Pixies (US)

Biografia

Ultima utopia

“In the end, nothing beats volume and lights and drunken people. The songs just have to sound cool”

Band di Boston che esaurì la sua prima e più importante fase nella cuspide tra ‘80 e’90, i Pixies lasciarono un segno profondissimo in merito al modo di concepire la canzone rock in quegli anni che si preparavano a vivere la riscossa elettrica del grunge. Non a caso la loro idea – tanto semplice quanto efficace – di strofe accattivanti e allusive seguite da un’esplosione chitarristica nel ritornello, fornì la matrice strutturale di tanti pezzi firmati da Cobain per i Nirvana (in particolare di un titolo cardine del rock anni Novanta come Smells Like Teen Spirit). Tuttavia, vuoi per il leggero anticipo sui tempi e – soprattutto – per le tematiche anomale cui corrispondeva un’interpretazione vocale spesso delirante, ai Pixies non arrise mai un successo paragonabile alle principali band di Seattle. Si guadagnarono altresì uno status di culto che ha attraversato gli anni fino alla reunion del 2004, anche se tornarono sugli scaffali con materiale inedito solo nel 2014, dopo dieci anni di tour consumati con regolarità. Visti in prospettiva, hanno rappresentato l’anello di congiunzione tra il rock alternativo degli ‘80s (Hüsker Dü, Sonic Youth, Hoodoo Gurus, Pere Ubu, Minor Threat, Jesus And Mary Chain …e il sussulto chitarristico del grunge, senza con ciò mai volersi alternativi ma puntando alla dimensione radiofonica, un codice rock che – nella visione di Black Francis – doveva contenere tanto divertimento quanto mistero, inoculare inquietudine nel momento stesso in cui ti induceva allo scazzo liberatorio.

Roba forte

Certe cose si colgono nell’aria. Ammesso d’averne la fortuna, l’abilità, l’istinto e in ultimo la risoluta volontà di farlo. A Charles Michael Kittridge Thompson IV non mancò nessuno di questi fattori, così colse ciò che doveva cogliere. Aveva vent’anni, in quel 1985. Era di Boston ma da sei mesi risiedeva a San Juan, in Portorico. Studente della Amherst University of Massachusetts, non si era lasciato sfuggire l’opportunità di un corso lontano da casa, dove avrebbe perfezionato il proprio spagnolo e nel frattempo dato una scossa alla propria esistenza. Ma la scossa non arrivò, anzi. Dopo sei mesi, con la prospettiva di altri sei da trascorrere in quel cul de sac caraibico, capì di trovarsi ad un bivio. Con una certezza a pungolargli il cuore: quello che più desiderava era formare una rock band.

Ok, ma cosa colse esattamente nell’aria il buon Charles? Per quale motivo era disposto a mandare in fumo i propri studi, la propria vita per mettere su una band? Possiamo solo permetterci delle supposizioni che le vicende successive contribuiranno ad irrobustire: Charles aveva realizzato che il senso di vuoto in cui oramai galleggiava sarebbe stato spazzato via da uno spasmo vitale del tipo che solo il rock’n’roll sa dare, e che quello stesso vuoto era un problema generazionale che richiedeva analoga terapia. Una medicina di cui però da un po’ di tempo erano andate perdute la formula e l’arte. E l’abitudine. Ecco una dichiarazione illuminante che Charles rilascerà qualche anno più tardi: “MTV è inondata da tutto questo falso hard rock ed heavy metal. Da dove spuntano tutte queste band? Spuntano dal nulla e sono del tutto sprovvedute. Non è certo la loro mancanza di coraggio che mi preoccupa, né la loro musica. E’ il loro abbigliamento del cazzo che non riesco a sopportare!“. Poteva ben dirlo lui, un “normal guy” col rock sempre fumante nella fondina.

