, sul versante dei testi il lavorio di Succi prosegue incessantemente. L’indovinello veronese, la stella del mattino Paolo Conte, le citazioni omeriche non sono che piccoli granelli distribuiti in un disco da ascoltare e da leggere, per apprendere come soffrire e vedere con occhi nuovi, parafrasando un passo dal precedente Non Io. Lo spirito che muove Succi non è il gusto intellettual-onanistico del citazionismo da cabaret, quanto piuttosto una questione di pura appartenenza. Giocando col celebre “Indovinello Veronese”, quelli non sono che neri segni letterari gettati dalle dita-aratro di Succi per germinare sul bianco campo della sensibilità di chiunque legga e ascolti.

Naturale che la questione cominci a farsi interessante, sia dal punto di vista sonoro che della scrittura dei testi. Per il primo aspetto, il gusto dei due per un suono che sia più “vecchio” e insieme “naturale” possibile si manifesta con Insect Tracks (Wallace, Boring Machines, 2010), vinile registrato dal vivo nell’estate del 2009 presso il Teatro Dimora all’Arboreto di Mondaino, sui colli di Rimini, da Francesco Donadello dei Giardini Di Mirò. Registrazione in un luogo particolare, effettuata con mezzi particolari (“i più evoluti mezzi della tecnologia monofonica degli anni Cinquanta”, recita il comunicato stampa) per un vinile – un live diurno in solitaria sulla facciata A e uno notturno e con pubblico sull’altra – e un documentario in DVD che mostrano molto più del mero aspetto musicale. Un paio di inediti in scaletta (Notte Delle Blatte e Strada Verso Incisa), inoltre, dicono già molto di ciò che sarà il nuovo disco Quarzo. Le attenzioni però non finiscono qui. L’aspetto letterario dei testi di Succi, quel suo non-cantato, limitrofo a certe esperienze “declamatorie” di una certa ala del rock underground italiano (in verità rifiutate in toto dallo stesso Succi che lo considera un “modo enfatico di portare la parola”) si fa sempre più materia da indagare, elemento fondante e caratterizzante di un pensare il progetto BDP che è totalmente alieno rispetto a certe dinamiche del “rock in italiano”. Come si diceva in sede di approfondimento, nell’uso atipico del “cantato” nel rock in italiano e guardando proprio a BDP e ai Massimo Volume, “non c’è nulla, in definitiva, nel cantare succiano che possa in qualche modo ricollegarsi alla declamazione. Non è teatro di narrazione. Non è spoken word”, perché i BDP (e prima ancora i MV) “accedono al rock con l’uso musicale della lingua italiana e di un cantato sofferto, sentito, limitrofo all’implosione, in certi momenti”.

Quarzo (Santeria, Wallace 2010) segue a ruota, ma comincia a spostare i paletti sonori del duo. A far da humus il solito minimalismo sofferto, vibrante e reiterato, plumbeo e inquieto, nato dall’incontro tra corde percosse e percussioni risicate all’osso; ma a rendere più corposa la personale forma di blues desertificato e quel sentire rock irregolare e unico che ha caratterizzato la trilogia iniziale, sono gli esperimenti che i due tentano sia sul versante musicale che su quello prettamente letterario. Una apertura al mondo, si direbbe, considerando l’elettronica che pervade trasversalmente e sottotraccia buona parte del disco, dalla rarefazione elettroniconcreta di Zuppa Di Pietre al rumorismo di matrice technoide di Pietra Per Pane, dai carsici disturbi elettrostatici di Non È Vero Quel Che Dicono al frammento hayesiano reso famoso da Tricky e Portishead che traina l’intera Orologeria. Tutto suonato, sia chiaro, ma meno opprimente rispetto alla trilogia iniziale, e che porta nel titolo materico – non una novità, questa – già i prodromi di quell’allusione alla pietra, ma anche e soprattutto al tempo e ad una forma primigenia di elettronica, che è la più rilevante delle novità in seno a Quarzo. Lo split incrociato coi Massimo Volume, edito da La Tempesta nel 2011, sembra certificare l’ingresso nell’empireo dell’underground italiano per il duo Dorella/Succi, ma in realtà – accanto alla resa scartavetrata di Litio dei MV – lascia intravedere in filigrana, nelle pieghe di una micidiale Stige 11, le cose a venire. Ossia i BDP diretti, aggressivi e senza compromessi che di lì a breve sconvolgeranno una buona fetta dei fan storici e della critica con una svolta a gomito e apparentemente impensabile. Il baco da pietra si fa infatti quasi coleottero da guerra, corazzato e micidiale, quando arriva Quintale, nomen omen per indicare la pesantezza pachidermica e sì, metallica, nel senso proprio dell’heavy metal/hard rock, che caratterizza tutto l’album.

Stranissimo ascoltare l’attacco di Quintale (La Tempesta, Woodworm 2013), quella Haiti che parte con feedback di chitarra e voce roca e aggressiva; stranissimo soprattutto se rapportato a quello che su Primavera Di Sangue inaugurava la stagione dei BDP, un sussurro di insetto trasformato in ruggito nel breve volgere di una manciata di album. Come si scrive in sede di recensione, “un plettro e un charleston ampliano l’organico della band e d’improvviso l’universo dei Bachi è sottosopra”, a sottolineare lo shock che Quintale porta in dote, non solo musicalmente (Kyuss, stoner, heavy metal, doppia cassa sono termini e riferimenti che mai ci si sarebbe sognati di leggere legati ai BdP) ma anche letterariamente: la rivoluzione copernicana viene attuata “accantonando il verso scolpito e sibilante del passato, optando per una parola che è parabola, frase canonica, narrazione”.

Un paio di EP in vinile – il primo, Festivalbug (CorpoC, 2013) con un paio di estratti da Quintale; il secondo, Habemus Baco, per celebrare il decennale dell’esperienza BDP – riempiono lo iato tra Quintale e Necroide. Uscito nell’estate del 2015 per Tannen/Wallace, quest’ultimo è un disco che, se possibile, sposta ancora più avanti i paletti del nuovo corso della band. Dal metal/hard rock del precedente si veleggia verso un metallo nero pece. “Se con Quintale il legno si era fatto pietra virando a sorpresa verso qualcosa di simile al Metal – si legge nelle note stampa allegate al disco – ora i Bachi Da Pietra si rivestono di una spessa corazza opaca e quel metallo si fa nero”. Nero al punto che i riferimenti citati in sede di recensione sono Slayer, omaggiati direttamente in Slayer And The Family Stone, Black Sabbath (Virus Del Male), Iron Maiden (Voodooviking), Saint Vitus, Motorhead (la scavezzacollo Danza Macabra) e tutto ciò che possa richiamare l’immaginario metal di un qualsiasi adolescente italiano degli anni ’80. Non a caso il cavallo di battaglia del disco e il pezzo che lo introduce è Black Metal È Il Mio Folk: dichiarazione d’intenti ed ennesimo (definitivo?) cambio di pelle del baco da pietra, ormai lanciato in scorrerie distanti ere geologiche dalle sonorità che ne fecero uno dei gruppi più caratteristici e unici del panorama italiano.

di Stefano Pifferi
Leggi tutto