Red Hot Chili Peppers (US)

Biografia

Acclamati – spesso a corrente alternata – da critica e pubblico, i Red Hot Chili Peppers dopo aver fortemente contribuito a plasmare le basi del crossover attraverso una miscela esplosiva di funk, punk, rap e rock, hanno dato alla luce album fondamentali come Blood Sugar Sex Magik e bestseller assoluti come Californication divenendo uno dei gruppi di maggior successo degli anni ’90 e degli anni ’00.

I Red Hot Chili Peppers nascono a Los Angeles nel 1983 dall’unione tra Anthony Kiedis, Flea, Hillel Slovak e Jack Irons, amici fin dai tempi della Fairfax High School. Dopo i primi concerti locali davanti a pochissimi intimi (sotto il nome di Tony Flow and the Majestic Masters of Mayhem) la band fu avvistata dal manager  Lindy Goetz e messa sotto contratto con la EMI America. Altri tempi, Los Angeles era il centro del mondo, ancora in pieno fermento punk  con quell’aurea malsana, bella e dannata, deliquenziale quanto attraente, spaccona ma genuina e con la dicotomia spiaggia di giorno e divertimento sfrenato di notte. In questo contesto i quattro ventenni erano i perfetti rappresentanti della L.A.-youth di metà anni ’80, almeno tanto quanto i personaggi edonisti e autodistruttivi raccontati in Less Than Zero da Bret Easton Ellis.
The Red Hot Chili Peppers, il primo omonimo album del gruppo californiano (all’epoca con il The davanti al nome) venne pubblicato 1984 dalla EMI. Prodotto dal chitarrista dei Gang of Four, Andy Gill, fu il primo rivedibile tentativo di mettere su disco quella commistione di funk, rap, punk e rock che negli anni successivi, oltre a dare la gloria alla band californiana, divenne un punto di riferimento per tutto il movimento crossover a cavallo tra rap e rock, sfociato poi nel nu metal.

Alfieri di una miscela esplosiva e all’epoca innovativa, i Red Hot Chili Peppers trattenevano a stento l’enorme fisicità e l’indole punk-cazzona. Già prima di loro un certo modo di tagliare il post-punk aveva unito abrasioni e groove (Gang of Four, The Pop Group) , il funk si era spinto verso la psichedelia e il rock (Funkadelic) e il punk aveva assorbito contaminazioni (The Clash) con il linguaggio skate (Suicidal Tendencies), del funk (i texani Big Boys) e con cultura black in generale (Bad Brains), ma nessuno si era mai avventurato in modo così convinto nel tentativo di unire tutte queste influenze in un unico flusso sonoro, aggiungendo peraltro un linguaggio vicino all’universo rap (Kurtis Blow).

Nulla di studiato a tavolino: basta ripescare alcuni video dell’epoca (il clip del primo singolo True Men Don’t Kill Coyotes ad esempio) per capire che il suono dei Red Hot Chili Peppers era la somma di forti ed eccentriche individualità plasmate da un’alchimia sia umana che professionale. Anche per questo motivo The Red Hot Chili Peppers fallì già in partenza. Al suo interno infatti non erano presenti due tasselli fondamentali della formazione originale della band – Hillel Slovak (chitarra) e Jack Irons (batteria), impegnati in un progetto parallelo, i  What Is This? – sostituiti senza troppa convinzione da Jack Sherman e Cliff Martinez (divenuto poi un famoso compositore di colonne sonore, Drive su tutte). Se la coppia formata da Anthony Kiedis e Flea dava già spettacolo, il resto suonava freddo e distaccato e lo stesso Andy Gill – che voleva imprimere un sound più patinato – ebbe non pochi problemi in studio nel riuscire a dialogare con i membri del gruppo.

Il successo era quanto mai lontano ma il contratto con la Emi dava comunque sicurezze di un certo tipo, così dopo la travagliata convivenza con Andy Gill, Kiedis e compagni ebbero l’onore di poter collaborare con uno dei loro punti di riferimento musicali, George Clinton. Con Clinton alla produzione e con il rientro in formazione di Hillel Slovak (alla batteria invece c’era ancora Martinez) la band acquista varietà e scale cromatiche: presenti episodi vicini al punk (Battleship, Catholic School Girls Rule), al rap (American Ghost Dance, Sex Rap), a pure allucinazioni fungoidi (la titletrack, Yertle The Turtle) e a quello che era il trademark sound dei primi Peppers (Blackeyed Blondies, Nevermind) ma in linea generale il secondo album Freaky Styley (1985) era caratterizzato da un taglio decisamente funk e black-oriented (Jungle Man, Hollywood). Nonostante il primo tour europeo ed alcune apparizioni in film di – minore – culto (i clip estratti da Thrashin’ e Tough Guys sono il perfetto riassunto dell’estetica RHCP di quei tempi), anche Freaky Styley faticò ad uscire dai confini californiani (verrà poi riscoperto, assieme al resto della discografia pre-Frusciante, qualche anno più tardi).

