Beck (US)

Biografia

Loser di successo

Un artista dalle tante vite parallele, sempre irrequieto e indecifrabile, in continuo spin-off su stesso, un cantautore a tutto tondo che in fondo né un genere, né una formula, possono esaurire nella sua sete creativa.

Beck Hansen, meglio noto come Beck. Per alcuni, il cantautore postmoderno per eccellenza. Una figura che esprime perfettamente il senso degli anni ’90, di cui ha contribuito a plasmare la forma musicale, lasciando un segno forte anche dopo. Esploso nel 1994 con Loser, il brano tormentone icona degli anni ’90 che fa da traino all’album Mellow Gold (1994), un disco tra i più importanti e originali del decennio, un blob di cinquant’anni di musica popolare americana – dal Delta Blues ai Beastie Boys – da cui emergono una personalità multiforme e insieme un Beck touch decisamente riconoscibile, nel suo modus operandi riassume come meglio non potrebbe alcuni princìpi cardine della musica americana di matrice indipendente dai ’90 a oggi: lo slackerismo intellettuale, il ritorno del cantautorato, l’attitudine lo-fi (in alcuni dischi più che in altri), la contaminazione tra i generi, l’approccio scanzonato e il cut-up tra i suoni della tradizione e i metalinguaggi della contemporaneità.

Un perdedor di successo, un postmoderno, un eclettico, un camaleonte, un inclassificabile. Un classico, un alternativo, un indipendente, uno che è un passo avanti e un passo fuori dai suoi tempi. L’inafferrabile Beck, almeno dal punto di vista strettamente musicale: un rapper, un rocker, un folksinger, un soulman, un crooner… gli è mancato giusto di fare del black metal o della techno spinta e non è detto che prima o poi non si cimenterà pure con quello. Ma in tutta questa girandola di definizioni, che poi sono una nessuna e centomila, nessuno ne metterebbe in dubbio una soltanto, quella di cantautore, l’unica che continua ad andare a pennello al signor Hansen, a differenza dei termini di genere e di qualunque cosa possa delimitare il suo campo d’azione da un punto di vista prettamente stilistico. Un cantautore che tale resta in qualunque situazione e che nei continui cambi di marcia ha trovato il senso di un tragitto tortuoso e complesso – dal singolo realizzato con due soldi che lo ha reso subito un’icona musicale postmoderna al Grammy messo in bacheca con il suo album più classicista nell’ispirazione – eppure dotato di una sua arguta coerenza; un singer-songwriter, per dirla all’anglosassone, che ha segnato più di tutti l’essenza sfuggente della musica indie post-grunge e in più ha rimodellato l’idea stessa di cantautorato del tardo XX e del XXI secolo dandogli una forma “liquida” che ben si adatta all’estetica e (alla sociologia) dei tempi.

Ripercorrere le tappe principali della carriera di mister Beck Hansen significa procedere a zig zag come ha fatto il suo estro dispiegato negli ultimi venticinque anni. La sua ispirazione è una specie di concentrato di mezzo secolo e oltre di musica americana, che va dai folksinger d’anteguerra ai producer elettronici contemporanei. Si parte quindi dai Leadbelly e dai Woodie Guthrie e dal folk-blues acustico a cui secondo la leggenda lo avrebbe iniziato una zia che abitava in Kansas. Sarà un caso se è nel luogo simbolo del folk revival degli anni ’60, il Greenwich Village a New York – anche se è non più il Village dei padri storici ma quello dei primi anni ’90, diventato anti-folk – che Beck si fa le ossa prima di esplodere con Loser. Vale a dire il brano epocale che lo ha fatto conoscere a una buona fetta dei suoi attuali ammiratori; vero spartiacque stilistico tra la prima e la seconda metà del decennio in cui Beck è il primo tra tanti a catturare un indecifrabile spirito – parliamo degli anni ’90 – e a tradurlo nel suo esperanto musicale, affinato su una forma di scrittura in continua evoluzione, onnivora, eccentrica e da allora molto imitata, nel bene o nel male (anche dalle nostre parti).

