Lana Del Rey (US)

Biografia

Lana Del Rey è il nome d’arte di Elizabeth Woolridge Grant, artista nata a New York City nel 1986 e cresciuta nello stato di New York. Con il suo stile visivo – fatto di colori accesi, cascate di fiori, atmosfere neo-classiche e citazioni pop – si è imposta nella scena mondiale, creando un seguito degno delle più grandi pop star. In effetti, la sua carriera – come lei stessa dichiara – deve molto al mondo delle stelle e alla cultura pop in generale. È stata definita erede del lounge pop e ha curato il suo stile imbastendolo di riferimenti cinematografici e iconografici che devono molto alle orchestrazioni fiabesche dei suoi brani. Fino al 2013 ha strutturato i testi su una metrica hip hop, che inizialmente ha fatto pensare ad una virata verso quel genere. Il suo timbro vocale da contralto, le consente una discreta duttilità dalle tonalità in falsetto a picchi gravi di sapore jazzistico e crooneristico. Oltre a Frank Sinatra, la Del Rey cita spesso Britney Spears e Eminem come suoi principali referenti e nei suoi testi (oltre che nei suoi videoclip) sono presenti numerosi riferimenti al sogno americano, a James Dean, alla cinematografia di strada degli anni Sessanta. Il suo immaginario, infine, deve molto alla poetica degli scrittori americani della beat generation, che rientra nei suoi testi e nei suoi visual sotto forma di citazioni di autori come il poeta Allen Ginsberg e lo scrittore Jack Kerouac.

Dopo essersi laureata in filosofia, Del Rey ha cominciato a suonare nei locali di New York e Miami, con il suo vero nome. In un’intervista a Vogue ha dichiarato che la scelta dello pseudonimo deriva in parte dalla parlata spagnola con cui si presentava a Miami ai suoi amici cubani, e in parte dal fatto che nel pronunciarlo «suonava benissimo». Tra il 2005 e il 2006 si presenta con il nome di May Jailer e registra un demo dal titolo Sirens, reso disponibile su YouTube solo nel 2012. A fine 2005, inoltre, torna al suo nome di battesimo e deposita all’ufficio dei diritti d’autore degli USA un CD contenente sette tracce, che rimangono tutt’ora sconosciute. «Senzatetto disperati, droga e riabilitazione dall’alcol – questa è stata la mia vita negli scorsi cinque anni», ha dichiarato nel 2009. Nel 2006, dopo il fallimento del suo primo contratto discografico, lavora presso le comunità di recupero. Lei stessa ci era passata, all’età di quattordici anni, per problemi legati all’abuso di alcol. Dovrà aspettare il 2008 per avere di nuovo un contratto. Questa volta, a fornirglielo è la piccola 5 Point Record di David Khane, con la quale pubblica Kill Kill a nome Lizzy Grant. Si tratta di un EP di tre tracce che getta le basi per il primo vero album lungo. Il titolo del primo disco ufficiale è Lana Del Rey a.k.a. Lizzy Grant ed è pubblicato ancora a nome Lizzy Grant. È un album registrato e rilasciato professionalmente, ma che, dopo un breve periodo di diffusione tramite iTunes, viene ritirato dal commercio. Il fatto causa la rottura con la 5 Point Record, che ha accusato la Del Rey di averlo ritirato per aver migliori occasioni di distribuirlo in futuro.

Nel 2011 la cantante si decide a caricare su YouTube vari brani che le valgono l’interessamento di alcune etichette, fra cui la Stranger Records. Ma è con il brano Video Games che arriverà la vera svolta. La Grant dichiarerà di aver caricato quel brano perché – secondo i suoi gusti – era il meno appetibile. Eppure la canzone è un successo senza precedenti. Le vale un Q Award e, soprattutto, il contratto con Interscope e Polydor. È su queste label che pubblicherà il suo disco d’esordio. Il 14 gennaio 2012, intanto, senza ancora un vero e proprio album ufficiale, fa un’apparizione al Saturday Night Live. Esegue Video Games e Blue Jeans, ricevendo una fredda accoglienza e molte critiche. «Sono una brava musicista – si difenderà – […] ho cantato per lungo tempo, e penso che Lorne Michaels (produttore del Saturday Night Live) sappia che […] non è stata una decisione casuale». Il 31 gennaio 2012 esce Born To Die, il primo disco a nome Lana Del Rey. È un esordio massiccio, pregno di aspettative, perché il personaggio Del Rey è ufficialmente diventato una figura mediatica di rilevo, soprattutto grazie ai videoclip. I debutti in prima posizione in moltissimi Paesi, fra cui Australia e Regno Unito, non fanno che sottolineare la rapida ascesa della starlette e le critiche sono, quasi ovunque, positive. «Born To Die – scrive il nostro Zagaglia – è il camerino di un’attrice dall’invidiabile guardaroba pieno di vestiti pop presi in prestito da diversi armadi. Il resto esula dal contesto musicale e rientra in un contesto mediatico che fino ad oggi è stato ai suoi piedi». E spesso, infatti, il difetto più palpabile della cantate newyorkese è stato quello di essere con due piedi nel mondo social e mediatico e nessuno in quello musicale, in un continuo – lo si può dire a posteriori – tentativo di costruire un personaggio anche extra-musicale.

