Blur (UK)

Biografia

Con uno di quei colpi di scena a cui, in epoca di leaking selvaggio, le grandi band ci hanno abituato, i Blur sono riusciti a tornare prepotentemente al centro dell’universo mediatico. Chi li dava per finiti, sepolti dalla fitta agenda di Damon Albarn e da vite che si muovono sempre meno all’unisono, dovrà ricredersi. Così come i detrattori, che da vent’anni a questa parte cercano di assimilarli ad una normale pop band, solo per restare spiazzati ad ognuna delle loro imprevedibili evoluzioni artistiche. Il punto, semmai, è proprio quale chiave di lettura dare oggi alla storia dei quattro londinesi, passati, nel corso di oltre vent’anni di attività, da sognanti psycho poppers, pronti a sfruttare l’onda lunga del baggy sound, a raffinati sperimentatori, capaci di conservare la popolarità pur perseguendo un sound personale e assai poco accondiscendente. Tanto che viene da sorridere pensando alla battle of the band che un tempo li vide contrapposti agli Oasis, oggi paradigma di immobilismo creativo. Più di una generazione di fan si è confrontata con i Blur, trovandosi di fronte una band sempre diversa, il cui unico comune denominatore è stato il modo obliquo di stare alla ribalta. In questo senso antesignana di quel mainstream dalle tentazioni artsy che oggi li celebra incondizionatamente.

Come tante storie nel corso della musica, anche quella dei Blur nasce nei corridoi del college, precisamente il Goldsmiths di Londra, dove Damon Albarn, un biondino impacciato con la faccia d’angelo ma con una passione spropositata per la musica e per il pianoforte (sin da bambino prendeva lezioni private assieme alla sorella Jessica, con quest’ultima che racconta di come già all’epoca Damon fosse solito improvvisare con lo strumento), e Graham Coxon, occhialone da nerd e timidezza senza fine, incontrano Alex James, classico belloccio che fa l’occhiolino alle fanciulle appoggiato agli armadietti della scuola. Nonostante un carattere totalmente differente i tre, anche se dopo un po’ di tentennamento (“con quella collana [Damon] mi faceva fare una pessima figura davanti alle ragazze” diceva Alex), sembrano prendersi. All’epoca Damon era già impegnato – per quel che può valere – in uno strambo gruppo di nome Circus, dopo essere stato convinto da un tale dai capelli rossi e la faccia non troppo sveglia. Il suo nome è Dave Rowntree. Il chitarrista del gruppo abbandona ed entra subito Graham, e l’entrata di Alex al basso chiude il cerchio. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo a qualche anno di distanza, e loro meno di tutti. Corre l’anno 1988, e la band cambia nome in Seymour.

I quattro non fanno di certo faville, e i pochi concerti che organizzano vedono tra il pubblico soprattutto (solo?) amici e parenti, costretti in buona parte dai genitori di Albarn a pagare il biglietto. Tuttavia durante un’esibizione la band viene notata da Andy Ross, boss della Food – etichetta indipendente che prima di allora aveva pubblicato alcuni lavori dei Diesel Park, West Voice Of The Beehive e Brilliant -, che costringe però ad un cambio di nome. Le alternative ci sono, e alla fine i quattro decidono per “Blur”. Here We Go.

Il biglietto di presentazione a 33 giri dei ribattezzati Blur esce appena due anni dopo la costituzione della band, e quindi contiene pressoché tutto il materiale scritto sin dalle origini (basti dire che She’s So High, singolo d’esordio del 1990, nasce durante la prima prova dei quattro). In Inghilterra siamo quindi agli inizi degli anni ’90, giorni di fuoco in cui si assiste ai colpi di coda del sound di Madchester, tra gli echi dance degli Happy Mondays e lo psichy-pop degli Stone Roses di Ian Brown (andate a guardarvi qualche foto dell’epoca di Albarn e capirete) e il tratto distintivo shoegaze di Ride e My Bloody Valentine. Il primo lavoro della band, Leisure (1991), risente fortemente di questa atmosfera nebbiosa ma inebriante: artisticamente paga lo scotto di essere stato partorito all’interno di una scena ahilei già morente ma tuttavia la band c’è.

