Godspeed You! Black Emperor (CA)

Biografia

Più che una band i Godspeed You Black Emperor!, così nati, prima di spostare il punto esclamativo a metà del nome, altezza Yanqui U.X.O., sono una sorta di comunità di musicisti e creativi che ha di fatto imposto la scena, latamente definibile post-rock, canadese grazie ad una miriade di filiazioni più o meno dirette e più o meno strettamente musicali. Silver Mt. Zion, Fly Pan Am, Set Fire To Flames, Hrsta, Esmerine per non parlare di Constellation, La Casa Del Popolo, integrità, coesione e quant’altro sia in grado di ideologizzare una proposta musicale e far crescere una scena nel senso più ampio del termine.

L’avventura GY!BE ha inizio nel 1994 dall’incontro tra Efrim Menuck (chitarra), Mike Moya (chitarra) e Mauro Pezzente (basso, poi responsabile della Casa Del Popolo), dai nomi già collocabili in una sorta di meticciato culturale che li porterà a trarre la sigla per il gruppo da un omonimo, oscuro film di serie B giapponese e a mischiare in un melting-pot fortemente ideologizzato, post-rock, prog, avant, massimalismo, attitudine punk, creando di fatto, con release centellinate e un culto sotterraneo via via crescente, una personale e riconoscibilissima mistura di “semi-avant-garde instrumental music” che garantirà loro la definizione di “reluctant heroes of avant rock” (The Wire, 2008).

L’esordio della sigla è il nastro autoprodotto All Lights Fucked On The Hairy Amp Drooling, dato alle stampe in 33 copie e praticamente chimera per chiunque, anche se in realtà altro non è se non un lavoro collaborativo di Efrim Menuck e Mauro Pezzente, ai quali si unisce in seguito il citato Moya per “l’esordio” on stage della band, di supporto ad una oscura formazione locale. Esordio che contiene in nuce gli elementi basici del suono GY!BE, stando a quanto gli stessi confessano a Keenan di The Wire (“We figured the easiest thing to do would be to play one note for half an hour … I think that’s how the long thing started, the idea of having long pieces and also the thing of playing in the dark and sitting down / Abbiamo pensato che la cosa più facile da fare sarebbe stata quella di suonare una nota per circa mezzora. Credo che sia iniziata così, con l’idea di queste lunghe piece e di suonarle al buio e seduti”) e che li mette in contatto con Don Wilkie and Ian Ilavsky, poi fondatori di Constellation.

Mentre comincia a plasmarsi una idea di suono, inizia a stabilizzarsi una formazione basata non tanto sullo standard del gruppo rock, quanto su quello dell’ensemble cameristico, dato che a ruotare in una formazione fluttuante e sempre aperta – il fondatore Moya si allontanerà nel 1998 per rientrare nel 2012, ad esempio – saranno fino a 10-15 membri equamente suddivisi tra strumentazione rock standard e corde, percussioni, violini, contrabbassi e strumenti acustici.

Nel 1997, elaborato come un doppio 7” da autoprodursi ma poi “accalappiato” dai due Constellation, esce F♯ A♯ ∞, numero di catalogo CST003, memorabilia varia (tra le tante cose, anche un penny schiacciato da un treno) e packaging ricercato per un lavoro che è già pienamente in linea col GY!BE pensiero. Poi ripubblicato in forma rimescolata e allungata da Kranky l’anno successivo – a dimostrazione del principio ricombinatorio da sempre alla base delle fluviali composizioni della band – l’album condensa ciò che sarà il trademark dei Godspeed: due lunghe cavalcate strumentali (o quasi), una per lato del vinile, suddivise in movimenti dalle dinamiche libere e che si sviluppano in crescendo dal forte impatto drammatizzante, tra voci trovate, field recordings, loops, rumori di fondo, post-rock epico, ecc., grazie ad una formazione che dai 10 membri di base si dilata fino a raggiungere i 15 membri. Dopotutto, “As more people got involved in Godspeed, it became a bit more interesting / Più persone venivano coinvolte nel progetto e più diventava interessante” avrà modo di dire Menuck, sottolineando il carattere aperto del progetto e di fatto certificando le varie traiettorie laterali che i numerosi musicisti avranno in concomitanza col progetto madre.

