Kendrick Lamar (US)

Biografia

Se avete mai visto la serie tv-capolavoro di David Simon “The Wire”, sapete che uno dei temi più importanti è la complessità del sistema sociale. In una puntata della prima stagione questa cosa viene riassunta in una sola frase, pronunciata da un poliziotto: “All the pieces matter”, tutti i pezzi contano. È la sintesi adatta a definire le sfaccettature della personalità di Kendrick Lamar, a maggior ragione per fotografare il modo in cui la sua musica e il suo personaggio pubblico oscillano spesso tra un centro che è quello del cuore dell’artista e una periferia che è la storia della comunità nera degli Stati Uniti, con in mezzo tantissime altre cose: la droga che falcidia i quartieri a maggioranza afroamericana, la politica di Reagan e quella di Obama, la schiavitù, il sesso e il denaro. È questa la difficoltà con Kendrick Lamar: che i contesti semplicemente musicali cui siamo abituati collassano dentro altri contesti, più grandi. La narrazione diventa difficile, quando si parla di un narratore.

Non poteva essere altrimenti, d’altronde: nato e cresciuto a Compton, cittadina storica per l’hip hop in quanto fucina del gangsta (ce la caviamo citando qui il capolavoro dei N.W.A., Straight Outta Compton, uscito nel 1988, un anno dopo la nascita del protagonista di questa storia) e per i tassi di omicidio altissimi, Kendrick Lamar è da un lato un liceale con voti alti, dall’altro un ragazzo che vive circondato da amici immersi nella violenza. Questo fa di lui sia uno che certe esperienze le ha vissute in prima persona, sia uno coi mezzi per raccontarle, quelle esperienze. Allargando il discorso per un attimo, possiamo dire che Lamar rinnova una tradizione di cantori che, pur vivendo in quella che viene chiamata età postmoderna, non ha creato il proprio bagaglio da materiale di seconda mano. Non è un autore hip hop borghese che ha cominciato ad appassionarsi a questa musica perché gli appariva come qualcosa di estraneo e affascinante, di cui venire a conoscenza tramite dischi: la sua è la realtà che vive in strada. Non filtrata da prodotti culturali, semmai da alcuni amplificata. Da questo punto di vista, episodio fondamentale è la visione del video di California Love di Tupac Shakur e Dr. Dre. Tupac, in particolar modo, diventerà l’idolo del giovane Kendrick.

Tutti i pezzi contano, allora, e la complessità di Lamar viene fuori anche dal modo in cui inizia: in una cultura come quella hip hop, dove la cosa che conta è il presente, dove quasi non esistono le cover, lui esordisce con alcuni mixtape, una scelta che non dovrebbe sconvolgere. È lo stesso hip hop, da sempre, una musica terribilmente funzionale al messaggio, dove il rimasticare alcuni elementi serve semplicemente a crearne di nuovi, scongiurando allo stesso tempo il rischio di stallo nel passato. Nel 2003 esce, a nome K-Dot, Youngest Head Nigga in Charge (Hub City Threat: Minor of the Year), suo primo segnale discografico che gli permette di trovare nella TDE la prima etichetta. Fino al 2009 partecipa a molteplici dischi hip hop, entra a far parte del supergruppo Black Hippy con  Ab-Soul, Jay Rock e Schoolboy Q (che segna il suo ingresso nell’etichetta Top Dawg) e conosce e frequenta artisti come Dr. Dre e Lil Wayne.

Anticipato dall’EP Kendrick Lamar, nel 2010 esce il suo mixtape più compiuto, Overly Dedicated. È una scintilla, l’inizio di un percorso da MC che, all’età di 23 anni, ha un solo passo naturale a seguire: quello verso l’album vero e proprio. Anche in questo, stranamente, sta uno degli aspetti caratterizzanti di Lamar, e cioè la capacità di essere riflessivo e sapere quando le cose sono mature. Anche a quell’età, anche dopo quasi otto anni di gavetta e troppe cose successe.