I video sono un po’ così (vedi She’s So High) e anche i quattro a livello estetico non si presentano proprio benissimo, con tagli di capelli imbarazzanti e pantaloni ancora peggio, ma non venite a dirci che un singolone come There’s No Other Way è materiale di seconda scelta solo perché è spudoratamente baggy (come d’altronde Bad Day e Bang). C’è quella magia che è Sing, inserita più avanti in quel capolavoro di film qual è Trainspotting, un pezzo che mette in mostra tutte le potenzialità di un gruppo capace di adattarsi alla moda del tempo (vedi anche Fool, che anticipa il giro armonico della futura Turn It Up e ha in sé dei rimandi simil-Pavement, con buon anticipo rispetto alla svolta dichiarata del 1997, nonché la ballata Birthday che ne lascia presagire tante altre a venire). Con una produzione attenta (Steve Lovell, Steve Power, Mike Thorne e Stephen Street), certamente Leisure non è l’obbrobrio che dice Damon, ma certamente neanche l’inizio dei giochi veri e propri. I risultati a livello di vendite non sono entusiasmanti, e le etichette di certo (oggi come ieri) non hanno voglia di perdere troppo tempo dietro a promesse non mantenute. Le sale di registrazione costano, i quattro non sembrano neanche troppo convinti di quello che stanno facendo, i debiti salgono ed è ora di prendere delle decisioni.

Tour in America? Ma sì, perché no. L’idea è buona, se non fosse che il pubblico a stelle e strisce non è pronto a certe sonorità, le sale concerti sono semivuote, e Albarn inizia a dare di matto. Sale sul palco, insulta tutti, si ubriaca come non mai, e riceve feedback al limite del paradosso come “non siete male, ma dovreste prendere più droga!”. Il buon Damon torna in Inghilterra, schifato dagli Usa, e decide di dare la sua staffilata. Facciamo, però, un rapido salto indietro: nel mezzo c’è la frizzantissima Popscene, tutta distorsioni, trombe epiche e voce impazzita di Damon. Per molti il britpop nasce qui, complice l’emergere coevo di un’altra band rivale – in tutto e per tutto, fidanzate comprese -, i Suede.

Torniamo a noi, dicevamo che Albarn è parecchio arrabbiato, col piede di guerra, e la sua risposta è di quattro parole: Modern Life Is Rubbish (per il titolo è bene ringraziare Stephen Street, che ha convinto Albarn a rinunciare al meno politically correct England vs. America). Parliamo del primo episodio di una trilogia british che ha il merito di ridisegnare completamente il pop britannico e aggiornandolo ai noughties, con regole proprie. Troviamo un estetica nostalgica, ironica e riflessiva di Village Green Preservation Society rivestita a puntino per la generazione X, con un suono moderno ma che nulla ha a che fare con quello che viene dall’America. Dopo un tentativo abortito con nientemeno che Andy Partridge in produzione (ok che i Blur non nascondono affatto certe radici XTC, ma la sua mano era alquanto pesantuccia: basti ascoltare la b-side Sunday Sleep), l’alchimia arriva con il già citato Stephen Street (per chi non lo sapesse al timone durante gli Smiths dei tempi d’oro).

Ovviamente il disco è una dichiarazione di guerra, a partire dalla prima di tante splendide odi a Londra, come l’epica For Tomorrow, inno ufficiale della resistenza britannica urlata da Albarn & co; non si fanno prigionieri, ma anzi il nemico viene sbeffeggiato (il plagio quasi conclamato di Colin Zeal nei confronti di Sleeping Gas dei Teardrop Explodes ha il sapore di una burla ai danni di David Balfe, così come gli stop & go di Chemical World caricaturizzano quelli di in Bloom dei Nirvana). Ne nasce una visione già chiarissima ed estremamente originale per un gruppo alle prese con la sua seconda opera: c’è il vaudeville da Vecchia Inghilterra (Sunday Sunday, tra Ray Davies e Pink Floyd dell’era Barrett; Villa Rosie, senza contare i comici intermezzi strumentali) ma anche una wave parecchio spinta (Advert, Coping), così come ci troviamo le ballad (Blue Jeans, Miss America) o episodi indie rock (Oily Water, Starshaped), per un instant classic della nascente era britpop. La vita è davvero strana, i Blur sembrano (e ce l’hanno fatta) aver trovato la bussola. E chi bisogna ringraziare? Facile, i debiti (se non avessimo avuto tutti quei soldi da ridare, probabilmente non avremmo mai registrato quei dischi, dirà Albarn).

