Kamasi Washington (US)

Biografia

Se vi dovesse capitare di ascoltare un’intervista a Kamasi Washington, lo sentireste probabilmente parlare di “own sound” molto spesso. È tutta qui la sostanza di una formula musicale che dal jazz mutua la necessità di trovare un carattere personale, un modo di inquadrare la vita stessa prima della musica, un linguaggio che non dimentichi il passato ma che sia anche una carta di identità per il futuro. Eppure un linguaggio trasversale, in cui le categorie e i generi costituiscano una amalgama interconnessa e corale anch’essa, tra piani musicali sovrapposti, ispirazioni rifratte in un gioco di luci ubriacante e una visione globale complessa esorcizzata da una proprietà transitiva tutta da interpretare. «Se dici che Jerry Roll Morton e John Coltrane sono jazz, come puoi dire che John Coltrane e James Brown non siano jazz? – dichiarava qualche tempo fa Washington a spectrumculture.com – Se John Coltrane e James Brown sono jazz, anche James Brown e Snoop Dog sono jazz, come se lo è Snoop Dog, lo è anche Kendrick Lamar. Il termine jazz è così onnicomprensivo che lo potresti usare per molta della musica americana».

“Onnicomprensivo” è una parola che ben si adatta alla musica di Kamasi Washington, almeno a giudicare da un disco d’esordio ufficiale, ovvero The Epic (2015), stilisticamente capace di centrifugare gli ultimi cinquanta anni di jazz (ma non solo) e di dare nel contempo una lettura peculiare a tutta la faccenda. Un Bignami dello swing capace di «sommare linguaggi tra i più disparati, da Stevie Wonder a John Coltrane, da Art Blakey & The Jazz Messengers a Archie Shepp, da Wayne Shorter a Pharoah Sanders o Herbie Hancock» (dalla nostra recensione) a cori di morriconiana memoria galvanizzati da una vera e propria orchestra d’archi arrangiata dallo stesso musicista. Un suono magniloquente ma al tempo stesso modellabile, ebbro ma anche riflessivo, enciclopedico ma con abbastanza carattere e libertà espressiva da suonare innovativo. Musica black, dunque, soprattutto nella ricchezza ritmica, in un gorgogliare allungato di percussioni e batteria (due) talmente elastico e componibile da farsi gregario di lusso per spartiti dalle aspirazioni ambiziose.

Una musica che diventa anche elemento biografico, in brani che trovano ispirazione nella vita quotidiana di Washington: una Henrietta Our Hero che parla della nonna del musicista, una Malcom’s Theme che cita Malcom X e, indirettamente, il ruolo giocato dalla lettura della biografia del personaggio – assieme a un mixtape di Art Blakey – nel salvare Kamasi da una giovinezza passata nel mondo delle gang, una Leroy and Lanisha che è un omaggio all’universo di Charlie Brown, e in particolare a Linus e Lucy. E poi la “socialità” legata a un album nato nel contesto della Los Angeles jazz più creativa (qualcosa di profondamente laterale rispetto alla New York tempio del jazz mondiale), un brodo primordiale di musicisti di prim’ordine e trasversali con cui Kamasi è letteralmente cresciuto e che comprende, tra gli altri, i bassisti Thundercat e Miles Mosley, i batteristi Ronald Bruner Jr. e Tony Austin, il tastierista Brandon Coleman, il pianista Cameron Graves, Ryan Porter alla tromba, Patrice Quinn al canto. Un mese di condivisione fisica, prima che musicale, passato in studio a registrare sedici ore al giorno concetti come scambio, collettivismo, coralità, per poi partorire ben 190 brani destinati a otto differenti dischi, uno dei quali è proprio The Epic.

A quel disco, però, il Nostro arriva per gradi e vivendo una esistenza che è prima di tutto simbiosi col mondo della musica e dell’interplay jazzistico: a 13 anni si impadronisce di soppiatto del sax tenore lasciato incustodito dal padre sul pianoforte di casa e suona a orecchio Sleeping Dancer Sleep On di Wayne Shorter; mentre è ancora alle superiori fonda The Young Jazz Giants – mai nome fu più programmatico per un gruppo – con alcuni amici, tra cui Ronald Bruner Jr, Stephen Bruner e Cameron Graves; studia etnomusicologia all’UCLA di Los Angeles e mentre è ancora all’Università va in tour con giganti come Snoop Dog, Gerald Wilson, Raphael Saadiq; dal 2005 al 2008 fa uscire tre dischi autoprodotti. Nel frattempo la lista delle collaborazioni si allunga a dismisura, e sono tutti nomi di primo piano: McCoy Tyner, Freddie Hubbard, Kenny Burrell, George Duke, Lauryn Hill, Jeffrey Osborne, Mos Def, Quincy Jones, Stanley Clark, Harvey Mason, Chaka Khan.

Scorrendo l’elenco non si possono non notare le diversità stilistiche di ognuno dei musicisti chiamati in causa, a cui però Kamasi si adatta e che, in qualche modo, assorbe, convalidando la sua teoria secondo cui tutto è jazz. Le collaborazioni illustri più recenti, ovvero quelle con Kendrick Lamar per il capolavoro To Pimp A Butterfly (2015), con Flying Lotus per You’re Dead! (2014) e con Thundercat per The Beyond / Where the Giants Roam (2015) sono solo l’ultimo passo di una carriera interconnessa e linkata come il migliore degli hub possibili.

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