Caratteristica singolare della Grant è quella di essere emersa da un ambiente indie del quale lei stessa ha provato a forzare le maglie, per arrivare ad un bacino sempre più ampio. «Mi sarebbe piaciuto essere parte della comunità indie», ha dichiarato in un’intervista a Billboard, «ma non lo ero. Ero alla ricerca di una comunità, non conoscevo neanche qualcuno che fosse musicista. Non ho mai incontrato quell’indie popolare, chiunque […] fosse. Chi è indie? Prima di tutto, non sono mai riuscita a capire cosa sia la musica indie. Perché se ne sente parlare, è una specie di musica pop, giusto? È per questo che è popolare? O è solo perché non va in radio? Non è come se fossi stata in una comunità indie e poi fossi venuta fuori». Nell’estate del 2012 esce nuovamente, via Polydor/Interscope, il disco Lana Del Rey a.k.a. Lizzy Grant, alimentando le critiche che volevano la separazione con 5 Point come una mossa astuta per ri-pubblicare il disco con un più largo bacino d’utenza. Inoltre, la cantante comincia a farsi apprezzare anche come songwriter, contribuendo al disco di Cheryl Cole con la canzone Ghetto Baby. Sempre nell’estate 2012, decolla la sua carriera come modella, grazie alla partnership con H&M. Partecipa alla campagna promozionale dell’azienda svedese sia in qualità di modella, sia con il brano Blue Velvet, registrato in occasione di uno spot.

Nell’autunno del 2012, dopo aver smentito le notizie che la volevano già in uscita con un nuovo LP, la Del Rey pubblica Born To Die Paradise Edition, un’edizione dell’album contenente ben sette brani in più. Il disco è stato anticipato dal singolo Ride, il cui famoso videoclip, girato a Las Vegas, ha generato critiche di anti-femminismo e favoreggiamento della prostituzione. La Paradise Edition, sulle pagine di SA, già metteva la Del Rey in una luce diversa: «Lana è una bambola in mano ai produttori come le altre dive pop, ma è abilissima a fare il doppio gioco». Da metà 2012 e per quasi tutto il 2013, Lana è in tour in tutto il mondo, registrando sold out ovunque. A Parigi, i biglietti vengono venduti in un minuto e mezzo. Agli MTV Music Awards 2012 viene nominata ai premi “Miglior artista Alternative”, “Miglior Artista Push” e “Miglior artista rivelazione”. A inizio 2013 viene pubblicato il video di Burning Desire, tratto da Paradise Ep. Si tratta, in realtà, di uno spot per l’azienda automobilistica Jaguar, con cui la Del Rey continua a collaborare. Successivamente la musicista vince il premio come “Artista solista femminile internazionale” ai Brit Awards 2013, strappandolo in extremis a Taylor Swift. Partecipa alla colonna sonora de Il Grande Gatsby con il singolo Young And Beautiful. Nell’estate del 2013, infine, il singolo Summertime Sadness è una hit da dancefloor, grazie al remix del dj francese Cedric Gervais.

Il 5 dicembre 2013 viene presentato ufficialmente Tropico, il primo cortometraggio pensato e co-diretto da Lana Del Rey, in collaborazione con Anthony Mandler. Si tratta di una storia dalle tinte mitologiche e religiose, suddivisa in tre capitoli, con una cura deliziosa del visual, fra colori al neon e tinte forti che fanno pensare al film Spring Breakers di Harmony Korine, con cui la Del Rey collaborerà nel 2014. In occasione della prima del corto, a Hollywood, la cantante annuncia che uscirà a breve nuovo materiale e che l’album s’intitolerà Ultraviolence. In seguito arriva Once Upon A Dream (una cover della famosa canzone de La bella addormentata nel bosco), su commissione della Disney per il film Maleficent e dunque l’album esce ufficialmente d’estate, a giungo, anticipato il mese precedente dal singolo West Coast, un up-tempo metropolitano che ricorda Disintegration, un garage in versione intimista di qualcosa intorno a Jack White con la voce non più annoiata a risaltare sul delay dell’elettrica, un brano che fa ben sperare insomma per un disco che tuttavia risulterà deludente.