Siamo nel 1994, anno importantissimo per l’Oltremanica in cui i Blur ci sguazzeranno da matti, nei pregi e soprattutto nei difetti (rock’n’roll, no?). Se Modern Life Is Rubbish era uno sputo all’America, perché non parlare della tanta cara Inghilterra? La scelta è quella giusta, e a posteriori sarà sicuramente la migliore della loro vita. Nasce quindi il pluriacclamato Parklife (pensate che il titolo provvisorio era London; se davvero fosse stato quello il titolo, non esisterebbe altro disco britpop), il primo di una sfilza di dischi mangia-classifiche e rivelazione totale di un vero fenomeno: perché questo ormai sono diventati i Nostri. Girls & Boys proietta i Blur nel mainstream. Oggi non fatichiamo di certo a comprendere il perché si tratti di uno dei singoli più clamorosi della band – tutti gli elementi sono al loro posto tra tastiere impazzite, ritornello indimenticabile e giro di basso spaziale -, e la grande scalata nelle charts non tarda ad arrivare. Basta questo per capire che dubbi circa la caratura artistica del gruppo non devono esistere.

Certo, poi c’è il resto del disco, una vorticosa girandola che non risparmia niente e nessuno: i Roxy Music glam di Jubilee e la pop-wave di Tracy Jacks e London Loves (qualcuno ha per caso nominato gli XTC?), dai Magazine di Trouble At The Message Centre allo humour cockney della title track (con un formidabile Phil Daniels ripescato nientemeno che dal film mod per eccellenza Quadrophenia), dal classicismo Beatles di Badhead e End Of A Century al sognante carosello Bacharach della meravigliosa To The End (con Laetitia Saeder degli Stereolab ai cori, reincisa in seguito in una versione francese con Françoise Hardy), passando per sciocchezze come i valzer strumentali di The Debt Collector e le coltellate ska di Lot 105 o lo spazio profondo Barrettiano di Far Out (l’unico contributo di Alex James, a parte l’ancor più fuori lato b Alex’s Song), fino al gran finale di This Is A Low, ballata tra le più riflessive, epiche e mature di un Damon che non sa più come nascondere la sua venerazione per Sir David Bowie. Una carrellata così densa e varia che quasi è impossibile pensare a classici made in Britain come il White Album (o Revolver o Abbey Road, fate voi), cui Parklife può stare accanto senza sfigurare neanche un poco. Sui testi cinicamente e umoristicamente descrittivi della caustica penna di Albarn e sullo stile innovativo e geniale di Coxon poi servirebbero due monografie a sé, e una b-side come People In Europe basterebbe a dipingere lo stato di grazia della band nel 1994. I quattro ovviamente iniziano ad uscire fuori di testa, e un episodio risalente ai tempi del tour di Parklife, raccontato da Louise Wener – voce degli Sleeper, che all’epoca aprivano i concerti dei Blur -, non può che far sorridere, ma anche riflettere. Ve lo riportiamo per intero: “C’erano un sacco di groupies, e il tour manager selezionava le ragazze più belle per portarle nel camerino. Tanto alcool e tanta droga. Ma come contrappunto a tutti gli eccessi del rock’n’roll, i Blur avevano un animo decisamente borghese, e al centro del tavolo c’era questo cesto di frutti esotici e formaggi esteri. Una notte ci nascondemmo nella stanza e decidemmo di distruggerlo. Loro andarono su tutte le furie, ci ignorarono per giorni fino a quando non fummo cacciati dal tour. Potevi essere alcoolizzato e maleducato quanto volevi, ma guai a te se toccavi quel piatto!“.