Estroso e sfuggente, da allora diviso tra i suoi tipici pastiches a base di rock, hip-hop e canzone d’autore, lo-fi, cantautorato classico ed elettronica, Beck ha portato più di altri nel mainstream i modi della produzione indipendente, sfruttando anche la clausola del contratto con la Geffen che lo lasciava libero di incidere materiale extra per piccole etichette. Quando lo sdoppiamento è venuto meno per motivi naturali, ha continuato a essere un artista dalle tante vite parallele, sempre irrequieto e indecifrabile, in continuo spin-off su stesso, un cantautore a tutto tondo che in fondo né un genere, né una formula, possono esaurire nella sua sete creativa – creatività è una parola che ha cominciato a respirare in famiglia quando era un bambino e a cui fortunatamente continua a guardare come un orizzonte in continuo movimento.

Family Feud

A voler contare sui geni di famiglia, stando al posto del buon Beck si sarebbe avuto solo l’imbarazzo della scelta.

Beck Hansen si chiamerebbe in realtà Bek David Campbell. Così lo registrano i suoi genitori all’anagrafe di Los Angeles l’8 luglio 1970. Il nome di battesimo non aveva la “c”, ma siccome in tanti lo storpiavano in quel modo lui stesso l’ha di fatto adottato con la grafia che conosciamo oggi. Dopo il divorzio dei genitori quando aveva nove anni, Beck ha cominciato invece a firmarsi con il cognome Hansen, quello della madre e del nonno materno, il suo vero mentore artistico.

A voler contare sui geni di famiglia, stando al posto del buon Beck si sarebbe avuto solo l’imbarazzo della scelta. Il padre, David Campbell, è un musicista con un curriculum che parte dai tempi della scuola, quando militava in un quartetto d’archi con David Harrington, futuro fondatore del Kronos Quartet. Oggi è un affermato arrangiatore, con un parco di collaborazioni in campo pop e rock lungo quanto l’elenco del telefono (Carole King, Rolling Stones, Leonard Cohen, Paul McCartney, Metallica, Radiohead, giusto per fare qualche nome…); in più ha suonato con orchestre classiche e composto musica per film.

La madre, Bibbe Hansen era una pupilla di Andy Warhol e negli anni ’60 ha recitato in alcuni dei suoi film; la sua carriera artistica è ripresa più di recente, tra nuovi progetti e pure una band demenziale, i Black Fag. Channing Hansen, il fratello minore di Beck, è pure lui un artista, noto per i suoi knitting paintings e per le sue performance. La parte del leone però spetta al nonno Al Hansen, il vero “pezzo forte” della famiglia, protagonista della scena artistica internazionale in un momento cruciale come gli anni ’60. Prima ancora, quando era un militare di stanza in Germania, Al fece precipitare un pianoforte dal tetto di un palazzo di cinque piani, anticipando quella che sarebbe diventata una delle sue performance più famose, Yoko Ono Piano Drop. Della performance art, Al Hansen è stato un pioniere e anche un teorico, con il saggio A Primer of Happenings and Time Space Art. Amico e collaboratore di Yoko Ono, fece parte come lei del movimento Fluxus. Fu allievo di John Cage, ma anche manager degli Screamers, il mitico gruppo punk underground losangelino degli anni ’70. Almeno a livello di pura suggestione, la sua tecnica del collage – di lui si ricordano i quadri-scultura realizzati con mozziconi di sigaretta – sembrerebbe avere lasciato un influxus notevole sullo stile del nipote musicista.

Gli anni del Village e il ritorno a LA

Se suonavo una canzone di Woody Guthrie ci aggiungevo un pizzico di Black Flag. Sono sicuro che Woody oggi l’avrebbe suonata così.

