The xx (UK)

Biografia

Non sono molti i nomi che potremmo spendere come “generazionali” per gli anni Dieci più di The xx. I tre inglesi, con il loro indie pop pallido e dimesso a loro immagine e somiglianza, hanno generato tutta una serie di imitatori ed epigoni (pensiamo a Ghost Loft) che ne hanno scopiazzato allegramente tanto il sound quanto l’immagine schiva e disadorna.

Furbetti ed educati, oltre che innegabilmente bravi. hanno raccolto un’ampia eredità di recuperi wave che arrivava dagli anni ’00 ibridandola elegantemente con tante cose diverse che – nel loro insieme – spiegano la “ricetta perfetta” del prodotto xx

Furbetti ed educati, oltre che innegabilmente bravi, hanno raccolto un’ampia eredità di recuperi wave che arrivava dagli anni Zero ibridandola elegantemente con tante cose diverse che – nel loro insieme – spiegano la “ricetta perfetta” del prodotto xx: un’impronta post-punk che lavora per sottrazione nonostante la mole di riferimenti, guardando soprattutto ai Young Marble Giants e ai Cure, oltre che alla darkwave (Joy Division), al synth-pop britannico (Yazoo), all’elettronica inglese di fine anni Zero (Four Tet e Burial su tutti) e alle atmosfere da bedroom electronica con la relativa patina DIY da ragazzini solitari che si producono in casa da soli. A livello di testi, amori perduti e dialoghi impossibili tra amanti lontani, tra silenzi notturni e ceneri post-industriali.

Un parallelo decisamente calzante per la doppia x può essere legittimamente tracciato proprio con gli Young Marble Giants, di cui sembrano a tratti essere quasi una vera e propria reincarnazione. Questo per motivi sia meramente biografici che – soprattutto – contenutistici, stilistici e contestuali: entrambe le formazioni inglesi – londinesi gli xx, gallesi i loro “predecessori” – sono un trio (prescindendo dalla breve parentesi iniziale con la Qureshi), entrambe hanno tra i propri tratti distintivi una sommessa ma ammaliante voce femminile, e – detta male male – ai tempi del loro esordio entrambe sono sembrate “sbucate fuori” assolutamente dal nulla, grazie a un’acerba demo finita quasi per caso tra le mani di un’importante label (in ordine cronologico, Rough Trade XL Recordings). Tuttavia i punti di contatto e di continuità più interessanti si trovano nelle coordinate stilistiche dei due gruppi, entrambi fautori di un pop minimalista ed intimista giocato sull’armonica convivenza di chitarra e basso a poggiare su un morbido tappettino di percussioni sintetiche. Questo grazie a un retaggio (di ascolti formativi per gli xx, e lo vedremo, e di strascichi dalla propria contemporaneità per i YMG) radicalmente inglese che oggi possiamo chiamare, anche grazie a quanto fatto dalla Statton e compagni, post-punk. Se infatti Colossal Youth al momento della sua uscita (siamo nel 1980, quindi con l’esplosione del punk ormai ampiamente assimilata) era quanto di più lontano dalle mode del tempo ci potesse essere, il suo valore crebbe costantemente soprattutto retroattivamente quando ormai la formazione era già sciolta. Così la sua importanza nel contribuire a fornire un imprescindibile modello stilistico e sincretico di tante belle cose per gli xx appare evidente. Quello che sembra differire nel percorso delle due band è il prosieguo di una carriera e di un percorso in entrambi i casi illuminato e lanciato da un esordio che da solo ha costituito già un importante breaking point. Laddove la rilevanza dei YMG si era già esaurita, relegando sostanzialmente i tre allo status di meravigliosa chimera tutta 80’s, la strada pare decisamente più longeva e luminosa per gli xx. Anche – e soprattutto – alla luce dell’ultimo I See You i tre sembrano infatti quantomeno intenzionati a non fossilizzarsi su una formuletta ampiamente collaudata, esplorando magari qualche sviluppo (per loro) inedito ma comunque coerente e plausibile con le premesse del gruppo.

