James Blake (UK)

Biografia

Un’idea di cantautore per gli anni Dieci

Ai punti, James Blake è uno degli artisti pop(ular) degli anni ’10 che resterà. È riuscito a resistere a un hype come solo gli inglesi e che avrebbe travolto chiunque, ha dribblato appena in tempo la deriva del fiume di EP interessanti-ma-sotto-portata in cui dopo il primo disco sembrava essersi incanalato e impantanato, piace ad Arto Lindsay, ha convinto Scaruffi, ci piacerebbe sapere che ne pensa di lui Robert Wyatt. Se la grande musica si sente quando dalla contaminazione (tra)passa alla sintesi, morendo quello da cui è nata e rinascendo a contributo personale, Blake, leggibile in prospettiva da centonuno angolazioni diverse, quelle che ha cavalcato o sfiorato da quando faceva da spalla ai Mount Kimbie a ora che è un giovane gigante stracresciuto, ha la cifra del grande autore.

Blake fa cantautorato contemporaneo, dove questo significa che invece della chitarra imbraccia il laptop e tutto quello che al loptop arriva e attorno al laptop sta. Del resto, il piano sa suonarlo e lo suona. La sua canzone è musica pop che è ambient, che è elettronica minimal, che è post-dubstep, che è musica da camera algida e romantica, che è soul music bianca che sublima come il ghiaccio secco. Miagola e si lamenta sdilinquendosi, ma ha un profilo asciutto, quando non propriamente austero, che altri non avrebbero saputo controllare parimenti (tenendo pure conto che come speaker radiofonico è un cazzone come pochi).

Dopo un primo album che solo alle stroncature ideologiche, peraltro comunque comprensibili (soprattutto versante elettronica-dura-e-pura e/o dubstep & dintorni), poteva resistere, e dopo un secondo difficile difficilissimo che ne replicava la formula di base con una scrittura tale da far girare comunque benissimo quel medesimo meccanismo (normalizzato e forse per questo ancora più notevole), al terzo album Blake ormai si fa felicemente il verso senza scadere nell’autocaricatura, si stilizza, si fa ancora più sottile, si piega su se stesso, si ripete e proprio nella ripetizione trova quel quid del vero cantautore contemporaneo, che se in un estremo ha le loop station dei one man band, dall’altra ha cantanti e autori, ossessivi ma spendibili, come lui.

La sua canzone è musica pop che è ambient, che è elettronica minimal, che è post-dubstep, che è musica da camera algida e romantica, che è soul music bianca che sublima come il ghiaccio secco

Un’altra tentazione facile e con cui avrebbe potuto ingranare per sempre il pilota automatico ma che, anche qui, ha dribblato: la cosmesi timbrica, la piacevolezza glitch/organica del produttore, l’ossessione del suono, la tavolozza minimalista tutta microtrick come i lick dei chitarristi jazz/fusion. Blake poteva fare il sound designer (e in fondo lo è comunque, sia chiaro), poteva essere didascalicamente contemporaneo puntando sul sound e sul rapporto con il tecnologico, e invece ha scelto – ora possiamo dirlo – di essere molto classico e molto umano e puntare tutto o quasi sul lavoro sulla forma canzone. Perché la forma è quella lì e, se anche la sostanza cambia, il discorso non cambia.

Con Blake adesso non possiamo che giocare e pensarlo attraverso i filtri del nostro immaginario e della nostra immaginazione, come si fa con i grandi vecchi: lo vogliamo alle prese con delle cover, lo vogliamo al piano & voce e basta, lo vogliamo vedere tornare a produrre cose che potremmo definire dance, ne aspettiamo il disco sperimentale. Blake è giovane e ha davanti a sé tutto il tempo di invecchiare male e rovinarsi. Ora che è cresciuto, ci piace molto spaccargli il capello in quattro al microscopio e allo stesso tempo misurarne con un compasso dalle lunghe gambe la grandezza.

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