Björk (IS)

Biografia

Artista a tutto tondo, catalizzatrice di idee e rastrellatrice delle menti sonore più in voga, Björk è stata per oltre vent’anni – soprattutto nei 90s – uno dei nomi di riferimento della pop music innovativa, prendendosi carico dell’eredità new wave e post-punk – già sperimentata in lungo ed in largo coi Sugarcubes – per aggiornarla alle istanze techno, trip-hop e drum’n’bass. Tutto ciò senza mai perdere la vocazione per melodie dal lirismo suadente e dalle irriducibili componenti esotiche. La sua tensione avanguardista ha sempre mirato alla produzione dell’incanto sonoro come “luogo” di astrazione uditiva, fuga in un immaginario “altro” che non fa mistero di rifarsi alle suggestioni della natìa Islanda, introducendo spesso al centro della poetica la crisi del rapporto tra uomo e natura nell’era della post-modernità ipertecnologica. Alla produzione musicale la Nostra ha sempre accompagnato un versante iconografico parallelo e spesso organico, dapprima istintivo e apparentemente dettato dall’esigenza di sottolineare la singolarità della proposta, poi – con l’aumentare dei mezzi e della consapevolezza – sempre più curato e potente dal punto di vista del look, del design, dei video e infine della interattività. In ogni caso, la sperimentazione ha sempre dimostrato una vocazione popular, tanto che – oltre al canzoniere ricco di composizioni memorabili, rese riconoscibili da una voce e da una vis interpretativa fuori dall’ordinario – l’importanza di Björk va individuata proprio nella determinazione con cui ha saputo elevare gli standard qualitativi del pop, dimostrando la compatibilità tra dimensione radiofonica e sperimentazione.

Björk Gudmundsdottir nasce a Reykjavik il 21 novembre 1965. Fin da bambina dimostra notevoli attitudini musicali, tanto da esordire a soli undici anni con un disco omonimo (Björk Gudmundsdottir – Falkinn, 1977) in cui reinterpreta brani soul e pop (cover dei Beatles e Stevie Wonder), folk islandesi e persino un pezzo di sua composizione. Studia flauto e pianoforte assorbendo i diversi orientamenti di padre (jazz e classica) e patrigno (chitarrista rock in una cover band), ferma restando la naturale full immersion nel folk tradizionale islandese. Il punk ed il post punk arrivano a Reykjavik con sensibile ritardo, investendo l’adolescente Björk con le varie sfaccettature dark e arty, e innescando una reazione a catena in un milieu cittadino che ben presto pullula di band (le principali sono i Peyr del chitarrista Gudlaugur “Godkrist” Ottarssonn ed i Purkkurr Pilnikk del cantante e trombettista Einar Orn Benediktsson).

Nel 1980 ad appena quindici anni e con già un paio di tentativi alle spalle, Björk fonda i Tappi Tikarrass assieme al bassista Jacob Magnusson, che esordiscono l’anno successivo col mini album Bitid Fast I Vitid (Spor, 1981), seguito due anni più tardi dal lungo Miranda (Gramm, 1983). I Tappi mettono sul piatto una proposta poliedrica e sbrigliata, tra smanie punk-pop ed electro-dark ai limiti del danzereccio, forse ingenua e persino bizzarra, ma tutto sommato in linea con la scena post-punk d’Albione. Nel frattempo Björk continua a sperimentare la propria versatilità, dedicandosi al jazz con gli Stifgrim e alle cover con i Cactus.

Il 1983 la Nostra vede terminare l’esperienza di Peyr, Purkkurr e Tappi Tikarrass, i cui membri però confluiscono nei Kukl, che incidono musica utilizzando testi in inglese. Sbilanciati sul versante arty e tribale dei Virgin Prunes e sul beffardo tritatutto à la Stranglers, con l’album The Eye (Crass, 1984) i Kukl realizzano un lavoro complesso nel quale la voce di Björk si rivela protagonista quasi assoluta. La distribuzione Crass – leggendaria etichetta alternativa anglosassone – contribuisce a fare dei Kukl un piccolo culto in Inghilterra. Non a caso l’opera seconda si intitola Holydays In Europe (Crass, 1986), più strutturata e fruibile della precedente. I Kukl però si sciolgono di lì a poco, ma né questo né la gravidanza ed il relativo matrimonio (col chitarrista Þór Eldon) ostacolano più di tanto l’iperattività di Björk.