Nel bel mezzo degli anni ottanta quindi, ancora scossi e a dirla tutta estasiati dall’avvento della videomusica, non c’era stato il tempo di scavare le trincee tra rock mainstream e cosiddetto alternativo. La stampa per prima cavalcava l’onda edonistica: ad esempio, sostenendo che poseur come i Bon Jovi rappresentavano “i nuovi Led Zeppelin“. E’ vero, credeteci: chi scrive l’ha letto coi suoi occhi un triste giorno su una triste rivista. Esisteva – certo – un rock più “autentico”, idealmente opposto a quello caciarone offerto senza risparmio di acconciature e mise in similpelle. Sempre su MTV ad esempio impazzavano gli Springsteen e gli U2, portavoce di un rock che sembrava recuperare il polso della situazione come qualche lustro prima. Ma non era certo in personaggi come loro che Charles riponeva le proprie speranze: non era tipo da perorazioni, da terre promesse, da denunce e rimpianti sociopolitici, da canzoni che si facessero portavoce e soundtrack di istanze generazionali.

Quanto all’underground, con internet ancora lontano da venire era veramente underground, un fenomeno spesso locale, difficile da organizzare in scene che ne esaltassero la visibilità. Era quindi molto probabile che in molti scambiassero quella dei video come la principale se non l’unica modalità rock esistente.Una modalità dannatamente priva di quella scossa, di quel fremito che Charles e chi come lui andava cercando: un rock che arrivasse come uno scapaccione facendoti esclamare “ehi, forte questa roba!“. Charles non era tipo da stendere manifesti o elucubrare teorie, però qualche idea ce l’aveva eccome. Intanto, c’era la questione della band. Per costituirla, bisognava scegliere tra persone fidate.

Rientrato a Boston, strinse d’assedio l’ex compagno di stanza all’università Joey Santiago finché non lo convinse ad imbarcarsi nel progetto. Andava sul sicuro, Charles, che con Joey aveva condiviso i primi tentativi di strimpellare chitarre e inquieti sogni di rock’n’roll. Per entrambi le esperienze nel ramo erano, per così dire, trascurabili. Charles aveva frequentato cover band dedite perlopiù alla soul music. Il buon Joey non aveva certo un curriculum più robusto, ma poteva dirsi musicalmente più scafato: originario delle Filippine, era cresciuto nel mito beatlesiano grazie alla discoteca dei genitori, quindi una volta emigrato negli States – la famiglia non era ben vista dal regime di Marcos – maturò la propensione psichedelica verso lo spacey-glam dei settanta approdando al punk e alla new-wave. L’entusiasmo febbrile di Charles e la flemma balzana di Joey rappresentavano un’accoppiata niente male: in nuce, la band esisteva già.

pixies

Nomen omen?

C’era da pensare al nome, e ci pensò Joey, che nelle abituarie consultazione di dizionari ed enciclopedie per migliorare la propria conoscenza dell’inglese s’imbatté nell’espressione “Pixies In Panoply”, rimanendone estasiato. A Charles piacque, anche se propose di abbreviare in Pixies. E così andò. Un’aneddoto illuminante. Infatti, cos’è un nome? Nulla, e tutto. Il significato letterale di pixies – elfi, folletti – ha poco a che vedere con quello che la band sarà (la sua estetica, la sua poetica), eppure contiene quella dose di mistero e bizzarria, di inesplicabile e sfacciato, di insensato e profondo che ne informerà tutta la produzione. Non c’è nulla da spiegare né da interpretare, così è perché così è andata. E forse così doveva andare. Una combinazione colta al volo, nell’aria.

Un nome: inezia così importante che lo stesso Charles decise di ribattezzarsi per l’occasione, optando per Black Francis, proprio come suo padre avrebbe chiamato il prossimo figlio qualora fosse venuto al mondo. Inutile cercare risvolti psicologici, perché in fondo la vera ragione era che come pseudonimo suonava “divertente e pomposo come Iggy Pop e Billy Idol“. Sulla stessa falsariga di arguto understatement, cosa di meglio che un annuncio nella bacheca dell’università che recitasse più o meno: “cercasi bassista con gusti musicali tra Hüsker Dü e Peter, Paul & Mary“. Come dire, tutto e il suo contrario, melodia al fulmicotone e soffici ballate, il massimo del rock underground contemporaneo e quei tromboni del passato, insomma pensate un po’ quel che cazzo vi pare. Si presentò la sola Kim Deal, ed era quella giusta.

