PJ Harvey (UK)

Biografia

I’m a Libra. That means that I can make a decision, but only after much thought.

Cantautrice inglese del Dorset (Yeovil, 9 ottobre 1969), Polly Jean Harvey irrompe negli anni Novanta sull’onda di un post punk selvatico e aggressivo dalle evidenti implicazioni blues che con gli anni e gli album diverranno sempre più marcate, culminando in uno stile assieme romantico e morboso nel quale molti vedranno una sorta di versione femminile di Nick Cave. Ma la caratteristica principale della Harvey sarà la mutevolezza stilistica che la porterà a sperimentare ibridazioni trip-hop, exploit rock più potabili, rinculi tardo-grunge ed eteree trame folk. L’ultimo scorcio di carriera la vede stabilizzarsi su una forma di cantautorato folk-rock dalle palpabili venature gospel, caratterizzato da testi impegnati e spiccatamente antimilitaristi.

Dopo il primo importante coinvolgimento negli Automatic Dlamini di John Parish, coi quali realizza From A Diva To A Diver (Big International, 1992), Polly esordisce con Dry (Too Pure, 1992) a nome PJ Harvey Trio (assieme a lei, il bassista Stephen Vaughan e il batterista Robert Ellis). È un disco che colpisce per la morbosa spregiudicatezza dei temi e per la veemenza istintiva, genuina, che fa guadagnare al trio un contratto con Island. Per Rid Of Me (Island, 1993) viene chiamato a produrre Steve Albini, che contribuisce a rendere ancora più potente l’impatto sonoro della band. A quel punto si può parlare di successo vero e proprio, suggellato dall’invito di John Peel a comparire come ospiti nel suo celebre programma radiofonico.

Dopo la pubblicazione della raccolta 4-Track Demos (Island, 1993) ed il contributo a un film di cassetta come Strange Days (Hardly Wait – cantata da Juliette Lewis), la Harvey capisce l’importanza di ripartire e lo fa circondandosi di nuovi compagni di viaggio: John Parish, Flood e il “seme cattivo” Mick Harvey. Gli arrangiamenti di To Bring You My Love (Island, 1995) sono evidentemente più complessi e raffinati, così come la scrittura mira ad un romanticismo ossessivo e straziante. È l’album della consacrazione, a cui segue il meno fruibile ma altrettanto buono Dance Hall At Louse Point (Island, 1996), uscito in condominio con Parish. Da questa sorta di apice espressivo, la Harvey si smarca con Is this Desire (Island, 1998), palesemente influenzato dalla scena trip-hop di Bristol. Col successivo Stories From The City, Stories From The Sea (Island, 2000) si lascia alle spalle le attitudini blues, sfornando un album dalle trame rock nitide, quasi radiofoniche. È l’ennesimo sucesso che la vede trionfare ai Mercury Prize del 2001.

Con Uh Huh Her (Island, 2004), tuttavia, PJ Harvey si sposta di nuovo, quasi volesse stracciare l’etichetta di rocker potabile che le era stata appiccicata addosso con troppa precipitazione: disco ruvido, scabro, non troppo a fuoco, figlio anche delle Desert Sessions con Josh Homme a cui ha partecipato l’anno precedente. White Chalk (Island, 2007) è un ulteriore turning point che rinuncia all’elettricità a favore di un folk onirico e intenso, che guarda in parte ai modi del prewar-folk, e sicuramente rielabora la tradizione folk-blues con cui la Nostra è cresciuta. Dopo il non riuscitissimo A Woman A Man Walked By (Island, 2009), secondo lavoro firmato assieme a John Parish, è tempo di Let England Shake (Island, 2011), che trova in un pacifismo più evocativo che retorico la chiave di un’ispirazione sempre notevole. Lo stile è ancora il folk, però più acido, scosso da sussulti blues e suggestioni swing, per canzoni scritte all’insegna di un antimilitarismo arguto e appassionato.

Insignita nel dicembre del 2013 del MBE (Member of the Order of the British Empire) per i suoi notevoli “servizi musicali”, Polly annuncia il nuovo progetto Recording in progress nel dicembre del 2014, aprendo al pubblico le incisioni per il nuovo album, ovvero The Hope Six Demolition Project (Island, aprile 2016). Strettamente legato a un libro di poesie della stessa Harvey (The Hollow Of The Hand), è un lavoro che non può prescindere dai reportage effettuati assieme al film-maker e fotografo Seamus Murphy. Le canzoni acquistano sfumature e declinazioni psych, ricorrono al gospel e a vampe jazz-blues, descrivendo come siparietti-invettive i soprusi e le tragedie documentate in Kosovo, Afghanistan e Washington.