Beck da ragazzo si appassiona al blues e al folk, che interpreta con piglio punk: «Se suonavo una canzone di Woody Guthrie ci aggiungevo un pizzico di Black Flag. Sono sicuro che Woody oggi l’avrebbe suonata così» (citato nel libro The Art of Mutation di Nevin Martell). A diciannove anni, sale su un bus con la sua ragazza, che lo lascerà all’arrivo, e parte alla volta di New York. Qui trova ad aspettarlo la scena anti-folk del Village. Il nuovo venuto salta di locale in locale esibendosi da solo alla chitarra acustica. A quel tempo non ha ancora scritto una canzone e si arrangia con le cover, finché il proprietario di un club non pretende che suoni brani originali. Il clima di libertà creativa instaurato dall’anti-folk, sempre legato alla figura di cantautori e cantautrici armati di voce e chitarra acustica, ma tutt’altro che succube della tradizione, è congeniale alla voglia di sperimentare del ragazzo. La sua prima cassetta autoprodotta, The Banjo Story e un altro nastro passato di bootleg in bootleg, Fresh Meat + Old Slabs, nato come regalo di compleanno per Bibbe, sono le testimonianze di questo periodo, fisicamente dei memorabilia e, per chi non è un collezionista accanito, chicche da ascoltare in rete.

Tornato a Los Angeles nel 1991, Beck continua a esibirsi in solitario nei club, in mancanza d’altro fa il busker e si arrangia con diversi lavori per sbarcare il lunario. Non manca di collaborare con il gruppo metal dell’amico Steve Hanft, i Loser (ma tu guarda…) e di continuare con le registrazioni su 4 piste. Nel 1993 arriva la prima release ufficiale. La piccola Sonic Enemy pubblica Golden Feelings, una cassetta ristampata sei anni più tardi, il cui modus registrandi non sarebbe dispiaciuto a campioni della bassa fedeltà come Beat Happening, Half Japanese, Pussy Galore o il Lou Barlow dei Sentridoh. Il risultato è la prima delle tante collezioni a latere in cui Beck accumula momenti di puro cazzeggio, blob, esperimenti estemporanei, ultra lo-fi al limite dell’ascoltabile (Magic Station Wagon, più o meno solo feedback e una chitarra scordatissima in primo piano), brani di generi diversi – il Fucked Up Blues iniziale, il noise r&b di Schmoozer – e un pugno di canzoni folk, da No Money No Honey, che sembra un demo di Dean Wareham, a Heartland Feeling, in cui snocciola strofe su strofe alla Bob Dylan su un semplice giro armonico. Sarà però un’altra indipendente, la Bong Load Records a fare la sua fortuna. I due proprietari, Rob Schapf e Tom Rothrock, sentono suonare Beck in due occasioni diverse, uno all’insaputa dell’altro, e ne rimangono impressionati. Nel giro di una settimana, Rothrock e Beck si danno appuntamento per una jam a casa del produttore Carl Stephenson.

Soy un perdedor

Soy un perdedor – I’m a loser baby so why don’t you kill me è una frase destinata a fare la storia.

Sembra che Loser, il brano che ha fatto di Beck subito un personaggio, sia nato in maniera completamente improvvisata. A casa di Stephenson, il giovane cantautore anti-folk si sarebbe inventato al volo un rap su una sua frase di slide guitar che il produttore aveva campionato come base, unendola a un pattern ritmico in stile hip-hop. Anche il ritornello nasce lì per lì, come una sorta di commento sull’incapacità di Beck in quelle nuove vesti di rapper. Soy un perdedor – I’m a loser baby so why don’t you kill me è una frase destinata a fare la storia. Viene fuori così un brano iconico per gli anni ’90 quanto possono esserlo una Smells Like Teen Spirit, una Unfinished Sympathy, una Inner City Life. Nell’impasto entrano un sample di Dr. John e qualche frammento vocale rubato al presidente George Bush. Prima di uscire con Loser, Beck compare su uno split single condiviso con i Bean a cui affida due sue canzoni: To See That Woman of Mine e MTV Makes Me Want To Smoke Crack (in versione differente da quella incisa come lato B di Loser).

