Dargen D’Amico (IT)

Biografia

Tra le figure più eclettiche dell’hip hop italiano, Dargen D’Amico si distacca con forza dai luoghi comuni del rap, in primis per un approccio in fase di scrittura fortemente cantautorale, come nessun’altro nell’ambiente, un’estetica diventata ormai marchio di fabbrica con gli occhiali da sole indossati in ogni dove, una fortissima vena ironica e un modo di porsi con pubblico e stampa alquanto singolare. Tutti elementi che rendono complicata una rappresentazione univoca del personaggio in questione.

Dargen D’Amico, vero nome Jacopo, nasce a Milano nel 1980 e fonda, a cavallo del nuovo millennio, il trio Sacre Scuole assieme a Jake La Furia e Gue Pequeno. Dopo aver dato alle stampe l’unico album del gruppo, 3 MC’s Al Cubo (2000), Dargen abbandona il progetto a causa di dissidi con Jake, non rinunciando però ad alcune collaborazioni con i futuri Club Dogo, che si formeranno dopo il suo allontanamento e l’arrivo di Don Joe. Inizia così la sua carriera solista, di pari passo con la fondazione dell’etichetta Giada Mesi assieme a Francesco Gaudesi.

L’album di debutto Musica Senza Musicisti esce nel 2006, 23 tracce in cui è evidente la vena elettronica che in futuro accompagnerà spesso l’artista. Numerose le collaborazioni, dai Two Fingers a DJ Phra dei Crookers. Passano due anni e arriva la seconda fatica in studio, Di Vizi Di Forma Virtù, che segna l’approdo a Universal. Sempre notevole la lunghezza del disco (poco più di due ore), le cui tracce vengono descritte dal nostro Marco Braggion come “alti e bassi che potrebbero essere stati riassunti in una top hit di più facile ascolto. Dargen è la rivelazione in fieri per la canzone d’autore italiana. Una star che racconta l’ovvio e l’acredine disgustosa del quotidiano di periferia, un aedo di questi tempi marci. Uno che non può scartare l’imperfezione, perché nei rifiuti siamo ancora sommersi“.

Con due album solisti alle spalle, nel 2010 – anno in cui abbiamo avuto il piacere di fare alcune domande a Dargen, che conferma per l’occasione la sua reputazione di brillante imbarazzatore d’intervistatori – il rapper pubblica i due EP D’ (Parte prima) e D’ (Parte seconda), quest’ultimo giudicato da Gabriele Marino come uno dei lavori dell’anno. I brani dei due mini album andranno a comporre nel 2011 il terzo disco CD’. Dello stesso anno il progetto Macrobiotics col produttore Nic Sarno, con cui Dargen pubblica l’album Balerasteppin, una collezione di cover in cui il musicista rappa i testi di alcuni classici della canzone italiana, tra episodi riuscitissimi e altri meno (qui la recensione).

I fan iniziano a diventare sempre più numerosi, a cavallo tra pubblico mainstream e nicchia più esigente, e con il quarto album Dargen dà alla luce il suo lavoro (finora) migliore: Nostalgia Istantanea (2012). Composto da sole due tracce di venti minuti l’una, il lavoro viene accolto con toni d’entuasiasmo dal nostro Gabriele Marino, che in fase di recensione scrive: “in Nostalgia Istantanea Dargen è apodittico e poetico-sloganistico, più del solito (prende per il culo alcuni luoghi comuni), aiutato in questo anche dai bpm bassi, senza momenti al fulmicotone, con la musica co-firmata dal fido Emiliano Pepe tra certo minimalismo funky battistiano solarizzato e un insinuante pathos soft electro. A è un divertissement dichiarato e viene fuori come un esperimento ben fatto, assolutamente godibile, docile, ideale da sentire in un viaggio in auto da soli di notte (è un complimento). Variazioni Sul Tema Nostalgia Istantanea ne è il rovescio, la sua trasfigurazione espressionista, deformata, selvatica, drogata. Senza troppi giri di parole, è uno dei capolavori di Dargen, che sapeva di potere azzardare e ha azzardato, se non il suo picco assoluto (sicuramente il suo picco – pardon – sperimentale)“.

Da questo momento in poi D’Amico sembra aver trovato la bussola, e nel 2013 Vivere Aiuta A Non Morire mette in mostra il lato più leggero del rapper, con suoni più danzerecci e di facile presa, ma senza mai abbandonare una scrittura impegnata. Il disco non ripaga del tutto le attese del predecessore, ma Dargen sembra comunque non cedere il passo, come scritto in sede di recensione: “è troppo bravo per nascondere di esserlo e riesce a essere grande anche quando, sopra le righe, si abbassa. Alchimista, trasforma il piombo in oro, anche se va notato che lui viene dall’oro e al piombo c’è arrivato“. Passano due anni e arriva l’ora del sesto album studio, D’IO, che come affermato dall0 stesso artista riunisce in un colpo solo tutto ciò che è stato fatto nei precedenti lavori: parliamo un disco più che buono, che traccia una linea ben precisa nella carriera dell’artista, uno sguardo critico al passato per affrontare meglio il futuro (qui la recensione).

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