Sleater-Kinney

Biografia

È molto bella l’immagine che viene in mente per la genesi del nome della band di cui parliamo: tre ragazze in età universitaria che stanno percorrendo una strada interstatale, dirette ad una sala prove, discutendo su come farsi chiamare. Ad un certo punto del percorso, il cartello con la scritta “Sleater Kinney Road”. Il nome è fatto: Sleater-Kinney. I primi passi per una delle band più interessanti del rock underground statunitense degli ultimi vent’anni vengono fatti ad Olympia, nello stato di Washington: una cittadina universitaria frequentata in passato anche da Kurt Cobain (che la apprezzava, rispetto ad Aberdeen, proprio per il maggiore fermento artistico), nonché quartiere generale di K Records. Grunge ed indie rock sghembo che si incrociano, indistinguibili.

In questo contesto, Corin Tucker e Carrie Brownstein (entrambe chitarra e voce) mettono su la band assieme a Lora MacFarlane alle pelli, dopo avere abbandonato le precedenti formazioni: Heaven to Betsy per Tucker, Excuse 17 per Brownstein. Si tratta di gruppi che ruotano attorno a sonorità tipiche di quello che al tempo si chiamava fox-core: essenzialmente, punk (o grunge) suonato da donne. Con le Sleater-Kinney quel suono aggressivo ha uno scatto rispetto al semplice fracasso da Bikini Kill: la consapevolezza sessuale e politica c’è sempre (le Sleater-Kinney sono dichiaratamente impegnate a sinistra, e non mancano di farlo notare nei loro brani), ma porta con sé un suono chitarristico contorto, ispido, spesso complicato.

Il primo, omonimo disco della band (1995) chiarisce però solo in parte tale concetto: le canzoni, a metà strada tra noise e post-punk, si prestano a contorsioni e cambi di tempo a volte ingenui, a volte efficaci – anche grazie alle sperimentazioni sulle armonie vocali – ma comunque sempre diverse. È un bell’esordio, pubblicato per Chainsaw Records, prodotto da Tim Green e dalla band (che già in questo dimostra di non avere paura di fare tutto da sé), ma – come si suol dire – il bello deve ancora venire. Il secondo squillo, bello forte, le Sleater-Kinney lo danno un anno dopo: Call The Doctor esce ancora per Chainsaw Records, viene scritto in tre settimane e registrato in quattro giorni con il produttore John Goodmanson. Appena lo si fa partire, si capisce veramente il suono Sleater-Kinney: il primo brano, che dà anche il titolo al disco, ha una chitarra che suona come una sorta di basso filtrato, in apnea, mentre l’altra tesse trame distorte, la batteria si dà ai controtempi e la voce declama di persone sterilizzate attraverso la socializzazione. Il brano scorre così fino ad una deflagrazione di sei corde noise. È evidente ai più l’ascendente dei Sonic Youth (e d’altronde la band non ha mai negato l’amore per i newyorchesi, ed in special modo per il capolavoro Sister), ma posto in maniera originale, anche perché gli altri brani parlano lingue diverse, dal punk rock robusto al post-punk, ad accenti blues, fino al pop (anche per la bellezza degli intrecci vocali). La critica applaude.

La prima vera svolta per la band è dietro l’angolo: esce Lora MacFarlane, e alla batteria si siede Janet Weiss, già nei Quasi. È una figura poliedrica, che fa fare al ritmo della band un passo avanti: in Dig Me Out (1997) si sente che la batteria ha finalmente raggiunto lo stesso proscenio delle chitarre, in una democrazia sonora che è il chiaro risvolto di ciò che le Sleater-Kinney rappresentano ideologicamente. Ancora con John Goodmanson a produrre, e con l’inserto di sassofono di Jessica Lurie in It’s Enough, Dig Me Out conferma la bontà di un suono sempre riconoscibile ma sempre diverso nei dettagli, che continua a crescere e ad inglobare nuovi elementi: a volte c’è l’assalto chitarristico (la title track), a volte c’è l’hand clapping (Turn It On), a volte c’è l’emotività (One More Hour). La band qui tratta temi forse più intimisti, dichiarando anche di avere avuto l’influenza del rock dei primordi per questo album. Dig Me Out è anche l’esordio della band su Kill Rock Stars e, ancora una volta, un disco splendido.

