Mark Lanegan (US)

Biografia

Mark Lanegan è un musicista e cantautore folk, blues e rock statunitense, ex leader degli Screaming Trees e prolifico songwriter. Nato il 25 novembre 1964 a Ellensburg, piccola cittadina nello stato di Washington, Lanegan comincia la sua carriera nel mondo della musica nel 1984, anno in cui nascono gli Screaming Trees, da lui fondati assieme ai fratelli Gary Lee e Van Conner e Mark Pickerel. La band, da subito orientata a sonorità psych, garage e rock, pubblica sette album in studio, sciogliendosi ufficialmente nel 2000, anche se il percorso solista di Lanegan comincia circa dieci anni prima, con la release, nel 1990, di The Winding Sheet, il primo album a suo nome. Pubblicato da SubPop, il disco rappresenta un esordio insolito, essendo infatti più concentrato sulla vena cantautorale del vocalist, piuttosto che sulla verve rock del gruppo di provenienza: come ci spiega anche Stefano Solventi, “fin dalle prime note di The Winding Sheet i numeri del ragazzo si dimostrarono tanto buoni quanto piuttosto atipici, specie se paragonati a quelli del resto dei suoi compagni di viaggio (di lì a poco dati in pasto al mondo come la famigerata “scena di Seattle”). […] Non è dato sapere in quanti, protagonisti compresi, avrebbero scommesso su questo disco ai tempi della sua uscita. In ogni caso, The Winding Sheet non fu che l’inizio di una discografia scarna ma a suo modo prodigiosa: se oggi Mr. Lanegan è ormai un classico, è anche grazie a questo album, piccola (ma terribilmente significativa) scintilla di un fuoco prossimo a divampare”. Un disco “minore” ma, come racconta Giulia Antelli nel monografico dedicato, “indiscusso capolavoro di quei neonati anni ’90, che ha influenzato un’intera generazione di cantautori ma anche rockstar come Kurt Cobain, che vi partecipò assieme a Krist Novoselic, e che non a caso lo indicò come fonte di ispirazione per l’MTV Unplugged In New York”.

A The Winding Sheet fa seguito, nel 1994, Whiskey For The Holy Ghost: registrato circa due anni dopo Sweet Oblivion, il disco di maggior successo degli Screaming Trees (contenente la hit Nearly Lost You), l’album rappresenta una pietra miliare nella carriera di Lanegan. Come sottolinea ancora Giulia Antelli, Whiskey For The Holy Ghost è “il punto di non ritorno nella carriera del cantante. Se nonostante la sua acerba bellezza, The Winding Sheet dimostrava ancora i dubbi di una personalità non ancora del tutto a fuoco, quasi timida nel confrontarsi con i propri miti, il secondo album mescola con straordinaria disinvoltura rimandi ed influenze, a cui si contrappone una scrittura ormai matura, in cui è la voce a tessere le intensissime atmosfere dell’album. Brani debitori in tutto e per tutto ai traditional americani, capaci di calare l’ascoltatore nelle pieghe di un animo tormentato, confuso e annebbiato dagli eccessi, ma in grado di addentrarsi con sorprendente lucidità nei buchi neri dell’io, così come di riconnettersi alle proprie radici, quelle di un’America sospesa nel tempo, luogo di mistero e solitudine. Scenario perfetto di canzoni come Kingdoms of Rain o Carnival, esempi di quel country e folk secolari a cui fanno eco gli abissi emotivi di Borracho o Beggar’s Blues”.

Il secondo album coincide anche con un periodo tormentato dal punto di vista personale, che vede Lanegan alle prese con la dipendenza da eroina e con problemi interni alla band. L’anno successivo, tuttavia, il musicista partecipa ad uno dei dischi più importanti dell’era grunge, ovvero Above dei Mad Season, pubblicato nel 1995: pur contribuendo alla scrittura di soli due brani (I’m Above e Long Gone Day), Above sottolinea un altro importante aspetto nella carriera del Nostro, quello delle collaborazioni, che nel corso degli anni lo ha reso spesso protagonista di numerosi progetti extra solisti. Citando alcuni featuring, ricordiamo i Twilight Singers di Greg Dulli, Soulsavers, Moby e UNKLE, passando poi per Queens Of The Stone Age e Isobel Campbell.

