Ghostpoet (UK)

Biografia

Nel 2015 si presenta con baffoni, barba, Borsalino e occhiali a montatura spessa, come da copione mass-mediatico indie. Anagraficamente ha pure l’eredità nigeriano-dominicana da sfoggiare: un portafoglio pieno di biglietti da visita in costante evoluzione, ma che di fondo ha il collante dell’hipster 2.0 wesandersiano. Tutto questo è Obaro Ejimiwe, in arte Ghostpoet. La sua è la riscossa dell’hip-hop mezzo biascicato, mangiato e slacker che nel post-millennio preventivato da Tricky già nel lontano 1996 (il bristoliano è una delle fonti principali), mescola elettronica, blues, trip-hop, Londra, mesh-up culturale e alta classe demistificante-spocchiosa.

La sua non è solo la storia di un ragazzo sull’orlo del successo e attento alle giuste collaborazioni più o meno radical chich. Ghostpoet parte infatti come un passatempo da dopolavoro, ma nel 2010 viene notato su Myspace dalla Brownswood Recordings del DJ di culto Gilles Peterson, che gli pubblica il primo EP, The Sound Of Strangers, a giugno 2010. Nel frattempo ha già collaborato con Mica Levi, in arte Micachu, quando ancora non era una boss dell’underground londinese (nel Filthy Friends Mixtape del 2007), e in seguito si affiancherà alla crema dell’hip hop britannico (DELS, The Streets e Kwes) e pure al progetto Africa Express di Damon Albarn.

Nel 2011 viene candidato al prestigioso Mercury Prize per l’esordio Peanut Butter Blues & Melancholy Jam. La proposta del rapper di Coventry parte con una fascinazione per l’hip-hop (vedi alla voce Gil Scott-Heron e Roots Manuva), passa per una resa dei conti con l’elettronica leftfield nel sophomore Some Say I So I Say Light del 2013 e approda a un buon blues rock tagliato con featuring azzeccati nel terzo album Shedding Skin del 2015. Un Dizzee Rascal azzimato, meno incazzato di Tricky e più pulito, Ghostpoet propone uno spoken word alieno da qualsiasi forma di politica e si concentra sull’atmosfera, su un individualismo che riflette la lezione del rock maistrindie di inizio anni Zero (Arcade Fire, Modest Mouse, The National), mixato con produzioni che guardano un po’ al futuro (Kode9) e in egual modo al passato (retrofilia analogica e anni Novanta), pronto per essere gustato dal divano, prima di iniziare a guardare l’ennesima imperdibile serie TV.

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