Nel 1986 infatti fonda assieme ad Einar Orn Benediktsson il collettivo Bad Taste, sorta di associazione culturale “contro il buon gusto”, dalla cui frangia musicale nascono i Sycurmolnarnir, meglio conosciuti come Sugarcubes. Dopo un primo EP – Ein mol a mann (Bad Taste, 1986) – che riesce a guadagnare attenzioni in UK, i Nostri piazzano un bel colpo con Life’s Too Good (One Little Indian, 1988), all’insegna di una ubriacante versatilità wave pop. La distribuzione Elektra negli USA chiude il cerchio della notorietà, ribadita dal più potabile Here Today, Tomorrow, Next Week (One Little Indian, 1989) e ancor più da Stick Around For Joy (One Little Indian, febbraio 1992), che procura alla band un ingaggio come supporter nello Zoo Tv Tour degli U2. Ma la deriva pop non trova consensi all’interno del gruppo, che cessa di esistere in quello stesso ’92.

Nel frattempo Björk non rimane a guardare: prima viene reclutata come vocalist dal Gudmundur Ingolfsson Trio per una serie di concerti jazz da cui è tratto Gling-Glò (Bad Taste, maggio 1990), quindi collabora con Graham Massey (della techno band mancuniana 808 State) finendo per comparire alla voce in due pezzi del loro album Ex:El (ZTT, maggio 1991). Accantonato ormai il matrimonio e trasferitasi a Londra, stringe una relazione col dj inglese Dominic Thrupp e inizia a mettere assieme le tessere per l’esordio solista: Debut (One Little Indian, luglio 1993) vede la collaborazione, tra gli altri, del producer Nellee Hooper (già al lavoro coi Massive Attack), del percussionista indiano Talvin Sigh e del sassofonista Oliver Lake degli Art Ensemble Of Chicago. Il disco colpisce per come rende contemporanea e fruibile una miscela complessa di suggestioni folk, soul e jazz, immergendola in gelatina electro. La scrittura, poi, si rivela eccellente, dalla raffinata Venus As A Boy alla febbrile Violently Happy, passando per la sinuosità ferina di Human Behaviour. In tre mesi Debut piazza un milione di copie elevando di colpo l’islandesina al rango di fenomeno. Björk si aggiudica inoltre le categorie Miglior Esordiente e Miglior Artista Femminile ai Brit Awards del ’94. Persino Madonna richiede i suoi servigi (la composizione di Bedtime Story, singolo non imprescindibile).

Per il lavoro successivo ci sono i presupposti per alzare l’asticella: confermati Hooper e Graham Massey, la musicista coinvolge Tricky, Howie B. e persino il compositore e arrangiatore brasiliano Eumir Deodato. Concepito come un inno elettronico alla natura, Post (One Little Indian, giugno 1995) ha l’ambizione di far coesistere trip-hop e classica (Isobel), ambient-dance e jazz (Hyper-ballad), etnica e techno (I Miss You), pescando nel torbido del sound bristoliano con una torrida Enjoy, tra smanie Gershwin, musical swing e foschi scenary spy. Come già per l’album precedente, i video clip diventano un’attività quasi organica alla produzione musicale, alla pari dell’aspetto iconografico sempre più tematizzato. In questo senso, il video di It’s Oh So Quiet – diretto da Spike Jonze – oltre che profilarsi come un piccolo capolavoro di virtuosismo visivo, vede Björk protagonista di una eccellente prova d’attrice e showgirl (nel senso più alto possibile del termine).

Dopo la pubblicazione di Telegram (One Little Indian, 1996) – album che raccoglie alcuni remix ad opera di LFO, Graham Massey, Pansonic, Outcast e Dilinja tra gli altri – è già tempo di lavorare ad Homogenic (One Little Indian, settembre 1997), un potente e strutturato ritorno all’Islanda come ideale poetico di Natura, da raggiungere attraverso una sintesi calcolatissima tra istanze analogiche e digitali. Il contributo di Mark Bell è evidente, una pulsazione IDM che si contrappone alla vena orchestrale di Deodato (Alarm Call da una parte, Bachelorette dall’altra), un gioco di contrasti ed equilibri che consente di mettere a segno una sintesi più o meno definitiva dello stile bjorkiano, si veda l’ariosa Joga e la trepida All Is Full Of Love. Sempre più stella, sia musicale che visuale (i suoi video – Bachelorette e All Is Full Of Love soprattutto – stabiliscono nuovi standard qualitativi su MTV, riuscendo comunque a stregare il grande pubblico), l’artista viene contattata da Lars Von Trier per recitare il ruolo peincipale in Dancer In The Dark, col quale si aggiudica la la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2000 come miglior attrice protagonista (anche se – segnata dai forti contrasti col regista – dichiara che sarà la sua ultima esperienza cinematografica).

