Holly Herndon (US)

Biografia

Un periodo formativo come cantante nel coro della chiesa cittadino di Johnson City, nel Tennessee (stato americano dove nasce, nel 1980), un’importante avventura, quando ancora è una teenager, nella capitale della techno europea, Berlino, che lascerà un segno importante dietro di sé, poi altrettanto fondamentali studi di elettronica presso il prestigioso Mills College ad Oakland, in California, dove frequenta corsi e seminari tenuti da calibri quali John Bischoff, James Fei, Maggi Payne e Fred Frith, un Master Of Fine Arts in “musica elettronica e supporti di registrazione” e un dottorato a Stanford. Quella di Holly Herndon è, in sostanza, una vita dedicata anima e corpo all’espressione di sé attraverso il digitale e le macchine, un digitale che negli anni ’10 è anche e soprattutto sinonimo di social network e, dunque, di una pervasiva second life con le sue architetture ed estetiche, abitudini e luoghi d’incontro, modalità di relazione e organizzazione del tempo. Un mondo reale più del reale per una generazione (Y o Millennial) in cui la Herndon rientra all’altezza giusta per ricordarne l’avvento e comprenderne i pro e contro.

Mettendo al centro il laptop e programmi come Max/MSP tramite i quali costruire strumenti personalizzati e processare il canto, prima con Car (una cassetta autoprodotta) e la composizione/performance 195, poi con Movement e Platform, album pubblicati rispettivamente nel 2012 e 2105 da RVNG, la compositrice e musicista sceglie due angolazioni differenti attraverso le quali osservare e rappresentare musicalmente un simbiotico, inedito e contemporaneo rapporto tra intimità/corpo e software/hardware. Nel primo lavoro, composto mentre è ancora alla Mills, a rientrare nel campo d’azione sono una serie di «strategie di liberazione attraverso/con la tecnologia», un concept frammentario e disgiunto che si muove per dualismi – tecnofobia e tecnofilia, techno e post-minimalismo, dance e art, fisico e astratto, aulico e pagano – e trova nella voce una linea guida privilegiata, sebbene il trademark dell’artista ne preveda una minuziosa e maniacale trasfigurazione/vivisezione digitale, che si avvale anche di tecniche quali il time-stretching e il pitch-shifting.

Differente la seconda prova, Platform, che rispetto all’esordio è un lavoro organico e filo-pop. Ai riferimenti spesi per Movement quali Ellen AllienAndy Stott, Aphex Twin e Laurel Halo si affacciano paralleli importanti quali Far Side Virtual di James Ferraro e al R Plus Seven di Daniel Lopatin in arte Oneohtrix Point Never, lavori importanti per gli anni ’10, ognuno con il proprio sguardo rivolto verso la società contemporanea, rispetto ai quali, in sede di recensione, il disco della Herndon viene visto come una risposta «secondo una sensibilità sempre arty ma al femminile».

Di fatto l’album parla esplicitamente di «stati di sorveglianza», ovvero dell’NSA, ma anche di diseguaglianza e neofeudalesimo, e di come «più ci si immerge nelle interfacce e nelle app di internet e più si diventa vulnerabili», soggetti al bullismo di nemici riconoscibili e altri più subdoli. E con l’ampliamento del campo d’analisi, la Herdon sceglie di aprirsi a una serie di collaborazioni per dar vita a nuove strategie arrangiative e d’osservazione. Non a caso il titolo dell’album fa riferimento alle piattaforme di Benedict Singleton, ovvero agli spazi deputati al dialogo in cui la gente può comunicare e interagire in modi differenti, al fine di trovare soluzioni innovative ai problemi propri e del mondo. Messaggio colto alla lettera dalla Herdon, che sceglie collaboratori quali Colin Self dei Chez Deep, il producer  Amnesia Scanner, l’artista concettuale Spencer Longo, l’artista e programmatrice di stanza a Berlino Claire Tolan (anche lei focalizzata sul binomio uomo-macchina), il marito Mat Dryhurst e il soprano di formazione classica contemporanea Amanda DeBoer (membro dell’Ensemble Dal Niente).

In Lonely At The Top, scritta in collaborazione con Claire Tolan, l’artista prende spunto dai numerosi video ASMR pubblicati su YouTube per fare del sarcasmo sul mondo dei top manager e dei David Guetta, in Chorus è l’esperienza di navigazione della Herndon a fornire la base dei suoni poi elaborati al laptop (emblematico il video di Akihiko Taniguchi), in Locker Leak, scritta con Spencer Logo, mette in scena una serie di tweet e altre futili “sculture di parole” da social media.

In generale, parallelamente ai lavori di gente come Amnesia Scanner (anche lui incentrato su un’estetica à la R Plus Seven) o la Fatima Al Qadiri di Asiatisch (e giro Dis Magazine), e attraverso un massiccio uso di campionamenti di scuola Matthew Herbert e Matmos, va in scena uno sfaccettato e complesso mondo HD o 4k, un universo simbolico in cui l’individuo contemporaneo è inevitabilmente inserito. Ancora una volta, ma con un taglio più organico e maggiore sensibilità pop, è la voce il centro nevralgico e propulsivo dell’estetica della Herdon, uno strumento che trova qui ponti privilegiati con il lavoro di Björk pur con una sostanziale differenza: laddove l’arte dell’islandese nasce e ritorna alla terra natìa, la compositrice americana lievita in uno spazio ascensionale e sospeso di apolide spiritualismo laico, un legame con la natura che non può più essere lo stesso dopo l’avvento di internet e dei social network.

Dopo la sbornia di retromania che ha caratterizzato gli anni Zero, i lavori della Herdon, come anche quelli di Arca (il producer diventato famoso prima con l’acclamato album Xen e poco dopo con la co-produzione di Vulnicura) e, dall’altra parte dello spettro, le produzioni di A.G. Cook sotto PcMusic e con SOPHIE, s’inseriscono dunque in un rinnovato interesse per alcune istanze chiave e approcci multidisciplinari propri degli anni Novanta, decennio che nelle sue accelerazioni (ritmiche e fagocitanti) preconizza l’entrata della tecnologia e dell’interfaccia come dominante per l’osservazione del reale e dei rapporti sociali. C’è dunque una certa continuità tra la musica e il portato visuale dei lavori di Aphex Twin, Autechre, Chris Cunningham, e la Björk prodotta da Mark Bell (LFO) e i Matmos, aspetto che trova un contrappeso ideale nella (continua) riscoperta dell’estetica dell’analogico e della ghetto music, uno sfogo liberatorio che ha nella fisicità del suono delle drum machine e dei sintetizzatori anni ’70 e ’80 il proprio terreno elettivo.

Non a caso in uno dei più interessanti lavori footwork del 2015, Dark Energy di Jlin, troviamo Holly Herdon ospite nel brano Expand: anche in quest’album, come in Platform, uno dei punti forti è tutto politico, l’analisi sugli stati di sorveglianza/controllo si sposta sul lato della coercizione, ovvero sulla violenza di strada vista attraverso le lenti elettroniche dei picchiaduro vintage per Playstation (vedi Tekken). Tra le altre collaborazioni attivate dalla compositrice nella prima metà degli anni ’10 troviamo spesso il marito Mat Dryhurst, il filosofo e scrittore Reza Negarestani, l’artista Conrad ShawcrossHieroglyphic Being, altro musicista animato da un rapporto viscerale con la tecnologia (e nel suo caso anche con il free jazz).

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