L’11 gennaio 1993 firma il contratto con la Bong Load e nel maggio dello stesso esce finalmente il 12 pollici di Loser, accompagnata sul lato B da Steal My Body Home. Il singolo all’inizio è trasmesso dalle radio indipendenti e dei college, ma basta poco perché i network commerciali si accorgano di Beck. Loser diventa l’inno più noto della generazione X dopo Smells Teen Spirit, ma se i Nirvana sono l’ultimo colpo di coda del rock conosciuto fino al punk e all’hardcore, Beck crea un collage inedito con la slide campionata che fa da cucitura, il frammento di Dr John, la metrica hip-hop addizionata di chitarra raga rock, il rap e l’epocale ritornello ritornello bilingue, dando l’idea di inventare il nuovo cantautorato zapping degli anni ’90. Personaggi come i Cake o Liam Lynch (o il nostro Bugo…) non sono immaginabili senza di lui, per non parlare delle molte altre imitazioni che ha generato il suo successo. Su LP è lo stesso cantautore proteiforme che dongiovanneggia con i generi: suona acustico o filtra la voce come un Trent Reznor in bassissima fedeltà, gioca a fare il fricchettone, il metallaro, l’Hare Krishna, l’elettronico, il caciarone funky/disco, i Beastie Boys e Bob Dylan, tanto Pay No Mind è una Desolation Row dell’era dei centri commerciali “uguali per tutti”, di cui scriveva Douglas Coupland. Il menù di Mellow Gold (1994) è davvero vario, il rockblues di Fucking With My Head, l’hip-hop da storditi – dalle movenze quasi al ralenti – di Soul Suckin’ Jerk e Sweet Sunshine, i momenti di stralunata psichedelia folkeggiante di Truckdrivin Neighbours Downstairs e Blackhole, il dub quasi raga di Steal My Body Home, il folk-anti-folk di Nitemare Hippy Girl, il metal lo-fi di Motherf__er, lo sciolto funkettino di Beercan… L’accordo di distribuzione tra la Bong Load e la Geffen ha qualcosa di rivoluzionario. Beck è infatti lasciato libero di pubblicare dischi su etichette indipendenti. A proposito di indie, il CD di Loser con quattro b-side diventa il primo singolo indipendente a raggiungere la top ten di Billboard. Uscito il primo marzo del 1994, Mellow Gold raggiunge il tredicesimo posto nella classifica dei singoli e due mesi dopo ottiene il primo disco d’oro. Nel 1995, dopo la partecipazione di Beck al Lollapalooza, diventerà platino.

One Foot in the Grave

Stereopathetic Soulmanure voleva essere il contraltare indipendente di Mellow Gold e ci riesce benissimo.

Mellow Gold è il disco più importante di Beck pubblicato nel 1994. Non l’unico. A gennaio esce per la Fingerpaint Records, in un’edizione iniziale limitata di 3000 copie, A Western Harvest Field by Moonlight, ancora più autoindulgente di Golden Feelings nell’accumulare qualunque idea incisa su un registratore – compreso un pezzo di un minuto, Feel Like A Piece of Shit, in tre versioni diverse – oltre ai bozzetti per voce e chitarra acustica e a chincaglierie da demo casalinghi.

A marzo la Gusto Productions/Flipside Records pubblica Stereopathetic Soulmanure, una raccolta di canzoni registrate tra il 1988 e il 1993. Siamo ai limiti del lo-fi ma con una confezione molto meno grezza. La voce non sembra più riprodotta da un walkman con le pile scariche come a tratti in Golden Feelings, e almeno il country rock di Rowboat e The Spirit Moves, Putting It Down o il country puro di Satan Gave Me A Taco vanno molto al di là del semplice demo. A compensare provvedono una nuova versione di No Money No Honey, che sembra registrata con uno di quei mangiacassette portatili con cui si giocava da bambini, lo sketch per sola voce e armonica di One Foot in the Grave, la strampalata folk song per voce e banjo Today Has Been a Fucked Up Day, lo sberleffo di Rollins Power Sauce, l’assurda traccia finale Modesto e i numerosi intermezzi con registrazioni casuali e parodie. Stereopathetic Soulmanure voleva essere il contraltare indipendente di Mellow Gold e ci riesce benissimo (vedi Thunder Peel) – riesce benissimo a confondere le idee e  disorientare la maggior parte di chi segue il cantautore californiano (e che se non era di quelli già smaliziati ai tempi, lo ha conosciuto grazie a Loser).  Il 27 luglio arriva One Foot in the Grave, registrato ai Dub Narcotic Studios con la collaborazione di Calvin Johnson e di altri musicisti del giro della K Records. In questo caso lo-fi vuol dire spartano, ma i suoni sono molto più nitidi e meno fai-da-te. Anche Johnson è della partita, il suo inconfondibile registro basso si ascolta nei cori di I Get Lonesome; l’album rispecchia l’estetica dell’etichetta di Olympia fin nel rock and roll sferragliante di Burnt Orange Peel ma è inconfondibilmente Beck, tanto ripropone l’originale vena anti-folk in Cyanide Breath Mint e Asshole insieme alle citazioni di blues acustico ed elettrico. È il disco più compiuto, e il meno frammentario della sua produzione full indie che in questo 1994 è praticamente ipertrofica. Ci darà, forse a malincuore, un taglio. Pur abbandonando i progetti spin-off per etichette indipendenti, nei dischi successivi Beck non esiterà a mostrare lati inediti e perfino controversi della sua personalità di artista.

