Fat White Family (UK)

Biografia

Nel febbraio 1978 le pagine dello spettacolo del giornale serale Standard di Londra annunciarono «il punk è morto», provocando l’immediata reazione del Sounds, settimanale specialistico di punk accanito. Non ci volle molto, in realtà, perché tutti si accorgessero quanto fosse vera quella dichiarazione, primi fra tutti i Sex Pistols ormai disgregati, con un John Lydon che si avviò immediatamente verso la fondazione dei Public Image Ltd per decollare verso le nuove frontiere del post-punk degli ’80. Che cosa ci rimane di quegli anni e di quell’esperienza? Sicuramente moltissimo, soprattutto a livello terminologico, nella prospettiva in cui il termine punk diviene sinonimo di sovversivo, anarchico, brutalmente sfacciato. E se abbiamo intitolato la nostra intervista ai Fat White Family “Il punk sotto mentite spoglie” è perché questo gruppo di ragazzi di Londra Sud è riuscito a riesumare non tanto accordi o musica prettamente punk (anche se ne percepiamo sottili sonorità), quanto il bisogno formale di esprimersi in un modo che potremmo definire punk, nonostante la loro musica sia un miscuglio vulcanico con denominatore comune la psichedelia.

Le prime dimostrazioni della loro irriverenza sono arrivate dalle esibizioni live, presupposto che li distingue da altre band attuali che in egual modo ricercano linguaggio e simpatie punk o post-punk, come gli Sleaford Mods. I Fat White Family fin da subito hanno reso esplicita (come un urto violento) l’importanza della propria immagine sul palco e dell’esagerazione iconica portata alle estreme conseguenze, attraverso l’apologia di personaggi discutibili o l’uso sarcastico – e non – di simboli politici. E così già dal primo album Champagne Holocaust (2013) hanno attirato l’attenzione di stampa (NME, The Quietus, The Guardian e moltissimi altri), pubblico, ma anche del mondo musicale. L’interesse per la band dimostrato da Sean Lennon, figlio di quel Lennon, è la svolta della carriera, per lo meno dal punto di vista stilistico (ovvero, più attenzione per la qualità), senza che venga tradita la natura conflittuale degli inizi. Grazie a questa collaborazione e all’esperienza assorbita durante le date live, Songs For Our Mothers, seconda fatica della band pubblicata a gennaio 2016, diventa l’emblema della forza ideologica, politica, musicale del combo. «Lo stile musicale dei Nostri non è per nulla stereotipato – scriviamo in recensione – Songs For Our Mothers suona molto più psichedelico del precedente, di quella psichedelia alla Thee Oh Sees, fino a una deriva psychobilly che ricorda i Cramps, e in qualche misura anche il kraut si fa spazio nel ventaglio compositivo».

Sempre attivi, sempre con la battuta pronta, i Fat White Family hanno saputo finora essere sovversivi senza essere stupidi, facendo del loro disgustoso modo di fare una forza, del loro cinismo un fascino, del loro disordine un pregio. Il disfattismo li ha portati ed essere fondamentalmente onesti, e forse è per questo che la gente li ama. La vena concettuale un po’ ironica ma non chimerica, come se fosse una personale e verosimile creazione di un cosmo delirante, li rilancia come una delle band emergenti più interessanti degli ultimi anni. Che mantengano ancora quello stato borderline e che non perdano il disgusto nei confronti della realtà, è l’auspicio. Ma nel Panta Rei dei Fat White Family nulla è scontato.

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