Tutto sembra andare alla grande, e sicuramente è così, ma i Blur non sono soli. A qualche chilometro di distanza infatti, nella fredda Manchester, due fratelli un po’ rozzi e dalle mani lunghe hanno iniziato la loro scalata al successo. Si chiamano Oasis. Il loro album di debutto Definitely Maybe ha sbancato ogni record di vendita, con quella formula sonora praticamente irresistibile di Beatles, Sex Pistols e Rolling Stones, tutto assieme e mescolato benissimo. Se poi ci mettiamo che tale Noel Gallagher è uno che con la penna ci sa fare parecchio, e il fratellino Liam ha un carisma da farti rizzare i capelli, il gioco è fatto. Gli attestati di stima tra le due band non mancano, ma lo scontro sembra essere davvero inevitabile. Il music business lo sa, e non fa nulla per evitarlo, anzi. I Blur intanto, ubriachi di fama (e non solo), hanno l’arduo compito di dare un seguito al fortunato Parklife. La faida tra Oasis e Blur nasce nel 1995 da una “simpatica” idea delle due etichette (Creation, Food/Virgin) delle band di far uscire in sincro i due singoli prescelti, Roll With It per i mancuniani, Country House (dedicata al co-fondatore di Food, David Balfe, che ammetterà in seguito di non aver mai parlato di questa cosa con Damon perchè sarebbe stato “too uncool”) per i cockney. Di mezzo ci sono siparietti ai Brit Awards (hand in hand through their Shitlife! canta Liam al microfono), auguri sinceri di contrarre l’AIDS, e una nazione che segue la vicenda con l’acqua alla gola. D’altronde cosa c’è di più divertente per il popolo di risse (verbali, of course) e insulti su tv e stampa? Lo stesso popolo che tende a dividersi e schierarsi, magari anche riconoscendosi personalmente in una delle fazioni: borghesia contro proletariato, Manchester contro Londra, Beatles contro Rolling Stones.

Chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che arriva il giorno X (14 agosto), chiamato da NME “The British Heavyweight Championship“: vincono i Blur con uno scarto di circa cinquantamila copie. Noel va su tutte le furie, ma finirà lì, e si rifarà con il fortunatissimo What’s The Story Morning Glory?, che praticamente surclasserà a livello di vendite (qualcosa come 25 milioni di copie) il quarto album dei Blur, The Great Escape. Per molti versi è un disco di chiara matrice Albarniana, tutto è ora volutamente caricato all’inverosimile, in una versione iper di quanto dei Blur si è già ascoltato e amato. Il rischio è appunto la caricatura, e a sentire cose come Top Man, Globe Alone, Dan Abnormal e Ernold Same è lecito pensare che i quattro abbiano esagerano su alcuni cliché stilistico-compositivi che sono stati in ogni caso la fortuna della band. A rimettere le cose a posto ci pensano pezzi stratosferici come Charmless Man (valga il discorso per i brani citati, ma in positivo) e il cavallo di battaglia da chiusura live The Universal (traghettatrice dei fasti orchestrali di To The End verso l’inno definitivo), proprio lì dove Stereotypes porta alle estreme conseguenze la formula XTC; il bello di The Great Escape sono però le gemme nascoste come Best Days, la bowianissima He Thought Of Cars e la fantasmagorica Entertain Me. Purtroppo viene meno l’ispirazione, la tensione e la coesione di Parklife – e si sente bene.

Il pubblico e la critica osannano il disco, le vendite sono comunque importanti, e i Nostri sono entrati in un brutto circolo di vizi: Alex James ormai vive scolandosi due bottiglie di champagne al giorno e assenzio come se fosse acqua liscia, Damon si è dato all’eroina ed è spesso imprigionato nei suoi violenti attacchi di panico, dovuti a una celebrità e una devastante esposizione alla scena pubblica che gli è piombata addosso così rapidamente da non accorgersene, mentre Graham inizia a circolare nel pericoloso vortice dell’alcool che lo intrappolerà per anni. Per Albarn il periodo è complicatissimo (“passavo le notti a stordirmi e guardare film porno, ritrovandomi a chiamare un taxi a Piccadilly in piena notte senza sapere come fossi arrivato lì“), fisicamente ma soprattutto psicologicamente, come affermerà più avanti anche l’ex moglie Justine Frischmann, leader delle Elastica. Sulla strana relazione amorosa dei due ci sarebbe molto da dire, ma un simpatico aneddoto sembra calzare a pennello: una notte Damon e Justin stanno tornando a casa a piedi, e da lontano scorgono un gruppo di ragazzi assiepato davanti la loro abitazione. Damon decide allora di coprirsi con un cappello e il cappuccio della felpa per non farsi riconoscere, e si rivolge a uno dei presenti camuffando la voce con fare misterioso: “Che fate? Aspettate che si faccia vedere Albarn?“. La risposta è una freddura totale: “No, in realtà vogliamo vedere la moglie, che spesso e volentieri la notte esce fuori al balcone per fumarsi una sigaretta. Nuda“. Non possiamo inoltre non citare una vecchia dichiarazione della Frischmann, che parlò di come a volte Damon provasse attrazione sessuale verso Coxon (???): “all’inizio l’idea era eccitante, ma finì per diventare inquietante“.

