Pop Group (UK)

Biografia

Cosa c’è in apparenza di più banale, per un complesso pop, che battezzarsi semplicemente così, Pop Group? Ma di banale, nella scelta del gruppo di Bristol, non c’è davvero nulla. Dietro il nome ordinario – che in realtà voleva avere piuttosto un significato politico, esprimere tanto una provocazione quanto un’autentica vocazione popular – si cela infatti uno dei combo più rivoluzionari della new wave britannica. Un complesso la cui proposta musicale è rimasta una delle più eversive e inclassificabili di tutto il post-punk britannico (e non solo di quello d’Oltremanica). Detto che la banalità middle of the road del nome non appartiene per nulla alla band che lo ha scelto, bisogna invece scandagliare a fondo i motivi dell’originalità di un gruppo che ha dato alle stampe nel 1979 l’album Y, seguito un anno dopo da For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder e solo trentacinque anni dopo da un terzo capitolo discografico, Citizen Zombie.

Spinti a formare una band sull’onda del punk ma appassionati di musica black americana e giamaicana, Mark Stewart (voce), John Waddington (chitarra), Gareth Sager (chitarra e sassofono), Simon Underwood (basso) e Bruce Smith (batteria) debuttano per Radar Records nel marzo del 1979 con il singolo She’s Beyond Good and Evil, prodotto da Denis Bovell. Il lato A è uno dei loro brani più memorabili (e orecchiabili) e mette in scena la collisione di elementi tipica del gruppo: un incedere a passo sincopato tra dub e funk su cui s’innesta un contrappunto di chitarre secche e dissonanti, insieme al canto disperato di Stewart.

L’album Y, uscito un mese dopo sempre per i tipi della Radar e sempre prodotto da Bovell, colpisce sin dalla copertina, che ritrae una popolazione primitiva della Nuova Guinea. La musica che contiene ha pochi referenti nel mondo rock (uno su tutti, Captain Beefheart) e moltissimi elementi collaterali provenienti da altri generi, soprattutto dal mondo della musica nera – funk, reggae, dub, free jazz, proto hip-hop, ma anche la musica tribale africana; e, non ultima, una componente sperimentale e d’avanguardia. Il disco è accolto in maniera contrastante ma rimane una delle opere più audaci del rock da metà anni ‘70 in poi. Il gruppo nel frattempo lascia la Radar (legata alla multinazionale WEA) e sostituisce Underwood con Dan Catsis.

Il secondo album For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, pubblicato in tandem dall’etichetta del gruppo, la Y, e da Rough Trade, non indulge più di tanto nelle digressioni improvvisate, eppure ha una sotterranea vena free jazz che si insinua nelle strutture più solide dei brani, soprattutto attraverso un ondivago sassofono. I brani di punta come Forces of Oppression e Feed the Hungry tradiscono comunque un chiaro impatto ritmico, oltre all’intento politico tra canzone di protesta e agit prop. In questo senso i bristoliani sono agitatori culturali, almeno quanto musicisti sperimentali: perorano la causa di Amnesty International e delle campagne contro le armi nucleari, mentre nei testi denunciano la violenza e l’ipocrisia del sistema capitalista, unendo la predicazione di estrema sinistra a una certa vena apocalittica tipica del roots reggae e del movimento rasta.

Il più impegnato è il cantante Mark Stewart, tra gli organizzatori di una grande manifestazione antinucleare che raduna migliaia di persone nel cuore di Londra. Siamo nell’ottobre del 1980; proprio in questa occasione il Pop Group si esibisce per l’ultima volta dal vivo. We Are Time, la raccolta di demo, brani live e session radiofoniche pubblicata nel giugno del 1980, di fatto chiude la carriera discografica della band. Farà seguito nel 1998 We Are All Prostitutes, antologia di singoli e brani rari che prende il titolo dal 45 giri di debutto per Rough Trade, una delle canzoni più incisive dei bristoliani («musica paranoica e violenta per un’epoca paranoica e violenta» nelle parole di Nick Cave, per i cui Birthday Party il Pop Group è stato un’importante fonte di ispirazione).

La diaspora del gruppo ha dato origine a diversi progetti musicali; tra questi i Pigbag di Underwood – titolari dell’hit dance underground Papa’s Got a Brand New Pigbag –, i Maximum Joy di Catsis e Waddington, ma soprattutto i Rip Rig + Panic di Gareth Sager e Bruce Smith, che hanno continuato con successo la ricerca sulle ritmiche nere nell’ambito post-punk. Mark Stewart, dal canto suo, oltre a collaborare con Adrian Sherwood nei New Age Steppers, ha dato vita a una proficua carriera solista, a partire dal singolo Jerusalem (in cui rilegge il poema di William Blake a ritmo di dub) e dall’album firmato con i Maffia (ovvero Doug Wimbish, Keith LeBlanc e Skip McDonald della Sugarhill Gang Band poi Tackhead) Learning To Cope With Cowardice; un percorso che lo porterà a trafficare con i generi più moderni, tra cui l’industrial hip-hop dei Tackhead, e a rimanere un personaggio di culto (considerato anche tra i precursori del trip-hop).

Nel 2010, trent’anni dopo lo scioglimento, il Pop Group ritorna a esibirsi dal vivo, toccando anche l’Italia in un paio di date. Nel tempo la reunion prende forma in maniera ancora più organica. La ristampa di We Are Time nell’ottobre del 2014 e la contemporanea pubblicazione di Cabinet of Curiosities, nuova antologia di rarità dove spiccano una prima versione inedita di She’s Beyond Good and Evil e Where There’s a Will (lato A di un singolo split con le Slits del 1979), sono il preludio all’uscita del terzo album ufficiale: Stewart, Catsis, Sager e Smith incidono Citizen Zombie, uscito il 23 febbraio 2015. Il nuovo album rinuncia alla parte più avanguardistica degli esordi per calcare la mano sul groove e sull’innesto dell’elettronica, mantenendosi comunque su un buon livello generale.

di Tommaso Iannini
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