La dolce Kimberley da Dayton, Ohio. Una streghetta da ragazzina, nel senso che era affascinata davvero dalla stregoneria, ma poi redenta sulla via del folk rock assieme alla sorella, con la quale fondò la prima versione delle The Breeders. Una tipa pane al pane, brillante ma poco disposta a raffinatezze. Una che sarà capace di rispondere al suo intervistatore: “Di norma non faccio cattivi pensieri, ma negli ultimi cinque minuti sono stata qui seduta pensando che non c’è niente che mi piacerebbe di più che andare nella mia camera e fare una gran cagata“. La dolce, cara Kim. Si era sposata con John Murphy poco prima di trasferirsi a Boston, dove trovò ad attenderla quel famoso annuncio in bacheca. Neppure aveva con sé il basso, ma la chiamata era troppo forte. Fu lo stesso Charles/Black Francis a prestarle i soldi necessari all’acquisto dello strumento.

Kim si rivelò un acquisto azzeccatissimo, anche perché suggerì David Lovering come batterista. Uno che i tamburi li aveva percossi per troppe band troppo poco originali e si aggrappò senza indugio all’offerta. Oltretutto Pixies era un nome che gli piaceva parecchio. Oltretutto aveva un garage in cui la band avrebbe potuto provare. Correva l’anno 1986. Luglio, per la precisione. C’erano questi quattro sciagurati con l’idea formidabile di fare rock’n’roll, un po’ alla maniera dei punk: prendi uno strumento e fallo, e della tecnica chi se ne frega. Ma ci davano dentro. Avevano idee. Il primo show fu un disastro, ma continuavano a darci dentro. E migliorarono così tanto che quando toccò loro aprire per i Throwing Muses, impressionarono un po’ tutti, tra cui il produttore Gary Smith che li invitò a registrare presso i Fort Apache studios. Tre giorni per diciotto canzoni che andarono a costituire il The Purple Tape.

Nuovi antichi vangeli

Fu il loro lasciapassare per la gloria, se di gloria si potrà mai parlare. Di colpo si trovarono con un manager (Ken Goes) e con un’etichetta. Non una a caso, ma la 4AD di un entusiasta Ivo Watts, che volle fosse subito pubblicato un mini album contenente otto estratti dal nastro viola. Come On Pilgrim (4AD, ottobre 1987, 7.5/10) è molto più che un biglietto da visita. Ci spiega molte cose. Ad esempio come il rock avrebbe dovuto essere secondo ciò che Charles aveva colto nell’aria. Prendete ad esempio un pezzo come Caribou: cos’altro è se non una poltiglia di disagio che da esistenziale si fa escatologico, eppure senza perdersi in menate, enigmatico sbocco di rabbia che nulla spiega anche se è tutto lì a marcire alla luce del sole. Chitarre languide e lancinanti che scoritcano memorie anni sessanta, il caracollare psych della sezione ritmica e la voce che cincischia indolenzita fino a slabbrarsi in furia punk. Da dove viene quel modo di cantare? Charles stesso ce lo spiega: dall’Iggy Pop che s’incendia le adenoidi in Loose e dai Beatles sguaiati di Oh! Darling. “Questo è vangelo!“, sosterrà il buon Charles.

Gran pezzo, Caribou. Ci sono già metà dei Nirvana di Cobain, lì dentro. Quanto alle altre tracce, delineano da par loro il concetto pixiesiano di rock melodico, potenzialmente pop ma incapace di sconti, come quella Ed Is Dead tutta ritornello affabile e tremori nevrastenici, una Vamos in graffiante controtempo, la febbrile apoteosi masturbatoria dell’impagabile Holyday Song , infine la trasfigurazione jingle jangle acida di Levitate Me. Musicalmente ci senti sì gli Hüsker Dü ma anche i sixties di riporto dei Teardrop Explodes, i Velvet Underground più sbrigliati, quei facinorosi dei Fall e l’urticante brio dei Seeds, nonché in filigrana l’aura sguaiata e sacrale dei Pere Ubu. Quanto alle preveggenze, oltre ai Nirvana avverti chiaro un antipasto dei Flaming Lips a cavallo dei novanta, e scusate se è poco.