Dalla ricerca di sé alla scoperta del mondo

Nata a Yeovil il 9 ottobre del 1969, Polly Jean Harvey cresce in una famiglia di ex-sessantottini col pallino della musica (tra i frequentatori di casa Harvey c’era Ian “Stu” Stewart, il celebre “sesto Stone”). Fin da adolescente fa capire quali siano le sue attitudini imparando a suonare il sax, che metterà al servizio dell’ensemble Boulogne, per poi passare nei Polekats e infine negli Automatic Dlamini, band di Bristol guidata da John Parish. Appena il tempo di pubblicare From A Diva To A Diver (Big International, 1992) – nel quale Polly suona basso, chitarra e percussioni, oltre a prestarsi ai cori in tre pezzi – che è già tempo di mettere in piedi il PJ Harvey Trio assieme al bassista Stephen Vaughan ed al batterista Robert Ellis.

L’esordio Dry (Too Pure, 1992), prodotto da Head, raccoglie undici pezzi selvaggi e disperati composti dalla Harvey: tra grida catartiche, giga femminino post-punk e blues esplosivo, la Nostra mette in piedi una risposta furiosa e assieme raffinata (vedi l’arrangiamento di violoncello in Plants And Rags) al grunge statunitense. Pochi mesi dopo sarà Steve Albini a produrre l’opera seconda Rid Of Me (Island, 1993), più a fuoco il sound e più intensa la scrittura, con il conflitto tra i sessi messo al centro della questione di pezzi laceranti come Snake o Rub ‘Til It Bleeds o più meditati (ma non meno morbosi) come Man-Size (in due versioni, di cui una arrangiata per sestetto d’archi).

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Il successo è notevole anche grazie al supporto di John Peel che ospita la Harvey nel suo show radiofonico. Non a caso la Island pensa bene di far uscire 4-Track Demos (Island, 1993), raccolta di demo embrionali e sanguigne che ha il merito di mettere in evidenza la grana “primordiale” del suo codice espressivo, nonché di ospitare cinque pezzi inediti tra cui quella Hardly Wait che andrà a fare parte – nell’interpretazione di una lasciva Juliette Lewis – della OST di Strange Days, film del 1995 diretto da Kathryn Bigelow.

Nei due anni che seguono la Harvey rinuncia all’idea del power trio per ampliare il codice espressivo: imbarcati i compagni di viaggio principali John Parish e Flood, potendo contare sui contributi del “seme cattivo” Mick Harvey (in questo periodo tra l’altro Polly vive una breve relazione sentimentale con Nick Cave, culminata artisticamente col duetto in Henry Lee), del chitarrista Joe Gore, del percussionista Jean-Marc Butty e del violinista Jocelyn Pook tra gli altri, To Bring You My Love (Island, 1995) viene concepito come (e sa essere il) disco della maturità. Ossessione blues, romanticismo straziante, morbosità e abbandono sono le caratteristiche di un sound sempre più denso e coinvolgente, che trova eco in una più ricercata presenza scenica. Come è evidente fin dalla copertina, Polly si raffigura trasfigurandosi, non più la ragazzina spigolosa, fragile e selvatica del Dorset ma una sorta di musa sensuale e terrigna. Allo stesso tempo le sue capacità di interprete salgono di livello, tanto da permetterle di esplorare nuovi territori: vedi come nel lavoro firmato assieme a John Parish pochi mesi più tardi, lo splendido Dance Hall At Louse Point (Island, 1996), azzardi languori jazzy (c’è persino una cover del classico Is That All There Is? a firma Leiber & Stoller) e stregonerie quasi Diamanda Galàs (la fantasmagorica Taut).