Gli inizi

L’inizio dei The xx è nel distretto londinese di Wandsworth. Siamo nel 2005, e qui ha sede il celebre college Elliott School. Ribattezzata Ark Putney Academy nel 2012, Questo istituto qualcosa di speciale deve pur averlo viste le numerosissime personalità diventate illustri che hanno frequentato le sue aule: parliamo di nomi come Pierce Brosnan ma soprattutto, su un versante artistico più strettamente musicale, soggetti tipo William Bevan (Burial per gli amici) e Kieran Hebden (Four Tet), ma anche membri degli Hot Chip e dei Maccabees, oltre a pop star britanniche come Xan Tyler. Nonostante appaia quantomeno curioso e molto probabilmente indiziale questo sovra-affollamento di talenti licenziati dalla medesima scuola, i membri dei The xx hanno sempre minimizzato l’importanza e l’influenza rivestita dall’istituto nella propria formazione artistica, limitata a loro detta a un timido feedback positivo da parte di un insegnante.

Fatto sta che i primi passi vedono coinvolti solamente Romy Madley Croft e Oliver Sim, coetanei, all’età di quindici anni, rispettivamente alla chitarra e al basso. Dopo pochissimo tempo – siamo ancora nel 2005 – il progetto si espande integrando altri due elementi, sempre iscritti alla Elliott: prima Baria Qureshi alle tastiere e come seconda chitarra, e poi Jamie Smith come producer e autore delle sempre più crescenti infiltrazioni elettroniche del gruppo (ma ci torneremo). Seguono alcuni anni di intensa gavetta in live ristretti e già pregni di quell’afflato intimistico che diverrà a breve il distintivo trademark della band. Il repertorio iniziale comprende varie cover e qualche embrionale ed acerbo brano autografo. Le influenze di questa prima fase, che rimarranno costanti e fondanti nel determinare il distintivo sound del trio, sono soprattutto i tanti ed eclettici ascolti dei suoi membri. In diverse interviste la Croft ricorda infatti come tutti i componenti, di estrazione borghese e generalmente agiata, siano stati educati alla musica attraverso i dischi dei rispettivi genitori; questo elemento ha quindi rivestito un contribuito importante nel plasmarne l’identità musicale eclettica e variegata, e si rifletterà inevitabilmente nella ricetta xx a venire.

Esperienze meticce e rigorosamente british a cavallo tra attitudine post-punk e spleen darkwave, ma anche spesso sconfinanti nelle ebrezze “synthetiche” del primo synthpop e del dream inglese

Gli artisti maggiormente ricordati da Croft e da Sim tra le loro influenze comprendono esperienze meticce e rigorosamente british a cavallo tra attitudine post-punk e spleen darkwave, ma anche spesso sconfinanti nelle ebrezze “synthetiche” del primo synthpop e del dream inglese: parliamo di Joy Division e New Order, gli Yazoo, gli Slits, i Cure e Siouxsie, gli Electrelane e i Cocteau Twins (che però la Croft ha negato di conoscere prima di xx). Dall’altra parte abbiamo tutto un corollario di black music che rappresenterà un altro, seppur più laterale, punto fermo nell’ibrido sonoro targato xx: l’r&b di Aaliyah e Mariah Carey, tanta Sade, le produzioni di Timbaland e dei Neptunes, ma anche nomi come Jimi Hendrix o energie crossover 90’s a cavallo tra bastardo blues-rock bianco e deflagrazioni stoner come i Queens of the Stone Age. Anche la scelta dei brani altrui coverizzati in questi primi anni riflette questa dimensione pregna di blackness: vedi Hot Like Fire di Aaliyah e Teardrops degli Womack & Womack, incluse prima nei primi demo e poi come bonus tracks nell’omonimo esordio del 2009. Risalgono a questi anni gli aneddoti sulla composizione dei primi brani inediti, con Sim e la Croft che si scambiano messaggi con le lyrics appena scritte o si trovano in una delle loro camere da letto con Smith e la Qureshi provando in punta di piedi per non disturbare i compagni di dormitorio.