Nel 2000 è la volta di Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven, indiscusso capolavoro dei canadesi e introdotto l’anno precedente dall’EP Slow Riot For New Zero Canada, anch’esso in doppia edizione Constellation / Kranky e sempre prezioso di informazioni particolari, come il diagramma sul retro con le istruzioni in italiano su come assemblare una bomba molotov. Lift Your Skinny Fists… è un monolite in doppio vinile e/o doppio CD della durata di quasi 90 minuti suddivisi in quattro lunghi movimenti – Storm, Static, Sleep e Antennas To Heaven – che si strutturano intorno a sommovimenti emotivi in cui il cullare delle corde si sposa con la potenza di fuoco delle tre chitarre, due bassi e due batterie. Space rock, rock orchestrale, passaggi ambient, drone music, post-rock cameristico, musica cinematica e un quantitativo realmente smisurato di input sonori diversi si mescolano in una continua rielaborazione di un canovaccio che si fa canone tra tensione e rilascio, opposti e contrasti, ergendo l’album a “instant classic” a cavallo dei due millenni.

Nel 2002 vede la luce Yanqui U.X.O., ennesimo monolite in doppio vinile, che reitera la dimensione ormai storicizzata dell’ensemble canadese. Lo spostamento del punto esclamativo all’interno del nome e una propensione ad un suono sempre epico ma più crudo e dissonante sottolineato dalla band stessa ne fanno, insieme alla sospensione del progetto avvenuta poco dopo la sua pubblicazione, il punto massimo raggiunto nella prima fase dal “politic-art-music terorist unit” (Allmusic dixit). Il titolo (yanqui rimanda allo spagnolo per yankee; u.x.o. a “unexploded ordnance”), la cover elaborata sull’immagine di una bomba appena sganciata e il diagramma inserito nel booklet rappresentante i legami tra le principali 4 major musicali e i principali produttori di armi americani, rimandano ideologicamente al rifiuto della guerra e sottintendono il portato “politico” dell’operato dei GY!BE. La produzione di Steve Albini ha sicuramente avuto il suo peso nel rendere il suono dell’ensemble più duro e crudo, senza però che la band arretrasse di un centimetro nella propria concezione musicale costruita sui contrasti, in questo caso più oscuri e melanconici che in precedenza.

Come detto, Yanqui U.X.O. rappresenta il culmine della prima fase della band, che poco dopo la sua pubblicazione dichiara uno iato collegato, di volta in volta, alla volontà di lasciare liberi i vari membri di proseguire con progetti collaterali, a spiacevoli accadimenti biografici che avrebbero sconvolto i membri stessi (un fermo di polizia avvenuto in Oklahoma, in cui i musicisti della band vengono accusati di essere terroristi) o a una ambigua considerazione dell’album, da alcuni ritenuto come lo zenit creativo dei 9, da altri un lavoro ormai standardizzato, pigro e carente di inventiva (Pitchfork dixit).

Nel 2010, dapprima le apparizioni in alcuni prestigiosi festival mondiali come l’ATP inglese, poi, l’anno successivo, la comunicazione dell’uscita di un nuovo album, traggono i GY!BE da uno iato che rischiava di diventare definitivo. Nel 2012 arriva Allelujah! Don’t Bend! Ascend, quinto album in studio, stavolta spalmato su un vinile e un 7”, oltre alla canonica edizione in CD, per oltre 50 minuti di musica. Un album che riesce a far sparire di colpo il decennio di vuoto, restituendo i GY!BE al loro massimo, riprendendo e rielaborando tracce apparse anche in concerto e mostrando anche un lato “sperimentale” più cupo e oscuro, come dimostrano le due tracce affidate al 7”, Their Helicopters’ Sing e Strung Like Lights At Thee Printemps Erable, la prima poggiata su lande avant-cameristiche, la seconda stravolta in una pulviscolare pausa ambient-noise.

Nel marzo del 2015 vede la luce Asunder, Sweet And Other Distress, quinto album e primo ad essere realizzato su un solo vinile e con una durata standard (poco più di 40 minuti) dai tempi di F♯ A♯ ∞. Rielaborando un canovaccio spesso utilizzato nei concerti post-2012, i nove membri ricalcano in questo nuovo disco quella che sembra essere la tendenza dominante nei “nuovi” Godspeed: accoppiare al canonico stile fatto di epici crescendo su distanze siderali – le due suite che aprono e chiudono l’album – due “pause” nero-pece fatte di droning insistente, elettroacustica cangiante, abissi quasi statici, ed elaborando un disco quasi circolare, il cui “andamento ellittico”, come si dice in sede di recensione, “ci ricorda quanto la trascendenza sia elemento fondamentale nella concezione musicale e non dei canadesi”.

Ad aprile, la band è in Italia per presentare il disco. Due le date previste sul territorio: al Live Club di Trezzo sull’Adda e all’Estragon di Bologna, mentre durante l’estate la formazione ritorna per un’unica data all’interno dell’edizione 2015 di Zanne Festival.

di Stefano Pifferi
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