La corrispondente OST Selmasongs (One Little Indian, maggio 2000) ottiene anch’essa buoni riscontri, impreziosita dalla collaborazione di Thom Yorke. Nello stesso periodo Björk, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e direzioni, si invaghisce del lavoro del danese Opiate e stringe rapporti strettissimi coi Matmos: è il preambolo a Vespertine (One Little Indian, 2001), lavoro volto ad un minimalismo sintetico che trova una sponda ideale nel campionamento spinto dei californiani, fregiandosi inoltre dell’apporto di Console e di Matthew Herbert. Il disco diventa così un autentico punto di riferimento per l’avanguardia digitale di quel frangente storico. Gli arrangiamenti misurati e una scrittura mai tanto intima produrranno un capolavoro intimo e sensuale, sorta di celebrazione del “quotidiano magico” – in origine l’album avrebbe dovuto intitolarsi Domestika – legata in qualche modo all’inizio della relazione con l’artista visuale newyorkese Matthew Barney.

Dopo un tour mondiale di altissimo profilo (e grande successo), Björk si prende una pausa interrotta solo dalla pubblicazione di due antologie, il best of con rarità in 6 CD Family Tree (One Little Indian, novembre 2002) ed il Greatest Hits (One Little Indian, novembre 2002). Di nuovo madre, escogita con Medulla (One Little Indian, 2004) un ritorno sconcertante, affidando tutta la componente “strumentale” a beat boxer di diversa estrazione come il newyorkese Rahzel, il nipponico Dokaka ed i più peculiari Mike Patton e Tanya Tagaq. Ne esce un disco assieme complesso e viscerale, morboso ed estatico, sospeso tra sussulti funky (Who Is It) ed irrequietezze angeliche (Mouth’s Cradle), che però si concede preziosismi al limite del didascalico in Submarine (composta ed eseguita assieme a Robert Wyatt) quando non del pretenzioso (il post-tango cinematico di Oceania, inno delle Olimpiadi di Atene).

Segnali parzialmente confermati l’anno succesivo da Drawing Restraint 9 (One Little Indian, luglio 2005), colonna sonora dell’omonima pellicola di Barney, anche se può sembrare ingrato considerarlo un lavoro di Björk, che peraltro canta solo in tre brani per concentrarsi sulle austere possibilità dello Sho (strumento giapponese a tre note) e del teatro Nō. La modalità di progettazione del lavoro successivo ricalca schemi noti: approccia un produttore sulla breccia (Timbaland) ed un artista tra i più originali sulla scena (Antony Hegarty), più altri musicisti più sperimentali come i Konono N°1 – band percussiva congolese – ed il batterista avant-noise Chris Corsano. Volta (One Little Indian, maggio 2007), anticipato dal singolo e relativo clip (un’animazione curata dal regista Michel Ocelot, famoso per la serie Kirikù) sembra rifarsi ad una etno tecnologica da sciamana iperpop che pur vantando una produzione spettacolare, sembra aver perso la capacità di sorprendere.

Dopo uno split con Dirty ProjectorsMount Wittenberg Orca (Autoprodotto, 2010), una suite da 21 minuti in bilico tra esotismi e nostalgie – arriva Biophilia (One Little Indian, ottobre 2011), i cui motivi di interesse sembrano volutamente spostati più sul versante multimediale, che non prettamente sonoro, presentandosi sotto forma di app che permette all’utente di interagire da tablet o smartphone con la struttura stessa dei pezzi. Le canzoni – peraltro parzialmente realizzate con un iPad – comunque azzeccano qualche intuizione interessante, soprattutto Virus, con le sue evoluzioni vocali accorate, il dramma algido di Crystalline (impreziosita dal “gameleste”, una diavoleria a metà strada tra gamelan e celeste) e Thunderbolt, che rimanda a certe soffici inquietudini del primo Peter Gabriel. Sembra insomma che, nella sua smania di mantenere il polso dell’avanguardia, Björk accetti la marginalità della musica, in un porsi artistico che da sfaccettato finisce per abbracciare una frammentazione pervasiva ed anche un po’ dispersiva.

Dopo un intervento alle corde vocali per rimuovere un polipo nel novembre del 2012, passano due anni per le prime avvisaglie di un nuovo lavoro. Nel frattempo finisce la lunga relazione con Matthew Barney, un evento che lascerà segni evidenti nelle tematiche di Vulnicura (One Little Indian, 2015), album che vede il contributo di Arca e The Haxan Cloak. Previsto per marzo ma anticipato di due mesi a causa del leak uscito in rete, il qui presente è un album che torna a mettere in primo piano le canzoni, dedicate ad esplorare il tema della felicità e infelicità familiari. Archi e pattern digitali sono gli estremi estetici in mezzo ai quali Björk tenta, con risultati apprezzabili, di rendere pregnanti buone melodie, anche se non all’altezza delle cose passate.

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