XX

Nel 2008 arriva la svolta che trasforma questa acerba cover band amatoriale in uno dei nomi che segnerà indelebilmente la prima parte degli anni Dieci: postati i propri demo sul loro profilo MySpace, i quattro li inviano quasi per caso anche al quartier generale di XL Recordings, label che ha pubblicato uscite di – tra gli altri – gente come Adele, Beck, FKA Twigs, M.I.A., Gil Scott-Heron, Prodigy, Radiohead, Sampha, SBTRKT, Sigur Ros, Tyler the Creator, Vampire Weeknend e White Stripes. Gli entusiasmi dell’etichetta con sede a Ladbroke Grove sono immediati, e al gruppo viene subito proposto un recording contract con la sub-label Young Turks. I quattro iniziano a lavorare prima con producers di un certo peso come Diplo e Kwes, ma senza troppo successo a causa dei tentativi di questi di imporre modifiche che finivano con lo snaturare troppo il suono del gruppo. Ai The xx viene quindi affiancato per la registrazione dell’esordio Rodaidh McDonald, rampante producer scozzese con un grande avvenire davanti a sé: in futuro collaborerà infatti con – tra gli altri – Adele, Damon Albarn, Actress, Daughter, Totally Enormous Extinct Dinosaurs, King Krule, How to Dress Well e Sampha. L’alchimia tra il produttore e i quattro giovani inglesi è facile e immediata, e le registrazioni del disco iniziano nel XL Studio, un garage della sede centrale della label riadattato a recording studio. Le sessioni di incisione iniziano a dicembre 2008 e si svolgono interamente di notte, una volta che tutto lo staff della label ha abbandonato la sede esaurito il proprio orario lavorativo, per garantire quella tranquillità e quella solitudine che sarebbero poi risuonate nelle atmosfere del lavoro compiuto. Nonostante la costante supervisione di McDonald, la decisione dell’etichetta è di lasciare che sia Jamie a produrre l’album, nel più genuino degli approcci DIY.

Dialoghi emo-zionali ed emo-zionanti tra le due voci di Romy e Oliver, sussurrate e con un calore tutto soul sullo sfondo

Il risultato è un compendio di 11 bozzetti di pop intimista e raccolto, scarno e quasi disadorno, minimalista, post-wave e spesso tangente a tanto post-dubstep – elemento probabilmente inevitabile, dato che stiamo parlando dell’inizio degli anni Dieci in UK (due anni dopo sarebbe arrivato l’esordio di James Blake). Sono dialoghi emo-zionali ed emo-zionanti tra le due voci di Romy e Oliver, sussurrate e con un calore tutto soul sullo sfondo, che si alternano costantemente con equilibrio e armonia, fino a sovrapporsi in diverse occasioni creando l’impressione di due amici/amanti che si parlano, al buio, senza incontrarsi mai. Anche strumentalmente dominano gli intrecci tra la chitarra basica, tersa e melodicamente elegante della Croft e il caldo pulsare del basso di Sim. A sorreggere il tutto, un tappeto di elettronica e accidentali field recordings costante ma mai invadente, a dare ora atmosfera ora una vivacità ritmica appena accennata – la batteria è assente e tutte le percussioni sono suonate da Smith all’MPC – in un’ulteriore alternanza che dona una maggiore eclettismo a un disco che rimane comunque estremamente omogeneo ed uniforme nelle sue trame. A fare capolino qua e là – vedi la strumentale apertura di Intro – anche qualche scoria hip hop che tradisce il già detto background ricco di blackness dei giovani inglesi.