Nel 1996, dopo essere rimasto affascinato da un documentario visto in televisione, Albarn decide di prendersi una pausa e andarsene in Islanda (avvertendo il povero Alex con un foglio attaccato ad una pietra lanciata in piena notte contro la sua finestra), per rimettere a posto le idee. Lì avverranno le registrazioni del quinto album. Al contrario Graham, sempre in preda ai fumi dell’alcool, mette su i dischi dei Pavement. E riflette. Decide allora di scrivere una lettera al caro vecchio amico, e gli dice senza mezzi termini: “basta fare pop, torna a scrivere canzoni che spaventino la gente“. Damon lo asseconda e prende piede la fase più sperimentale del gruppo, che li consegnerà definitivamente alla storia. Potrebbe proprio nascere qui il disco sulla grandezza dei Blur: in un periodo di assoluta sbronza post-Britpop, capiscono per primi che è ora di voltare pagina, perché l’onda non può essere più cavalcata. Se il biennio 94/95 è stato l’anno del Britpop, il 1997 è la prova del nove: i Verve mandano alle stampe il capolavoro Urban Hymns, i Blur pubblicano l’omonimo disco (e se guardando il risultato finale pensiamo che uscirà qualche mese prima di Ok Computer dei Radiohead, non servono altre parole), e nonostante il buon Be Here Now, gli Oasis ne usciranno con le ossa rotte, abbandonando un’ispirazione che non tornerà mai più, perseverando negli anni nel riproporre la stessa identica formula (fatta eccezione per le incursioni semi psichedeliche di Standing On The Shoulder Of Giants del 2000, che nonostante l’idea buona pecca di una pessima esecuzione), salvati in ogni caso da numerose hit stadium. L’omonimo disco dei Blur è il momento della ribalta artistica di Coxon: il successo di Song 2 – un riff fortunatissimo, nato come parodia del grunge, paradossale vero? – apre finalmente le porte degli States, e conferma come l’insistenza di Graham a rivolgersi a un certo tipo di sound (il suo preferito da sempre) non era di certo un capriccio infantile nato dall’intolleranza verso i gusti degli altri tre.

E nemmeno un freddo e opportunistico calcolo di carriera, perché a parte qualche forzatura un po’ troppo Pavement (Country Sad Ballad Man, una sorta di tributo alle stramberie sceme e ubriache di Wowee Zowee), e il divincolarsi dal modello brit consente ai musicisti di coltivare la vena più giocosa e avventurosa, in parallelo con un inedito lirismo all’interno del songwriting (non solo da parte di Damon, che inizia a parlare in prima persona, ma anche dello stesso Coxon, che debutta ufficialmente sul lo-fi romantico e tenerissimo di You’re So Great). Blur funziona a meraviglia per l’equilibrio tra la scrittura (Strange News From Another Star è la gemma di songwriting del caso, o la struggente Beetlebum che tratta lo spinoso tema dell’eroina) e un diverso approccio alla materia musicale (via fiati, piano, archi e coretti per far spazio a loop, synth e drum machine); non per niente funziona meno quando ci si lascia prendere troppo dal gioco (l’inconcludente Theme From Retro, una sin troppo weird Essex Dogs che pure viene recuperata da Albarn), e in ogni caso i Blur non sembrano capaci di rinunciare alla loro natura pop (Look Inside America, i singoli On Your Own e M.O.R., che paga tributo dichiarato a Boys Keep Swinging di Bowie/Eno). Quanto al valore storico del tutto, basti pensare che in quel febbraio 1997 i Blur sono in grado di anticipare mosse decisive per l’evoluzione del rock britannico (il folk-trip hop acidissimo di Death Of A Party prevede di qualche mese, come già scritto, le intuizioni post moderne del già citato Ok Computer). Insieme a Parklife, l’opera definitiva dei Blur, senza dubbio. Tuttavia le frizioni tra Albarn e Coxon sempre più insistenti, ormai i litigi sono all’ordine del giorno e sembra non esserci via di fuga, con gli studi di registrazione che sembrano un inferno. Si assiste ad una lotta di potere, dove ognuno dei due che vuole far prevalere la propria idea di musica, e di ciò che la band deve essere. Nel mentre Albarn ha deciso che le interviste verranno concesse esclusivamente da parte sua, per paura che gli altri dicano cose fuori posto. Graham ormai è incontrollabile, e dà ascolto soltanto al fondo della bottiglia, ma come spesso capita per i geni, il tutto diventa preziosissimo materiale artistico.

