Le luci della centrale elettrica (IT)

Biografia

Piaccia o meno, non si può negare che Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica sia stato una pietra angolare della riscoperta del cantautorato italiano nel nuovo millennio. Nella seconda metà degli anni Duemila, infatti, arrivano uno dopo l’altro Non c’è due senza te (2007) di Dente, Canzoni da spiaggia deturpata (2008) di Le Luci della centrale elettrica e Vol I (2009) di Brunori Sas, e ci si ritrova come per magia a parlare ancora di cantautori.

Certo è che il linguaggio di Brondi è forse quello meno legato alla tradizione musicale italiana tra quelli citati, un cut up avventuroso e giovanile al tempo stesso, urlato come se ammiccasse al punk ma abbastanza profondo da assomigliare un Rino Gaetano atipico della periferia ferrarese. «Cut-up à la Burroughs che si fa storia e congiunzioni – scrivevamo in quegli anni nella recensione del disco d’esordio del musicista ferrarese – che incontra il cielo pesante della provincia post-industriale rimanendone folgorato; che sputa ricordi di gioventù vissuta tra quartieri popolari e circonvallazioni; che piange, ride, fuma e si lascia cullare dal bianco delle ciminiere; che affitta sei corde di chitarra acustica per farci star dentro poco più di vent’anni di vita». Il centro del discorso sono fin da subito i testi senza filtri che Brondi appiccica uno dopo l’altro a una chitarra acustica sfrangiata e a poco altro, «in un flusso di coscienza che se ne frega delle regole armoniche» e della metrica, e che colpisce da subito il Giorgio Canali chiamato a curare gli arrangiamenti. Un album che a suo modo si rivelerà un piccolo classico.

Anticipato nel 2009 dal libro pubblicato per Baldini Castoldi Dalai, Cosa racconteremo di questi cazzo di anni Zero, nel 2010 esce Per ora noi la chiameremo felicità, secondo lavoro targato Le luci della centrale elettrica. La ricetta non cambia di molto rispetto all’album d’esordio, anzi è esattamente la stessa; quella che invece è cambiata è la percezione del Brondi artista da parte del pubblico, passato nel giro di un paio di stagioni da perfetto sconosciuto a uno dei casi discografici più eclatanti del momento. I fan sono spesso molto giovani, ma riconoscono in lui lo «specchio di una generazione, oltre che un modello musicale di riferimento, abbastanza diretto e disperato da assurgere al ruolo di vera e propria icona». E così Brondi scrive il suo secondo album «non per chi non lo conosce ancora, non per far cambiare opinione a chi lo ha già catalogato come un “difetto” del sistema indie e nemmeno per dimostrare di aver compiuto un percorso. Soltanto per ritrovare quell’unità di intenti che aveva reso il suo esordio un caso discografico e i suoi concerti degli happening in pieno stile. Tanto che non ci si muove di un millimetro dall’approccio di Canzoni da spiaggia deturpata, replicando estetica, forma e immaginario». E decretando di fatto un episodio che rappresenta un mezzo passo falso.

Nel 2011 esce in allegato a XL di Repubblica, C’eravamo abbastanza amati, divertissement collegato all’unico inedito della scaletta – la title track – e al tempo stesso raccolta di cover (tra cui Summer On A Solitary Beach di Battiato, Emilia Paranoica dei CCCP, Dolce amore del Bahia di De Gregori) e brani live. Il disco, tuttavia, non sposta di molto il centro di gravità di Vasco Brondi, a cui si chiede a questo punto di costruire un percorso artistico che non sia solo la ripetizione di uno stile alla lunga fin troppo monocorde.

Il tempo di abbracciare il mondo dei comics – vecchio amore del Nostro – con la graphic novel in condivisione con Andrea Bruno, Come le strisce che lasciano gli aerei, ed è già il momento di far uscire il terzo disco Costellazioni (2014). La critica accoglie l’album coi fucili puntati ma Brondi è bravo a stupire tutti con un lavoro intrigante, seppur imperfetto, che sposta il baricentro verso la musica, rendendo il flusso di coscienza dei testi funzionale alla melodia e agli arrangiamenti. Le cose migliori si ascoltano in apertura (La Terra, l’Emilia, la Luna, Macbeth nella nebbia, Le ragazze stanno bene, I Destini Generali) ma è tutto il disco a dare l’idea di una vitalità finalmente ritrovata e della voglia di evolvere lo stile cantautorale grezzo degli esordi in qualcosa di più articolato. «Con Costellazioni Vasco Brondi ci tira per la giacchetta – si scrive in recensione – raccoglie le critiche di “immobilità stilistica” che gli sono piovute addosso ai tempi del secondo disco e ci spiattella in faccia la sua voglia di fare musica, imponendoci peraltro un giudizio netto. Lo fa rischiando in prima persona e confezionando un lavoro intrigante e suicida al tempo stesso, tanto che i delatori più talebani si divertiranno un mondo a impallinarlo senza pietà. Un errore, a nostro avviso. Perché se è vero che Costellazioni non è un disco perfetto, è vero anche che Brondi non è mai stato tanto musicista come in questo album». Un buon successo di critica e un enorme successo di pubblico – le date del tour successivo saranno spesso sold out – confermano la statura di un autore arrivato, infine, alla giusta maturazione.

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