Se in un certo senso To Bring You My Love definisce una volta per tutte il suo stile, quel “fattore pjharveyano” che ne farà una delle artiste più citate nelle recensioni di dischi altrui, d’altro canto proprio da questa pienezza espressiva (e iconografica) Polly Jean sente di doversi smarcare. In questo senso Is this Desire (Island, 1998) – prodotto col solito team a cui si aggiungono il batterista Rob Ellis ed il pianista Eric Drew Feldman, già al lavoro con l’adorato Captain Beefheart – sembra annusare l’estro dei tempi accogliendo le istanze del trip-hop bristoliano, trasfigurando il blues in loop scorticati di stampo Tricky (col quale del resto PJ ha collaborato nell’epocale Angels With Dirty Face). Anche dal punto di vista delle tematiche la Harvey sembra uscire dalla dimensione provinciale, metabolizzando drammi sempre più metropolitani animati da una sorta di tensione implosiva, vedi le vicende delle contro-eroine in Angelene e A Perfect Day Elise. Tutto ciò, comunque, senza perdere l’antica attitudine per l’irruenza punk blues (The Sky Lit Up) e i siparietti arty (My Beautiful Leah), a cui si aggiunge una rinnovata sensibilità atmosferica e segnatamente jazzy (The Wind).

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Questo movimento verso un rock sempre più sfrondato di turgori blues consuma un passaggio decisivo con Stories From The City, Stories From The Sea (Island, 2000), album che sembra progettato per sdoganare presso il grande pubblico la figura di Polly Jean come rocker del ventunesimo secolo. Caratterizzato da forme indie rock più nitide (forse è solo un caso che John Parish non venga coinvolto nel progetto, ma forse no) e impreziosito dalla collaborazione di Thom Yorke (col quale duetta in This Mess We’re In), è un album che vede la Harvey indossare una maschera da felina metropolitana corazzata Prada, decisamente più sicura di sé, determinata nel percorrere un rock incisivo (Big Exit, This Is Love) che però sa percorrere palpiti in chiaroscuro, come You Said Something e Horses In My Dream. Il successo arriva di conseguenza e viene consacrato dalla vittoria della categoria miglior album ai Mercury Prize del 2001. Nel 2003 PJ consolida la dimensione di star alternativa collaborando con Marianne Faithfull, per la quale compone e produce gran parte delle tracce del suo Before The Poison.

Questo status più potabile viene però messo in discussione dal successivo Uh Huh Her (Island, 2004), la cui grana più rude lascia intuire dei precedenti nella collaborazione alle Desert Sessions vol 9 – 10 dell’anno passato, la celebre serie di performance nel Joshua Tree Desert organizzate da Josh Homme dei Queens Of The Stone Age. Polly prende in mano la situazione, produce da sola lasciando Flood in cabina di missaggio, suona praticamente tutto ad eccezione dei tamburi affidati a Rob Ellis. È una trentacinquenne sgarbata, colma di villania post-punk, dedita a sonorità basali folk e blues dalle residue brume industrial (Cat On The Wall). Rispetto alla precedente incarnazione sembra passata attraverso una tempesta di insofferenza, da cui il rinculo verso spigolosità irriguardose (Who The Fuck), tra le quali però affiorano i sintomi di una maturità capace di sintonizzarsi su frequenze folk dense (The Disperate Kingdom Of Love) e tortuose (The Pocket Knife).

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Alla luce di tutto questo, il successivo White Chalk (Island, 2007) mette a segno una svolta ancora più sorprendente. Rientrati in squadra John Parish ed Eric Drew Feldman, stretta inoltre alleanza col batterista Jim White dei Dirty Three, il suddetto è un album che sembra chiudere tutti i cerchi di una ricerca di sé attraverso l’appartenenza alla cultura e ai luoghi che hanno visto nascere la musicista. Il gesso bianco del titolo si riferisce infatti a quello naturalmente presente nel terreno del Dorset, il cui retaggio viene esplorato con una calligrafia folk intensa e malferma. Poche chitarre, pianoforte e tastiere formano la trama di quello che vuole essere il simulacro di un sound tradizionale. L’energia trepidante di Silence, When Under Ether e della title track sono forse i momenti migliori di un album che sfida tutte le immagini di lei sedimentate nel pubblico, sintetizzandole in un approdo intimo e ancestrale, puntualmente riflesso dal look che rielabora sobri tagli vittoriani in chiave post-moderna.