Arriva 13 (copertina disegnata dallo stesso Coxon, con i due numeri che nell’artwork formano la lettera “B”), anno 1999. In produzione c’è stato un importante cambio di staffetta con l’arrivo di William Orbit, già al lavoro con la band nel divertente EP di remix Bustin’ + Dronin’ (1998). La situazione per lui è tutt’altro che facile, ma non se la caverà male (accusando però la band, anni dopo, di non averlo neanche pagato). Come scritto più in alto, 13 sarà l’ultima vetrina importante del chitarrista (che nel mentre avevo esordito in solo con The Sky Is Too High) all’interno del gruppo: a lui si devono gli episodi ancor memorabili del disco: Tender (un affezionato ed accorato scambio gospel con Damon con il ritornello che ancora oggi fa impazzire le folle) e Coffee & TV (il brano che Graham deve aver sempre sognato); sembra tuttavia azzardato, con il beneficio di una decina abbondante d’anni di distanza, azzardare che questi Blur, con un disco tanto indulgente quanto meravigliosamente incompiuto, il meglio se lo sono lasciato alle spalle, senza voltarsi. A meno che non crediate che pasticci come Bugman e B.L.U.R.E.M.I. siano tra le loro produzioni migliori, o che, a parte il sapore eccitante di avventura, Caramel e Battle rappresentino delle pietre miliari nell’inevitabile processo di mutazione filo-elettronica del pop-rock di fine millennio. C’è un motivo per cui occorrerà attendere Kid A per vedere i Radiohead toccare quella vetta che i Blur hanno cercato: semplicemente, non sono più una band funzionante in toto. “It’s over, you don’t need to tell me“ recita No Distance Left To Run, struggente e malinconico lento tra i migliori di Albarn con il gusto agrodolce dell’epitaffio, che nemmeno episodi riusciti come Trimm Trabb, Mellow Song e 1992 riescono a sciacquare. Vista l’atmosfera che ha circondato le session del disco, se potessimo fare un paragone diremmo che 13 somiglia tremendamente all’omonimo dei Beatles.

La band si prende una pausa decisamente forzata – accompagnata nel 2000 dal fortunato Best-Of (contenente l’inedito di Coxon In My Radar). Non si può continuare così. Graham torna a lavorare in solo (The Golden D, Crow Sit On Blood Tree, The Kiss Of Morning), Dave si dà alla politica nei Labour, Alex dà sfogo alla sua passione per l’astronomia e fornisce ingenti donazioni a spedizioni spaziali non troppo fortunate, e Albarn, che decide bene di concedersi due mesi di vacanza in Giamaica (“un periodo fantastico, mi sentivo come se fossi fuggito dall’oscurità“), può finalmente dare vita a tutto ciò che gli passa per la testa, con successi e flop. Dà vita al side-project più riuscito di sempre, i Gorillaz, assieme al fumettista Jamie Hewlett, dove sfoga tutte le sue fantasie artistiche represse tra trip hop, funk, hip hop ed elettronica (ma questa è un’altra storia), colonne sonore (Ravenous, 101 Reykyavik) e musica etnica (Mali Music). Ormai Damon è mentalmente su un altro pianeta, quasi i Blur fossero diventati secondari, e se importanti devono essere, comanda lui. Non c’è storia.

Da queste prospettive, nel 2003 viene partorito Think Tank, che per certi versi potremmo definire il primo album solista di Albarn. Dopo aver partecipato ad alcune session (Battery In Your Leg) Coxon se ne va sbattendo la porta, e James e Rowntree non sono nulla più che semplici turnisti. Potremmo vedere in Think Tank una disgregazione o al contrario una prova d’orgoglio estremo dei tre superstiti o ancora, se preferite, l’ ultimo regalo agli affezionati del marchio Blur; più cinicamente, una serie di demo buoni per i Gorillaz fatti di esperimenti in cui Albarn esplora le sue nuove incontenibili passioni per musica etnica, l’hip hop e il lo-fi, con quell’approccio slabbrato che caratterizzerà in quantità notevole i suoi passi successivi. Un disco rimaneggiato – che vede anche la presenza in due brani di Norman Cook aka Fatboy Slim (Crazy Beat, Gene By Gene) – dove tranne per l’ebbrezza esotica e luminosamente ispirata di Out Of Time e lo spleen solenne di Battery In Your Leg (non per niente la più Blur del disco) si lascia ricordare per poco altro; eppure quando arrivano le prime note di Ambulance è difficile pensare di aver ascoltato cose del genere negli ultimi anni. Il disco è sicuramente il più discusso della band, e di certo il più criticato nonostante numerosi pareri positivi. L’avventura dei Blur finisce così. A quanto pare.

