Forest Swords (UK)

Biografia

Attivo dal 2009, Forest Swords è l’alias dell’artista, musicista e grafico britannico Matthew Barnes. I primi lavori escono su cd-r e cassetta sia autoprodotti (Fjree Feather EP), sia grazie a piccole label quali Left Nautical Antiques (Miarches) e Woven Tones (Glory Gongs). È però grazie al successivo Dagger Paths, EP pubblicato nel 2010 prima per English Spelling Bee e poi per la londinese No Pain In Pop (in versione espansa con l’aggiunta di un 7”, Rattling Cage), che il suo nome viene lanciato nella blogosfera. Fact Magazine lo nomina album dell’anno, Pitchfork lo valuta con un generoso 8.4, Drowned In Sound punta su un secco 9/10, mentre The Guardian lo nomina tra le perle nascoste di quell’anno.

Ciò che cattura l’interesse della critica è una miscela sonora che assorbe un ampio spettro di influenze – quali drone music, dub, wave, techno, hip hop e r&b – senza rimanerne invischiata: una formula abbandonata, austera che dialoga con l’influente scena witch house di quel periodo tenendosene a debita distanza e, piuttosto, trovando naturali sbocchi nella tradizione sonora di Bristol e nella ripresa dell’indimenticata lezione di Pan American e indietro Labradford. Come molti suoi coetanei, Barnes utilizza una strumentazione essenziale fatta di ritmiche diradate e loop, refrain e effetti di chitarra. Modalità che utilizza anche per remissare varie tracce che gli vengono commissionate da These New Puritans a Wild Beasts, da Gold Panda e The Big Pink fino alla scrittura a quattro mani del singolo Cold Nites di How To Dress Well.

Il primo lavoro lungo di Forest Swords, Engravings, esce il 26 agosto 2013 per Tri Angle. Nella nostra recensione è sottolineato l’impegno per l’equilibrio di Barnes che, prendendo ispirazione dall’ambiente naturale di Thurstaston Hill nel Wirral, in Inghilterra, confeziona un lavoro al laptop che vive (campiona, evoca) i suoni della sua terra e cresce con gli ascolti, un grower che fin dall’opener new agey (Ljoss) alle ancora fresche esplorazioni sugli smalti soul propone un variegato setting di fascinazioni etnico estetiche e di tipo cinematografico. La critica specializzata internazionale acclama l’album. L’album conferma e accresce la fama di culto del producer mentre la sua copertina, realizzata dallo stesso Barnes che è anche grafico di professione, viene nominata per il premio «Best Art Vinyl 2013», kermesse che ogni anno decreta al Hari Hotel di Londra il migliore artwork. Le atmosfere cinematografiche, i risvolti mistici e etnici della sua musica, i passati remoti e le futuristiche contemporaneità messe in gioco nelle sue trame, catturano l’interesse del colosso Ubisoft che commissiona a Barnes la realizzare la colonna sonora dell’ultimo capitolo di una delle saghe videogame più amate degli anni ’10, Assassin’s Creed: Rogue. Il videogame uscirà a novembre del 2014 per Playstation 3 e Xbox 360 e non sarà che il primo di una serie di progetti extra discografici ai quali Barnes si dedicherà sia per trovare nuovi stimoli (è la crossmedialità a catturare particolarmente la sua attenzione) sia per inquadrarsi professionalmente come sonorizzatore. Presto, infatti, arriveranno richieste anche da parte cinema indipendente e dal mondo del teatro danza.

Del dicembre 2015 è la partecipazione alla colonna sonora di La Fête (est Finie (traduzione francese di La Festa è finita), corto diretto da Mark Donne, regista dal taglio fortemente politico e sociale, autore, tra gli altri lavori, di Afectados (documentario sui disastri ambientali causati dalle industrie petrolifere in Amazzonia) e di The Uk Gold (altro documentario di denuncia), quest’ultimo con colonna sonora firmata da Robert “3D” Del Naja, Thom Yorke e Guy Garvey degli Elbow. E proprio il membro dei Massive Attack assieme al frontman dei Radiohead a venire confermato dal regista per la soundtrack assieme a Young Fathers e, appunto, Forest Swords. Il corto, dal taglio satirico, viene presentato in anteprima, il 4 dicembre 2015, al Trianon di Parigi in occasione dei negoziati sui cambiamenti climatici, in apertura ai concerti di Thom Yorke, Patti Smith e Flea per la Cop 21. Narra le vicende di una donna, interpretata da Fiona O’Shaughnessy, nota per il ruolo nella serie tv distopica Utopia (ideata da Dennis Kelly, trasmessa solo nel Regno Unito dal 2013 al 2014), che, nel corso di una droga party con vista sulla Torre Eiffel, riconosce, tramite la sua fotocamera, dirigenti petroliferi e consulenti del governo in combutta per evitare la riduzione di emissioni tossiche.