Nel 1997 esce il terzo album solista, Scraps At Midnight: ce ne parla ancora Stefano Solventi, che lo indica come “probabilmente anche il più debole del suo intero catalogo; tuttavia segna un passaggio importante in direzione di ciò che sarà il suo fare musica. E’ come se il cantautore desertico tornasse a vedere la luce della consapevolezza, in una rinnovata lucidità che gli porta in dote forme più salde in direzione di una poetica finalmente definita. D’ora in poi, la ruvidezza dei primi due album sarà solo un ricordo che affiorerà di tanto in tanto. In poche parole, Lanegan inizia a tendere verso la classicità”.

Un’impressione confermata, nel 1999, da I’ll Take Care You, quarto disco che lo vede alla prese con le cover di Fred Neil, Eddie Floyd, Tim Hardin, Buck Owens, Tim Rose, l’amico Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club, che “già dal titolo (Mi prenderò cura di voi) si configura come un vero e proprio atto d’amore nei confronti di figure imprescindibili non solo per la formazione del songwriter, ma per tutta la tradizione folk blues americana”, come sottolinea Antonio Pancamo Puglia in recensione. Il tributo ai grandi classici della tradizione apre la strada a Field Songs, uscito nel 2001: un lavoro che sintetizza oltre dieci anni di attività cantautorale e non solo, fondendo tutti gli elementi della musica di Lanegan – dal rock al blues, dal folk alla psych –, e che “tira le fila dei tanti sentieri intrapresi senza fare mero riepilogo, ma scegliendo gli esiti maturi, le profonde destinazioni. Se la direzione è quella della classicità, se il tentativo è costruire un riferimento per la nuova canzone d’autore americana di questo primo decennio, […] Field Songs è allora una promessa che si rinnova e si compie ad ogni ascolto” (Stefano Solventi).

Il successivo Bubblegum del 2004 – anticipato un anno prima dall’EP Here Comes That Weird Chill – presenta l’artista in una nuove veste: smussato il folk-blues cantautorale che aveva caratterizzato larga parte del repertorio precedente, Bubblegum racconta “la nuova vicenda artistica e umana di Mark Lanegan”, come scrive Stefano Renzi. Dopo anni di tormenti e dipendenze, il disco rappresenta, oltre alla genesi della Mark Lanegan Band, anche “la rinascita del blues non più come catarsi bensì come forza vitalistica, come attaccamento alla pellaccia (“Rolling, just keep on rolling/ I don’t want to leave this heaven so soon“, Metamphetamine Blues). Non più fantasmi quindi a fargli compagnia, ma comprimari di primo piano, a lui affini anche se non necessariamente […]”: figurano come ospiti illustri PJ Harvey, Dean Ween, Greg Dulli, Duff McKagan e Izzy Stradlin, compagni di viaggio e amici in questo nuovo capitolo – il sesto – della discografia laneganiana.

Due anni dopo la release di Bubblegum, si apre un’altra importante parentesi della carriera di Lanegan, ovvero la proficua collaborazione con Isobel Campbell dei Belle And Sebastian: tre album in quattro anni (Ballad Of The Broken Seas del 2006, Sunday At Devil Dirt del 2008, Hawk del 2010) “scritti e arrangiati per intero dalla Campbell, nei quali il contributo di Lanegan si è limitato alla voce e alla scrittura di una manciata di pezzi, ma che hanno rappresentato di fatto una svolta fondamentale. Non deve affatto stupire che il sodalizio con la violoncellista scozzese si sia concretizzato a tutti gli effetti come una nuova carriera nel periodo post-Bubblegum, potremmo anzi considerarla come la naturale conseguenza dopo anni di lotte e inquietudini, […] che ci ha restituito un Lanegan magnificamente inserito in un filone di lunga e proficua memoria, che parte da Nancy Sinatra e Lee Hazelwood per arrivare a PJ Harvey e Nick Cave.” (Giulia Antelli).