Certo, ok, ma: com’è possibile? Ma Charles, autore principale se non unico di tutto il materiale, non era solo un cazzone scazzato? La risposta è: sì. Ma non proprio. Non solo. Aveva le sue ossessioni, i suoi riferimenti, un humus da coltivare. Il cinema, ad esempio. David Lynch in particolare: non a caso tra i demo del Purple Tape è presente una versione di In Heaven, dalla colonna sonora di Eraserhead. Una vera e propria idolatria sancita dalle parole dello stesso Charles: “Se qualcuno ha avuto una grande influenza su di me, quello è stato David Lynch. Lui ti mette davanti una cosa ma non te la spiega. Lui è proprio: ‘Questa è un’immagine, questa è un’idea, non è fico?‘”. Quindi: David Lynch. Grande visionario, tutto un immaginario legato al macabro, all’assurdo realistico, al sogno come sublimazione del vero. A cui è il caso di aggiungere il retaggio della formazione cattolica di Charles, opprimente as usual, da cui gli striscianti riferimenti biblici come il pellegrino di Levitate Me, ed altri più avanti. Ma sempre senza complicare il peso specifico della proposta, che deve arrivare semplice e minimale come una scudisciata.

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Il buco (in cui vieni risucchiato)

Di tutto ciò Surfer Rosa (4AD, marzo 1988, 7.8/10) sarà una formidabile conferma. Fu lo stesso Ivo Watts a suggerire Steve Albini come produttore. C’era bisogno di aumentare la tensione, di accalappiare la serpe mentre si dimenava. E andò proprio così: album intriso di situazioni scomode, oppure grottesche, oppure – lynchianamente – macabre, caratterizzato da chitarre che sferzano l’orecchio anche quando la band sembra giochicchiare (Broken Face) o azzarda frequenze epiche di taglio wave (River Euphrates), d’un tratto esplosive laddove pochi secondi prima caracollavano in un brodo sognante, come in quella Where Is My Mind che non c’è miglior definizione di quella fornitaci dallo stesso Francis Black: “una di quelle canzoni di Neil Young che aleggiano nell’aria“.

Nei testi un campionario di facce tumefatte, di sesso meccanico e pugni veloci, di centauri teppisti e lune caraibiche, cantato soprattutto da Charles con la nevrastenia di un invasato senziente. Per una Cactus che raccoglie i più riposti desideri di un carcerato (“Bloody your hands on a cactus tree/Wipe it on your dress and send it to me“), c’è una Gigantic che si fa largo nelle college radio riferendo di un sogno impertinente di Kim con un tipo superdotato (una bella differenza con – ad esempio – Where the Streets Have No Name degli U2, no?). La stampa non si rassegnava però all’idea di un rock tanto intrigante e così apparentemente disengagee. Charles era letteralmente assediato da domande del tipo: qual è il senso recondito di Bone Machine? Cosa simboleggiano gli occhi color del ghiaccio? Cosa c’è dietro e dentro Surfer Rosa?

Lui si scherniva: “magari cinque parole significano qualcosa, ma le cinque precedenti o le successive di sicuro non hanno nulla a che vedere con quelle“. Minimizzava: “alla gente non frega un cazzo delle parole. Alla critica sì, ma la maggior parte della gente vuole solo sentire del rock’n’roll. Quando ero ragazzo non m’interessavano i testi, l’unica cosa che contava era se un pezzo è buono o no“. Quindi, arrivava al punto: “quello che mi attrae della musica è il buco in cui vieni risucchiato quando una canzone riesce realmente a prenderti“. Infine sentenziava: “credo che la maggior parte delle band non abbiano altre motivazioni che essere una band. I loro pensieri sono gli stessi di tutti. Quanto a noi, non abbiamo un bel niente da dire“. Chiarissimo. Anche se poi ci pensa l’ineffabile Santiago a chiosare enigmaticamente la questione: “La mia teoria è che se provi a spiegare il mistero che c’è in un cosa che hai scritto, quello che prima sembrava destinato all’eternità, in un attimo diventa stupido“.

