Richard Dawson (UK)

Biografia

Richard Dawson è un cantautore inglese che rinverdisce la tradizione canterburiana della complessità, pur facendo dell’urgenza espressiva, della brutalità dell’emozione non filtrata, il programma musicale.

Nato e cresciuto a Newcastle, Dawson esordisce nel 2005 con un titolo che dice molto della semplicità del messaggio: Sings Songs And Plays Guitar (Downbeat Records). Il sottinteso potrebbe tradire un approccio tradizionale, che in realtà è tale solo sotto alcuni aspetti. La musica di Richard Dawson non è conservativa, ma diretta, senza tecnologie, cantautorale, fatta di canzoni che parlano di opposizioni. Non ripete pedissequamente la tradizione, non la ripercorre se non per una dimensione etica. Ogni aggiunta è un orpello, come spesso accade ai grandi cantautori. Richard vive in mezzo ad amici avanguardisti ma diventa un cantautore totem, un animatore della città che rappresenta.

I Will Make It Up To You, prima traccia del disco, è asciutta come le ossa usate dagli Akron/Family per le composizioni dell’esordio. Già nel primo disco, Dawson usa diversi registri vocali, iniziando a concentrare su questo particolare le attenzioni e le attestazioni di unicità. Motherland, primo atto nel 2008 della label da lui presieduta – la Pink Triangle – scritto per accompagnare dal vivo nel novembre 2007 la rappresentazione teatrale omonima creata e diretta da Steve Gilroy, prosegue aggiungendo tocchi di bizzarria. Essi iniziano a prendere la strada della disarmonia espressiva, che trova però il primo vero compimento in The Magic Bridge, dopo l’esperienza Eyeballs – pseudonimo con cui Richard ha realizzato due dischi di droni classici, Seal-Skin Satellite (Bells Hill, 2008) e The Invisible Castle (Blackest Rainbow, 2009). The Magic Bridge (Pink Triangle, 2011) è la prima unione degli opposti: la grazia e la goffaggine emozionale. La voce monta, non si cura della precisione o della pulizia della performance (Black Dog In The Sky).

Il “ponte magico” realizza una sintesi difficile, fondamentale per la sua crescita artistica e realizzato nella title-track, che chiude il disco e apre alla seconda fase della produzione di Dawson. The Glass Trunk (alt.vinyl, 2013) è uno scrigno di vetro, duro ma fragile, interrato nel folk più primitivo, una raccolta dritta come una sberla in faccia, dissonante eppure rassicurante come un canto corale. In The Glass Trunk (Poor Old Horse) Richard Dawson raggiunge il massimo livello di somiglianza a un’altra creatura weird (l’essere strano per eccellenza nella storia del rock), quel Don Van Vliet a cui a volte Richard è stato affiancato, spesso impropriamente.

Dawson non lavora con il blues per sovvertirlo dall’interno; lavora con materiale molto più ancestrale, la tradizione folklorica anglosassone. Fa proprie le mosse da cui prendevano movimento le note degli antenati. “The Glass Trunk parla delle funzioni e delle conseguenze della violenza, così come di polarità opposte come creazione e distruzione, memoria e tempo, nascita e morte, anima e corpo”, spiega Richard all’indomani dall’uscita del disco. C’è tensione in quella musica, come tra l’intimità dell’esecuzione e il numero di collaborazioni di cui inizia a circondarsi, tra cui una notabile (per The Glass Trunk e Nothing Important) con l’arpista, compositore ed esecutore contemporaneo inglese Rhodri Davies, con il quale, nel 2013, partecipa in duo al progetto Hen Ogledd.

Nothing Important esce a novembre 2014, per Weird World: la stampa generalista e specialistica lo accoglie come uno dei dischi dell’anno. Lo strano folk singer di Newcastle diventa un caso internazionale – anche se a inizio 2015 la tournée conseguente non varca i confini d’Albione.

L’album inizia con una “stecca clamorosa”, come sottolineato nella nostra recensione. «Una volta entrati in questo mondo, le regole sono altre. La disarmonia è qualcosa che sfugge di mano, da lasciare uscire perché è urgente. L’approccio va premiato, quando i risultati sono tanto coinvolgenti». Del resto, come dice lui stesso, «l’idea della precisione nell’esecuzione è fuorviante. È un’illusione quando le cose che riguardano la memoria appaiono definite». Le due lunghe suite centrali del disco sono incastonate da un’introduzione e una conclusione per sola chitarra. Sono avvincenti ma non accessibili. Nonostante ciò, si fissano nella mente. Spostano l’ascoltatore. E lasciano sperare in future, imprevedibili, nuove conciliazioni di opposti.

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