Sufjan Stevens (US)

Biografia

Nato nel 1975 a Detroit, Sufjan Stevens – nome impostogli dal guru indonesiano della setta di cui facevano parte i suoi genitori – è un cantautore eclettico, multistrumentista (chitarra, basso, banjo, tastiere, piano, oboe, corno inglese, theremin…), legato alle tradizioni musicali della sua terra eppure disposto a trasfigurarle ricorrendo ad un uso espanso e teatrale sia delle sonorità orchestrali che sintetiche. Le sue prime esperienze musicali di un certo rilievo lo vedono far parte della folk-band Marzuki, quindi come collaboratore della Danielson Familie, con la quale continuerà a mantenere nel tempo rapporti.

Nel 1999 debutta con A Sun Came per la propria etichetta Asthmatic Kitty Records, nel segno di un pop-rock con spiccate attitudini lo-fi (tra Beck e Sebadoh), nel quale non manca tuttavia di introdurre arrangiamenti etnici (indiani, andalusi, peruviani…). Ben arrangiato ma un po’ prolisso, è il tipico album d’esordio di un artista “ancora acerbo ma promettente”, come ebbe a dire in sede di recensione Edoardo Bridda.

Nel 2001 arriva l’opera seconda, Enjoy Your Rabbit, con la quale svolta decisamente verso atmosfere elettroacustiche e micro-sintetiche che guardano al lavoro di Matmos e Oval, senza scordare l’inevitabile influsso del maestro dell’ambient Brian Eno. Ogni traccia è dedicata ad un segno dello zodiaco cinese, svariando tematicamente tra lollypop al sapor di pistacchio, palle di neve, campi magnetici, frizioni elettriche, pulviscoli e orologi a cucù. Imponente coi suoi ottanta minuti di durata, eppure accattivante, è un disco – sempre nelle parole di Bridda – “dalle molteplici sfaccettature, una torre nella quale il musicista si trastulla disegnando architetture fantastiche nel cielo nipponico, evitando così d’esporsi troppo, di raccontarsi al pubblico. Enjoy rappresenta il perfetto album di transizione, quello che abbisogna a un cantautore per preparare un climax ideale sul quale successivamente iniziare a esplorare la propria voce in presa diretta”.

Due anni più tardi arriva Greetings From Michigan, The Great Lake State, che ritorna decisamente nell’alveo della classicità architettando un pop aperto ad orchestrazioni cameristiche e jazzy, guardando a Van Dyke Parks e Bacharach via Tin Pan Alley. Dedicato al Michigan come primo capitolo di un progetto che prevederebbe la pubblicazione di un album per ogni stato dell’Unione, è una collezione di ballate dolci e intriganti, calde di tradizione e voglia di recuperarne il battito più intimo e magico. Una presa di posizione anacronistica – o se preferite una reazione – all’onda lunga del post-rock (che così bene ha preparato emotivamente il campo al trauma dell’undicisettembre) e dell’anti-folk newyorchese, pur pagando pegno proprio all’estro post-post-rock di stampo chicagoano. L’album consacra Stevens come artista di vaglia e difficilmente catalogabile, “un buon alchimista – è sempre Bridda a parlare – in grado di svincolarsi dalle vesti e dai protocolli che fanno scattare i soliti abbecedari di riferimenti nell’ascoltatore”.

Tempo pochi mesi ed esce Seven Swans, album privo di sovrastruttura concept per il quale ricorre – è la prima volta – ad un produttore, ovvero Daniel Smith della Danielson Familie. Una raccolta di canzoni che gioca a plasmare materia folk e gospel psichedelico, nel segno di un’elettricità evocativa, tra scenari languidi di tastiere e accenni di elettronica vibrante. Assieme a Califone e M Ward, Stevens si propone quindi come una sorta di rinnovatore del folk-pop americano, “una promessa sempre più mantenuta – sostiene Stefano Solventi in sede di recensione – che tuttavia fa pensare di doversi ancora compiere del tutto”.

Nel novembre del 2005 arriva la seconda tappa del progetto sugli stati americani, e probabilmente il suo capolavoro: Sufjan Stevens Invites You To: Come On Feel The Illinoise è un album magniloquente, sfaccettato, intenso, teatrale. L’arco stilistico va dal country-folk al pop orchestrale passando per il vaudeville, il gospel e qualche concessione rock più sbarazzina, il tutto sostenuto da un’ispirazione mai tanto a fuoco, a partire dai testi intessuti di riferimenti storici e alla cultura pop (da Abraham Lincoln a Superman passando per Frank Lloyd Wright). Disco convincente che proietta Stevens tra gli autori di primo piano della nuova scena cantautorale USA.