Meglio andò con il successivo The Uplift Mofo Party Plan (1987) prodotto da Michael Beinhorn. Con il tocco frenetico, punk-ish e meno “tribale” di Jack Irons, i RHCP sfornano il loro album più sporco e cattivo o comunque quello più vicino al quel concetto di rap-rock che proprio in quei mesi stava iniziando a spopolare su MTV grazie a Walk This Way di Aerosmith+Run DMC e (You Gotta) Fight for Your Right (to Party) dei Beastie Boys. Il singolo di lancio Fight Like a Brave si inseriva perfettamente in scia, con il resto del disco a pestare su frenetiche dinamiche funk-rap-core (No Chump Love Sucker, Skinny Sweaty Man, Me & My Friends) imbastite da una sezione ritmica assolutamente su di giri e senza freni.  All’interno di The Uplift Mofo Party Plan figuravano inoltre la cover – pratica piuttosto frequente nei RHCP anni ’80 – di Subterrain Homesick Blues di Dylan e quello che all’epoca era il primo tentativo di avvicinamento alla melodia, Behind The Sun, uscito come singolo successivamente. Mentre Flea – che stava iniziando a costruirsi la fama di bassista di spicco – e compagni raccoglievano i primi timidi frutti di una lunga gavetta, il 25 giugno del 1988 la morte per overdose di Hillel Slovak rischiò di mettere la parola fine alla carriera dei Red Hot Chili Peppers: abbattuti, persi, senza il grande amico di sempre (e senza Irons che dopo il decesso di Slovak decise di abbandonare la causa) il morale era a terra e il futuro assolutamente grigio.

In seguito a settimane di transizione ed una serie di tentativi non andati a buon fine, DeWayne “Blackbyrd” McKnight come chitarrista e successivamente D. H. Peligro alla batteria, entrarono nella band il giovanissimo John Frusciante e Chad Smith, andando a comporre la versione più conosciuta – e duratura – della storia dei RHCP e riuscendo incredibilmente a trasformare la disgrazia in fortuna. Frusciante era un grande appassionato dei RHCP e fedele seguace delle gesta di Slovak (quanto di quelle di Jimi Hendrix) mentre Chad Smith aveva un retaggio più vicino all’universo hard&heavy di moda nella seconda metà degli anni ’80.  Quando Frusciante e Smith entranono nella band il panorama musicale americano era in un periodo di transizione: il punk era stato soppiantato ed in parte inglobato dall’alternative/college rock e stava lentamente facendosi largo il sentimento grunge. In questo contesto i Peppers erano ovviamente degli outsider, una punta di colore in mezzo ad un grigiume di flanella che avanzava (insieme ai Faith No More, anche loro in crescita dopo anni di gavetta e cambi di formazione), infatti, nonostante la tragedia, l’appellativo di party-band dall’attitudine stradaiola gli apparteneva ancora.

Nacque così Mother’s Milk (1989), un riassunto smussato – e finalmente calibrato – di ciò che i Peppers avevano proposto nei tre album precedenti arricchito dal prezioso tocco hendrixiano di Frusciante e dal drumming possente di Smith. Il suono diventa meno aggressivo e più melodico (pur senza rinunciare all’aspetto funky certificato dall’utilizzo di fiati, vedi Taste The Pain) e non tardano ad arrivare le prime rock-hits – Knock Me Down e Higher Ground, cover del famoso brano di Stevie Wonder – e il primo ingresso all’interno della top 100 americana. Fortificando la propria posizione di influente scheggia impazzita all’interno della scena rock, i Peppers nel 1990, dopo aver partecipato alla colonna sonora del blockbuster Pretty Woman con Show Me Your Soul, abbandonarono la EMI (che due anni più tardi distribuì What Hits!?, il primo greatest hits della band) e passarono alla Warner Bros.

Con il grande aiuto di Rick Rubin (all’epoca coraggioso e geniale, non il producer senz’anima di recente memoria) Flea e soci si rinchiusero per sei mesi – documentati nella pellicola Funky Monks – in una casa-studio nel Laurel Canyon dove scrissero e registrarono quello che viene quasi unanimamente considerato il capolavoro della band e più in generale uno degli album più importanti degli anni ’90: Blood Sugar Sex Magik. Uscito lo stesso giorno di Nevermind dei Nirvana, BSSM portò la band per la prima volta ai vertici delle classifiche di mezzo mondo grazie a veri e propri classici come Under The Bridge, Give It Away e in forma minore Suck My Kiss e Breakin’ The Girl. Più di tredici milioni di copie vendute (di cui oltre la metà negli USA), copertine, high-rotation radio e tv, concerti sold out, grandi festival da headliner e il supporto della critica che riconobbe nelle diciassette tracce del disco il perfetto mix tra funk, rock, rap ed un sempre più consistente apporto melodico. Tanto, forse troppo per l’ancora giovane John Frusciante, il quale nel maggio del 1992 durante il tour giapponese decise di abbandonare la causa rifugiandosi nei propri fantasmi interiori e nelle dipendenze autodistruttive, rischiando di fare la stessa fine del suo grande idolo Slovak (toccanti le interviste risalenti al periodo dell’assurdo esordio solista Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt del 1994 ).