Nella colonna sonora, parte fondante di un lavoro cinematografico privo di molti dialoghi, il tocco di Barnes si fa sentire nelle sezioni orchestrali e sugli smalti arcani ed orientali di certi passaggi, temi che ritroveremo in Compassion. Ma non è l’unico dei lavori che finiranno per influenzare direttamente o indirettamente la nuova prova, a stretto giro arrivano: un lavoro commissionato da Liam Young, architetto prima che movie-maker, che lo chiama per sonorizzazione In The Robot Skies, film interamente realizzato con l’uso di droni che viene presentato l’8 ottobre 2016 nel corso del prestigioso BFI London Film Festival, e Shrine: Original Dance Score, colonna sonora (suonata live anche per Boiler Room) dell’omonima performance coreografata da Carmel Koster e con protagonista il ballerino Owen Ridley-Demonick. Da un alto, la colonna sonora del lungometraggio, che racconta la storia di un amore tra due teenager detenuti dalla polizia e sorvegliati costantemente, esplora (lo si ascolta anche nel trailer) la parte più tipicamente cinematografica del sound di Engravings (a partire dall’uso del piano e degli effetti sci-fi), dall’altro la sonorizzazione si avvale di modalità compositive differenti restringendo l’uso dei campioni al solo respiro e ai suoni provenienti dal corpo. Qui Barnes lavora a trame sonore che da uno stato di claustrofobia sfumano in un climax euforico

A marzo 2017, con lo streaming di The Highest Flood, il marchio Forest Swords torna in partita e lo fa con un brano, parole sue, che racchiude le frustrazioni e le speranze accumulate in quasi diciotto mesi di lavorazione sul nuovo materiale. Al momento del suo annuncio non viene comunicato altro se non che uscirà su Ninja Tune, diversamente da Tri Angle, per la quale era uscito Engravings. Qualche mese più tardi data (5 maggio) e titolo del disco (Compassion) vengono confermati insieme ad un mix per Dazed in cui il producer presenta due remix di Björk e ANOHNI (rispettivamente dei brani Stonemilker – per l’occasione allungata a 45 minuti – e Four Degrees) ed una iniziativa simile a quella escogitata da Powell qualche mese prima, ovvero la pubblicazione sui canali social ufficiali del numero di telefono del producer con l’invito all’interazione tramite Whatsapp. In cambio di qualche riga di testo Barnes condivide in anteprima alcuni brani del disco con i 600 utenti presentatesi all’appello introducendoci così a uno dei temi portanti del nuovo lavoro. Nella press release, il producer dichiara di essere eccitato «dall’idea di guardare a futuri modi flessibili di espressione e linguaggio che si adattino ai nostri interessi» mentre a Dazed, contemporaneamente al mix, svela, dopo un bagno nei suoni HD che nel frattempo hanno spopolato tra i producer elettronici, che «emoticon e gifs possono essere più espressive delle parole». D’altro canto, le tematiche politiche, sociali e climatiche supportate attraverso le precedenti sonorizzazioni influenzano direttamente il nuovo lavoro attraverso sonorità dove il confine tra “reale”, virtuale e sintetico è minuziosamente camuffato. Il pensiero di Barnes poi si estende anche alle fake news e a concetti come quello di post-verità andando così ad aumentare la complessità concettuale del lavoro, ma non le musiche

«É stato interessante scoprire che gli stessi temi che stavo esplorando stessero diventando realtà. Tutto ciò è ovviamente orribile e ricalibra il nostro senso di sicurezza e comfort. Mi riferisco all’idea di poter dire qualcosa più e più volte, e la gente inevitabilmente comincerà a credere perché lo ripeti» (Matthew Barnes, FACT 2017)

Compassion si traduce in un album altamente immersivo, coerente con la prova precedente, dalla quale eredita gli acquari tra l’arcano e il futuristico, ma aggiornata sia a livello di texture e attrezzature usate che su un lato propriamente dinamico e non ultimo sotto un profilo squisitamente concettuale. Alla base del disco, la compassione, un filo rosso o forse meglio una linea guida in grado di ricondurre la molteplicità di influenze sonore stipate nella tracklist ad una sua unità ed unicità. Matthew Barnes è maturato e come scrive Luigi Lupo in sede di recensione, quella bilancia tra cattivi presagi e cauto ottimismo è sempre mirabilmente in equilibrio nel disco. Il bravo ragazzo dei dintorni di Liverpool – come lo definivamo in un’intervista di tre anni fa – si conferma un talento.

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