 

Je suis un révolutionaire

Il risultato finale [di Odelay] va un passo oltre Mellow Gold sia in direzione di un songwriting più fluido sia di una produzione più fantasiosa, e vince su tutta la linea.

La frase scritta sul retro di copertina di Odelay (1996) è di quelle che non si scordano facilmente. All’inizio Beck avrebbe voluto seguire una direzione acustica, più simile ai dischi “collaterali” al suo fortunato debutto, ma dopo aver registrato quasi un LP intero decide di sciacquare i panni a casa di un team di produzione all’avanguardia, quei Dust Brothers che avevano lavorato su Paul’s Boutique dei Beastie Boys. Il risultato finale va un passo oltre Mellow Gold sia in direzione di un songwriting più fluido sia di una produzione più fantasiosa, e vince su tutta la linea.

Il Marcel Duchamp del rock anni ’90 si diverte a campionare tutto il possibile e imbastire trame imprevedibili dove i generi si accavallano fino a confondersi. Si comincia dal funk con riff di chitarra noise di Devil’s Haircut e dallo sfarfallio blues di Soulwax; sulla scia di queste prime incursioni in una nuova koinè pop si prosegue sulla stessa falsariga, tra i profumi country e r&b di Lord Only Knows e gli accenti jazz e soul di The New Pollution. Più difficile identificare il programma dei pezzi successivi, tra una Novacane e una High 5 che strizzano volentieri l’occhio ai Beastie Boys, la ballata Jack-Ass, Where It’s At, primo singolo e vero sequel di Loser con l’organo Hammond al posto della slide guitar e con l’aggiunta di scratching, battimani e break in stile jazz, il punk filosonicyouth di Minus, il country-rock burlesco di Sissyneck, il passo quasi dub di Readymade, e il folk acustico di Ramshacle, unico frutto delle passate sedute con Rothrock e Schnapf. Un nuovo tipo di crossover entra di forza nella canzone folk americana: né bluesman, né rapper, ne rocker, né folksinger, o meglio un misto di tutti e quattro, Beck si impone come lo zeitgeist nella musica popolare americana. Chef d’ouvre d’un revolutionaire, Odelay ha la stessa varietà del predecessore ma dimostra una coesione e una rifinitura che a Mellow Gold mancavano.

Mutanti e avvoltoi

Beck dimostra ancora una volta di voler rimanere a tutti i costi imprendibile, inclassificabile, inafferrabile. In una sola parola, imprevedibile

Tra la metà di marzo e i primi di aprile del 1998 Beck registra Mutations. Questa volta in cabina di regia c’è Nigel Godrich, sesto uomo dei Radiohead. In studio affiancano Beck i musicisti che lo accompagnano in concerto: il batterista Joey Waronker, il chitarrista Smokey Hormel, il bassista Justin Meldahl-Johnsen e il tastierista David Joseph Manning Jr. Non per caso, si tratta di un disco molto più suonato e senza campionamenti.

