Foals (UK)

Biografia

Conosciutisi in divisa d’ordinanza tra i banchi di Oxford (dopo che il futuro cantante, Yannis Philippakis, aveva avuto dei trascorsi non professionistici nello studio della danza contemporanea), i Foals esordiscono sulla scia dell’ondata indie-rock di metà anni Duemila con una sorprendente perizia tecnica che miscela alla perfezione il math-rock dei Battles, l’alternative rock dei Bloc Party e il post-rock votato al lirismo dei Mogwai. Un audace tentativo di rimescolare le carte che mostra una spiccata personalità e che permette sin dall’inizio al gruppo di guadagnarsi un certo seguito nella scena indie inglese. A partire dagli esordi, la band spinge (e spingerà) verso forme espressive centrifughe, aprendo il nucleo del proprio sound a forti virate stilistiche. È un percorso particolare, il loro, che parte da un contesto doppio: quello oxfordiano – sulla cui storia vige la longa manus (volente o nolente) dei Radiohead – e quello del nascente revival new wave (via Franz Ferdinand e soci) dell’Albione di quegli anni.

Nati dalla fusione degli The Edmund Fitzgerald (prima band di Yannis Philippakis) e i Face Meets Grill (precedente formazione del bassista, Walter Gerves, e della chitarra ritmica, Jimmy Smith) i Foals vedono il fondatore Andrew Mears alla voce, ma dopo la pubblicazione del singolo Try This On Your Piano/Look At My Furrows Of Worry, nel 2006, avvengono dei cambiamenti: Philippakis diventa la voce al posto dello stesso Mears, che si dedica ad un altro progetto – gli Youthmovies –  “a causa di divergenze musicali”. Abbandonati gli studi, nello stesso anno i Nostri firmano un contratto con Transgressive Records e lanciano altri due singoli: Hummer (apparsa anche sulla serie TV Skins) e Mathletics.

La band, sotto la supervisione di Dave Sitek (già al lavoro coi Tv On The Radio), si sposta poi a New York per registrare Antidotes. Il disco, uscito nel 2008, riscuote un discreto successo e si posiziona al terzo posto nella UK Album Charts. I testi ambigui, i riff precisi e le sventagliate math-funk lo rendono un curioso successo che, in men che non si dica, fa accendere i riflettori sul quintetto: pezzi come Cassius o Red Socks Pugie non ci mettono tanto ad entrare nelle valigette dei dj inglesi. Nella nostra recensione descriviamo così le gesta di una band che “non indulge nelle romanticherie […] ma va dritta come un treno, non lesinando spigolosità post-punk a destra e a manca”.

Nel 2009, i Nostri si rifugiano a Göteborg, in Svezia, per registrare il secondo album, Total Life Forever. Il disco, carico di uno spleen decadente, sembra catturare la freddezza nordica, tanto da simboleggiare il loro “periodo blu”; a partire dalla copertina il lavoro accentua i toni cupi e malinconici, per un risultato complessivamente più etereo, lontano da quell’esordio danzereccio “tropical-prog”, come lo definirono loro stessi. Pubblicato a maggio del 2010 l’album riceve una nomination ai Mercury Prize e permette al gruppo di aprire il tour sudamericano ed europeo dei Red Hot Chili Peppers mentre la loro Spanish Sahara viene nominata “miglior canzone” agli NME Awards, spinta anche dall’inclusione in alcune serie TV di discreto successo. Parlando del disco, il nostro Stefano Solventi nota in fase di recensione come quello dei Foals sia “un iper-pop che impasta benissimo riferimenti e reminiscenze ‘nobili’ – i Talking Heads già etno-funk, olografie Brian Eno e Japan, persino particelle di traiettorie matematiche June Of ’44 – con i tòpoi da mainstream alternativo definiti negli ultimi anni grazie a band tipo Manic Street Preachers, Elbow e sia pure Radiohead”.

Cavalcando l’onda dell’hype, nel 2013 è volta di un Holy Fire che, se per certi versi sta all’ombra di Total Life Forever, per altri riprende le prime sonorità prog e le trasporta verso una maggiore complessità sonora (vedi pezzi come Inhaler). Anche Yannis sembra farsi più convinto dei propri mezzi e conferisce personalità e un ruolo sempre più da protagonista al cantato, arrivando ai limiti del proprio registro vocale. L’album – prodotto da mostri sacri del calibro di Flood e Alan Moulder – riceve una nomination ai Mercury Prize 2013 ed il gruppo ottiene un Q Awards nella categoria “Best Live Act”. Il disco – lo scriviamo in recensione – non ci convince del tutto: “questo album avrebbe potuto rappresentare il passo decisivo per i Foals. Realisticamente però, è difficile pensare che riarrangiando brani come Cassius o This Orient alla maniera di Holy Fire questi risultino pari o inferiori ad ogni altro inedito contenuto”.

Nell’agosto del 2015, anticipato dall’omonimo singolo, da Mountain At My Gates (il cui video è il primo ad essere filmato con la tecnologia di realtà virtuale Spherical GoPro) e da un sampler di undici minuti, è la volta di What Went Down. Il disco viene registrato in Francia e la produzione affidata a James Ford (Florence and the Machine, Jessie Ware, Arctic Monkeys) dei Simian Mobile Disco. Si tratta di un album in cui la band sfoggia chitarre aggressive e prove vocali slanciate, nonché una cura negli arrangiamenti maggiore rispetto al passato, che la salvano dal rischio di immobilismo. “Dopo alcuni ascolti – scriviamo in recensione ci si rende conto che la produzione quasi muscolare fa risaltare, nella sua imperfezione, tutto ciò che il quintetto inglese mette sul piatto”.

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