I Blur scompaiono dalle cartine, niente concerti, zero notizie, il nulla totale. Anni di puro silenzio, in cui la figura della band cresce senza sosta contornandosi di religiosità. I fan aumentano, la generazione che non li ha vissuti in prima persona li scopre e li adora. Sembra inevitabile: verso la fine del 2008 la band torna allo scoperto e annuncia la reunion, i problemi con Graham sembrano finalmente risolti. Ad aprile 2009 viene pubblicato il primo singolo in sei anni, Fool’s Day, in occasione del Record Store Day: malinconico brano che vede in coda un delicato, semplice ma bellissimo, riff di Coxon. Successivamente, doppia e trionfale data ad Hyde Park (che nel corso degli anni si rivelerà essere la loro tana) il 2 e 3 luglio. Qualcosa come 100.000 spettatori a data. Fortunatissimo tour in Gran Bretagna nei maggiori festival dell’isola. Ma i quattro assicurano, “non ci sarà materiale studio“, e tornano nell’ombra. Passa qualche anno, e quell’inarrestabile processo di mistificazione non conosce ostacoli, fino a quando qualcosa si muove. Di nuovo.

Alla band viene consegnato il premio alla carriera durante i Brit Awards a inizio 2012, e a sorpresa viene annunciata una data estiva ad Hyde Park. Estate caldissima a Londra, ma non per il clima, bensì per le Olimpiadi: chi meglio dei Blur può rappresentare la britishness al pianeta intero per celebrare la chiusura del mastodontico evento? Per l’occasione i Nostri pubblicano il nuovo singolo Under The Westway/The Puritan, precedentemente suonato dal duo Coxon/Albarn in una serata di beneficenza e successivamente, con la band al completo, sopra il tetto di un edificio, con la memoria che non può non andare al Beatles Rooftop Concert. A luglio vede invece la luce il bellissimo boxset Blur 21, contenente gran parte del succosissimo materiale della band tra inediti, remaster, demo, live e chi più ne ha più ne metta. Siamo dunque al 12 agosto, i Blur incantano Hyde Park con un concerto al limite del magnifico (come raccontato nella nostra recensione da Luca Falzetti), ma qualcosa di strano accade durante il finale di The Universal: Damon guarda il pubblico cantare a squarciagola, e lui resta in silenzio, immobile, con una sincera commozione che si intravede anche dai maxischermi. Quello sguardo sembra non poter suggerirci altro che la fine definitiva, e d’altronde cosa può chiedere di più una band che ha avuto l’onore di chiudere i giochi olimpici della propria città?. Eppure i fan di tutto il mondo vogliono saperne di più, e qualche mese più tardi, nel 2013, Albarn e soci annunciano un tour mondiale che toccherà il mondo intero, Italia compresa (noi vi abbiamo raccontato i concerti di Milano e Dublino), quasi a voler prendersi finalmente parte del successo e dei bagni di folla mai arrivati negli anni precedenti in giro per il pianeta.

Per la prima volta, durante una data ad Hong Kong, nel febbraio 2014, Damon annuncia al microfono il ritorno della band negli studi con quindici brani registrati. Certo era parecchio che non si sentivano novità su nuovo materiale, e qualche mese più tardi, in piena estate, Albarn decide di riportare tutti con i piedi per terra: le session hanno avuto uno stop improvviso, dovuto al caldo insopportabile ma soprattutto per la mancanza dei testi da accompagnare alle musiche. Perchè a quanto pare era uno di quei momenti in cui Damon doveva fare tutto e subito, battere il ferro finché caldo, ma non ce l’ha fatta. E torna la solita storia: “Il nuovo album potrebbe non vedere mai la luce“.

