Micah P. Hinson (US)

Biografia

Nato nella fatidica Memphis il 30 marzo 1981 ma trasferitosi presto ad Abilene, in Texas, Micah Paul Hinson è tra i cantautori di stampo Americana uno di quelli che riconosci al volo. Più che per il timbro della voce – una specie di Elvis Costello sull’orlo del collasso – per il taglio intenso e poco disposto ai compromessi, frutto di un’esistenza zeppa di inciampi e difficoltà.

Cresce in una famiglia cristianamente rigida che per reazione lo getta tra le braccia della musica e – ahilui – della tossicodipendenza. Ben presto fugge di casa assieme alla fidanzata, ma solo per finire in un mare di guai: finiscono i soldi e l’amore, lui finisce in carcere e cade in depressione. Da questo crogiolo cupo germogliano però i pezzi che intrigano John-Mark Lapham – tastierista del gruppo pop The Earlies – il quale intercederà a favore di Micah presso la Sketchbook Records. Nel 2004 vede così la luce Micah P. Hinson and the Gospel of Progress, album che si distacca dalla posa garbata del New Acoustic Movement per riabbracciare una fibra folk aspra e struggente. Come scrive in sede di recensione Stefano Solventi, “l’espressione prima di tutto e il resto segue a ruota. Musica dal respiro lontano, lontanissimo, che pure ha la fragranza di una pagnotta appena sfornata“.

Di canzoni, in realtà, Micah ne aveva composte più di quante un album potesse contenerne, così durante l’acclamato tour per il disco d’esordio (dove cogliamo l’occasione per scambiare due chiacchiere con musicista) ci torna sopra per confezionare il sophomore The Baby and the Satellite, che vedrà la luce nel giugno del 2005. E’ un lavoro meno curato del predecessore, affiora qualche pecca a livello di scrittura che stempera in un’atmosfera meno impetuosa (Edoardo Bridda nel recensirlo riferisce di “folk più convenzionali che seppur non epocali suonano genuini“), tuttavia conferma il piglio intenso di un Hinson che non si risparmia qualche azzardo formale, tipo l’utilizzo del field recordings e della drum machine.

Intanto l’etichetta Jade Tree ne ha assunto la distribuzione sul suolo statunitense, cosa che farà anche per Micah P. Hinson and the Opera Circuit dell’anno successivo. E’ un album in cui Hinson svaria tra generi e suggestioni stilistiche, ovvero tra “marcette franco-balcaniche in levare, spruzzate Dixieland, sapori messicani, fiati da banda di paese, esperimenti sinfonici pasticcioni e persino incursioni concrete” – sempre nelle parole di Bridda – ma senza affatto limitarsi a fare carosello, anzi lasciando che la cifra struggente e impetuosa trovi modi sempre più definiti e maturi di realizzarsi. La recensione si chiude infatti sentenziando “…è lo smarcamento, la classe, di un cantautore tra i più potenti in circolazione“.

Passeranno due anni prima di Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra, non a caso disco che rincula nel cuore di un’Americana tanto tradizionale quanto irrequieta, facendosi crooner e troubadour, scendendo a patti con l’aria da reietto senza rinnegarla. Secondo un entusiasta Giancarlo Turra “è un mondo al solito sad and beautiful da perdercisi dentro, questo, e pertanto fatelo per l’ennesima volta. Perché del domani, dicono, non c’è certezza e se c’è, importa poco o nulla sia a Hinson che a noi“. Il domani arriva però veloce: poco più di un anno ed ecco, nell’ottobre del 2009, addirittura un doppio CD, anche se non di pezzi originali ma di cover. In All Dressed Up and Smelling of Strangers si susseguono riletture di brani firmati George Harrison, Kurt Cobain, Leonard Cohen, Pedro The Lion, Bob Dylan… Una sorta di mappa emotiva, una mossa “impegnativa però felicemente risolta in due cd – sostiene ancora Turra – che mostrano la maturità dell’Artista piuttosto che fotografarlo, mentre guadagna tempo progettando il domani“.

Parole profetiche, dal momento che già nel giugno successivo vede la luce Micah P. Hinson and the Pioneer Saboteurs, in realtà frutto di un lavoro iniziato già nel lontano 2007. In questo album Hinson si mostra voglioso di costruire una statura autorale poggiata sulle fondamenta concrete di un sentire tanto dirompente quanto radicato. Le canzoni, sempre nelle parole di Turra, si rivelano “ballate solenni accese da impennate e percorse da una voce profonda che pare il grembo di una miniera, turbinare polveroso – e seppiato come una cartolina fifties – d’organi, rumori e innanzitutto archi, mai invadenti e in transito dal minaccioso al carezzevole“.

Quando la parabola anche esistenziale sembrava quindi aver imboccato una fruttuosa regolarità, nel 2011 Hinson rimane coinvolto in un terribile incidente stradale durante un tour in Spagna. Ferito alle braccia, si sottopone ad un lungo percorso di riabilitazione che di fatto lo toglie dalle scene per quasi tre anni, fino a Micah P. Hinson and The Nothing del febbraio 2014, album in cui convergono tutte le tribolazioni, la rabbia ed il senso di spaesamento della convalescenza. Nelle parole di Solventi, si tratta di un lavoro “in linea con la durezza fragile che ricordavamo, però ricorre a sequenze lancinanti e fotogrammi sfocati che trasmettono un senso di ancora più estrema, tenace e ponderata vulnerabilità“.

Nel 2015 Micah P. Hinson è in Italia per ben sei date tra Ravenna e San Ginesio (Macerata), passando per Milano, Torino, Roma e Padova.

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