Pontiak (US)

Biografia

Artigianato: è questa la parola che viene fuori ascoltando i dischi dei Pontiak. Non per la raffinatezza (che non manca, sia chiaro) degli strumenti e degli interventi dei musicisti, bensì per quel sapore man made che fa venire in mente cose magari anche imperfette, ma comunque umane, profondamente umane. I Pontiak – i tre fratelli Carney: Van (chitarra e voce, classe 1980), Jennings (basso e voce, classe 1978) e Lain (batteria e voce, classe 1982) – impastano con un tocco autentico tutto ciò che sfiorano, e dire che di roba ne hanno sfiorata: dalla psichedelia al pop, dal muro del suono quasi doom allo stoner, dal blues all’indie.

La band nasce agli inizi del 2004 in Virginia, dalle parti delle Blue Ridge Mountains. Già prima Van e Lain avevano cominciato a suonare la batteria, con il primo che poi si darà alla chitarra. Il momento in cui i tre cominciano a suonare assieme è quello in cui Jennings lascia il Colorado (dove in quel periodo viveva) per ritrovarsi con i fratelli a Baltimora, nel Maryland, dove il più piccolo – Lain – sta terminando il college. Il binomio città-campagna pare informare il suono della band fin dall’inizio: c’è costantemente una dialettica tra tradizione rurale (nel metodo), tecnologia e potenza hard (di volta in volta “-core” o “-rock”) che viene sporcata dal tocco umano.

È da uno studio fatto in casa che vengono fuori il primo EP, White Buffalo (2005) e il primo full-length, Valley Of Cats (2006). Escono entrambi per Fire Proof Records, e, nonostante siano un po’ ingenui, dimostrano già che la band ha uno stile personale pronto ad essere sviluppato. Nel 2008, con Sun On Sun – sempre su Fire Proof Records; verrà in seguito rieditato dalla futura label cui la band si unirà, ovvero Thrill Jockey – il mondo comincia ad accorgersi di loro. La psichedelia, il suono del deserto di matrice stoner e l’hard rock trovano una prima e davvero omogenea collocazione.

L’anno seguente è la volta di Maker: un disco potente, senza sconti, in cui le coordinate precedenti si compenetrano, si allungano (esemplare in tal senso la formidabile title track) e danno vita ad un disco che, nel suo unire improvvisazione e qualità di scrittura, rappresenta il degno esordio dei Nostri per la già citata Thrill Jockey. Noi scriviamo che si tratta di materiale “che non incasella del tutto perché distante dalla memoria dei Monster Magnet e dagli scopiazzamenti Hawkwind; che non parla con sottigliezza math-rock però mostra una vaga attitudine “obliqua” appartenuta a Thin White Rope ed Engine Kid. Come si spiegano, sennò, brevi frammenti come i parossismi noise Headless Conference Heat Pleasure, la stranita Blood Pride o una Wild Knife Night Fight rigonfia d’echi?”.

Iper-produttivi, i fratelli Carney sono di nuovo in circolazione, sempre nel 2009, con Sea Voids, ancora per Thrill Jockey. È un album che conferma le coordinate stilistiche e le scelte autoriali della band, in bilico tra stoner e hard rock, ma con pause folk qua e là. Nella recensione scriviamo, in relazione alle matrici estetiche del gruppo, che si tratta di ”trucchi antichi (accordature grevi e rimbombi di batteria; distorsione stordita e stordente) che in mano ai copisti creano un buco nero di patetica nostalgia, qui respirano con personalità sfuggente e intrigante il giusto”.

Passa un anno ed esce, con una copertina bellissima, Living, ancora su Thrill Jockey. È forse il punto più alto, per alcuni, del suono-Pontiak. Le canzoni si rifanno alla tradizione ma c’è sempre qualcosa di storto, diverso, messo sotto un fuoco diverso. In chiusura alla nostra recensione viene descritto bene e sinteticamente questo dialogo col passato: “Stato dell’arte per un certo rock chitarristico, un disco siffatto, perché prende a esempio il passato per non farsi impaludare. Hai detto niente”.

Dopo Living, nel 2011 esce l’EP Comecrudos, quattro brani di durata mediamente lunga che conferma quanto buono fatto finora ma senza spostare i paletti stilistici, mentre l’anno dopo è la volta di Echo Ono. Si tratta di un album meno grezzo dei precedenti, in cui però la stanchezza non prende mai il sopravvento; viene fuori invece la maturità, conservando un’energia e una quantità di cose da dire invidiabili. Tra le righe della recensione si coglie il senso di questa evoluzione: “Non un minuto fuori posto, non una nota in più del necessario, mai un eccesso di zelo in una musica che, trasporto per trasporto, abbisognerebbe di slanci anche irrazionali e senza misura.”.

Nel 2014 i Pontiak – che tra ogni disco hanno infilato una quantità corposa di live in giro per il globo – pubblicano Innocence. Copertina iconica e suono in bilico tra melodie folk dolci e hard-noise a rotta di collo. Nella nostra recensione, questa divisione viene rimarcata: “Il nuovo album dei Carney si segnala così per l’esasperazione dei contrasti, compresa la stilizzazione sabbathiana di Sourrounded By Diamonds e le atmosfere lunari di Darkness Is Coming. E’ indubbio che la ragione più intima della formazione stia in brani che riforgiano l’hard tellurico dei 70s con brandelli dell’alternative anni 90 (We’ve Got It Wrong emana l’odore acre dei Jane’s Addiction) e del rock matematico degli anni Zero (soprattutto nelle squadrate reiterazioni di Shining). Nondimeno, il loro lato romantico offre momenti di intima suggestione, ampia con stile lo spettro sonoro e li rilancia come una delle entità heavy psych meno definibili in circolazione.”.

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