Esperienze artificiali

Siamo già in grado di sostenere che la missione o se vogliamo l’utopia dei Pixies faceva perno su un tenace ideale di purezza rock. Che, come ogni ideale, deve se stesso ad una stratificazione di costrutti mentali che non hanno necessariamente fondamenti concreti. Tuttavia, a grandi linee, Black Francis e compari abbracciarono proprio questa naiveté rock, che ovviamente contemplava la scelleratezza, il torbido, l’impertinenza, la sfida alle convenzioni tipica dell’età dell’oro. Una ingenua, avventata, generosa età dell’oro. Prima dell’istituzionalizzazione delle forme e dei tipi rock’n’roll. Come dire, un’utopia con fondamenta parecchio labili e tutto sommato disperata. In ogni caso, Charles per primo sapeva bene che ormai il rock era divenuto un linguaggio inoffensivo: “il rock’n’roll è divenuto un’esperienza artificiale. Non ha nulla a che fare con la ribellione. Fa parte della cultura di massa ormai. Tutto è accettabile, nulla è estremo, pericoloso o sovversivo. Niente che possa spaventare mia madre. Lei ama i Pixies“.

Il secondo album Doolittle (4AD, aprile 1989, 8.5/10) sembra un album concepito per soddisfare l’esigenza di “diventare celebri come gli U2 ma continuare a sembrare degli squinternati“. E’ un lavoro più meditato e costruito rispetto a Surfer Rosa, ma stiamo parlando pur sempre dei Pixies. Ragion per cui: quindici tracce di miele e anfetamina, di dolciastra avventatezza e nevrastenici assalti. Meccanismi assassini dove la dinamica tra le parti gioca un ruolo decisivo, con gli elementi melodici e gli spasmi al calor bianco ad alternarsi con primordiale maestria. La produzione da Gil Norton, già al lavoro con China Crisis, Throwing Muses ed Echo & The Bunnymen, sbilancia il sound verso una wave mutante, psicotica, fuori tempo e in un certo senso deteriorata.

Del resto, il caro Francis-Charles introdusse ingredienti disparati sia dal punto di vista atmosferico che contenutistico, senza mai rinunciare ad una inquietante ambiguità di fondo: Here Comes Your Man è una ballatina gradevole e insidiosa, Hey qualcosa di simile ad una perversa dichiarazione d’amore (“must be a devil between us/or whores in my head“), Tame un j’accuse infervorato (“fall on your face in those bad shoes/lying there like you’re tame“), La La Loves You – cantata da Lovering – un languido divertissement surf, mentre Mr. Grieves e Dead si permettono di tirare in ballo il sempreverde tema della morte in chiave biblica. Poi ci sono i capolavori, tracce che segnano a fuoco l’immaginario: una Debaser tutta allarme e disperazione, surrealismo e nevrastenia, riff geniale e andamento travolgente, ammiccando senza timore al cane andaluso di Buñuel; quella Wave Of Mutilation che si fa anello mancante tra new wave e indie rock, satura di stringente, onirico abbandono; una Gouge Away tarantiniana ante litteram e infine – e soprattutto – Monkey Gone To Heaven, visionaria e grave, coretti da sirena corrucciata e sottofondo d’archiun mid tempo urticante – ispirato pare ad un episodio di polluzione oceanica – che sarà in grado di fare sfracelli nelle rockoteche.

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Sconcerta il rockettaro!

Ok, i Pixies non diventarono famosi come gli U2 – anche se in Uk riuscirono a fare capolino nella top ten – però diventarono un punto di riferimento irrinunciabile per tutto ciò che si muoveva nell’indefinito calderone indie-rock. E’ risaputo che Kurt Cobain si innamorò perdutamente del loro sound, al punto che durante le sessioni di Smells Like Teen Spirit il caro Dave Grohl se ne uscì sbottando: “Hey, ma sembra un pezzo dei Pixies!!!“. Cobain non se ne curò e i Nirvana sfornarono la traccia che segnerà il rock anni novanta. Così vanno le cose, così devono andare. Intanto Francis e soci si godevano la loro fetta di celebrità, le buone recensioni, il dichiarato apprezzamento e persino l’amicizia di Michael Stipe, Nick Cave e Robert Smith, tutte quelle college radio che mettevano il pepe al culo a quasi tutti i pezzi di Doolittle, un bel mucchio di concerti sold-out.