Limato da Dan Auerbach dei Black Keys e da Nick Nowels (già a lavoro con Lykke Li), Ultraviolence viene  accolto senza grandissimi clamori da parte della critica. È un disco con più chitarre di Born To Die, al riparo da tentazioni elettroniche, con Auerbach a concentrarsi sull’insieme delle quindici canzoni, più che ad affondare il coltello blueseggiante nei singoli brani come ci si sarebbe aspettato. Il suo lavoro si limita a rendere più profondi i suoni, a regalare dei poco memorabili assoli di chitarra, a far suonare la batteria più secca, togliendo i bellissimi riverberi del precedente disco. La del Rey dal canto suo non brilla, indulge eccessivamente sul finto-gotico dei colossal d’animazione, insiste in pose da diva in bianco e nero, si illumina di beat e post-beat generation senza sfogliare mai una pagina di Ginsberg ed in sostanza, al netto delle pose e del gioco di rimandi, non convince per esecuzione e men che meno nei testi: «I’m a sad girl/I’m a bad girl» in Sad Girl, «He hit me and it felt like a kiss» nella title-track e il poetico manifesto del disco «I want Money Power Glory», per non parlare di Fucked Me Way Up To The Top I’m a dragon, you’re a whore»), in cui sembra prendersi in giro da sola o Guns And Roses, punto di non ritorno del “tamarrismo”, in cui fra «Heavy Metal […] You were so much better then the rest of them» e «He loved Guns & Roses», Lana dà veramente il meglio di sé.

Il seguito di quel lavoro arriva il 18 settembre 2015, grossomodo ad un anno di distanza dal precedente, e dopo aver pubblicato l’EP Tropico viene diffuso il singolo/videoclip d’apertura del nuovo disco High By The Beach. L’album s’intitola Honeymoon ed ha il compito di consacrare Lana Del Rey a vera e propria celebrità del mondo dello spettacolo in forza del milione di copie vendute da Ultraviolence nel solo primo mese di pubblicazione. La tracklist in sostanza porta il sadcore di Lana Del Rey a un livello superiore, facendo del difficult one un’opera gotica in pieno stile hard boiled californiano, tra buoni numeri ed episodi che suonano – come sottolineamo nella nostra recensione – come una sorta di Portrait of an American Family che Marilyn Manson avrebbe potuto offrire agli sceneggiatori di Mad Men. La cifra del disco pare risolversi nella rilettura di Don’t Let Me Be Misunderstood posta in coda: al di là dell’evidente trolling rivolto ai giornalisti e ai critici musicali che ne hanno evidenziato il fiato corto, la cover non ha praticamente nessuna idea, se non quella di plastificare anche un’icona dell’anticonformismo come Nina Simone per cercare di appropriarsene.

I limiti dell’ultimo disco, si potrebbe essere tentati di semplificare, sono gli stessi del personaggio mediatico faticosamente costruito e curato nel corso degli anni: un’eccessiva indulgenza e poche (anche buone) idee, una superficialità (soprattutto nei testi) che tende a banalizzare le pagine letterarie citate apertamente, riferimenti ambiziosi (David Lynch su tutti, ma anche l’ultimo Carpenter) che però nelle mani della musicista tendono a sfaldarsi come un rossetto economico e rischiano perennemente di scivolare nel kitsch involontario. In tempi di concisione, l’eccessiva lunghezza dei dischi non aiuta l’artista a focalizzare il buono che c’è, e l’esposizione mediatica (cercata, voluta, bramata) rischia di relegarla rapidamente nel cestone dei CD scontati dell’autogrill, senza aver prima davvero inciso sull’immaginario pop nel modo autoriale che avrebbe sempre voluto. Nel bene e nel male, anche solo per i numeri che sposta, la Del Rey rimane un fenomeno musicale (non più solo indie) e social(e) che non lascia indifferenti, ed è più che mai parte dell’arena mediatica globale.

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