Deerhoof

Biografia

San Francisco è sempre stato un posto di tipi bizzarri, dalla cultura hippie fino alla scena garage revivalista a cavallo tra primo e secondo decennio degli anni Duemila. E San Francisco pare l’unica culla possibile per una delle band più bizzarre, eccitanti e sonicamente frammentate di questa prima parte di millennio (e della fine del precedente): i Deerhoof.

San Francisco, la Kill Rock Stars, l’underground a stelle e strisce in bilico tra deriva major e riflussi dell’indipendenza che fu: è questo il contesto in cui a Greg Saunier e Rob Fisk viene in mente di tirar su un duo sperimentale per batteria (il primo) e basso (il secondo). A rendere il tutto ancora più bislacco arriva – dopo alcune cassette e sette pollici registrati dal duo, nonché svariati avvicendamenti in formazione – Satomi Matsuzaki, giunta dal Giappone negli Stati Uniti da pochissimo, che prende in mano il microfono. La loro musica è fin dall’inizio un concentrato di dilettantismo noise privo di rispetto nei confronti dei concetti di melodia, armonia, struttura: testimonianza ne è l’esordio del trio, The Man, The King, The Girl, edito da Kill Rock Stars nel 1997, dopo tre anni di rodaggio in studio e in tour. Sono i Royal Trux privati del blues (e del carattere maudit tossicomane) che jammano con le Shaggs. Qualche lampo intellegibile, quando c’è, fa presagire che non si tratta di sprovveduti (vedi A-Town Test Site) che sanno come si scrive una melodia ma che preferiscono concentrarsi su un suono povero e da testi tra il bizzarro e il poetico.

Il primo passo verso una forma più definita (ma non certo addomesticata) è Holdypaws, del 1999, dove il noise, il fox-core, il punk e testi lucidi e mai banali impastano pazzie sonore/canore che hanno un senso, e che sono spesso capolavori di sintesi di tutti questi vettori (Queen Of The Lake, The Great Car Tomb). Il disco vede la partecipazione di Kelly Goode alle tastiere, ed è ancora griffato Kill Rock Stars: è un album frutto dei due anni di tour in giro con gente come Unwound, Sleater-Kinney e altri, nonché dell’impegno di Matsusaki ad imparare a suonare il basso. Sempre nel 1999 Fisk e Goode lasciano. Matsusaki e Saunier riprendono alcune session intraprese prima di Holdypaws con Fisk, ed ecco Halfbird. Targato Menlo Park, è un disco più giocoso del precedente (dove il termine non è da confondersi con “sbarazzino”), sempre sperimentale, sempre interessante. I Deerhoof hanno una caratteristica rarissima: non sono mai identici ad un attimo prima. Il suono sta sempre a un passo dalla deflagrazione cacofonica da dilettanti, ma non vi scade mai.

Ai due superstiti si unisce John Dieterich alla chitarra e nel 2002 esce Reveille, pubblicato da Kill Rock Stars assieme alla 5 Rue Christine. È il disco che fa scoprire al mondo i Deerhoof, anche per via di trame ritmiche che si fanno più pronunciate ed un chitarrismo in perfetto equilibrio tra dissonanza, rudezza liberatoria e fraseggi da indie rock classico. Da qui partono le ospitate da John Peel a BBC Radio 1 per le session, le comparse nelle classifiche di fine anno di testate musicali e gli apprezzamenti dei colleghi. Dei Deerhoof piace, inoltre, l’ispirazione che arriva da ogni lato: l’idea per Apple O’, disco della band che uscirà nel 2003 sempre per le due etichette del precedente, viene a Saunier sfogliando una rivista di musica e trovando, dopo una recensione di Reveille, un’intervista in cui Kim Deal delle Breeders si lamenta della pervasività della tecnologia nelle registrazioni odierne.

Apple O’ vede l’esordio dell’altro chitarrista Chris Cohen, e mostra al suo interno uno sviluppo del suono in cui il pop comincia più convintamente ad inserirsi (anche se non si tratta mai di materiale minimamente mainstream, in quanto a fruibilità). È una tendenza che trova sbocchi ancora più pronunciati in Milk Man, di due anni seguente ad Apple O’ e che, oltre alla duplice etichetta, vede aggiungersene un’altra, la ATP Recordings. Basta l’iniziale title track per rendersi conto dello sfavillante stato di forma della band: suoni delicati si alternano ad assalti saturi, voci e melodie carezzevoli lasciano a volte spazio ad inserti inauditi (breakbeat, latinismi, synth). La band non mostra alcun accenno di stanchezza o di mancanza di spirito di avventura: questo magari non sempre le permette di essere a fuoco (Dog On The Sidewalk) ma la qualità media tra divertimento e sperimentazione è ancora alta.

Dopo l’EP Green Cosmos (2005), arrivano i dischi The Runners Four (2005), Friend Opportunity (2007) – in cui Cohen non  c’è – e Offend Maggie (2008), dove, in misura più o meno simile, la sperimentazione e la melodia (per quanto sghemba o trafitta da assalti rumorosi) vanno di pari passo. Un esempio di quanto diciamo viene dalla recensione di Daniele Follero dell’ultimo dei dischi citati: “I Deerhoof dimostrano, con questo nuovo capitolo della loro ormai decennale carriera, che chi ha idee solide e coerenti alle spalle può permettersi anche divagazioni “scandalose” verso le sirene tentatrici del pop, senza la paura di entrare nel tunnel senza uscita della “musica commerciale””.

Nel 2011 arriva Deerhoof vs. Evil, su Polyvinyl Records. Nella recensione di Gaspare Caliri abbiamo un altro esempio dei tratti ormai definitivi ma sempre vivi del suono della band:  “Nel crogiolo di opposizioni, e nella lotta tra lo zoccolo e il demone, abbiamo però un vincitore. Non è la schizofrenia, ma la melodia. Non vince ai punti, ma in quanto punto di vista dominante – e questa è una novità non da poco. Non si tratta di pop e non pop, né di caramelle o carbone”.

L’anno seguente Breakup Song (2012), sempre su Polyvinil Records, denota un primo smarcamento dallo stile classico deerhoofiano, anche se moderatamente. È uno sganciarsi da vecchie coordinate che trova un più compiuto passo, due anni più tardi, in La Isla Bonita (2014): ispirata da una cover dei Ramones, la band trova una compiutezza non rivoluzionaria rispetto al suo passato, ma comunque ancora fresca, viva, in qualche modo attuale. È un disco in cui – come scriviamo –  “La battaglia tra melodia e sperimentazione, che in altre band trova sempre forme manichee, qui è un blocco unico: più che due rette che a volte si toccano, questa musica è raffigurabile come un calderone”. Un calderone, appunto, dove a distanza di vent’anni suoni e tessiture complesse e spesso inconciliabili continuano a ribollire.

Leggi tutto

Altre notizie suggerite