Il disco viene anticipato dagli indovinati singoli Crystalized, Basic Space, Islands e VCR, che vengono sostanzialmente ignorati dal palinsesto di BBC Radio 1 e dalla stampa anglosassone specializzata, mentre cominciano a riscuotere i primi successi (di una lunga serie) negli USA. Sono ben 6 i live sold out a New York, in club storici come il Pianos e il Mercury Lounge, mentre la fama del gruppo inizia a diffondersi anche a livello più mainstream grazie all’uso/abuso soprattutto di Intro in tante soundtracks tra serie TV, pubblicità e come musica da sottofondo per locali (contiamo Law & Order, Cold Case, un commercial della AT&T e punti vendita di Starbucks ed Urban Outfitters). Nonostante un latente malumore da parte dei membri del gruppo per questo esasperato sfruttamento mediatico, visto come una sorta di svilimento commerciale della propria musica, è certo che questa si rivelerà una mossa perfettamente riuscita nella loro strada al successo. Su quest’onda di crescenti entusiasmi, al momento dell’uscita il disco naviga ormai in acque di esagitato hype e incontra approvazioni pressoché unanimi: l’etichetta di next big thing del mondo indie UK è puntuale e prevedibile, sebbene non manchi qualche sparuta tiepidità – come nel caso del nostro Gabriele Marino, che nella sua recensione promuove appieno l’album ma resta con i piedi saldamente ancorati a terra. Nel tour promozionale che segue, la situazione con la Qureshi – da tempo delicata – degenera definitivamente, e la chitarrista lascia la band per motivazioni mai chiarite fino in fondo. Da subito accantonata l’idea di un rimpiazzo, i superstiti continuano con la formazione a tre che rimarrà invariata fino ad oggi.

Jamie xx: i primi passi

Il periodo intermedio tra xx e l’inizio delle registrazioni del sophomore Coexist (estate 2011) registra anche l’inizio del percorso solista di Jamie Smith, che dopo alcuni remix per nomi come Radiohead, Adele e Florence, pubblica a fine 2010 un suo remix della traccia NY Is Killing Me di Gil Scott-Heron, seguita dal rimaneggiamento di I’ll Take Care of You (gennaio 2011). Sono le prove generali per We’re New Here, pubblicato nel febbraio 2010: il disco è una raccolta di 13 remix delle tracce contenute in I’m New Here, primo album di inediti dopo 16 anni per Scott-Heron e pubblicato proprio per XL nel 2010. È la stessa label a commissionare un remix album a Jamie, fan del poeta americano fin da ragazzo, che accetta con entusiasmo trasfigurando il materiale originale attraverso scorie dubstep e UK garage e intessendo una fitta corrispondenza con lo stesso Scott-Heron per ottenerne l’approvazione.

Un’eleganza pop che si mantiene pulita e sempre ballabile, dove il piano segue il beat o forse viceversa, e che non rinuncia mai all’umbratilità romantica che ha fatto la fortuna del gruppo madre di Jamie

Dopo il plauso pressoché unanime di critica e pubblico per questo lavoro, segue il 6 giugno 2011 il doppio signolo Far Nearer/Beat For, mentre lo stesso anno Jamie produce la title track – con feat. di Rihanna – di Take Care (secondo album di Drake) e When It’s All Over per Alicia Keys nel 2012, che sarà contenuta in Girl on Fire. Sono queste produzioni di un’eleganza pop che si mantiene pulita e sempre ballabile, dove il piano segue il beat o forse viceversa, e che non rinuncia mai all’umbratilità romantica che ha fatto la fortuna del gruppo madre di Jamie: le firme perfette di un timido ragazzo bianco talentuoso e da sempre grande appassionato di musica black, modaiolo ma sincero, furbo ma non (troppo) paraculo.