Le canzoni hanno tutte un suono organico e abbastanza naturale. Scippato in extremis dalla Geffen alla Bong Load, l’album realizza un uno-due memorabile in apertura con il folk-rock un po’ alla Dylan di Cold Brains e il raga-folk di Nobody’s Fault But My Own, in cui gli archi sono arrangiati da papà David. Le tracce successive svariano da un folk melodico mai così classico al country tout court di Canceled Check e Sing It Again (scritta, sembra, per Johnny Cash), dal blues di Bottle of Blues al rock di Static, dall’hard di Diamond Bollocks alla bossa nova di Tropicalia. Una controrivoluzione rispetto a Odelay; in questo terzo disco major, Beck mantiene un approccio più tradizionale e l’impostazione dei suoi lavori di nicchia per piccole indipendenti ma con un profilo più alto rispetto alle sortite lo-fi. Il “colpo di mano” della Geffen tra l’altro avrà anche strascichi in tribunale che porteranno comunque a un accordo tra le parti.

Beck pensa al disco seguente come al vero successore di Odelay. Eppure in Midnite Vultures (1999) riesce ancora a spiazzare le aspettative di tutti. Mr. Hansen torna a lavorare a casa, sostituendo il computer al vecchio quattro piste, e confeziona un disco molto più colorato e danzereccio. Canzoni catchy come Sexx Laws, scoppiettanti come Mixed Bizness, intricate come Nicotine & Gravy, eccentriche come Get Real Paid e Hollywood Freaks, estrose come Peaches and Cream e Milk and Honey (featuring Johnny Marr) gravitano sempre verso un baricentro di ritmo funky con break e innesti fantasiosi di hip-hop ma anche molta dance, r&b, soul e giusto un pizzico di country (il banjo proprio in Sexx Laws). Lo stile vocale di Beck cambia di conseguenza, più acuto e soul. Un titolo come Peaches and Cream, con il suo morbido e sensuale r&b, il signor funk che fa da padrone di casa, la fantasia e i tanti falsetti, fa pensare a Prince.

I Dust Brothers tornano da ospiti in Hollywood e la lunga e spaziale Debra, una vecchia outtake  ripresa con un arrangiamento sfavillante, fa pensare ancora al principino di Minneapolis. L’interesse di Beck per r&b e soul è stato illustrato brillantemente in un’intervista a Vibe: «Una canzone r&b può contenere diversi livelli di lettura. Può avere una carica sensuale che in un contesto rock suonerebbe pacchiana. La sua caratteristica più interessante è proprio l’ambiguità. Può parlare di amore non corrisposto e di desiderio carnale. Può essere piena di humour, ma questo non significa che sia meno profonda. Tutte cose che non puoi trovare altrove nella cultura americana». Beck dimostra ancora una volta di voler rimanere a tutti i costi imprendibile, inclassificabile, inafferrabile. In una sola parola, imprevedibile.

Cambi di rotta e ritorni al futuro

Controcorrente Beck rimane anche nelle sue scelte “conservatrici”.

Beck è sempre stato un artista “alternativo” controcorrente. Lo era agli esordi dove, preso tra i due fuochi del rap e del grunge, aveva trovato una sua terza via, e lo è ancora alla fine degli anni ’90 a livello di mainstream, in mezzo al nu metal e al pop di MTV. Controcorrente Beck rimane anche nelle sue scelte “conservatrici”. Sea Change (2002) è uno dei suoi album più discussi. Ed è l’ennesima sterzata di questo trasformista della canzone d’autore. Il disco registrato agli Ocean Way Studios con Nigel Godrich si presenta come la sua raccolta di canzoni più omogenea nell’atmosfera e nelle scelte stilistiche, all’insegna di un pop acustico elaborato in studio, di tono introspettivo e dal respiro armonico corale, completo di arrangiamenti d’archi eleganti e drammatici sempre a cura di papà David Campbell.

