Beck (US)

Biografia

Beck Hansen, meglio noto come Beck. Per alcuni, il cantautore postmoderno per eccellenza, come abbiamo ipotizzato nella nostra recente monografia. Una figura che esprime perfettamente il senso del decennio in cui è salito alla ribalta e di cui ha contribuito a plasmare la forma musicale, lasciando un segno forte anche sui tempi successivi. Esploso nel 1994 con Loser, nel suo modus operandi riassume come meglio non potrebbe alcuni princìpi cardine della musica americana di matrice indipendente dai ’90 a oggi: lo slackerismo intellettuale, il ritorno del cantautorato, l’attitudine lo-fi (in alcuni dischi più che in altri), la contaminazione tra i generi, l’approccio scanzonato e il cut-up tra i suoni della tradizione e i metalinguaggi della contemporaneità.

Nativo di Los Angeles, prodotto di una famiglia di artisti su entrambi i rami (il nonno materno Al Hansen, esponente di spicco dell’avanguardia americana degli anni ’60, il padre David Campbell, musicista, compositore e arrangiatore, la madre Bibbe Hansen, attrice con trascorsi nella Factory di Andy Warhol), Beck trascorre un periodo formativo intorno ai vent’anni nell’ambiente dell’anti-folk newyorchese, suonando nei locali del Greenwich Village, scrivendo canzoni e incidendo cassette autoprodotte.

Tornato a Los Angeles nel 1991, pubblica un disco per la Sonic Enemy nel 1993 (Golden Feelings) ma soprattutto conosce Tom Rothrock e Bob Schnapf della Bong Load Records. Durante le jam con il produttore Carl Stephenson nasce Loser, il brano tormentone icona degli anni ’90 che fa da traino all’album Mellow Gold (1994); un disco tra i più importanti e originali del decennio, un blob di cinquant’anni di musica popolare americana – dal Delta Blues ai Beastie Boys – da cui emergono una personalità multiforme e insieme un Beck touch decisamente riconoscibile. Nello stesso 1994, Beck pubblica tre dischi per altrettante indipendenti, dal piglio decisamente più lo-fi, tra cui spicca One Foot in the Grave, registrato a Olympia per la K di Calvin Johnson.

Due anni dopo, Odelay, prodotto dai Dust Brothers, è l’album della consacrazione, che porta a un livello superiore di fluidità e di coerenza le intuizioni di Mellow Gold. Pur abbandonando i progetti spin-off per etichette indipendenti, nei dischi successivi Beck non esita a mostrare lati inediti e controversi della sua personalità di artista. Mutations (1998) è un disco più tradizionalmente cantautorale che saltabecca comunque dal country alla musica esotica. Soul, funk e rhythm and blues dominano invece Midnight Vultures (1999).

Spiazzante è anche Sea Change (2002), che rappresenta l’apice della linearità per il suo songwriting, classico, intimo e avvolgente come non era mai stato. I successivi Guero (2005), con il suo gemello remixato Guerolito, e The Information (2006) riprendono i pastiche di Odelay con risultati alterni. Modern Guilt (2008), prodotto da Danger Mouse, gioca invece la carta dell’ibrido tra il sound contemporaneo e reminiscenze di marca sixties. Tutti lavori pienamente beckiani ma che non convincono come i primi dischi.

Meno attivo sul fronte delle uscite soliste, nei cinque anni successivi Beck ha comunque modo di dedicarsi alla produzione (per Thurston Moore, Stephen Malkmus e Charlotte Gainsbourg) e al Record Club, una collana di remake di dischi storici o di culto realizzata in session di un giorno con amici e musicisti d’eccezione. Tra il 2013 e il 2014 vedono la luce Song Reader, pubblicato sotto forma di spartito e solamente un anno dopo come album a tutti gli effetti, e Morning Phase, ideale seguito di Sea Change ma dai toni più rilassati e meno crepuscolari.

 

Leggi tutto

Altre notizie suggerite