Tanto è il successo di Illinois che pochi mesi più tardi vede la luce The Avalanche: Outtakes and Extras from the Illinois Album, disco che testimonia la prolificità di Stevens, in pieno stato di grazia creativa, il quale “senza vergogna” – come riportano le note di copertina – ha deciso di far vedere la luce anche ai ventuno pezzi avanzati dal lavoro precedente. Il risultato è ovviamente più discontinuo, l’aria è da work in progress, ma non mancano momenti interessanti in chiave pop e addirittura space lounge. Tra l’autunno e l’inverno del 2005 mette a segno qualche importante collaborazione, tra cui la produzione di Done Gone Fire di Liz Janes   e What’s The Remedy? di Half-Handed Cloud, mentre incide con Rosie Thomas e Denison Witmer l’album These Friends Of  Mine che vedrà la luce a nome della Thomas solo ad inizio 2007.

Nel novembre del 2007 viene pubblicata una raccolta dei cinque album dedicati alle canzoni natalizie pubblicati a partire dal 2001, Songs For Christmas. Inizialmente concepiti come una sorta di esercizio di stile – “per apprezzare il Natale”, dichiarera lo stesso Sufjan – la pubblicazione si caratterizza per la cura della confezione – comprendente stickers, un saggio natalizio, un ritratto e un video animato – nonché per lo spirito pop espanso con cui le classiche arie natalizie (ben 42) vengono esplorate in un florilegio estroso, generoso e anche un po’ astuto.

Dopo un periodo di silenzio discografico, nell’autunno del 2009 escono ben due lavori, ma non propriamente due album nuovi. Il primo è Run Rabbit Run, una riedizione in chiave orchestrale – che vede la collaborazione di calibri come Nico Muhly – del lavoro electro Enjoy Your Rabbit. Il risultato lascia perplessi, come chiosa in recensione Nunzio Tomasello: “dismessi i tramestii sintetici e il vago alone Warp, le canzoni prendono così la forma di soundscapes disneyani, musiche da camera (degli orrori) e avanguardia in un profluvio di note che non sai se più pretenzioso o ammorbante”. A stretto giro esce The BQE, opera di pop orchestrale commissionata dalla Brooklyn Academy of Music in occasione del venticinquesimo anniversario del Next Wave Festival. Pubblicato in cd e dvd, è la registrazione di un concerto nel quale l’esecuzione mette in luce il lato kitsch e ironico della faccenda. Il 2010 lo vede collaborare col coreografo Justin Peck per il balletto Tales of a Chinese Zodiac, commissionato dal New York Choreographic Institute.

L’anno successivo Stevens collabora al fortunato High Violet dei The National, annunciando l’imminente pubblicazione di un nuovo lavoro di inediti. Preceduto dall’ep All Delighted People – che con le sue otto tracce per quasi un’ora di musica pare più un album fatto e finito – The Age Of Adz si dimostra una esuberante, caleidoscopica, bizzarra avventura sonora. Psyck, folk, gospel, electro, funk e pop centrifugati in una dimensione profonda ed esuberante, visionaria e ipercromatica. Le strutture tradizionali della canzone esplosi sotto i colpi di un’attitudine iperdadaista, una tensione giocosa che insegue il meraviglioso seguendo il filo di un’angoscia sottile. Nelle parole di Setfano solventi, “The Age Of Adz è lo spettacolo d’arte varia di chi in qualche modo sta cercando di fare chiarezza, di fulminare i fantasmi, di affacciarsi sul burrone. Un’opera eccessiva, imperfetta, forse velleitaria. Ma racconta il caos emotivo di questi anni come poche altre”.

Il 2012 lo vede alle prese col progetto hip-hop electro house S / S / S assieme a Serengeti e Son Lux, ai quali la Walker Art Center e la The Saint Paul Chamber Orchestra commissionano le musiche per un’installazione poi pubblicate nell’ep Beak & Claw, mentre in novembre arriva Silver & Gold: Songs for Christmas, Vols. 6-10, contenente 58 canzoni che sommati alle precedenti 42 fanno 100 pezzi natalizi. Il 5 ottobre va in scena al Lincoln Center’s David H. Koch Theater di New York il balletto Year Of The Rabbit, seconda collaborazione con Justin Peck stavolta su musiche tratte da Run Rabbit Run.

Nel marzo 2014 gli S / S / S si ribattezzano Sisyphus ed escono con un album omonimo che va oltre il divertissement approdando a forme ibride tra hip hop e psych-pop dal tasso visionario considerevole.

di Stefano Solventi
Leggi tutto