Portishead (UK)

Biografia

“Come nuotare sott’acqua nell’oscurità”, diceva una canzone degli Slint. La musica dei Portishead potrebbe essere descritta così, se si aggiungono a quei fondali i proiettori delle loro suggestioni cinematografiche, il pulsare di cuori infranti di una Billie Holiday e della tecnologia che permette tutto questo. Un suono che negli anni Novanta, quando la loro storia comincia, non era ancora conosciuto come trip hop. Un suono territoriale, se è vero che i tre, come gli altri campioni di questo sotto-genere Massive Attack e Tricky, provengono dalla Bristol a cavallo tra gli ultimi due decenni del Novecento, centro di un sound peculiare che vede in quella città il proprio centro.

I Portishead sono all’inizio Beth Gibbons alla voce e Geoff Barrow come polistrumentista (ai due si unirà, all’altezza dell’esordio Dummy, l’altro polistrumentista Adrian Utley). I due si conoscono tramite le puntate di Barrow da Portishead, la cittadina in cui è cresciuto, negli studi di registrazione della vicina Bristol, dove i fermenti del collettivo di artisti e musicisti Wild Bunch sono fortissimi. Barrow in città ha cominciato già a farsi un nome come produttore e soprattutto come uomo con una sua idea di musica. In questo caso, un misto di basi hip hop e arrangiamenti da colonne sonore, che siano quelle di John Barry per i film di 007 o quelle di un Henry Mancini lato più lounge orchestrale. La voce bellissima e fragile della Gibbons si incastra in tutto questo come per magia.

I primi frutti della collaborazione si odono e vedono in To Kill A Dead Man, cortometraggio di taglio noir-spionistico in cui in Portishead sono sia attori che autori. E del quale firmano, ovviamente, la colonna sonora. Proprio un fotogramma di To Kill A Dead Man appare in copertina nell’esordio del duo ora diventato trio, con l’arrivo di Adrian Utley che co-produce e che entrerà a far parte dei Portishead ufficialmente dopo l’uscita dell’album. La Gibbons canta, mentre Barrow suona batteria, hammond e Rhodes, e si occupa dei campionamenti. Il disco si intitola Dummy, esce su Go! Beat (sussidiaria Go! Discs) ed è l’opera che, se non commercialmente, almeno mediaticamente sdogana la scena di Bristol agli occhi del mondo, anche più di Massive Attack e Tricky. Vuoi per la prevalenza del soul sull’hip hop, vuoi per la voce femminile unica interprete, vuoi per la fortissima componente cinematografica, il disco risulta potabile alle masse. Non raggiunge la top ten se non nel Regno Unito (numero due), ma ovunque è, da qui in avanti, una rincorsa al suono trip hop. È il 1994 e i pezzi dei Portishead diventano anche accompagnamenti per pubblicità e film. È un’attività che va di pari passo con quella dei videoclip, in cui si vede l’amore della band per le immagini e la cura per i dettagli che rende la loro carriera, fin da subito, un percorso artistico che coinvolge più media. Nel 1995 Dummy vince il Mercury Prize.

Ma i Portishead paiono decisamente restii a diventare carne da cannone per le cronache, così si concedono pochissimo alla stampa. La loro ritrosia viene superata con le esibizioni live e, tre anni dopo (1997), con l’omonimo album Portishead, di nuovo su Go! Beat. Utley è ormai uno della band, e le canzoni sono elaborate collettivamente dal trio, tranne Undenied e Cowboys, a sola firma Barrow-Gibbons. La musica è sempre fatta di grandi canzoni, ma diverse dall’esordio: dove prima c’era calore, ora ci sono malattia e distacco. Il video del singolo All Mine rappresenta bene la scelta presa dai Portishead: se prima il confronto col passato era carezzevole, suadente, ora c’è uno stridore perturbante. Il vintage viene rivisitato in maniera allucinata, non perdendo assolutamente fascino. I suoni non vedono più i campionamenti al centro della scena: la band suona quasi tutto. Nonostante una foggia più scura, il disco raggiunge risultati commerciali sorprendentemente migliori del predecessore: è secondo nel Regno Unito, ventunesimo negli Stati Uniti, e quasi dappertutto entra nelle top ten.

I concerti successivi vedono la band impegnata in esibizioni che coinvolgono orchestre d’archi, chiusura di un cerchio legato agli amori di Barrow per i compositori e suggellato nel live Roseland NYC Live, registrato nel luglio del 1997 alla Roseland Ballroom di New York, e pubblicato sia su disco che su Vhs prima e Dvd quattro anni dopo.

A questo punto, la band è come se entrasse in una interzona fatta di lentezza e silenzio. Sparisce dalle scene (alcuni parlano di scioglimento) e i membri si fanno pubblicamente vivi solo sporadicamente, per progetti personali. In un caso, una piccola consolazione per i fan dei Portishead è la collaborazione di Beth Gibbons con Rustin Man, ovvero l’ex basso dei Talk Talk Paul Webb. Out of Season è disco venato jazz, blues ed elettronica melodica che viene riempito di una tenue malinconia dalla voce della cantante. I primi segnali di un ritorno dei Portishead si hanno nel 2005, ad un concerto a Bristol per le vittime dello tsunami che ha colpito le regioni costiere del sud-est asiatico. La molla scatta e i tre tornano a lavoro.

Dopo undici anni dall’ultimo segno con quel moniker, arriva anche il ritorno al formato-album. Esce Third, su Universal. Se pochi si aspettavano da questi campioni della ritrosia un comeback discografico, ancora meno erano coloro che si aspettavano un gran ritorno: invece il terzo dei Portishead è un altro disco favoloso, ed in un modo del tutto suo. Nella sua recensione, il nostro Edoardo Bridda sottolinea il lavoro di sottrazione sul Dna del trio: ”Per i Portishead invecchiare ha significato togliersi del tutto dai conforti dell’hashish, dai suoni tattili e spaziali, e in un certo senso abdicare a una lucida disperazione face to face di fronte allo specchio. Una bianca e asciuttissima autoanalisi che Third opera soprattutto in senso arrangiativo segnando un confine e tagliando fuori ogni possibile appeal cinematografico, vintage o soulfull che sia”. Un anno dopo esce il singolo Chase the Tear, non incluso in Third.

La band torna dunque sulle scene, sui palcoscenici e alle cronache: con questioni legali, con progetti paralleli che omaggiano Terry Riley o collaborazioni inaspettate, con polemiche calcistiche. Fino al 2014, anno della ristampa in vinile di Dummy (per il ventennale) e delle dichiarazioni di Adrian Utley che parlano dei Portishead di nuovo al lavoro su un disco, a sei anni dal predecessore.

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