Intimo nel contenuto e quasi sinfonico nella forma, senza essere barocco, si tinge di psichedelia in Golden Age, un lento maestoso che ricorda alla lontana la Five Stop Mother Superior Rain dei Flaming Lips, e in molte delle tracce successive. Il mood malinconico, per non dire depresso, è influenzato dalla rottura con la fidanzata storica Leigh Limon, avvenuta due anni prima e una ferita ancora aperta nel momento in cui sono state scritte le canzoni. Lost Cause, Lonesome Tears, It’s All In Your Mind, Guess I’m Doing Fine, sembrano allacciarsi direttamente a quell’esperienza. Il cambiamento più repentino è addirittura quello a livello di testi, in cui Beck abbandona i giochi di parole ironici e astratti per raccontare i suoi stati d’animo con un tono confessionale mai sentito prima. Sea Change viene accostato al Bob Dylan di Blood on the Tracks, a Nick Drake per il tono intimista e a Serge Gainsbourg per la patina sinfonica degli arrangiamenti (c’è anche una sua citazione sotto forma di sample); artisti che – Dylan a parte ma per altri motivi – difficilmente sarebbero stati citati dalla critica per i dischi precedenti.

Guero (2005) salta a piè pari, all’indietro, la fase del suo predecessore e si ricollega al duo Odelay/Midnight Vultures contando sulla rinnovata collaborazione con i Dust Brothers. Non potendo rivaleggiare con Odelay per ispirazione e qualità di scrittura, riprende comunque i contorni dello stesso collage electro-acustico puntando più in direzione di un patchwork di hip-hop, rock, funk ed elettronica a volte coinvolgente – l’azzeccato singolo E-Pro e una Girl che strizza l’occhio al pop, o la conturbante Black Tambourine (inclusa anche in una scena memorabile di Inland Empire di David Lynch) – e altre volte un po’ più standardizzato, sbilanciato su ritmi dance che si prestano bene, tra l’altro, per l’operazione di remix integrale Guerolito. E un disco ondivago è anche il successivo The Information (2006). Per la prima volta la musica di Beck dà l’impressione di essere diventata un po’ ridondante anche nel suo – ci rendiamo conto benissimo che di ossimoro si tratta – prevedibile eclettismo. Ci si accontenta, ed è un bell’accontentarsi, del groove serrato di Nausea, del funky sintetico di Cellphone’s Dead o della melodia facile di Think I’m In Love, dell’ottima produzione (Nigel Godrich) e di un album che in generale satura l’ascolto di spunti per lasciare comunque in bocca un retrogusto ancora buono.

Dalla colpa al nuovo mattino

Tutto un “vecchio stile con suoni nuovi” e un viceversa.

La cura Danger Mouse di Modern Guilt (2008) porta Beck a spaziare verso sonorità di chiara reminiscenza sixties riviste alla luce del presente. Così si riscopre neobeatlesiano nella title-track e in Volcano, e dimostra tra l’altro di sentirsi perfettamente a suo agio in quei panni che la spalla scelta lo aiuta a cucirsi con precisione sartoriale. Dai ritmi compressi e sincopati di Orphans Youthless e Replica al riff e al boogie di Soul of a Man e Profanity Prayers è tutto un “vecchio stile con suoni nuovi” e un viceversa. Per quanto stimolante, è un disco a cui manca ancora di qualcosa a livello di songwriting per rivaleggiare con le sue opere migliori. Alla fine degli anni Zero, Beck vive un periodo di relativa inattività dal punto di vista discografico, ma non sparisce affatto dalle scene.

Lo si trova attivissimo in veste di produttore a fianco di Thurston Moore, nella parentesi semiacustica del buon Demolished Thoughts, di Stephen Malkmus e dei suoi Jicks per Mirror Traffic e soprattutto di Charlotte Gainsbourg in IRM. Soprattutto, perché l’album della figlia dell’indimenticato Serge è per buona parte farina anche del sacco del signor Hansen, avendo lui scritto la maggior parte delle canzoni e curato la confezione su misura per la vocalità di Charlotte, aiutandola a dare il meglio di sé tra alt-folk e un piglio da chanteuse moderna ed eclettica.