Tutto ciò senza mai perdere il vizio di sconcertare l’amato pubblico, ad esempio suonando scalette in rigoroso ordine alfabetico oppure mettendo il bis in testa allo show (uno o due pezzi) dopodiché uscire e rientrare per il concerto vero e proprio. Espedienti marginali, certo, però anche tentativi di scuotere i canoni, elargire la scossa squinternata, tagliare l’occhio al cane andaluso con un movimento rapido surreal-dadaista. Possiamo asserire che il 1989 fu l’anno in cui i Pixies realizzarono appieno se stessi. Tutto il resto fu una conseguenza, rilevante certo anzi eccome, ma per forza di cose minore.

Ok, non fu certo un episodio minore la nuova incarnazione delle The Breeders, progetto col quale Kim Deal volle compensare il ruolo sempre più marginale – come cantante e autrice – nei Pixies. Richiamata la sorella e coinvolti tra gli altri Tanya Donnelly delle Throwing Muses e Britt Walford degli Slint, sfornarono un esordio da urlo come Pod (4AD, maggio 1990, 7.8/10). Prodotto da Steve Albini, si rivelò una stupenda combinazione di influenze sonore, sancendo una volta per tutte l’abilità della Deal sia come compositrice che come interprete. Una scappatella di quelle rumorose, che tuttavia non sembrò turbare la vicenda Pixies, i quali anzi rilanciarono – Kim regolarmente rientrata a bordo – con Bossanova (4AD, agosto 1990, 7.4/10), album che li vide protagonisti di una doppia sconcertante sterzata.

Musicalmente, Francis volle perseguire la propria passione per la surf music (la traccia di apertura, Cecilia Ann, è una cover dei The Surftones) rielaborandola in chiave indie-wave, mentre per quanto concerne i testi pensò bene di infarcirli di temi sci-fi (“Crediamo che gli UFO siano un argomento adattissimo. Sono romantici.”). Una fiction sfuggente e allusiva però, che rinuncia a mutilazioni & perversioni per abbracciare uno spaesamento trepido, tra il laconico ed il febbrile (vedi la stupenda The Happening), capace di fulminei slanci (Allison, dedicata al pianista jazz Moose Allison), di spunti angelici (Havalina) e spurghi feroci (Rock Music), di psichedelie robotiche e meditabonde (All Over The World), giochicchiando per acronimi (l’iniziale di ogni verso della suggestiva Ana compone la parola SURFER) e anticipando en passent un bel po’ dei Grandaddy prossimi venturi (Blown Away).

E’ un album piuttosto ispirato e di norma sottovalutato, anche se un predecessore come Doolittle è una scusante di tutto rispetto. Di pezzi killer ce ne sono almeno un paio: una Dig For Fire che impasta wave, caraibi e funk tra quadretti enigmatici un po’ Raymond Carver e un po’ Cormac McCarthy, mentre Velouria è sogno, melodramma ed estasi come avrebbe potuto un Brian Wilson spalleggiato dagli Hüsker Dü. Se Bossanova non fu accolto benissimo dalla critica, il pubblico continuava ad adorare la band. Che in quello stesso agosto ebbe la possibilità di misurarsi da headliners di fronte ai trentamila paganti del festival di Reading. Fu un’esibizione travolgente. I Pixies erano al culmine, e sul punto di scoppiare. Troppe pressioni, equilibri inadeguati.

(Non è) il pianeta del suono

Tuttavia, c’era tempo e modo per un altro album, Trompe Le Monde (4AD, settembre 1991, 7.0/10), titolo che riassume tutta una vicenda poetica. Prodotto ancora da Norton e impreziosito dalle tastiere di Eric Drew Feldman (già nell’ultima Magic Band di Captain Beefheart e nei Pere Ubu), è un disco che recupera la durezza degli esordi portandosi dietro la obliqua complessità wave maturata nel frattempo, nonché i recenti retaggi sci-fi. A tratti sembra di sentire dei nipotini degli Animals (Lovely Day), altrove dei Fall contagiati Red Hot Chili Peppers (Space I Believe In), oppure degli Smiths strattonati Gun Club (Motorway to Roswell). Se Francis si stupirà delle scarse vendite (malgrado la settima posizione in UK e una dignitosa 92° in USA), è perché contiene potenziali hit come U-Mass (stradaiola, cazzona e sguaiata come più avanti certi Pavement), una bella cover di Head On dei Jesus And Mary Chain, il serrato modernismo tra Stranglers e Wire di Alec Eiffel, quella Letter To Memphis che spaccia tipica melodia pixiesiana in un bel crogiolo di watt e soprattutto Planet Of Sound, pezzo formidabile ma evidentemente troppo duro per i timpani del mercato (come singolo, non andrà oltre la top 30).