Nel frattempo, il buon Albarn pubblica il fortunato esordio solista Everyday Robots (qui la recensione), e annuncia un ritorno nel 2016 dei Gorillaz. L’agenda sembra piena, eppure, il 19 febbraio 2015, succede l’inaspettato: durante la mattina il Sun posta la copertina di un disco che recita una scritta in mandarino, e in più si parla di un importante annuncio, il ritorno di una band che non pubblica dischi dal 2003. Sin da subito le strade sembrano portare ad un unica direzione, e più avanti si scopre che la scritta dell’artwork recita “Blur”. Sembra quasi irreale, una bufala da bontemponi del web, ma quando i componenti della band postano sui canali social un countdown con scadenza di 45 minuti, tutto è più chiaro. Per una volta, finalmente.

Su Facebook la band annuncia a sorpresa il nuovo album The Magic Whip – con una conferenza stampa in diretta su Facebook dal ristorante cinese The Golden Phoenix nel West End di Londra, presentata dal famoso speaker Zane Lowe -, dove viene svelata una nuova data ad Hyde Park (ma va?) e l’ascolto del primo brano tratto dal nuovo lavoro, Go Out. Sin dai primi minuti è chiaro il ritorno di Coxon, con il suo marchio di fabbrica fatto di distorsioni e salse (false) lo-fi, con il cantato di Albarn un po’ ciondolante e malinconico che riporta alla mente i Blur del 1997. Le aspettative sono davvero alte e nessuno può negarlo, il gruppo non ha mai fatto passi falsi evidenti, anzi, e a vedere le reazioni generali sulla rete e non solo, è evidente che manchi quel senso di disillusione che accompagna spesso il ritorno di gruppi dinosauri. Chissà se riusciranno a sorprenderci ancora. Non ci stupiremmo di certo.

Infatti non ci stupiamo, sin dal primo ascolto dell’album, nel riconoscere una band ritrovata e in completa armonia nei suoi elementi, come se tutti i litigi, le incomprensioni e gli insulti fossero svaniti grazie ad un semplice schiocco di dita. The Magic Whip, nato per caso durante cinque afosi giorni a Hong Kong in cui i Blur decidono di rinchiudersi in uno studio per passare il tempo, suonando b-sides e jam improvvisate su cui Coxon deciderà più tardi di ritoccare con l’aggiunta all’ultimo dei testi di Damon, è certamente lontano dal capolavoro, ma vede al suo interno più di qualche spunto interessante con episodi ottimi che non sfigurerebbero certamente all’interno dei dischi più celebri della discografia. Se infatti, come scritto in sede di recensione, deludono il cazzeggio di I Broadcast o le schitarrate Arctic Monkeys di Mirrorball, il resto dell’album non può che lasciarci un sorriso compiaciuto: dall’iniziale Lonesome Street, un tuffo nei ricordi di Parklife e Modern Life Is Rubbish, alla sentita My Terracotta Heart, sincera dedica di Damon a Graham, le tessere di quel puzzle rotto nel 2002 sembrano essere tornate al loro posto. In linea con le ultime fatiche di Damon (Everyday Robots), trasuda un generale senso di irrequietezza: la marcia scandita dalle percussioni di Dave Rowntree in There Are too Many Of Us, il cupo scenario («’cause the desert has approached the places where we heading») raccontato nel bellissimo crescendo di I Thought I Was A Spaceman, o l’aria pesante di Pyongyang (una critica a Kim Jong-un? «And the pink light that bathes the great leaders is fading»), di certo l’episodio più ricercato, sono una prova tangibile. Non manca il ritornello perfetto per la folla di Hyde Park, come la piacevolissima Ong Ong (i riferimenti alla metropoli asiatica sono presenti in più di qualche momento), ma i Blur riescono anche ad estrarre dal cilindo un brano che potrebbe avvicinarsi al classico, Ghost Ship: ballata avvolgente dal tocco reggae, con la morbidezza e la delicatezza dei Gorillaz di Plastic Beach, manifestazione di una certa di dose di classe ancora presente nel DNA dei quattro. Le paure di un passo falso sono sparite in men che non si dica, e The Magic Whip a posteriori appare un disco necessario, che forse rappresenterà l’ultimo canto del cigno, ed ennesima bussola per aiutarci a decifrare, ancora una volta, i contorni indefiniti della band. Lunga vita ai Blur.

(contributi di Diego Ballani e Antonio Pancamo Puglia con alcuni estratti della sua monografia dedicata alla band, Britlife del 2012).

di Daniele Rigoli
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