E lo si vede poi alle prese con due, anzi con tre progetti sorprendenti. Il primo è il Record Club. Una collana – così potremmo definirla – di dischi tributo registrati in un solo giorno durante un meeting informale con amici musicisti. Nascono così remake di album interi di Velvet Underground (il primo, mitico), Leonard Cohen (Songs of Leonard Cohen), Skip Spence, Yanni e, forse la scelta più curiosa di tutte, gli INXS (Kick). I nomi coinvolti sono da acquolina, tra Wilco, Liars, Thurston Moore, Devendra Banhart, l’attore (e cognato) Giovanni Ribisi, e, naturalmente lui. Come se non bastasse, nel 2013 ecco Song Reader, una serie di canzoni originali pubblicate solo su spartito, di cui il sito ufficiale ospita le versioni realizzate da musicisti di ogni latitudine. Una sorta di album “social” nell’era della condivisione esasperata, e allo stesso tempo la riscoperta di un tipo di fruizione della musica legata all’epoca pre supporti fonografici. E ancora, c’è il ruolo da remixer d’eccezione per la musica di Philip Glass. E prima del nuovo disco, il Nostro ha battuto sentieri ben diversi con i singoli Defriended, I Won’t Be Long e Gimme, che guardano verso una dance e un pop elettronico più sperimentali.

Di Morning Phase i maligni hanno scritto che è un numero del Record Club dedicato da Beck a se stesso. È un giudizio ingeneroso per un album che tradisce un programma ben preciso, nella scelta di riproporre il tema produttivo e il tipo di sonorità di Sea Change, rendendo omaggio alla grande tradizione della West Coast degli anni ’60 e ’70. È un disco di classic rock più raffinato di Mutations e molto più positivo nel mood rispetto al suo omologo, prodotto e arrangiato in maniera esemplare, senza limitarsi al compitino; non è meno personale di quelli che lo hanno preceduto, è un disco che cresce di ascolto in ascolto, lasciando affiorare lentamente le forme di un songwriting stiloso che piacerà meno ai cultori di certe bizzarrie beckiane eppure non si può definire meno che classico e, per più di un verso, impeccabile, come sostenevamo in sede di recensione.

Non solo Grammy

«Molti pezzi sono fatti a strati – canzoni nelle canzoni, ritornelli che diventano ponti. Non siamo molto distanti dalla maniera in cui ho creato i miei primi due dischi»

Non era meno personale Morning Phase. E non sarà meno personale il nuovo album di Beck che dovrebbe vedere la luce in questo 2017 ed è già il più “tormentato” della sua carriera. Nel 2015 con Morning Phase fresco di Grammy si parla di un fantomatico erede di One Foot in the Grave, poi di un progetto con Pharrell Williams. Si aspetta una release fissata da un momento all’altro e invece i mesi passano e si scopre che Mr. Hansen ha registrato materiali per tre dischi e l’ha gettato alle ortiche. «Dopo i Grammy ho buttato via metà di quello che avevo registrato e ho ricominciato da capo. Ci è voluto un po’ per dare al tutto una sua identità». Non per niente Dreams, pubblicata come singolo l’anno scorso, avrebbe cambiato pelle una dozzina di volte prima di arrivare al risultato finale (psycofunky pop con un bridge in stile hip-hop che “spara” un riff di chitarra ispirato ai Creation). L’altro pezzo “anticipato” Wow conferma che siamo fuori dalla Morning Phase: si guarda verso un pop mutante che giustifica lo sforzo produttivo non indifferente. I due ascolti ci dicono esattamente questo. Le canzoni sono intricate, groovy, nonostante nascondano degli uncini decisamente orecchiabili. “Molti pezzi sono fatti a strati – canzoni nelle canzoni, ritornelli che diventano ponti. Non siamo molto distanti dalla maniera in cui ho creato i miei primi due dischi” ha dichiarato Beck a Rolling Stone. La rivista americana si è spinta pure più in là suggerendo un parallelo tra il lavoro di Greg Kurstin, polistrumentista con cui Beck aveva già collaborato ai tempi del tour di Sea Change nonché produttore di Sia e Adele, e quello fatto dai Dust Brothers ai tempi di Odelay. Vedremo. Intanto, non ci resta che aspettare.

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