Ad un tour ancora una volta fortunato fa seguito una circostanza leggibile come una possibile svolta: gli U2 li chiamano ad aprire le date americane del loro Zoo TV Tour. Un’offerta irrinunciabile, forse la breccia che potrà finalmente schiudere loro la via della celebrità vera, quella dei dischi di platino e della heavy rotation su MTV. E invece, troppo squinternati, i Pixies. E al capolinea. Nell’autunno del 1992 la band di fatto era già dissolta, come ufficialmente dichiarerà Francis Black nel gennaio successivo, poco prima di ribattezzarsi Franck Black, pseudonimo col quale firmò i suoi lavori solisti. Kim Deal dedicò tutta se stessa alle Breeders, ottenendo successo e soddisfazioni. Joey Santiago bazzicò Franck Black per un po’ prima di fondare i The Martinis. Dal canto suo, David Lovering prestò il suo drumming occasionalmente per poi svoltare e farsi prestigiatore (“scientific phenomenalist”, a suo dire). Erano rimasti amici, ma non era il caso di proseguire assieme. Inutile spiegare. Anche questo è rock’n’roll. Intanto Nevermind solcava le classifiche di tutto il mondo occidentale, aprendo di fatto una nuova fase per il rock alternativo. E i Pixies non c’erano più. Così vanno le cose, così forse devono andare.

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Meccanismi mimetici

I quattro rimasero tuttavia amici e, nel 2004, tornarono a incrociare gli strumenti per una rentrée live che si protrasse con tour regolari negli anni, piuttosto apprezzati e partecipati. Ci volle un decennio tuttavia perché i tempi fossero maturi per del nuovo materiale inedito. Quando arriva sul mercato Indie Cindy (Self Released, aprile 2014), si rivela un classico frutto da reunion, la band in sella al proprio mito di cui tenta di riprodurre l’appeal quando tutto intorno è cambiato, ruolo e percezione del rock da una parte e ovviamente le possibilità di una vecchia rock band di sopravvivere a se stessa. Se gli incastri melodici continuano ad essere accattivanti e l’energia a palla, è però un cocktail nel quale si avverte la mancanza di veleno, accontentandosi di proporre potenziali hit sostanzialmente innocui come Magdalena, Another Toe In The Ocean e la title track. Nel frattempo Kim Deal esce non troppo amichevolmente dalla formazione, sostituita prima da Kim Shattuck (dei The Muffs) e dopo pochi mesi da Paz Lenchantin (già con A Perfect Circle e Zwan). Con questa formazione arriva due anni più tardi il sesto album Head Carrier (Play It Again Sam, Pixiesmusic, settembre 2016) che vede i Pixies nuovamente impegnati a reiterare se stessi con esiti scontati, per non dire fiacchi, come una Baal’s Back che rimanda alla pazzia di Tame o una All I Think About Now che assomiglia molto a Where is my mind? (cantata dalla Lenchantin). Al di là di un estro sempre molto energico che convincerà soprattutto i neofiti, il meglio arriva dai momenti di abbandono più pop oriented come Plaster Of Paris, quasi una souplesse Sonic Youth, che se non basta a giustificare l’operazione alimenta altresì il rammarico per la strada che Black e compagni non hanno saputo imboccare.

Ad oggi la parabola dei Pixies non sembra avere la forza di riproporsi a dispetto del tempo che ha cambiato troppe carte in tavola, ma non possiamo fargliene una colpa. Il sogno di Black, che ne ha sempre sostanziato la poetica sghemba e facinorosa, ha senso solo in un mondo che si muove, ondeggia, sgomita al ritmo di rock song sparate da radio sintonizzate su stazioni determinate a dettare il tempo della quotidianità. Oggi che il rock vive di vera popolarità solo come riferimento estetico sulle passerelle degli stilisti bisognosi di dare un taglio sferzante alle collezioni, o nelle interpretazioni da statue di cera dei talent, anche i Pixies sembrano destinati a non sembrare altro che un meccanismo mimetico, la migliore cover band di se stessi. Sempre grati, comunque.

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