Passano due anni e nel 1999 The Hot Rock, con le tre in copertina intente a chiedere un passaggio, viene ricordato, oltre che per la solita qualità, per il suo essere meno immediato rispetto ai precedenti dischi e meno arrabbiato, nonché quello dal minutaggio più lungo fino a quel momento (più di quaranta minuti). Esce ancora per Kill Rock Stars e vede alla produzione Roger Moutenot. È un bel disco, acclamato ancora una volta dalla critica, e fedele nel fotografare una band che si muove consapevolmente verso un rock più complesso. Il successivo All Hands On The Bad One (2000) esce ancora su Kill Rock Stars, e vede il ritorno alla produzione per John Goodmanson. Il disco torna a porre in primo piano un suono più immediato, quasi garage, godibile, in cui molti brani non superano i quattro minuti e la maggior parte nemmeno i tre. Si passa dagli assalti quasi hardcore-pop di The Professional alla toccante Was It A Lie?, dai cori della title track alla trasognata ballata The Swimmer (con Sam Coomes al mellotron). Le Sleater-Kinney parlano di come gli altri le vedano, delle questioni di genere, dei media, ma anche del quotidiano. Non si lasciano sfuggire nulla e piazzano un altro bel disco.

Fino a qui, la band non ha praticamente sbagliato nulla: cinque dischi quadrati, testimonianze di un percorso che è andato sempre migliorando. Quando ci si aspetterebbe la riproduzione di questi standard in una maturità ben salda sulle certezze, la band stupisce tutti e fa il salto successivo: piazza due capolavori. Il primo è del 2002, si intitola One Beat (titolo che vuole significare un senso di unione, di unicità, anche in relazione ad un Paese andato in pezzi l’11 settembre dell’anno prima) ed è griffato ancora Kill Rock Stars e prodotto da Goodmanson. La title track che lo apre ha un intro battente, cui si vanno ad innestare le chitarre graffianti di Tucker e Brownstein con geometrie opposte, una con power chords e l’altra in un assolo acido, ripetuto. Da qui fino alla finale, blues noise Sympathy, c’è tutto il meglio del rock underground chitarristico: saggi sonori su come si scriva un perfetto brano di pop con chitarre e armonie vocali (O2), pezzi sul lutto turbinosi (Funeral Song), squarci blues (The Remainder), il tutto senza dimenticare il noise e il punk rock.

One Beat è un approdo per il trio, un punto oltre il quale è difficile andare. Ed è così che le Sleater-Kinney lavorano per tre anni al successore, facendo entrare in studio Dave Friedmann, produttore noto per le sonorità piene che riesce a dare, soprattutto in ambito psichedelico (si pensi ai Mercury Rev). Quello che ne esce è un lavoro forse ancor più bello come gesto artistico rispetto a One Beat, ed è un disco che porta il suono della band in territori psych-hard rock: The Woods esce nel 2005 per Sub Pop, e sconquassa le chitarre della band, facendole suonare tempestose come quelle di una band stoner, con in più la produzione a riempire ogni spazio uditivo possibile. Ci sono tutte le caratteristiche del suono delle Sleater-Kinney portate al massimo: il pop rock di matrice punk (Wilderness), l’emotività disperata (Jumpers), il divertimento punk-garage (What’s Mine Is Yours), ma tutto viene liberato, attento alla parte free. Evidente, da questo punto di vista, Let’s Call It Love, lunga cavalcata da undici minuti in cui la band non pone più l’accento, come in passato, sul nervosismo ragionato del post-punk (e delle varie derive del punk), ma si lancia in una corsa contro i propri limiti. Ci sono Hendrix, i Blue Cheer, i Grateful Dead, i Black Flag. Un capolavoro impressionante.

Mostrando una lucidità ammirevole, a questo punto la band si scioglie all’apice. Corin Tucker si dedica alla carriera solista, anche se coadiuvata dalla Corin Tucker Band, e rilascia due album: 1,000 Years (2010) e Kill My Blues (2012). Carrie Brownstein, oltre alla carriera da attrice nella serie Portlandia, suona nelle Wild Flag assieme a Janet Weiss, la quale già aveva accompagnato Stephen Malkmus e i Jicks. La calma regna fino al 2014, quando le Sleater-Kinney annunciano il loro ritorno: esce il singolo Bury Our Friends e viene annunciato, per il 2015, un nuovo album, No Cities To Love. Ed esce anche Start Together, che raccoglie, rimasterizzati e in un box set, tutti i dischi di una storia che riprende la propria strada, strada cominciata quel giorno, con quel cartello dell’interstatale, direzione sala prove.

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