Coexist: formula che vince non si cambia (troppo)

Forti di una sempre più crescente popolarità, consolidata dalla già detta sovraesposizione mediatica e da un’intensa attività live lungo tutto il 2010, i tre vedono il loro esordio venire certificato disco di platino nel Regno Unito, vendere oltre 350.000 copie negli USA e vincere il Mercury Prize. Dopo una breve pausa in seguito alla fine del tour – momento che Jamie utilizzerà, come abbiamo visto, per iniziare il suo percorso in proprio – nel novembre 2011 arriva il momento del ritorno in studio per iniziare le registrazioni dell’atteso seguito. I primi passi per l’album iniziano però prima, nell’estate dello stesso anno, periodo in cui Romy e Oliver iniziano a comporre bozze di lyrics e riffs separatamente. Con un approccio sensibilmente mutato rispetto all’esordio a causa della consapevolezza delle aspettative che avrebbero circondato il nuovo lavoro data la fama raggiunta dai tre, i testi dei due si fanno in realtà – a detta della Croft – ancora più introspettivi e personali, con una sottesa ambiguità che permette all’ascoltatore di poterli più facilmente soggettivare. I temi affrontati sono ancora una volta sopratutto attinenti alla sfera sentimentale, con le due voci che continuano spesso a simulare gli impossibili dialoghi a distanza tra due amanti.

Possiamo anzi parlare di infuenze deep che parallelamente ai testi finiscono con l’esaltare ulteriormente l’intimismo e l’introspezione di un disco scarnificato anche rispetto al già minimale primo capitolo

Registrato in uno studio fotografico a nord di Londra e pubblicato il 5 settembre 2012, musicalmente l’album si sposta su territori più elettronici rispetto al precedente, incorporando sicuramente i primi passi dell’esperienza solista di Jamie (che in questo periodo afferma di ascoltare tantissima Chicago house). Siamo comunque ben lontani da un disco ballabile in senso stretto, e possiamo anzi parlare di infuenze deep che parallelamente ai testi finiscono con l’esaltare ulteriormente l’intimismo e l’introspezione di un disco scarnificato anche rispetto al già minimale primo capitolo. Fanno quindi capolino rimasugli burialiani negli accenni 2-step di Chained, solidi 4/4 da club (Sunset) e scheletri house (Swept Away). A impastare il tutto, i soliti giri di chitarrina timidi e ridotti all’osso con melodie costruite prevalentemente su diadi, il basso grooveggiante (ma sempre in punta di piedi), qualche lieve droning sullo sfondo, il cantato alternato Croft/Sim monocorde e sussurrato, la cameretta, eccetera. L’immaginario sia atmosferico che sonoro insomma, seppur con le parzialmente nuove sfumature che abbiamo detto, è ancora quello e si palesa definitivamente nei due brani di più “vecchio corso” in scaletta, l’iniziale Angels e Our Song. Soprattutto, a conti fatti, ancora una volta hanno ragione loro e la ricetta continua a funzionare alla grande, anche se qualcuno in più rispetto a tre anni prima ha chiaro che non si potrà proseguire in questo modo per sempre continuando a convincere così tanto (XLR8R su tutti). Il carrozzone comunque anche stavolta è partito: l’album vende alla grande un po’ in tutta Europa e non se la passa male neanche negli USA (quinta posizione nella Billboard 200 nella prima settimana), e il relativo tour vede i tre tra i nomi principali di grandi festival come il Primavera Sound e lo Sziget.

Jamie xx: il successo di In Colour

Il periodo successivo al tour di Coexist vede la ripresa e il definitivo consolidamento dell’attività solista di Jamie, che nel 2014 pubblica i singoli Girl, Sleep Sound e All Under One Roof Raving. Sono nuovamente le prove generali per un disco, ma questa volta si tratterà di un vero e proprio esordio: In Colour viene pubblicato il 29 maggio 2015 ed è un successo assoluto di critica e pubblico.