Due anni più tardi arriva A Woman A Man Walked By (Island, 2009), secondo lavoro firmato assieme a John Parish (di quest’ultimo le musiche, di Polly i testi) una dozzina di anni dopo lo splendido Dance Hall At Louse Point. Tolta la piuttosto ammiccante Black Hearted Love, si tratta di un lavoro spigoloso e spettrale, pervaso da inquietudini di stampo quasi drammaturgico, con la Harvey che si esalta grazie a interpretazioni spesso sopra le righe. Il 2011 è tempo di Let England Shake (Island, 2011), che trova in un pacifismo più evocativo che retorico la chiave di un’ispirazione sempre notevole. Confermato in toto il team – Parish, Harvey, Butty e Flood – è un disco di folk variegato ed elusivo assieme, nel quale il lirismo si stempera con un inafferrabile sarcasmo, capace di guardare alla fragranza folle dei 60s californiani (All And Everyone) come ai sussulti blues (Bitter Branches), passando da ibridi swing (Not Constantinople) e pseudo-rumba velenose (The Words That Maketh Murder) dove la Nostra sbriglia l’harpsicord imparato a suonare per l’occasione. Polly coinvolge inoltre il videomaker Seamus Murphy affinché realizzi un cortometraggio per ogni canzone, porgetto che frutterà Let England Shake: 12 Short Films by Seamus Murphy, vero e proprio film proiettato in numerosi festival britannici.

Nel dicembre del 2013 la Harvey viene insignita del MBE (Member of the Order of the British Empire) per i suoi notevoli “servizi musicali”. A dicembre del 2014 viene annunciato il progetto Recording in Progress, ovvero l’apertura al pubblico delle incisioni del nuovo album, che avvengono a partire dal 16 gennaio 2015 al Somerset House di Londra. In seguito i brani composti vengono proposti all’interno di uno show multimediale a Londra. Queste sessioni saranno l’embrione del nuovo disco – il nono – The Hope Six Demolition Project, la cui uscita viene annunciata per il 15 aprile 2016. In occasione del lancio la Harvey diffonde un comunicato in cui dichiara: «quando scrivo una canzone visualizzo l’intera scena, riesco a vedere i colori, l’ora del giorno. Riesco a percepire il mood, la luce che cambia, le ombre che si muovono, praticamente tutto il quadro. Acquisire informazioni di seconda mano mi è sembrato troppo distante da quello di cui cercavo di scrivere. Volevo sentire l’odore dell’aria, sentire il terreno ed incontrare le persone dei paesi che mi avevano affascinato».

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Il primo singolo The Wheel è stato trasmesso in anteprima su BBC Radio 6 (è possibile ascoltarlo sul sito ufficiale della radio britannica a partire dal minuto 51). Nello stesso giorno viene diffuso un trailer dell’album contenente un estratto del brano The Community of Hope e che vede la band al lavoro in sala prove e alcune riprese di esterne tra Londra e Paesi che la cantante ha recentemente visitato. Nel clip sono presenti anche Enrico Gabrielli (Der Maurer, Calibro 35, The Winstons) e Alessandro “Asso” Stefana (Guano Padano), entrambi coinvolti nelle registrazioni del disco.

The Hope Six Demolition Project dimostra nel suo complesso la volontà di andare oltre la dimensione musicale per rivolgere lo sguardo sulle prevaricazioni del complesso economico/politico/bellico nei confronti dei diseredati, degli inermi, delle fasce più deboli della popolazione. È una sorta di disco-reportage, sulla scorta dello slancio poetico che ha fruttato il libro di poesie The Hollow Of The Hand, ad esso intimamente legato. Sembra quasi che la Harvey, compiuto il percorso di maturazione e individuazione con White Chalk, abbia defintivamente spostato lo sguardo dalle proprie ossessioni – dal tumulto interiore legato al dissidio tra i demoni del sesso e della morale, della perdizione e della prevaricazione, del conflitto tra brame archetipe e iperconnessioni metropolitane – alle traversie del mondo.

Acquistato il dominio di sé, Polly rivolge oggi la propria intensità, l’energia, la rabbia verso l’esterno, se ne fa carico con uno sforzo intellettuale, poetico e politico sconcertante, che altro non è se non la versione adulta ed engagée della foga selvatica che da sempre la caratterizza. Le canzoni pagano forse pegno alla forzatura tematica (strali contro progetti urbanistici statunitensi e strategie belliche criminali in Kosovo e Afghanistan), mancando di proporre melodie davvero avvincenti, ma hanno il merito di rimodulare in forma frenetica istanze blues, folk e gospel, iniettandole di tremori acidi e vibrazioni atmosferiche, che in definitiva forniscono un abito stilisticamente raffinato e un cuore rabbioso alla testimonianza di cui vogliono farsi portatrici.

(In questo link potete trovare una monografia più approfondita e aggiornata al periodo White Chalk)

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