Il ritorno come Mark Lanegan Band avviene nel 2012 con Blues Funeral, settimo album in studio pubblicato a ben otto anni di distanza da Bubblegum. Un deciso cambio di direzione raccontato ancora da Stefano Solventi: “un pugno di vecchi amici (lo stesso Dulli, Josh Homme, il drummer Jack Irons – già Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam, l’ex-Eleven Alain Johannes che suona e produce) e la scelta di innervare il sound di ibridazioni sintetiche che spiazzeranno, sconcerteranno, faranno scrivere che l’ex-albero urlante si è venduto qualche fetta di culo per lusingare i palati giovani. Con lo scopo preciso e un po’ disperato di restare sulla linea di galleggiamento. Principale prova a carico sarà presumibilmente Ode To Sad Disco, mid tempo synth wave che azzecca un fascinoso punto di fusione tra Visage, i Cardigans e Chris Isaak”.

Il nuovo disco infatti vira decisamente verso i territori dell’elettronica, presentando così una passione inedita del musicista, come ha raccontato a Giulia Antelli nel corso dell’intervista concessa in occasione della data di Lanegan al Teatro Duse di Bologna a novembre 2013: “Credo di essere in sintonia con tutto quello che mi piace. Mi piacciono alcune canzoni folk, mi piace la musica elettronica, mi piacciono cose che io non canto affatto. Tutto quello che gli altri dicono sul rock o sul blues non mi tocca minimamente”. A Blues Funeral seguono, entrambi nel 2013, Black Pudding, registrato assieme al cantautore Duke Garwood, e un altro album di cover, Imitations, che raccoglie pezzi di Nick Cave, John Cale, Twilight Singers e Chelsea Wolfe, ai quali succede, nel gennaio 2014, la raccolta antologica Has God Seen My Shadow?, la prima nella carriera dell’artista.

A luglio 2014, Lanegan annuncia l’arrivo di un nuovo lavoro, Phantom Radio, atteso per l’autunno, e anticipato dall’EP No Bells On Sunday. No Bells On Sunday esce il 25 agosto 2014, e ce ne parla Giulia Antelli nella recensione dedicata: “ritornano le pulsazioni sintetiche che avevano caratterizzato Blues Funeral, qui presenti nell’opening Dry Iced e nella conclusiva Smokestack Magic. Pezzi che sintetizzano al meglio le visioni cantautorali di adesso: le onnipresenti radici blues amalgamate alle pulsazioni electro, la simbologia biblica ed esoterica unita ad un certo gusto per synth e drum machine, a voler ribadire che il songwriting di Lanegan è tanto radicato nel passato quanto perfettamente in grado di muoversi nel presente, evitando ancora una volta il rischio di fossilizzarsi in quei miasmi acid-folk che da The Winding Sheet in poi ce lo hanno fatto apprezzare come unica presenza autorevole nel deserto post-grunge”. La release di Phantom Radio è invece prevista per il 20 ottobre 2014 tramite Heavenly Records. Secondo le stesse parole di Lanegan, il disco è stato scritto per lo più attraverso uno smartphone, nello specifico grazie ad un’applicazione chiamata Funk Box. “Ho usato Funk Box per scrivere le parti della batteria, e poi ho aggiunto chitarre e synth”, ha raccontato, aggiungendo che il disco prosegue la riscoperta delle radici kraut e della new wave anni ’80 cominciata con Blues Funeral: “è la stessa musica che ascoltavo quando ho cominciato a cantare: anche se con i Trees eravamo orientati soprattutto verso lo psych dei Nuggets e dei 13th Floor Elevators, ascoltavamo anche altre cose, ad esempio Echo And The Bunnymen, Rain Parade, The Gun Club, un sacco di post-punk inglese. Ho aspettato di aver passato i 40 anni per riscoprire quella roba”.

La recensione di Phantom Radio, firmata da Giulia Antelli, lo descrive nei termini di “un album discreto nel senso più stretto del termine… …il primo in cui Lanegan mette del tutto da parte l’imponderabile, concentrandosi più su quello che saranno le direzioni sonore del futuro che sui palpiti cantautoriali del passato”.

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