Section.80 è dedicato alla generazione degli Ottanta, quella delle Reaganomics, della droga come acqua, dei quartiere e degli angoli di strada che vedono talenti hip hop nascere ma anche vite distrutte. Esce per Top Dawg nel 2011 sotto la conduzione di diversi produttori interni all’etichetta. Il suono è fresco, ma consapevole di una storia musicale, quella black. Casse dritte o trombe, cori femminili sexy o groove assassini, Lamar appare tutto tranne che ingenuo. Ha la stoffa.

Questo porta all’interessamento di un colosso discografico come Interscope. È per questa etichetta che esce Good Kid, m.A.A.d. city nel 2012, il primo vero boom di Lamar. Non potrebbe essere altrimenti: il gangsta e le sue storie (The Art Of Peer Pressure) convivono con un carattere sensibile, umano e sofferente (Sing About Me, I’m Dying Of Thirst), la ballabilità viaggia a braccetto con un autobiografismo estremamente preciso della narrazione. Nella nostra recensione parliamo di “un tuffo nel passato del rapper, in quella Compton vissuta durante i suoi tribolati anni da adolescente, narrati con il piglio di un hood movie e che, non a caso, viene sottotitolato ‘a short film by Kendrick Lamar’. La dinamica lirica è basata sul conflitto, soprattutto interno. Gli homies sono giovani criminali, ma sono anche suoi amici, e il percorso ad ostacoli del ragazzo lo lancia in una spirale sempre più oscura e profonda. L’abilità di Lamar nel portare avanti la narrazione si manifesta in un wordplay brillante ereditato da Nas (molti i riferimenti a Illmatic sparsi quà e là) e consegnato con un flow iper-tecnico che ricorda da vicino André 3000”. È un disco bellissimo che fotografa la realtà dei luoghi in cui Lamar è cresciuto. Solo che quella realtà, prima o poi, bussa per chiedere il conto.

E il conto è un artista che piomba – al netto delle tante collaborazioni che si susseguono, colonne sonore e versioni riviste del suo repertorio – in un limbo di tristezza che rasenta la depressione. Cosa significa essere un artista, se perdi la fiducia delle persone che stavano prima al tuo fianco, la tua comunità? O se – peggio – perdi quelle persone e basta? Sono quesiti come questo che fanno sprofondare Lamar in secche da cui esce con gli spari e la morte di Michael Brown a Ferguson.

È questo uno dei motori di To Pimp A Buttefly, distribuito da Interscope nel 2015. Un disco di quasi 80 minuti che perde la sintesi del precedente, che non riesce a trattenere i temi, che poteva essere più breve, ma che pulsa di tantissima materia, da Nas al fisco, dall’autoanalisi sulla comunità black a Dr. Dre, dal funk alla polizia. Nella nostra recensione, in fase di chiusura proviamo a tirare le somme su questo disco: “Da tutto questo tour de force, l’impressione che viene fuori è quella di un disco che musicalmente sarebbe stato più compatto con un minutaggio più ridotto, ma che, a voler tagliare qualcosa, sarebbe risultato narrativamente monco. La cosa da non sottovalutare qui è proprio il fatto che Kendrick Lamar è un narratore, un mago della parola e dello storytelling che pesca a piene mani dal reale di ognuno per restituirne l’incommensurabile complessità. Un disco, prima che bello, terribilmente importante, per come sa portarsi sulle spalle un sanguinario presente”.

To Pimp A Butterfly è uno di quegli sforzi che, per quanto enormi, poi lasciano sempre aperta una domanda, nei fan, nei critici e forse anche negli artisti: dopo questo, cosa fare? La risposta parziale è un guardare indietro, alle session dello stesso To Pimp A Butterfly, e arriva nel marzo del 2016: untitled unmastered. raccoglie outtake da quelle registrazioni, brani presentanti da Lamar in varie esibizioni pubbliche. Il disco viene pubblicato a sorpresa, senza alcun annuncio.

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