Saldamente sul tetto del mondo (il singolo Soul To Squeeze del 1993 fu un altro centro) ma con ancora una volta grossi problemi di formazione – breve e poco memorabile la parentesi alla chitarra di Arik Marshall, ancora meno quella di Jesse Tobias, dal 2006 nella band di Morrissey – la band californiana chiamò con sé il chitarrista storico dei Jane’s Addiction, Dave Navarro, stilisticamente affine ma possessore di un tocco – riff-centrico, pieno e cupo – a livello sonoro profondamente diverso da quello di Frusciante. Dalla cercata – e forse mai trovata – alchimia nasce One Hot Minute (1995) un lavoro fondamentalmente sfortunato – nonostante i buoni riscontri commerciali di brani come My Friends e Aeroplane – e sottovalutato. Qui infatti, oltre a sferzate hard come Warped, troviamo probabilmente i migliori testi mai scritti da un Kiedis mai così intimo ed alcuni dei più spettacolari giochi strumentali tra Flea e Chad Smith.

La separazione dopo il breve matrimonio tra Navarro e i RHCP avvenuta nel 1998 rischiò nuovamente di mettere la parola fine alla carriera della band di Los Angeles. Solo il rientro di John Frusciante poteva risolvere le cose, è così fu. Nacque così l’album di maggior successo della band ed il primo a spopolare letteralmente anche in Europa, Californication (1999). Forte dei sedici milioni di copie vendute e di oltre un anno di permanenza ai piani alti delle classifiche di tutto il mondo, l’album riportò la band californiana in cima alle preferenze non solo del pubblico ma anche della critica, benchè fosse evidente una maggiore tendenza alla agrodolce ballad pop-rock ed una maggiore impronta radiofonica. Un risultato insperato e clamoroso portato avanti grazie a singoli vincenti e ai relativi videoclip: Scar Tissue, Around The World, Otherside, Californication e Road Trippin’. Stato di grazia, difficile trovare nel decennio successivo un album rock capace di tanto.

Il nuovo millennio si apre con i RHCP sul trono delle band di maggior successo nonostante l’avanzata degli squadroni MTV-centrici della seconda ondata pop-punk e del carrozzone nu metal. Come sempre fedeli al proprio trademark-sound ma anche con la sana abitudine di caratterizzare ogni singoli album con sonorità diverse, Flea, Kiedis, Frusciante e Smith continuano a far registrare cifre da capogiro con i due album successivi, By The Way (2002) e Stadium Arcadium (2006). Da molti appassionati e da parecchi addetti ai lavori considerato un passo indietro rispetto a Californication, By The Way con i suoi dieci milioni di copie vendute (By The Way, Can’t Stop, The Zephyr’s Song tra le altre) fu forse il primo disco dei Peppers fortemente influenzato dalla necessità di riconfermarsi padroni delle classifiche: angoli sempre più smussati, melodie sempre più ruffiane ed una formula ormai priva di significative sorprese.

Sulla carta ambizioso con le sue ventotto tracce, il doppio e disperisvo Stadium Arcadium (8 milioni di copie vendute anche con la crisi discografica che iniziava già a farsi sentire) tentò di riassumere – in parte riuscendoci – il credo peppersiano “macinando funk e psych e ballad ed elettricità e muscoli e sguardi e vite nel flipper colorato e periglioso della California, metonimico frammento di un’epoca su di giri. In attesa del collasso“. Dani California e Snow (Hey Oh) le hit mondiali.

Collasso che, dopo due decenni da assoluti protagonisti del mainstream-rock,  si presentò puntualmente cinque anni più tardi con I’m With You. Nuovamente senza Frusciante – che questa volta li ha abbandonati serenamente per dedicarsi completamente alla intensa carriera solista – e con il giovane emulo Josh Klinghoffer alla chitarra, i Red Hot Chili Peppers appaiono stanchi – la produzione di Rubin qui non aiuta – e privi di idee (un singolo come The Adventures of Rain Dance Maggie lo dimostra fin troppo chiaramente). Un certo ritorno al funk-rock più dinamico non basta a scacciare l’impressione di essere davanti ad un “blando sfavillio d’un marchio che non è (più) in grado di smuovere nulla oltre un’epidermica radiofonia“. Anche il referto discografico parla chiaro: due milioni di copie vendute, decisamene poche rispetto agli ultimi standard targati RHCP, anche in un periodo di basse vendite generali. Seguono una serie di b-side – che confermano le impressioni negative – aggregate all’interno della compilation I’m Beside You.

A cinque anni di distanza dal semi-fallimentare I’m With You, nel 2016 i Red Hot Chili Peppers tornano sulle scene con l’undicesimo album The Getaway, un disco fondamentalmente meno fastidioso del precedente, ma che porta con sé il peccato di allontanare ulteriormente i ricordi della parte “buona” della discografia dei californiani. Anticipato da un singolo di minor successo (Dark Necessities), l’album – pur rimanendo incastonato in un marcato autocitazionismo – è caratterizzato da sonorità leggermente più ricercate rispetto alle ultime uscite, imbastite grazie anche al prezioso supporto in regia di Danger MouseNigel Godrich.

Leggi tutto

Altre notizie suggerite