Grouper (US)

Biografia

Dietro il nome d’arte di Grouper, si nasconde Liz Harris, ragazza con un passato diviso a metà tra la California di cui è originaria (West Marin) e l’Oregon (Portland). Il suo sound impressiona subito per le qualità oniriche. Concentrato dapprima sulla voce, battezza il sottogenere del “moaning”, da un termine inglese – to moan – che sta per “ululato”, ad indicare una forma di psichedelia completamente appannaggio della tenuta vocale. Successivamente, si allontana sempre più dal sound free form degli esordi per approdare ad una forma canzone molto acida e psichedelica che di fatto è il trademark dei lavori della maturità.

Un po’ folk, un po’ dream pop, un po’ cosmico, la mano di Grouper si allunga sicura lungo tutto lo spettro dei suoni onirici, usando uno stile particolare e di fatto piegando tutto sotto una spessa lente deformante che è la sua personalissima mediazione tra canto e suono. Un tratto che la identifica immediatamente, nonostante si muova in un territorio ampiamente usurato dalla storia del rock. I riferimenti del resto, sono altisonanti fin da subito, come i “Throbbing Gristle meets Arvo Part” nell’immortale definizione di David Keenan per l’esordio Way Their Crept. Non mancano poi i richiami a Roy Montgomery, Flying Saucer Attack, gli Amp e il suono stesso che identifica il primo catalogo Kranky.

Lavori come Wide, Cover The Windows and The Walls, Creepshow in coppia con Xiu Xiu, lasciano intravedere un sound già sufficientemente maturo, ma dagli ampi margini di crescita, cosa che accade con la pubblicazione su Type di Dragging a Dead Deer Up a Hill, che può essere considerato a tutt’oggi il suo best seller. Il disco sbanca, anche grazie alla piccola hit undergroun Heavy Water e regala alla Harris una visibilità inedita fino ad allora. Il successivo doppio album AIA: Alien Observer / Dream Loss ne consolida la figura e il sorprendente The Man Who Died In His Boat su Kranky, che nella logica dovrebbe essere composto da outtakes di Dragging a Dead Deer, riesce nella difficile impresa di bissare la qualità del disco da cui trae origine. Nell’ottobre 2014 arriva Ruins, lavoro composto in presa diretta, durante un soggiorno in Portogallo, esclusivamente deputato all’uso del piano/harmonium.

Ruins è un piccolo concept, si afferma in sede di recensione, che eleva al quadrato l’ossessione di Grouper per il ricordo e la memoria intese come spazio eterno della vita interiore di ognuno. Ogni disco del resto reca piccole tracce di un passato che non si dimentica. Dalle foto di copertina, alle piccole filastrocche dell’infanzia, alle piccole / grandi storie che si celano dietro titoli e canzoni. Un unico pattern articolato che si ripete all’infinito e si ramifica per sempre, proprio come i lavori grafici della Harris, non a caso ribattezzati “Repeating Patterns”, che si concentrano sulla riproposizione ossessiva di forme e figure.

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