L’album, ovvero l’arte di non fare assolutamente niente di nuovo ma di farlo meravigliosamente bene, è “semplicemente” la rivisitazione brandizzata xx di quel Four Tet da sempre ispiratore e faro guida di Smith

L’album «ovvero l’arte di non fare assolutamente niente di nuovo ma di farlo meravigliosamente bene», come chi scrive ha riassunto in sede di recensione, è “semplicemente” la rivisitazione brandizzata xx di quel Four Tet da sempre ispiratore e faro guida di Smith. Ci muoviamo quindi tra UK garage e patine house, ombrosità soul e post-dubstep, suggestioni da club dimenticato e strascichi post rave, esotismi folktronici assortiti e loop irruviditi; il tutto è poi trasfigurato dall’approccio intimamente psichedelico che nasce in chi l’elettronica preferisce ascoltarla e comporla nella solitudine della propria cameretta, piuttosto che viverla e ballarla nei club. L’entusiasmo è quindi sì giustificato, ma non da esacerbare in eccessiva esaltazione: a fronte di un disco valido e fruibilissimo, abbiamo anche una palette stilistica che è di fatto un semplice compendio di (quasi) tutto ciò che nell’elettronica inglese ha funzionato nella prima parte degli anni Dieci. Bello sì, probabilmente anche bellissimo, ma forse non è abbastanza per gridare al capolavoro assoluto (come molti hanno fatto).

I See You: pop (forse) e transizione

Il terzo album a nome The xx viene registrato tra marzo 2014 e agosto 2016 in location piuttosto cosmopolite, in studi tra New York, Los Angeles, Londra e Reykjavik. Anticipato dalla condivisione di playlist e snippets su Spotify prima, e dai due singoli On Hold e Say Something Loving (oltre che da un’esibizione live al SNL) poi, il disco viene infine pubblicato il 13 gennaio 2017. L’album segna uno scarto abbastanza netto rispetto ai due capitoli precedenti, registrando un’apertura apparentemente molto più solare e meno chiusa nella solita cameretta.

L’ampliamento di una palette stilistica che altrimenti poteva rischiare di fossilizzarsi già in maniera, passa attraverso le aumentate infiltrazioni elettroniche e l’introduzione dell’utilizzo di samples, ma aspettarsi degli xx in formato MTV rimane molto distante dalla realtà

Con le influenze dell’esperienza solista di Jamie a farsi decisamente più preponderanti (soprattutto in pezzi come l’iniziale e funkettosa Dangerous, o la già citata On Hold), il disco è stato ben presto etichettato dai più come l’album più “pop” e disponibile alla contaminazione dei The xx, anche se questa semplificazione non corrisponde in toto alla verità e – come abbiamo scritto in sede di recensione – rischia di rivelarsi fuorviante: l’ampliamento di una palette stilistica che altrimenti poteva rischiare di fossilizzarsi già in maniera, passa attraverso le aumentate infiltrazioni elettroniche e l’introduzione dell’utilizzo di samples (magari, come per il campionamento di Daryl Hall & John Oates in Hold On, utilizzati perfino come chorus). Se questo è certamente vero, aspettarsi degli xx in formato MTV rimane però molto distante dalla realtà. I capisaldi del trademark xx (le chitarrine, i sussurri, l’intimismo) quindi rimangono, mentre risultano amplificate la patina black da sempre sottesa al gruppo e l’importanza di Jamie nel forgiarne il suono – e le due cose, come abbiamo visto, sono molto correlate.

Sintetizzabile con la classica tag di “disco di transizione”, ciò che sembra mancare ad I See You per fare il famoso definitivo passo in più è la proverbiale quadratura del cerchio finale. La ricerca di una tutto sommato riuscita sutura tra vecchio e nuovo all’interno del percorso della band sembra infatti sacrificare parzialmente la compiutezza melodica che era stata tratto distintivo del gruppo. Questo elemento in questo terzo capitolo c’è (ancora) ed è valido, ma pare ora leggermente meno a fuoco rispetto alle due uscite precedenti. Il carro quindi prosegue, lanciato ed in ottima salute, ma anche stavolta qualcuno sembra aver deciso di scendere.

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