Death Grips (US)

Biografia

Arti visuali e sperimentazione: questo il terreno comune da cui nascono i Death Grips. La visual art è infatti il background che congiunge i due pezzi del duo: prima di cominciare a frequentare l’hip hop sperimentale, infatti, Stefan Burnett ha studiato questa disciplina presso l’Università di Hampton, in Virginia. Terminati gli studi, col fratello ha messo su un progetto in cui sperimentare il suo amore per il flow e farsi chiamare MxIPIx. Ma è un’idea che va avanti per poco: nel 2010 nascono i Death Grips, che Burnett (che qui sarà sempre al canto e alle rime, e che si farà chiamare MC Ride) porterà avanti con quella che sarà la sua controparte principale, Zach Hill. Quest’ultimo, oltre ad essere il drummer ipercinetico e sperimentale degli Hella (una band che fa della destrutturazione e del cubismo applicato ai suoni duri il proprio vessillo) è anche un visual artist.

Il gruppo nasce ufficialmente a Sacramento, in California, nella stessa strada in cui vivono i due: presto si unisce a loro anche Andy Morin, detto Flatlander. L’organico è pronto: Burnett alla voce, Hill alla batteria, Flatlander alle tastiere e alla parte elettronica. Il primo segno discografico è un EP omonimo del 2011, cui fa seguito, sempre in quell’anno, il mixtape Exmilitary. Sono suoni sporchi ma intelligibili, che mischiano l’hip hop a un gusto per lo sberleffo, all’agit prop e a un’elettronica lo-fi incalzante. E sono soprattutto avvisaglie di quello che sarà il vero boom del duo: dopo i primi due prodotti discografici rigorosamente autoprodotti, nel 2012 The Money Store esce per Epic e rappresenta (tesi confermata dalle parole del nostro Gabriele Marino) un esempio non tanto di hip hop, quanto “proprio di rap al rumor bianco“. L’album colleziona ottime recensioni un po’ ovunque e fa accendere i riflettori sul Death Grips e sul loro modus operandi casinista, supportato da un sound possente e sloganistico il giusto da risultare coinvolgente e fisico.

La band in quello stesso anno cancella alcune date del tour per completare il seguito di The Money Store, quel No Love Deep Web dalla copertina fallica che esce sempre sotto Epic Records. La loro formula, nonostante strumentazioni tutt’altro che consistenti, risulta ancora unica. Nella recensione, Antonio Cuccu si stupisce del fatto che “non ci sia ancora nessuno che provi a fare musica come loro“. Il trio unisce nel suo DNA grime, footwork, hip hop ed estetica punk rozza. Per alcuni è un suono passatista, per altri l’estetica del tempo che viviamo. I Death Grips hanno alcune frecce al loro arco: sono menefreghisti come estetica punk vuole, sono iperattivi a tal punto da avere pronto un nuovo album in men che non si dica e sono abbastanza matti da sfidare l’industria permettendone il free download. Ma non solo: una sera a Chicago, in cui dovrebbero suonare per un aftershow del Lollapalooza, non si presentano, scatenando la rabbia dei presenti (e, secondo alcune fonti, la distruzione della strumentazione).

Marchiato Thirdworld, Government Plates viene immesso nel mercato senza comunicazione ufficiali. Si tratta di un disco più semplice del predecessore, ma che, nelle parole quasi profetiche del nostro Luca Falzetti, viene descritto come “un’opera completa solo per metà, o comunque il pezzo di un puzzle audio-visivo più grande, su cui ancora non abbiamo messo le mani. Ma l’impressione generale è che i Death Grips vogliano spingere la barca più a largo possibile – per vedere quanto ce n’è – continuando a rompere convenzioni, prima di sbattere inevitabilmente contro il fondale di cartone e abbandonare lo show“.

Nel 2014 il duo lavora a un doppio album dal titolo The Powers That B. La prima parte di esso viene pubblicata in free download a giugno col titolo Niggas On The Moon. Vi è all’interno la collaborazione sui generis di Björk, la cui voce campionata anima il ritmo di alcuni brani. Il disco vede il ritorno del gruppo all’autoproduzione e mischia le stesse carte precedenti, aumentando le dosi di alcuni ingredienti a discapito di altri. Rappresenta infatti, leggendo le righe della nostra recensione, un insieme di canzoni in cui “la parte hip hop c’è sempre, a partire dal groove fino al fatto che MC Ride spande sempre il suo flow stridente: solo che questi elementi sono stati inseriti (come già in Government Plates) in un percorso in cui le componenti grime, footwork e techno ora sono più presenti. Occorre capirsi sull’uso di questi ingredienti: nonostante non ci si trovi di fronte ad un passo avanti che scompigli la formula, la povertà sonora voluta dal trio riesce a coagulare queste istanze in momenti comunque omogenei come Say Hey Kid, un pezzo che pare adatto a una seduta in palestra per ex fan dei Prodigy“.

Poche settimane dopo la pubblicazione, il gruppo annuncia lo split, dichiarando (su un tovagliolo, poi diffuso tramite foto su Internet) che i Death Grips si sciolgono perché ormai al loro top. Una conclusione forse nobile ma bizzarra per una storia che di lineare ha sempre avuto ben poco.

di Andrea Macrì
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